Ghostwriting 10. Scrittori senza figli

Uno dei rari film con un errore di battitura nel sottotitolo…

Perdere un figlio è un’esperienza traumatica per chiunque, ma per uno scrittore vuol dire anche perdere l’ispirazione. Ci sono casi però in cui proprio il defunto figlio è il vettore di ispirazione per il genitore scrittore: è il ghost che andrà a trovare il suo writer.

Rachel Carlson (Demi Moore) è una scrittrice di successo i cui romanzi sono tutti pluri-premiati. Il suo Touched ha ottenuto l’Oxford Opus Award for Literature, mentre sia The Darkening Seas che The Scream Thef hanno vinto il prestigioso CWA Gold Dagger for Fiction (premio attribuito dall’Associazione Scrittori Gialli). Inoltre, il suo recente Dreamers Awake è al primo posto in classifica: «Thriller superbo che vi terrà col fiato sospeso fino alla fine», è il giudizio di un recensore.

Interno londinese con barca

È la protagonista di Half Light, scritto e diretto da Craig Rosenberg, presentato in patria il 17 gennaio 2006 e portato in Italia dalla UIP il 16 giugno successivo, con titolo invariato (fonte: ComingSoon.it). La Universal lo porta in DVD dall’ottobre successivo, concludendo nel 2006 la breve parabola del film.

La scrittrice di successo Rachel Carlson

«No laptop for Rachel» recita un articolo di giornale: l’autrice infatti è nota per rifiutarsi di utilizzare un computer e di preferire la cara vecchia macchina da scrivere: dispiace per gli impiegati del suo editore, che dovranno ribattere al PC ogni suo libro, ma più gli autori usano la tecnologia più fa figo dire che non lo fanno.

Alcuni libri di Rachel Carlson

Il marito di Rachel è anche lui scrittore, ma soffre della “Sindrome di Tabitha King”, secondo le sue parole, per cui si sente come la moglie scrittrice di Stephen King il cui talento è ovviamente offuscato dalla fama del marito. Per quanto si impegni, il marito di Rachel vivrà sempre all’ombra della notorietà della consorte: il suo romanzo ha collezionato molti rifiuti, l’ultimo dei quali è deliziosamente crudele:

«Not sufficiently mysterious for a mystery, nor sufficiently thrilling for a thriller»

«Non abbastanza misterioso per essere un mystery, troppo poca tensione per un thriller».

Rachel ha appena firmato un contratto di quattro milioni di sterline, quindi sembra davvero che stia vivendo un sogno… finché non arriva il risveglio: mentre giocava, il suo bambino annega in un fiume, e tutto il mondo di Rachel Carlson va in pezzi.

È il momento di raggiungere la casa isolata

Come si fa a scrivere con la morte nel cuore? Abitando poi nella casa dove è morto il proprio figlio? La scrittrice dunque segue alla lettera i dettami del ghostwriting e ad otto mesi dai tragici eventi si trasferisce da sola in una casa isolata, sperduta nel nulla: Ingonish Cove. «Fuori mano, tranquillo: non c’è nessuno nel raggio di miglia»: le parole della sensale dovrebbero evocare alla mente decine di film horror che iniziano allo stesso modo, invece convincono la Carlson, che molla tutto e va a finire il suo romanzo su una brulla scogliera sperduta del Galles del nord. «Se non scrivo qui, non scrivo da nessuna parte» è il suo commento.

C’è pure un faro, che vuoi di più?

La bellezza selvaggia del luogo incanta l’autrice e poi c’è anche un faro, di cui la Carlson sta scrivendo nel proprio romanzo: una vera e propria “signora del faro“, un classicone.

La casa isolata c’è e pure la scrittrice… dov’è ora l’ispirazione?

Non passa però molto prima che la donna cominci a vedere il fantasma di suo figlio, ma non è un’apparizione innocua: il bambino vuole trascinarla via con lui nell’oblio. Per fortuna c’è un ragazzo del posto, il guardiano del faro Angus McCulloch (Hans Matheson), che compete con la donna per quanto riguarda la vita solitaria. I due fanno amicizia, essendo “vicini di casa”, eufemismo che mal si adatta alla quantità di distanza fra i due, ma essendo una terra disabitata ci sta.

Il ghost raggiunge sempre il suo writer

«Io scrivo perché… non funziono molto bene come essere umano, se smetto di farlo». Invece la donna ha smesso qualcosa, e per la precisione di assumere le medicine prescritte per la sua depressione. Quindi le apparizioni così reali del figlio sono frutto di allucinazione indotta dall’interruzione dei farmaci? Di sicuro la Carlson non sta bene, come testimonia la scena dello specchio: mentre si sistema i capelli, vediamo che originale e riflesso… non corrispondono! Poi l’obiettivo entra nello specchio, inquadrando ossessivamente il volto della donna impietrita dall’orrore, e girando su di sé si volta ad inquadrare di nuovo lo specchio, in una scena di altissimo virtuosismo che da sola vale l’intero film. Complimenti anche a Demi Moore, che riesce a lacrimare in perfetta sincronia.

Una scena che da sola vale l’intero film

Quando ho visto la prima volta il film, nel 2012 per scriverne su ThrillerMagazine, sono stato alquanto severo nel giudizio, probabilmente seccato dallo sviluppo della trama ben poco “letterario”, invece rivedendolo ho apprezzato molto di più il tono volutamente hitchcockiano dell’opera, pieno di colpi di scena che non voglio rivelare perché consiglio caldamente la visione di Half Light. Quindi rimango sul vago e vi chiedo di fidarvi: la writer nella casa isolata troverà il suo ghost come vuole la regola… ma nulla sarà come sembra.

Come scrivere “Il mattino ha l’oro in bocca” solamente con la lettera A…

Forse il finale non è proprio all’altezza del film, ma rimane comunque un prodotto da riscoprire. Purtroppo rimane l’ultima prova da regista dello sceneggiatore del “mistero” di film successivi come The Uninvited (2009), Le origini del male (2014) e Volo 7500 (2014), ed è un gran peccato.

E quest’altalena? Lo scopriremo alla fine di questo ciclo…

Una parentesi merita assolutamente un delizioso gioco compiuto dal regista-sceneggiatore australiano Craig Rosenberg, notoriamente grande appassionato del football del suo Paese.
All’inizio del film viene mostrata la classifica dei bestseller con Dreamers Awake della Carlson in cima… ma chi sono gli altri autori citati? Per non scomodare veri scrittori – che magari non avrebbero gradito essere presentati come inferiori alla Carlson – si è pensato quindi a creare degli pseudobiblia assolutamente imperdibili.

Una fugace lista di pseudobiblia

In seconda posizione troviamo Where is Helen d’Amico di Kevin Bartlett («Una ragazza scompare nella metropolitana di Londra» è la trametta). Bartlett è un giocatore di football australiano che si conquistò una certa fama fra gli anni Sessanta e Ottanta. Proprio nel 1982 una importante finale rimase famosa per essere stata interrotta da una streaker, una donna che scese in campo nuda: il suo nome? Ovvio, Helen d’Amico.

In terza posizione c’è Roach’s Screamer di Tom Hafey («Paura e raccapriccio in un piccolo villaggio»). Anche qui siamo nel campo del football australiano: Hafey ha giocato fra il 1954 e il ’58 per poi iniziare una lunga e apprezzata carriera di allenatore. Michael Roach era uno dei suoi giocatori… a cui lui appunto “gridava”.

In quarta posizione abbiamo Ron and Pam go to Oakley di Jon Trende («La visita di alcuni amici si trasforma in un incubo»). Stavolta cambiamo sport: Trende è un motociclista australiano, mentre Oakley si trova nell’Australia occidentale.

Non è chiaro chi siano i falsi autori dei seguenti “libri falsi” – The House of Okun di Nathan Sable («La casa che prese vita»); Las Palmas Hotel di Brandon Camp («Una famigliola si ritrova in un hotel della paura») e Embrace the Fled di Rodney Brott – ma è plausibile che siano tutti connazionali del regista.


«È l’ideale per uno scrittore stressato: aria pulita, un bel camino acceso e soprattutto tanta pace e tranquillità»: con queste parole il romanziere in crisi Martin Shaw (Sean Pertwee) presenta alla moglie e agli amici la nuova “villa di campagna”, espressione molto ottimistica per descrivere la cadente catapecchia abbandonata in cui gli Shaw si stanno trasferendo. Perché stavolta lo scrittore di turno si va ad isolare in una casa sperduta nel nulla? Per fare il paio con Half Light, anche stavolta il motivo è la dolorosa perdita di un figlio.

Così inizia 7 Days to Live di Sebastian Niemann. Presentato in anteprima il 25 giugno 2000 al tedesco Munich Film Festival, dopo aver girato per rassegne varie arriva in home video americano il 14 agosto 2001.
L’unica traccia esistente in Italia è la VHS Cecchi Gori uscita a noleggio nel luglio 2002, con lo stesso titolo: non ho trovato altro in lingua italiana. IMDb riporta il fantomatico titolo 7 giorni di vita che immagino si riferisca a qualche passaggio televisivo che non sono in grado di rintracciare.

Indovinate su quanti giorni è spalmata la vicenda…

«I tuoi due ultimi libri erano orrendi, e io sto faticando per procurarti un nuovo contratto»: mica male come incoraggiamento, le parole dell’amico-agente Paul (Sean Chapman), ma a Martin importa poco. Lui e la moglie Ellen (Amanda Plummer) vogliono solo trovare un po’ di pace dopo i terribili eventi vissuti: un figlio defunto in modo terribile, per reazione allergica alla puntura di una vespa ingoiata per sbaglio.
Il problema è che la coppia non sa di aver comprato una casa costruita su una antica palude usata come fossa comune, e dal 1982 le case di questo tipo sono piene di spiriti (ovviamente sempre cattivi): è il momento di fondere due generi.

Martin Shaw in piena scrittura

La trama principale del film verte sullo sgomento di Ellen nel vedere il marito cambiare profondamente carattere, di vivere allucinazioni violente e di assistere a uno strano fenomeno: ogni giorno vede un numero che gli ricorda i giorni che le restano da vivere, partendo da sette.

È partito il conto alla rovescia

Secondaria rispetto alla trama principale, c’è quella invece molto più intrigante che vede il marito scrittore in cerca di ispirazione. È in crisi, i suoi ultimi romanzi sono stati dei fallimenti, si è trasferito in una casa isolata… quando arriverà l’ispirazione? Prontamente arriva il ghost a prendersi cura del writer, perché gli spiriti demoniaci che infestano la palude in cantina hanno uno strano modo di manifestarsi: tramite ispirazione letteraria.

Cara… ho appena trovato l’ispirazione. E farà male…

«Sento di aver ritrovato la mia ispirazione, come un fiume in piena. Scrivo senza interruzione trenta, quaranta pagine di seguito, come se niente fosse.»

Più Martin diventa cattivo, più scrive, vittima di un demone che ha assunto l’aspetto del figlio morto e gli sussurra nuove grandi idee per un romanzo che sarà sicuramente un successo: niente potrà impedirgli di scriverlo… neanche la moglie.

Il ghost e il writer

Cosa sappiamo di ciò che Martin sta scrivendo al PC di casa? Ne abbiamo un assaggio quando Ellen, disperata, prova a chiamare la polizia ed è distratta dallo schermo, dove per la prima volta riesce a leggere qualcosa di ciò che sta scrivendo il marito:

«La chiamata di Ellen alla polizia si interruppe all’improvviso. Era caduta la linea, ma ad Ellen questo non importava più: i suoi occhi fissavano il monitor, come ipnotizzati da quello che aveva visto. Il suo nome scritto sullo schermo. Ellen cominciò a leggere, incredula…»

Con un delizioso espediente scopriamo che Martin ha scritto esattamente quanto abbiamo visto finora: quando si dice “una storia che si scrive da sola”.

Il romanzo che racconta la storia vissuta finora

Affrontati i demoni in cantina e liberati della casa, Martin ed Ellen si ritrovano un romanzo pronto per le mani: perché allora non pubblicarlo con entrambe le firme, visto che sono entrambi protagonisti?

I coniugi Shaw, da posseduti a romanzieri

La messa in scena di 7 Days to Live non sarà di grande effetto ma è un onesto lavoro di Sebastian Niemann, regista tedesco che gioca a fare un film “all’americana”. Curiosamente la campagna della Repubblica Ceca assomiglia incredibilmente a quella americana, molto più di quei quattro cespugli bulgari a cui la serie Z ci ha abituati.
La sceneggiatura dell’altrettanto tedesco Dirk Ahner, esordiente, non si può dire sia da storia del cinema ma anche lì qualche risvolto ispirato arriva in soccorso e la rende non disprezzabile.

Tutto finisce in un libro, sempre…

Se avete voglia di scrivere un grande romanzo di successo, dunque, assicuratevi di comprare una casa costruita su un antico cimitero o fossa comune: l’ispirazione è garantita!

L.

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15 risposte a Ghostwriting 10. Scrittori senza figli

  1. Willy l'Orbo ha detto:

    Eureka, oltre ad aver dato inizio ad un ciclo di indubbio interesse, oggi ci “battezzi” con due film davvero stuzzicanti. Entrambi mi hanno incuriosito ed entrambi costituiscono spunto da non disdegnare per seratina estiva. Parto alla ricerca! (Ma il primo sarà più trovabile, mi sa) 😉

    Piace a 1 persona

  2. Cassidy ha detto:

    I più grandi romanzieri del mondo avevano tutti agenti immobiliari di un certo livello alle spalle 😉 Altro bellissimo doppio post a tema, anche Demi Moore si è esibita con il ruolo classico della scrittrice, per un film che sembra anche sfizioso! Cheers

    Piace a 1 persona

    • Lucius Etruscus ha detto:

      Credo sia fra i film più ignoti della sua carriera, così come penso che Amanda Plummer neghi di aver mai lavorato a quel filmetto tedesco-finti-americano 😀
      Eppure questi due e gli altri sono film che seguono perfettamente un canone non scritto e soprattutto non riconosciuto come “genere”.

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  3. Zio Portillo ha detto:

    Il primo l’ho visto secoli fa ma onestamente me lo ricordo come una boiata allucinante che non ho mai più voluto vedere. Ora il fatto che me lo promuovi mi fa sorgere un dubbio. Quindi chiedo:

    SPOILER! SPOILER! SPOILER! SPOILER! SPOILER! SPOILER!
    Ma è quello che alla fine era il marito della Moore che vuole ammazzarla e le fa credere di essere pazza. Che poi mentre sta per morire arriva veramente il fantasma del figlio morto a salvarla. Giusto?
    FINE SPOILER! FINE SPOILER! FINE SPOILER! FINE SPOILER! FINE SPOILER!

    Il secondo invece non l’ho proprio mai sentito nominare ma il tema “scrivo ciò che vivo” mi pare decisamente più interessante.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Guarda, il film è esattamente quello e la prima volta che l’ho visto ho scritto un giudizio molto severo, che invece a sorpresa non mi sento di confermare: rivisto ad anni distanza, mi sembra un film addirittura da recuperare.
      Non è che sia privo di difetti, sicuramente l’ambizione hitchcockiana rimane solo un’ambizione, ma al confronto con la robaccia che gira alla fin fine… anche una semplice ambizione può risultare gradevole 😛
      Il secondo film non ha neanche quell’ambizione, è davvero un prodotto grezzo, ma il seguire questi dettami “letterari” un po’ lo salva.

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  4. Giuseppe ha detto:

    Li ho visti entrambi, anche se ammetto di aver preferito il secondo in quanto l’espediente malvagio/possessivo/spettrale sotteso al romanzo mi è sembrato ben più stuzzicante (pur senza far gridare al miracolo) di un qualcosa di perennemente oscillante fra Hitchcock e ghost story, che decide solo in extremis dove andar davvero a parare.
    7 Days to Live andava con una certa regolarità sulla “vecchia” La7, quando ancora si ricordavano cosa fossero i film (poi dev’esserci stato un altro passaggio fugace anni fa su 7 Gold e basta, a quanto ricordo)…

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  5. Kuku ha detto:

    Ieri notte ero incerta se vedere Half Light, ma poi ho desistito per tema di incubi notturni…se guardo film troppo emotivamente carichi prima di addormentarmi, poi dormo male!
    Questi fari ultimamente ricorrono un sacco!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Hai visto? Che stiano tornando di moda? 😛
      Teoricamente il film ti avrebbe provocato incubi, perché ha diversi passaggi emotivamente intensi: però in pratica temo che l’esecuzione non certo perfetta alla fine non ti avrebbe provocato che uno sbuffo 😛

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