[Serie TV] Sharp Objects (2018)

Vi è mai capitato di seguire con passione una serie malgrado non vi piaccia? Non fate che passare il tempo ad identificare difetti, cose che potevano essere trattate meglio, idee che potevano essere sviluppate in modo diverso, personaggi che proprio non vi convincono… e alla fine vi rendete conto che pur essendo totalmente sbagliata, la serie vi ha preso e non riuscite più a farne a meno: otto episodi volano e alla fine… ne avreste voluti di più!
A me è successo due settimane fa con Sharp Objects (HBO), prodotta e interpretata da una Amy Adams più eccezionale che mai.

La serie è tratta dal romanzo omonimo (Rizzoli, luglio 2018, traduzione di Barbara Murgia) di Gillian Flynn, autrice diventata famosa per un altro suo romanzo trasformato in film di successo, Gone Girl (2014): l’anno successivo si cercò di replicare con un altro suo libro portato su schermo, ma Dark Places (2015) ha avuto un’accoglienza straordinariamente fredda.
Piemme aveva già portato in Italia nel 2008 il romanzo d’esordio della giovane scrittrice del Missouri, con il titolo Sulla pelle, ed onestamente si sente che è un’opera prima. Ma andiamo con ordine: prima un accenno di trama (senza spoiler, tranquilli).

Per me andrebbe bene anche solo un’inquadratura fissa su Amy Adams!

La provincia americana è da sempre fonte inesauribile di storie dell’orrore, senza neanche bisogno di particolari interventi paranormali: basta la gente e il marcio che hanno dentro per trasformare in ambiente mortale qualsiasi paesino, in qualsiasi epoca.
Qui abbiamo Wind Gap («all’estremità meridionale del Missouri, nel tacco dello stivale. A uno sputo dal Tennessee e dall’Arkansas»), sonnacchiosa cittadina “sudista” costruita attorno ad una grande fabbrica di carne di maiale. Sì, fabbrica, perché i poveri maiali in essa contenuti non hanno alcuna differenza da semplice materiale industriale, se non essere trattati peggio.
Lo stile di vita della popolazione sembra medio-alto («Ha circa duemila abitanti. Solida vecchia borghesia e gentaglia») e di sicuro svetta su tutti la famiglia che possiede la fabbrica: ricca da sempre, i propri membri non lavorano nemmeno. Passano la loro vita in veranda a prendere tè freddo: non può venire niente di buono da questo.

Dopo un’infanzia terribile e un’adolescenza umiliante, Camille è riuscita ad abbandonare quel paesino prima di morirci e si è trasferita nella grande città di Chicago. Fa la giornalista per il “Chicago Daily Post” e un brutto giorno ottiene il peggior incarico che potesse immaginare. «Sento puzza di serial killer. Prendi la macchina, vai laggiù e vedi di tirarci fuori un bel pezzo. In fretta»: così il suo capo la manda nel proprio paese natale, ad otto anni di distanza dalla fuga, a scrivere delle due bambine trovate morte negli ultimi tempi.
Inizia un viaggio nell’incubo, quello fatto di gente normale con problemi normali: riuscite a concepire orrore peggiore?

Ben tornata all’inferno, Camille

La trama non eccelle certo per originalità, il “ritorno a casa” è un tema già ampiamente trattato con varie sfumature, e la doppia strada intrapresa dalla narrazione oserei dire che sbaglia entrambe le direzioni: quella del giallo non è capace di raccontare alcun giallo, quella dello scavo psicologico non fa che rimanere in superficie. Quindi il mio giudizio è negativo? No, affatto…
Lo confesso, non sono obiettivo perché sono pazzo di Amy Adams e adoro tutto ciò che fa, quindi potrei sembrare di parte nell’affermare che la sua Camille è uno dei migliori personaggi che mi sia capitato di incontrare ultimamente. Per capire quanto ci fosse di costruito apposta per lo schermo e quanto provenisse dal romanzo originale, mi sono preso quest’ultimo con l’intenzione di dargli una “leggiucchiata”. Così, giusto per recensire meglio la serie TV. E per la settimana successiva non sono più riuscito a staccare gli occhi dalle pagine!

Anche il romanzo crea una sensazione strana. È un’opera prima, è una narrazione acerba, è pieno di difetti e i personaggi sono buttati via, eppure ha l’innegabile dono di catturarti ma soprattutto di farti innamorare perdutamente di Camille, l’unico personaggio davvero approfondito, in un testo che proprio nella caratterizzazione dei personaggi ha il maggior difetto.

Si è capito che sono pazzo di Amy Adams e dei suoi occhioni?

Camille è una donna spezzata, vari problemi familiari l’hanno portata a sviluppare quella reazione particolare per cui esterna il dolore interno… facendolo ritornare su di sé dall’esterno. Camille si taglia sin da bambina, e per sedici anni di fila si è deturpata ogni angolo del proprio corpo con le parole più disparate.

«Il fatto è, vedete… sono una che si taglia. O, se preferite, che si incide, si tagliuzza, si affetta, si pugnala. Sono un caso molto, molto speciale. Perché ho uno scopo. La mia pelle, dovete sapere, urla. È coperta di parole – “cucina”, “tesoro”, “gattina”, “riccioli” – come se un intagliatore alle prime armi avesse imparato il mestiere sulla mia carne.»

Ad eccezione di collo e viso, e di un angolino sulla schiena, ogni centimetro della pelle di Camille porta inciso uno stato d’animo, che vibra e brucia quando lei lo prova.

«Camminai avanti e indietro per un po’, cercando di ritrovare un ritmo di respiro regolare, di mettere a tacere la mia pelle. Che però continuava a urlare. Talvolta le mie cicatrici hanno una volontà tutta loro.»

Un aspetto solo vagamente accennato nella serie è che sul corpo di Camille brucia volta per volta la parola che più si avvicina all’errore che lei sta commettendo, o alla situazione sbagliata in cui si sta infilando. Questo non vuol dire che eviti di commettere quegli errori, ma semplicemente che le sue ferite sono più sveglie di lei.
All’età di tredici anni Camille si è incisa la prima parola, “depravata”, dopo che l’intera squadra di football del paese l’ha stuprata a turno. Non li ha denunciati, anzi li ha invitati lei: era l’unico modo per diventare popolare a Wind Gap.
Sedici anni dopo, Camille si è incisa l’ultima parola, “svanire”. E da allora non si taglia? Esatto, ma questo non vuol dire che non ci pensi. «Per la maggior parte del tempo in cui sono sobria desidero tagliarmi, incidere parole sul mio corpo.»

Scrivere su di sé il proprio dolore

Amy Adams ha almeno dieci anni di più di Camille, e per questo alcune situazioni della serie forse risultano un po’ “fuori fase”, ma al di là di questo sa rendere perfettamente una donna spezzata. Nelle interviste racconta che per i sei mesi di riprese sentiva l’ansia di Camille sopraffarla e non era facile a fine giornata uscire dal personaggio.
Mentre la TV è piena di anoressiche ragazzine che si atteggiano a fotomodelle, per interpretare Camille serviva una donna, fragile e forte, sofferente e cocciuta. Amy mette in gioco ogni centimetro del suo corpo per rendere il personaggio assolutamente credibile e soprattutto affascinante. In un paese fatto di donne giovani che girano nude, facendo sfoggio del proprio corpo, Camille lo tiene blindato e nascosto a tutti. Fino alle estreme conseguenze. Da sedici anni infatti Camille non fa sesso: nessun uomo deve vedere il suo corpo martoriato, che è solo suo.

Una scena intensa, resa molto meglio in TV che nel romanzo

Se Camille è un personaggio azzeccatissimo e splendido, tutto il resto purtroppo lascia a desiderare: cosa sappiamo dei tanti altri personaggi che teoricamente sono sospettati di aver ucciso due ragazzine? Niente, semplici figuranti che passano e vanno: anonimi e privi di volto.
Come dicevo, la “strada gialla” non ha nulla di giallo: neanche per un minuto delle sei puntate ci sono dei sospetti su qualcuno, né indizi né altro. Malgrado Sharp Objects racconti la caccia ad un serial killer di bambine, niente di questa “caccia” viene raccontato.

Quindi è la storia di una donna problematica che torna lì dove tutto il suo male è cominciato? Sì, teoricamente: il problema è che a parte la madre Adora (una bravissima Patricia Clarkson) e la sorellastra Amma (una odiosissima Eliza Scanlen) il resto è a malapena accennato. Solamente dopo aver letto il romanzo ho capito chi erano alcuni personaggi, buttati nella serie a casaccio e rimasti vaghi.

Stateci voi al caldo sole del sud con tutto il corpo coperto!

Romanzo e serie TV sono complementari, perché il testo spiega ciò che su schermo non è che si capisca tanto, e attori bravissimi regalano volti da immaginare mentre si legge.
Malgrado tutti i difetti, è stata una bella esperienza prima vedere la serie e poi leggermi il libro, che mai avrei pensato di proseguire dopo le prime pagine e invece mi manca da morire sin da un attimo dopo averlo finito.
Camille è un personaggio che non si dimentica, e giustamente Amy Adams – alla ricerca di ruoli più complessi della moglie del protagonista, che di solito è chiamata ad interpretare – ha voluto fortemente portare su schermo. Spero continui sempre a regalarci personaggi così splendidi.

L.

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13 risposte a [Serie TV] Sharp Objects (2018)

  1. Francesca Fichera ha detto:

    Ottimo articolo! Mi fa quasi venire voglia di riprenderla (sono ferma al pilota)!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Ti ringrazio e ti consiglio di riprenderla. Come detto è una serie che considero piena di difetti, i personaggi sono descritti in modo troppo sommario e la narrazione non sembra sapere bene dove andare (è un giallo ma non si comporta come un giallo!) eppure Camille è strepitosa e malgrado qualche lungaggine – quasi sempre aggiunta apocrifa per lo schermo – sono otto puntate che volano via d’un fiato.
      Non tutto si capisce, anche il finale lascia più di un dubbio: per questo poi ti consiglio il romanzo, molto bello e molto più esplicativo 😉

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  2. Daniele Artioli ha detto:

    Sono d’accordo, ma ammetto di aver preferito la serie al libro: secondo me ha una regia che salva il materiale fiacco e superficiale da cui parte, e Amy Adams, ovviamente, fa un lavoro mostruoso.
    Il regista di Sharp Objects ha diretto anche Big Little Lies un paio di anni fa, una serie completamente diversa ma che a me è piaciuta da impazzire; l’hai vista?

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      In questi giorni trovo citata “Big Little Lies” ovunque, ma oltre le prime due puntate non sono riuscito a vedere: le attrici sono tutte bravissime ma non mi prende, non mi interessa e non riesco a superare il senso di “già visto”.
      Che “Sharp Objects” sia un romanzo d’esordio e quindi acerbo lo si capisce chiaramente, leggendolo, ma al contrario affronta questioni tutt’altro che fiacche e superficiali: semplicemente non riesce a gestirle in maniera soddisfacente.
      La serie riesce ad essere ancora più superficiale, aggiungendo lungaggini totalmente inutili – tipo mezza puntata dedicata a quell’inutile fiera di paese sulla Guerra Civile: ma che c’entrava? A che serviva se non a farci annoiare?
      Il romanzo ha il vantaggio di spiegare ciò che nella serie è buttato via a casaccio: ma chi sono quei personaggi che entrano ed escono così, come fossero dei passanti occasionali? Almeno nel romanzo li si riesce a capire, così come si capisce quel finale che onestamente la serie ha un po’ pasticciato.
      Non saprei dire quale è meglio: personalmente mi è molto piaciuta l’unione dei due, perché si completano a vicenda 😉

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  3. Cassidy ha detto:

    Altro giro, altra corsa, altra serie che ho tra quelle da vedere, quindi purtroppo ti ho leggiucchiato con un occhio solo perché vorrei recuperarla. Lo ammetto candidamente, principalmente per Amy Adams che trovo brava e ipnotica, passerei le orea guardarla. Cheers!

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  4. Pietro Sabatelli ha detto:

    Mi è piaciuto, e tanto, eppure qualcosa non mi ha convinto fino in fondo, ma dopotutto non tutte le ciambelle escono con il buco 😉

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  5. amulius ha detto:

    Amy Adams è la mia attrice preferita (nonché erede spirituale di Di Caprio nella corsa ad un Oscar agognato ma mai raggiunto), ma ho rimandato la visione di questa serie finora perché non sono del mood giusto per una serie del genere. Dopo la tua disamina, però, non penso che potrò rimandare a lungo.
    La Adams è un’attrice completa (oltre ad avere un fascino fuori scala) e, a quanto ho capito, in questa serie ha dato l’ennesima dimostrazione di bravura.
    Quali sono le ragioni, secondo te, per aver tralasciato nella serie alcuni aspetti importanti nel libro? Un non lettore la potrebbe apprezzare comunque o i buchi di trama sono incolmabili?

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Più che buchi di trama parlerei di un equilibrio non perfetto nella trama (passaggi lunghi e nebulosi si alternano a importanti sviluppi velocissimi che rischiano di non essere chiari) e quel che peggio di personaggi gestiti male. Considera che teoricamente tutti gli abitanti sono sospettati, quindi la protagonista nella sua “indagine” passa in rassegna la varia umanità locale: è importante non trasformare la cosa in una parata di comparse anonime e indistinguibili, e invece è proprio quello che succede. Però è un difetto anche del romanzo, che – da opera prima ottima ma un po’ acerba – approfondisce solo Camille, la madre e un po’ (non troppo) la sorella mentre il resto è quasi solo rumore di fondo.
      La serie ha di buono che cerca di sopperire ad un curioso difetto del romanzo, cioè la quasi totale assenza di maschi! E’ una storia totalmente al femminile, a parte un poliziotto del tutto marginale e un padre che fa da carta da parati non ci sono uomini a Wind Gap, solo donne orribili che si odiano e si fanno le peggio cose sin dalle scuole. Per questo dico che è un romanzo “acerbo”.
      Dunque la serie è narrativamente più matura del romanzo ma parecchi punti li ho trovati troppo superficiali, quasi scontati e li ho capiti solamente leggendo il romanzo! Però magari sono troppo puntiglioso: Amy Adams è di una bravura titanica e sono otto puntate che sicuramente di piaceranno 😉

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  6. Giuseppe ha detto:

    Sì, si capisce perfettamente che sei pazzo di Amy Adams e dei suoi occhioni: del resto come si può non impazzire per una così bella e -anche in questo caso- brava coetanea (annata ’74)? 😉

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