I Spit on Your Grave: Deja Vu (2019)

Da dieci anni altri persistono nel raccontare le vendette di Jennifer Hills, che continua a subire violenza e continua a vendicarsi, film dopo film. È il momento che l’autore originale esca dall’ombra della semplice co-produzione di remake e sequel e torni a raccontare il “vero” seguito della vicenda di Jennifer. Quarant’anni dopo.

Il titolo rispecchia l’accuratezza grafica del film

L’israeliano Meir Zarchi non ha fatto molto nella sua carriera, gli è bastato esordire con la violenza di Non violentate Jennifer (I Spit on your Grave, 1978) per segnare una delle vette più violente degli anni Settanta ed entrare nella storia del cinema: malgrado di solito si pensi a Laurie Strode di Halloween (1978) come una delle prime e più famose final girl – donne cioè che non sono più vittima dei mostri dei film e non solo si difendono ma reagiscono, affrontandoli – un mese dopo è Jennifer Hills che sublima il concetto.

Will the real Jennifer Hills
please stand up

Per festeggiare il quarantennale della sua opera, Zarchi ha un’idea incredibile: chiamare l’attrice dell’epoca, la settantenne… lo ripeto, la settantenne (a meno che IMDn non si sbagli a riportare la sua nascita al 1947!) Camille Keaton e farle vivere una nuova avventura, a decenni di distanza.

Un’attrice che le final girl… se le mangia tutte!

Magari non proprio quaranta, visto che l’attrice che interpreta sua figlia – una Jamie Bernadette di cui non si conosce la data di nascita – non sembra quarantenne, comunque di sicuro un po’ di anni.
Si va a Santa Clarita (California) a girare per fresche frasche e il risultato è… be’, diciamo che ha l’aspetto di un filmato amatoriale, comunque si intitola I Spit on Your Grave: Deja Vu (2019)

Il libro della madre, la rivista della figlia

Le premesse sono splendide e molto intriganti, un autore che si riappropria del proprio personaggio e riesce a convincere la stessa attrice dell’epoca a calarsi di nuovo nella parte… Però quarant’anni sono parecchi e la trama che alla fine viene girata non si può definirla proprio “credibile”.

Il libro che Jennifer ha scritto quella terribile estate del 1978… ma appare solo ora!

Che lo scottante libro-denuncia I Spit on their Graves di Jennifer Hills abbia sollevato un polverone ci sta, visto che la donna non solo racconta le sevizie subite ma anche la vendetta da lei applicata ai propri torturatori, e di come il tribunale l’abbia giudicata innocente. (Questa è già difficile da mandar giù: moralmente siamo con lei e ha tutto il nostro appoggio, ma per la legge è sempre colpevole di omicidio plurimo volontario!)
Che però ancora quarant’anni dopo la gente per radio chieda spiegazioni alla donna del suo operato dell’epoca, e che i parenti delle vittime decidano solo ora di vendicarsi… be’, eccoci, siamo nel campo dell’inverosimile.

Volevo vendicarmi nel 1978, ma sai, fra una cosa e l’altra so’ passati 40 anni

Perché Becky (Maria Olsen), la sgradevole moglie di uno degli stupratori del primo film, ha aspettato quarant’anni per pretendere vendetta? Perché ora vuole far rapire Jennifer e torturarla?
Anche qui con le date stiamo un po’ di fantasia, visto che i due buzzurri campagnoli che la aiutano sono troppo giovani per aver conosciuto così bene gli stupratori morti quarant’anni prima.

Una recitazione appena sussurrata…

Nella già zoppicante vicenda entra Christina Hills (Jamie Bernadette), figlia di Jennifer che sin da bambina fa la fotomodella ed è stufa: basta girare per il mondo, essere ricoperta di attenzioni e di soldi, che noia la vita della super modella… Ok, Meir Zarchi, questa t’è riuscita davvero male.
Far risultare odiosa la protagonista già alla sua prima entrata in scena non mi sembra un’idea vincente, ma tanto quel che segue non ha più molto di logico. In 150 minuti… spetta che lo ripeto, 150 eterni ed insopportabili minuti in cui si perde ogni contatto con la realtà e finiamo invece in una telenovela.

Questa storia sta leggermente sfuggendo di mano…

Prima la vittima è vittima, poi la vittima è carnefice, poi il carnefice è vittima, poi la vittima è vittima, poi il carnefice è carnefice, poi il carnefice è la vittima e la vittima è carnefice… e siamo solo a venti minuti di film!
Zarchi non ha in realtà alcuna sceneggiatura a disposizione, ha tre o quattro personaggi senza spessore, senza motivazione, interpretati un po’ come viene, attenti sempre ad esagerare tutto, e non sa bene cosa farci: decide di passare 150 minuti ad aggirarsi per le campagne californiane con qualcosa che onestamente sembra più improvvisato che scritto.
C’è un ideale passaggio di testimone per cui Christina dovrebbe diventare la nuova Jennifer, e quindi una volta violentata dai soliti buzzurri campagnoli decide di iniziare il solito ciclo della vendetta, ma sebbene la sterminata durata del film alla fin fine Christina ci mette un secondo a passare da fotomodella a vittima, e un altro secondo da vittima a Terminator che massacra gente senza battere ciglio.

Si sa che le fotomodelle sono tutte esperte d’armi

Malgrado la mano sia la stessa, malgrado non manchino certo alcuni veloci momenti di violenza, siamo ovviamente a miliardi di anni luce dal primo film. Sia per la totale assenza di empatia verso personaggi troppo esagerati, sia per il ritmo – ripeto, 150 minuti sono un’assurdità da sopportare – sia per la storia assente, malgrado le ottime premesse, sia per una recitazione che definire sopra le righe è davvero ottimistico: è così esagerata che le righe non le vede neanche da lontano.
Forse l’ottantenne Zarchi doveva mantenere intatto il mito che ha creato nel 1978 e lasciare ad altri il compito di rovinarlo.

Al centro: Camille Keaton, la Jennifer originale. A destra: la continuatrice Sarah Butler
A sinistra: Jamie Bernadette nel ruolo di sua figlia Christina
Photo by Jamie Rector Photography – © Deja Vu LLC

Povera Jennifer, ed ora povera la figlia Christine: la morte del cinema e la ripetizione fiacca di schemi del passato (in cerca di facili consensi) garantirà loro eterna violenza…

L.

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17 risposte a I Spit on Your Grave: Deja Vu (2019)

  1. andreaklanza ha detto:

    Articolo interessantissimo e non sapevo nulla di questo deja vu, Ad onor di cronaca però la Keaton aveva già ripreso il ruolo di Jennifer, stavolta senza cognome, nel seguito apocrifo di I spit on your graves dal titolo Savage Vengance del 1993 girato da Donald Farmer, un film così riuscito che più l’attrice ne parla malissimo in ogni intervista.

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  2. Cassidy ha detto:

    Quando ho iniziato a guardarlo, pensavo nell’ennesimo seguito della vicenda, quando ho letto il nome del regista e rivisto l’originale Jennifer mi sembrava assurdo, almeno quanto l’irreale durata del film, una trama da nulla allungata all’inverosimile. Comunque la protagonista non è giovanissima, ma il regista è del 1937 😉 Sono contento che tu ne abbia scritto perché non avrei saputo da dove cominciare, la trama è assurda la regia di Meir Zarchi andava bene per il film originale del 1978, ma a tratti mi è sembrata una cosa girata tra amici in memoria dei vecchi tempi, non ho altre spiegazioni. Cheers!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      La durata è assurda, non so cosa sia saltato in mente all’autore, soprattutto dal momento che non aveva uno straccio di trama. I “colpi di scena” poi sono davvero imbarazzanti.
      L’età sicuramente non ha aiutato, ma al di là di questo l’aspetto da filmino amatoriale bulgaro contrasta parecchio con le taglientissime immagini che nel ’78 ha saputo creare, con inquadrature e trovate registiche che grondavano violenza e davvero facevano soffrire lo spettatore. E poi l’abbandono totale di ogni violenza, impossibile da mostrare nel 2019, rende totalmente inutile ogni intento del film.

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  3. Willy l'Orbo ha detto:

    Ho iniziato intrigato e con grandi aspettative (mo’ me lo cerco e me lo guardo), procedendo mi sono scoraggiato (me lo cerco a tempo debito), sui 150 minuti mi sono arreso: non lo cerco, non lo vedo e campo bene uguale con la Z di un’ora e mezza scarsa 😂

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  4. Zio Portillo ha detto:

    Delusione totale. L’idea sulla carta è ottima e qualche forzatura di trama avrei pure potuto ingoiarla a patto che tutto il carrozzone fili liscio magari adattando la vicenda agli anni 2000 e rotti, oppure alzando ulteriormente l’asticella oppure buttando tutto sullo psicologico con un “gioco” tra vittima e carnefici. Si potevano fare mille cose e invece tra flashback, scene e personaggi ricalcati paro-paro a quelli del ’78 e una recitazione approssimativa si arriva in fondo stremati (ammetto che ho saltato parecchie scene).
    Lo aspettavo e me lo sono recuperato immediatamente. Me ne sono pentito subito…

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Purtroppo nel 2019 non si può mostrare la violenza come si poteva nel ’78, quindi che senso ha fare film del genere? Avrebbero dovuto inventarsi qualcosa di completamente diverso, ma non credo sia stato mai nei loro progetti.

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      • Zio Portillo ha detto:

        Appunto, speravo in qualcosa di rottura, che potesse alzare l’asticella come fu l’originale del ’78. In fondo sono passati 40 anni! Avrai avuto idee su come far andare avanti la storia in 40 anni?
        Oppure, se non vuoi o non puoi fare ciò, cambia le carte in tavola. Buttala sullo psicologico, che ne so. Inventati qualcosa ma non farmi sta c@gata lunga 2 ore e rotti!
        Zarchi, c’hai 82 anni, puoi fare quello che cavolo vuoi che nessuno può dirti nulla, al limite ti danno del bollito o dell’arteriosclerotico. Tira fuori le palle!

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Lui le poteva anche tirare fuori, ma ci avrebbe pensato la distribuzione a tagliargliele!
        Invece di violenza (impossibile da mostrare) doveva puntare sulla grande moda del momento, il metoo e femminismo spicciolo vario, come in fondo fa la saga CineTelFilms di Jennifer: una terminatrix che gira ad evirare maschi, a sodomizzarli e a torturarli senza far vedere gran che. Quello, pur cialtronesco, è un filone che ha saputo cogliere le mode del tempo.
        Per andare contro le mode del tempo servirebbe qualcosa che non esiste più da vent’anni: servirebbe un cinema, e ormai è solo un ricordo. Nel ’78 esisteva un fenomeno ormai rimasto nei nostri cari ricordi: c’erano adulti che pagavano biglietti per vedere film da adulti. Lo so, pare impossibile ma una volta esistevano film per adulti.
        Oggi i biglietti si staccano solo per le bambinate da ragazzini, che piacciono tanto ai genitori dei suddetti, quindi chiunque anche solo provi a “rompere le regole” viene punito dal basso, non dall’alto.
        Invece sarebbe stato intrigante come dici tu, qualcosa di più psicologico, un approccio diverso. Mentre la Jennifer della CineTelFilms è un robot senz’anima che uccide come una psicopatica qualunque, il ritorno della vera Jennifer poteva provare a scavare un po’ più in fondo, ad essere qualcosa di diverso.
        Bah, tutte occasioni mancate…

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  5. Conte Gracula ha detto:

    Da come ne parli, ambientarlo all’inizio o alla fine degli anni ’90 non lo avrebbe migliorato molto 😛 e comunque, che brutto karma di famiglia, ‘ste tipe…

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  6. Kuku ha detto:

    Ma la sala di montaggio era inagibile che non si potevano tagliare e sforbiciare massicciamente quei 150 minuti? E’ ben strana questa durata per un film del genere. Di solito quando hanno un’idea stiracchiata la tirano fino al minimo sindacale di 85/90 minuti titoli di coda compresi, invece qua, come mai? Sarai andato un po’ di fast forward, vorrei sperare altrimenti hai una pazienza zen invidiabile

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Temo che l’autore ultraottantenne abbia voluto dire ora tutto ciò che non ha detto in quarant’anni, rimanendo incredibilmente nei limiti di una trama pressoché assente. Semplicemente ha creato un’altra terminatrix che gira per la campagna con gente che vuole ucciderla ma lei l’uccide prima, con fiumi di parole inutili e lungaggini assurde.
      E’ un prodotto delirante che non fa onore a chi quarant’anni fa ha scosso dal profondo la cultura popolare occidentale, di pratica inventando quell’elemento che poi è cresciuto e oggi gode di grande fama, la final girl. (Alcuni la intendono come “la ragazza che sopravvive negli horror”, il che è assurdo perché le donne sopravvivono sempre negli horror, sin dagli anni Venti! Il concetto è che da svenevole strillona lamentosa che dev’essere salvata dall’eroe di turno, la donna diventa indipendente e ci pensa lei ad affrontare il mostro: nel ’78 non esisteva nulla del genere e nei maschilisti anni Ottanta ci saranno ben pochi esempi: a parte Ripley nell’86, che grazie a Cameron rilancia potente il concetto, bisognerà aspettare il 1990 perché davvero le donne ottengano la parità nell’uccidere 😉
      E’ proprio vero che gli artisti non dovrebbero più mettere mano alle loro opere. Vero, Ridley Scott???? 😀

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  7. Giuseppe ha detto:

    Un film fuori tempo massimo (minutaggio compreso)… specialmente quando è lo stesso Meir Zarchi a dare l’idea di non crederci più.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Posso capire che era stanco di vedere altri film proseguire la sua opera – sebbene lui fosse co-produttore quindi avrebbe potuto dire la sua già da prima – ma riprendere la propria opera solo per trasformarla in barzelletta è qualcosa di davvero poco dignitoso. Vero, Ridley Scott?????

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