[Serie TV] Fleabag (2016)

Dopo essermi innamorato della prima stagione di Killing Eve (2018), mi sono chiesto: cos’altro ha fatto la sua autrice Phoebe Waller-Bridge? Tanta roba, ho scoperto, ha fatto di tutto: addirittura il droide L3-37 in Solo. A Star Wars Story (2018)…

La riconoscete Phoebe Waller-Bridge?

Visto che alla carriera di scrittrice affianca quella di attrice, ho voluto provare una serie in cui fa entrambe le cose: Fleabag (2016), arrivata alla seconda stagione.

Non so quale valore dia lo slang londinese alla parola fleabag (“sacco di pulci”, all’incirca), di sicuro pare sia un epiteto di persona poco pulita, di un albergo pulcioso e in generale di cose poco carine. Potrebbe riverirsi al criceto che fa da mascotte alla caffetteria dove lavora la protagonista? O alla vita sessuale promiscua che lei conduce? Non so: addirittura IMDb dice che è il nome proprio del personaggio, ma giuro che in due stagioni non ricordo proprio d’averla mai sentita chiamare così.

Per togliere ogni dubbio, sottolineo che è una serie divertentissima e piena di umorismo britannico: allora perché la locandina della prima stagione è così triste? Perché l’umorismo migliore è quello che nasce dalla tragedia, e la protagonista porta nel cuore un dolore che capiremo meglio episodio dopo episodio, fino ad uno straziante finale che è crudele come ogni serie umoristica dovrebbe essere. E questo mi porta subito all’ulteriore premessa: non c’era minimamente bisogno di una seconda stagione, ma visto il successo della prima sono stati obbligati: e il risultato è il solito, tutto divertente ma molto meno. Niente parti tristi, quindi si ride molto poco.

Cosa c’è di più britannico di un tè?

La protagonista – mi rifiuto di chiamarla Fleabag! – è una disinibita donna moderna indipendente, giro di parole per dire che le piace lo sporta da letto. Ce lo racconta lei, perché tutta la serie è girata come un flusso di pensieri del personaggio, che si gira in continuazione per parlare in camera, per dirci chiare e tonde le idee che le passano per la testa.
Sapevate che un gran numero di uomini chiede di… entrare dalla “porta sul retro”? (occhiolino occhiolino) E si affezionano tutti quando lei accetta? Peccato poi si rivelino più delle massaie in preda agli ormoni che amanti mascolini, con tanto di crisi di pianto quando lei decide di mollarli.
Insomma, la nostra Phoebe crea un ritratto della vita dei trentenni londinesi, tra fiumi di alcol e sesso spesso mediocre con amanti che non fanno fare certo bella figura al genere maschile.

Non è facile essere sorelle

Irresistibile il personaggio di Claire (Sian Clifford), sorella della protagonista e sua perfetta immagine speculare. Moglie inquadrata e fedele ad un uomo sgradevole, che non può lasciare perché non sta bene, che ha successo nel lavoro ma non è il lavoro che vorrebbe, e soprattutto sogna segretamente la libertà che sua sorella persegue senza freni.
Non è facile essere sorelle, soprattutto quando una cerca di essere seria e l’altra la trascina nelle situazioni più assurde e buffe possibili: sin da subito è chiaro che le scene con loro due sono le più divertenti della serie.

Però all’inizio vi ho parlato di un dolore, dove sarà mai? È nella migliore amica di Phoebe, con cui ha aperto la caffetteria e con cui ha adottato una cricetona – o forse è una cavia, non ricordo più – e che appare nei momenti più emotivi della storia. Quella migliore amica è il dolore che la protagonista si porta dentro, e ci regalerà l’ascesa verso lo splendido finale tragico della stagione, quello che manca alla deludente seconda.

Un topo mascotte di una caffetteria? Bella idea…

La cattiveria è la vera protagonista della serie, grazie anche alla sempre spettacolare bravura di Olivia Colman nel ruolo della matrigna: quella di Cenerentola le fa un baffo! Con la sua cattiveria mascherata da affetto, con la sua aggressività passiva e la sua antipatia profonda mascherata da buonismo, la matrigna ci regala scene da applauso: ogni volta che appare nella storia sappiamo che l’odio e il rancore raggiungeranno livelli inauditi!

Olivia Colman, la matrigna più crudele di tutte

Visto il successo della prima stagione – sei episodi veloci veloci – è scattata automatica la seconda ma siamo parecchio lontani dalla qualità della sceneggiatura. È sempre simpatica, è sempre piena di situazioni imbarazzanti in cui la nostra “sacco di pulci” finisce per infilarsi, ma stavolta è tutto diverso: non è più promiscua, cerca l’amore e non c’è la tragedia. Quindi gran parte dell’interesse evapora presto.

Per sopperire alle mancanze, viene buttata sul tavolo verde la carta del “Padre Ralph” di Uccelli di rovo (1983). Non so se i giovani all’ascolto sappiano che Richard Chamberlain – in anni recenti dichiaratosi gay – fino agli anni Ottanta faceva ovulare le donne al solo sguardo: se nei panni del dottor Kildaire ha mandato in ebollizione tutte le spettatrici televisive degli anni Sessanta, con il ruolo del prete poco attento al voto dell’astinenza sessuale è passato a infiammare i cuori delle spettatrici degli anni Ottanta. Ricordo ancora quando andò in onda lo sceneggiato (avevo circa 10 anni) e di nascosto sentii mia madre e una sua amica parlare di Padre Ralph in modo decisamente poco religioso!
Chi mai nel 2019 può raccogliere una sfida del genere? Da uomo non so giudicare, ma credo che Andrew Scott – il miglior Moriarty della storia holmesiana – faccia un lavoro più che onesto. E ne ho addirittura le prove…

Se mi vedesse Sherlock…

Durante una presentazione, l’attore viene avvicinato da Paloma Faith, nota (e bravissima) cantante da poco passata alla recitazione, la quale gli sussurra qualcosa all’orecchio: l’attore arrossisce visibilmente. Cosa gli avrà detto mai?
Quando poi i due si ritrovano sul divano del “The Graham Norton Show”, la ben poco timida attrice rivela anche al pubblico della BBC ciò che ha bisbigliato ad Andrew Scott: la quinta puntata di Fleabag le è così piaciuta… che si è particolarmente “rilassata” sul divano, davanti alla TV. E con “rilassata” intendo altro…
Mentre l’attore non sapeva più dove nascondere la faccia, Paloma ha continuato: «Fra il matrimonio e i figli… be’, grazie Andrew!»

Padre Andrew… ma che gli fai alle donne?

Notizie frizzanti a parte, dedicare l’intera stagione alla irreligiosa ed irrispettosa protagonista che d’un tratto si innamora del “prete bollente” (hot priest viene chiamato il personaggio nelle presentazioni) è davvero poco, anche per sole sei puntate. I personaggi si limitano a proseguire, con il pilota automatico, ciò che facevano nella prima stagione, ma stavolta non ci sono sottotrame che esploderanno, non ci sono “dolori” se non quelli detti: dirlo, non è un dolore; comportarsi come se non ci fosse, quello è un dolore.

Tutti sono bravi e tutti continuano a fare ciò che facevano (meglio) nella prima stagione, quindi non escludo ne uscirà una terza e una quarta, ed auguro a Phoebe tanto successo, ma come al solito una splendida prima stagione non si riesce a replicare: forse il segreto è fare solo prime stagioni…

L.

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6 risposte a [Serie TV] Fleabag (2016)

  1. Cassidy ha detto:

    Mi é stata consigliata da ogni lato, visto che ho appena finito una serie, potrei decidermi a buttarmi su questa 😉 Cheers

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  2. Conte Gracula ha detto:

    I coreani fanno solo prime stagioni – e a volte ci sono comunque un paio di episodi di troppo…
    La scelta di fare una seconda stagione di qualsiasi cosa (e magari proseguire oltre) è sempre un rischio, perché le idee migliori non vengono a comando, così si oscilla tra il “more of the same” e la necessità di cambiare la ricetta. Ovviamente, non puoi mai accontentare tutti.

    Piace a 1 persona

    • Lucius Etruscus ha detto:

      In questo periodo ho imbroccato una serie di “prime stagioni” che per fortuna finiscono e non conoscono la mediocrità di seconde stagioni, e sono perfette così.
      O si prevede una seconda sin dall’inizio, con l’abilità di essersi lasciati degli agganci narrativi a cui aggrapparsi, o come al solito è solo una stagione girata al volo perché il successo della prima deve vendere ancora il prodotto, e quindi è solo roba vuota.
      Per carità, la seconda di “Fleabag” è divertente e si lascia guardare con piacere, ma si sente che è superficiale, roba fatta al volo senza la densità che invece pervade la prima. Inoltre il sapiente dosaggio di dolore e umorismo è del tutto evaporato in favore del secondo, come a dire “Della prima il pubblico ha capito solo le battute, quindi nella seconda scriviamo solo quelle”. Peccato.

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