Howling 1 (1981) L’ululato

Essere editor di una rivista in crescita esponenziale come “Fangoria” garantisce qualche privilegio, così Bob Martin – già noto ai lettori del blog, visto che è stato il principale cantore della saga di Venerdì 13 – appena saputo che il giovane talento Joe Dante pare stia girando un film sui lupi mannari, invece di basarsi sul sentito dire può andare dal regista in persona e chiedergli se userà i soliti trucchi del genere: dissolvenze incrociate e cose varie. Dante nega, ma vatti a fidare dei registi…

Novembre 1980, Bob Martin partecipa al festival New York Creation Convention dove la Avco Embassy Pictures presenta il suo film di punta, Scanners di David Cronenberg, che fa la parte del leone. Però viene proiettata anche un’anteprima: una scena in esclusiva con un uomo che si trasforma in lupo. La platea esplode: nessuno ha mai visto niente del genere.
È nato il fenomeno chiamato The Howling.


Indice:


Introduzione:
Fratelli minori

Il 21 agosto 1981 la Universal Pictures distribuisce nei cinema statunitensi Un lupo mannaro americano a Londra, un film che John Landis voleva fare almeno dal 1973 ed aspettava il momento giusto. La pellicola è un successo clamoroso e grazie alla fama che il regista acquista sempre di più con i suoi titoli può conoscere una grande distribuzione, e far dimenticare il film Orion che è uscito esattamente un mese prima: Wolfen. La belva immortale (24 luglio 1981) dal romanzo del 1978 di Whitley Strieber. Si sa, davanti al grande titolo, quelli minori o spariscono o subiscono l’etichetta di “fratelli minori”. Anche se vengono prima.

Se Wolfen è sparito, l’etichetta di “fratello minore” tocca ad un film della piccola Avco Embassy presentato all’Avoriaz Fantastic Film Festival già nel gennaio 1981, poi arrivato sugli schermi americani nel marzo successivo. È il prodotto che segna il cambio di un’epoca: ci sono i film di lupi mannari prima e ci sono i film di lupi mannari dopo. Quello di Landis viene dopo, e nessuno mi toglie dalla testa – lo dirà Dante stesso vent’anni dopo – che è riuscito ad essere prodotto solo perché si è sparsa la voce che il prodotto Avco era qualcosa di sensazionale.

«I denti sono più grandi. Più affilati. La saliva cola dappertutto. Le orecchie iniziano ad allungarsi sulla testa. Tutto ciò che si vede – e non è un bel vedere – si ingrandisce. Faccia. Mascelle. Corpo. Gambe. Finché ad un certo punto la creatura è alta più di due metri. Il più grande maledetto lupo mannaro che abbiate mai visto

Così scrive l’entusiasta Tony Crawley nel recensire il film su “Starburst” nel giugno 1981: l’anno dei lupi mannari. Sebbene da allora John Landis abbia la nomina di “fratello maggiore”, non avrebbe mai potuto fare il suo film se prima il “fratello minore” Joe Dante non avesse creato quel capolavoro di The Howling.

I capolavori hanno sempre grafiche semplici…



Un regista promettente

«Joe Dante ha 31 anni: non abbastanza giovane da essere un “talento spielberghiano” ma abbastanza giovane perché il suo talento risulti impressionante»: così viene introdotto il cineasta di Livingston (New Jersey) da Bill Warren di “Starburst” n. 36 (agosto 1981), che presenta una lunga intervista-chiacchierata in due parti. La prima si conclude quando Dante spiega come sia difficile portare fantascienza ed horror al cinema, dove «i produttori sono felici solo quando le trame sono semplici», mentre spesso grandi romanzi di genere hanno un grado di approfondimento delle storie e dei personaggi che il medium cinema non sembra pronto ad accogliere. «La fuga di Logan non aiuta», si lamenta il regista. «Quella è l’idea che qualcuno ha del film di fantascienza, così come L’uomo che cadde sulla Terra è l’idea che qualcun altro ha del “film artistico”. Io penso che la vera fantascienza sia molto più vicina al film artistico che ai film di Saul David.» (Produttore del citato La fuga di Logan ma anche di Viaggio allucinante.)

Joe Dante: un fine artigiano in un mondo di prodotti di massa

È un momento particolare della carriera del regista, cresciuto – come i migliori – alla scuola di Roger Corman. Si è appena attirato l’attenzione di tutti grazie a Piranha (1978), film che ha fatto finire il suo nome sulle scrivanie dei produttori delle grandi case, e così Dante ha scoperto la grande differenza tra lavorare per Roger Corman e per le major hollywoodiane.

«Corman è una persona che può darti una risposta con cui non sei d’accordo, ma è una risposta. Quando ti ritrovi in una situazione gerarchica e poni una domanda, tutto si fa etereo. Ottieni un “no” e non sai neanche con chi prendertela: te l’ha dato qualche persona senza volto che non incontrerai mai e di cui non saprai mai il nome.»

La scottatura del “successo” arriva subito: De Laurentiis gli affida Orca 2 – l’immotivato seguito del terrificante L’orca assassina (1977) che per fortuna non sembra essere stato poi fatto – e la Universal gli affida Lo Squalo 3 (il cui titolo di lavorazione è Jaws 3 Humans 0). Ovvio, no? Uno che ha appena ottenuto successo coi pesci assassini, deve restare in ambiente ittico… Per fortuna il progetto Orca 2 affonda subito mentre il terzo squalo vedrà la luce solo nel 1983, per altra mano. Dante gli aveva dato un’impronta più frizzante, se non proprio umoristica – racconta nell’intervista – mentre la Universal voleva un copia-e-incolla del primo film. Infatti il risultato è il nulla più dimenticabile: se l’avesse fatto Dante, ne staremmo invece ancora parlando.

Appena lanciato nel grande cinema, quello che sposta grandi soldi, Joe Dante ha già due enormi pesci morti in salotto: «Più mi rendo conto di come funzioni quest’industria, più apprezzo Roger Corman», è il commento sconsolato del giovane regista.

Stando alle parole di Dante, tutto nasce da un favore all’amico Allan Arkush, produttore di quell’Hollywood Boulevard che è l’esordio registico di Joe. Arkush sta producendo ma anche dirigendo Il liceo del rock ’n’ roll (1979) quando si ammala e per due giorni deve stare fermo: gli subentra l’amico Joe a farne le veci. Per sdebitarsi, Arkash gli fa sapere che con Daniel H. Blatt – già noto a Dante e che produrrà Cujo (1983) – sta producendo un film sui lupi mannari: per caso interessa? Certo che interessa.

Il problema è che la AVCO Embassy Pictures (oggi solo Embassy Pictures) ha già un produttore, sceneggiatore e regista a lavoro sul film, Jack Conrad: un esordiente sconosciuto contro la nuova promessa del cinema horror. Dante non spiega cosa sia successo, ma Conrad rimane solo produttore del film, e scompare anche la sceneggiatura tratta dal romanzo di cui ha comprato i diritti.

Per sapere tutto sul romanzo di Gary Brandner, vi rimando a quanto ho già scritto.

Il testo da cui è tratto e non tratto il film

Scomparsa la sceneggiatura di Conrad, Dante stesso ci racconta – in “Delirium” n. 7 (2015) – che ha apprezzato il copione scritto da Terence “Terry” H. Winkless ma che ha preferito farlo “rinforzare” da John Sayles, scrittore che aveva esordito proprio con Piranha.
«È un peccato che il film non abbia attinto di più dal romanzo», commenta John Bowles nella rubrica libraria della rivista di cinema “Starburst” n. 36 (agosto 1981), dando un giudizio finale sul libro di Brandner: «Non sarà grande letteratura ma è leggibile e scorrevole». Mi sento di concordare, in generale, invece dissento sul considerare romanzo e film differenti: lo sono, ma semplicemente perché il film sa prendere gli aspetti migliori del testo e renderli al meglio in video. «Era una di quelle situazioni dove ciò che funziona bene nel romanzo non necessariamente funziona anche sullo schermo», conferma Dante al giornalista David Everitt che l’ha intervistato per “Fangoria” n. 20 (luglio 1982).

«Una precedente sceneggiatura toglieva di mezzo l’idea dei lupi mannari e li sostituiva con spiriti di persone che, nei boschi notturni, si impossessavano di lupi: non mi sembrava qualcosa di spaventoso. Così siamo tornati al libro, che era una storia di lupi mannari: la differenza basilare è che il romanzo si svolge in una di quelle cittadine che non sono mai esistite, che non hanno telefoni né strade, con quelle peculiarità che puoi trovare nei romanzi ma non puoi rendere credibili in un film. Così Sayles ha avuto l’idea di ambientare la storia in una clinica, così da avere lo stesso tipo di situazione isolata solo che ora c’è un motivo. Abbiamo usato il libro come base di partenza.»

La forza del film dunque è proprio l’aver preso il meglio di un romanzo moderno e averlo reso ancora più moderno.



Lupi mai visti prima

Intervistato per “Fangoria” n. 20 (luglio 1982), Dante racconta la sua ricerca di “originalità”:

«Non c’era motivo di fare le scene di mutazione com’erano già state fatte prima, per un semplice motivo: erano già state fatte prima. L’ultimo paio di film sui licantropi non hanno avuto molto successo; Legend of the Werewolf [1975] di Freddie Francis non è stato neanche distribuito, qui, e dopo un paio di film come La notte del licantropo [1974] sembra che il genere sia finito. Perciò abbiamo voluto provare a fare qualcosa di diverso.»

Ciò che preme al regista è di fare qualcosa di nuovo, il che può sembrare paradossale visti i tre decenni di lupi mannari al cinema con cui doveva fare i conti. Per fortuna di Joe tutti quei film sono accomunati da un difetto: passata l’enfasi per il geniale lavoro di Jack Pierce nel capostipite L’uomo lupo (1941), la trasformazione da uomo a quadrupede è sempre stato il momento più debole dei film. Con una storia “moderna” per le mani, Joe dà a Rick Baker mandato di stupire. Baker sta facendo una carriera tutta in salita e sta lavorando a film sempre più di alta qualità, quindi Dante sa che si sta mettendo nelle mani giuste… mani che però all’ultimo secondo si scansano.

«All’inizio Rick Baker era coinvolto nel progetto, ma all’improvviso si è ricordato di aver promesso a John Landis, suo amico di lunga data, di lavorare al suo film, che sta per entrare in pre-produzione.»

Queste parole – pronunciate ad aprile 1981, come viene specificato dal giornalista Bill Warren di “Starburst” (settembre 1981) – non sembrano lasciar trasparire troppo risentimento, anche perché vedremo che a Dante è andata di lusso.

Intervistato nello stesso 1981 da Jeff Gelb per “Fangoria” (n. 14), Rick Baker afferma che già ai tempi di Schlock (1973) si era messo d’accordo con l’esordiente John Landis – conosciuto in quel momento – per fare un film di lupi mannari: il problema è che non c’era la tecnologia per fare quello che avevano in mente, e l’idea venne accantonata.

«Ho poi ricevuto una chiamata dal regista Joe Dante e dal produttore Mike Finnell in cui mi proponevano gli effetti speciali per The Howling. Non avevano ancora un copione e così mi passarono il romanzo da cui sarebbe stato tratto il film. Ero interessato a trattare i lupi mannari ma già me l’aveva proposto Landis: il problema era che all’epoca i tempi non erano ancora maturi.»

Malgrado gli venga proposta totale libertà, e di solito il curatore degli effetti speciali non ne ha così tanta, Baker rimane fedele a Landis ma non lascia Dante a mani vuote: gli lascia un suo protetto molto promettente, e lui rimane come consulente.
Per un maestro che va, uno ne arriva. Rick infatti lascia sul set un certo Rob, che potreste anche aver sentito nominare: un certo Rob Bottin… che diventerà uno dei più grandi maestri degli effetti speciali meccanici e cosmetici degli anni Ottanta.

Nessun rancore, Rick, vai pure da John Landis…



Un maestro
di nome Rob Bottin

La nascita della collaborazione fra Rick Baker e Rob Bottin ha dell’incredibile, e quest’ultimo la racconta a Bob Martin nel citato numero di “Fangoria” (febbraio 1981).

Una sua compagna di scuola un giorno va da Rob e gli dice che, tramite un giro di amicizie, ha conosciuto «quel tizio che ha curato i trucchi di quel film di cui parli sempre, L’Esorcista.» Rob ha un sussulto e chiede se sia Dick Smith, invece no, «è quell’altro, di cui nessuno si ricorda mai». È Rick Baker, ugualmente un mito per Rob. Quest’ultimo prende uno dei disegni che si diverte a fare – un ritratto di Lon Chaney preso da un film d’annata – e lo passa all’amica: può farselo autografare da Baker?
Quando si rivedono, la ragazza gli dice che no, non gliel’ha autografato. Però Baker ha detto che conosce disegnatori professionisti che non avrebbero saputo creare ritratti di quella qualità, e ha voluto sapere chi l’avesse fatto. Un ragazzo di 14 anni di nome Rob Bottin.
La ragazza gli passa ciò che Baker le ha dato: un biglietto da visita con l’incitazione a chiamarlo. Da allora i due giovani iniziano la carriera che li porterà ad essere fra i più grandi maestri degli effetti horror. Quelli veri, quelli “analogici”.

Bottin è anche uno dei “figli di Corman” e si è fatto notare sul set del citato Il liceo del rock ’n’ roll (1979), dove Joe Dante aveva girato per qualche giorno. Insieme a Corman, produttore era Michael Finnell che aveva chiesto al giovane Bottin un enorme costume da topo, ricevendo in risposta che sarebbe costato circa duemila dollari. A “Cinefantastique” (estate 1981) Bottin racconta che Finnell voleva spendere al massimo 25 dollari… e gli serviva per il giorno dopo! «Dovevo aiutare qualcuno così folle e disperato!»

Solo Rob Bottin ti fa luponi con due spicci!

Rob Bottin compie il miracolo e così è Finnell stesso a farlo conoscere a Dante per il progetto Howling. Il giovane Bottin si affianca all’affermato Rick Baker nello studiare un sistema per mostrare una trasformazione in lupo mannaro che fosse diversa da quelle mostrate ai tempi d’oro di Hollywood, e ad aiutarli arriva Dick Smith, il genio che aveva appena conquistato tutti con i suoi incredibili effetti in Stati di allucinazione (1980) di Ken Russell. Baker e Bottin decidono che vale la pena provare quello stile, e si organizzano: gireranno un test filmato che sottoporranno alla Avco per dimostrare che il loro sistema funziona. Prendono l’appuntamento per firmare il contratto e ricevere un assegno a copertura delle spese… ma il giorno prima arriva una telefonata fatale: il lupo mannaro americano di John Landis è pronto a partire per Londra. Baker deve scendere dal treno in corsa.

Il problema è che Baker butta un’occhiata sugli schizzi che ha intanto preparato: sono perfetti per il film di Landis. «Dissi [a Finnell e Dante] che non sarebbe stato giusto nei confronti di John Landis utilizzare quei disegni, per cui non potevo lasciarli a loro: in compenso, sarei rimasto a disposizione per risolvere problemi e domande varie», racconta Baker a Jordan R. Fox della citata “Cinefantastique”.

Il giovane Bottin non è per nulla tranquillo all’idea di ritrovarsi all’improvviso da solo a gestire effetti di trucco mai presentati prima. Aiutato moralmente da Baker e riutilizzando alcune tecniche che aveva già utilizzato nel minuscolo Tanya’s Island (1980), Bottin è pronto all’azione.

«La lista degli effetti che volevano da me era incredibile. Volevano le più incredibili trasformazioni mai filmate, e continuavano a chiedermi: “Sei sicuro di saper fare tutta questa roba?”»

Curiosamente, sarà la stessa domanda che gli porrà John Carpenter durante la pre-produzione de La Cosa (1982), e anche lì Rob Bottin scriverà da solo una intera pagina di cinema degli effetti speciali.

Messo su un gruppo di venticinque tecnici – che per un film a basso budget è una cifra importante – Bottin comincia a sfornare materiale su materiale. Almeno quindici sculture di testa di lupo mannaro vengono create prima di trovare un risultato soddisfacente, mentre vengono prodotti meccanismi basculanti e ingranaggi mobili per creare una testa umana che si trasformi in canide peloso.

Jeff Shank

I suoi tecnici fanno proposte che Bottin rifiuta: roba già vista, c’è bisogno di qualcosa di nuovo. Raccontano i suoi collaboratori che a volte arrivavano la mattina a studio e scoprivano che Rob aveva passato lì tutta la notte, a buttar giù idee ma soprattutto alla disperata ricerca della forma perfetta di lupo mannaro. Un lavoro duro che finisce con un apparato meccanico, protesico e addirittura dentario come nessun altro film simile ha mai mostrato. Tutto ciò che si vede su schermo è stato ideato da un giovane genio che è entrato in punta di piedi in una piccola produzione e ne è uscito seduto sul trono del re.

Dopo aver visto The Howling, Ridley Scott si dice che quello che ha curato gli effetti speciali è proprio il tizio giusto che gli serve per Legend (1985). Possiamo proprio dirlo, di Rob Bottin: lui è Leggenda…



Greg Cannon:
l’altro maestro

Fa parte della squadra anche un giovane talento di nome Greg Cannon, anche lui cresciuto all’ombra di Rick Baker. L’occasione della sua vita arriva con l’inizio degli anni Ottanta e l’ingaggio a lavorare al trucco di Scanners (1981) di Cronenberg insieme al grande Dick Smith: una malattia gli fa saltare il lavoro e rimarrà sempre un grande rimpianto.
Si consola andando a passare ben nove mesi a gestire i trucchi per The Howling, curando pelurie e cicatrici, sgarri sanguinolenti e zanne varie. Con un risultato più che eccellente, sebbene all’intervistatrice Ellen Carlomagno nel 1982 neanche citi il film di Dante: parla semplicemente di aver fatto «un paio di film insieme a Rob Bottin». I lupacchiotti non devono avergli lasciato un gran ricordo.

Alcuni lavori truculenti di Greg Cannon.
Lui stesso, in basso a destra, ha provato su di sé il morso dei lupi di The Howling



Il cast

Joe Dante aveva apprezzato l’attrice Dee Wallace ne Le colline hanno gli occhi (1977) e le fece un provino ben sapendo che sicuramente l’avrebbe presa, anche se l’attrice lavorava quasi prevalentemente in TV. La donna nel 2016 ha partecipato ad un’intervista doppia con il regista per il numero 285 di “Famous Monsters of Filmland” in cui si festeggiavano i 35 anni di The Howling: Dante deve molto a quella rivista, ma di questo parlerò nel post dedicato alle citazioni.

La Wallace racconta che uno dei produttori, Dan Blatt, le disse che avevano problemi a trovare l’attore per il ruolo di suo marito, così l’attrice se ne esce candidamente: «Be’, c’è questo tizio con cui ho lavorato, Christopher Smith, o Stone, qualcosa con la “s”.» Christopher Stone viene provinato, piace e viene assunto. Quando Blatt gli telefona per comunicargli l’ingaggio, alla cornetta… risponde Dee Wallace. No, non ha sbagliato numero: i due vivono insieme.
Il commento del produttore è stato testualmente «Oh shit!» ma subito l’attrice ha saputo correre ai ripari: «Mettila così, risparmierete perché divideremo la stessa roulotte». Una risata è stata la soluzione a tutto.
Non ha riso invece la donna quando ha scoperto che il marito avrebbe dovuto recitare in una bollente scena di sesso fra i boschi con una lupa mangia-uomini.

«Ricordo che Joe venne da me il giorno prima [delle riprese della scena di sesso] e mi disse: “Be’, sai, Dee, la troupe ti adora e sa del tuo rapporto con Chris e, be’, francamente sono tutti preoccupati per la scena di domani: si chiedono se sarai presente alle riprese”. Io risposi: “Diavolo, no, non ci sarò!” E lui mi guardò con sollievo: “Grazie a Dio!” Così me ne andai in città e mi ubriacai.»

Il 28 giugno 1980 Wallace sposa Christopher Stone e i due torneranno a lavorare insieme di lì a poco in Cujo (1983): un infarto porterà via Stone nel 1995.

Dee Wallace e Christopher Stone, coppia nella vita e nei film horror

La citata scena di sesso viene girata con Elisabeth Brooks nel ruolo della lupa mangia-uomini Marsha.

Riprese a cui una moglie non dovrebbe assistere

Molto attiva in TV, la Brooks per anni sarà venerata dai fan per il suo ruolo da licantropa: un cancro al cervello la porterà via nel 1997.

Elisabeth Brooks: lupa per sempre

Dante racconta che il budget del film era finito proprio prima della scena madre finale, qualcosa che avrebbe gettato nella disperazione qualsiasi regista… ma non chi ha avuto per maestro Roger Corman. L’uomo che raccontava ai suoi allievi di quando da giovane si girava con i fari delle auto a mo’ di fari luminosi.
Dante, che ha sempre affermato di aver imparato tutto da Corman, non potendosi più permettere una luminaria professionale, è passato a girare con i fari delle auto sul set.

Pare che non sia un effetto speciale ma proprio la faccia di John Carradine!

Durante le riprese è andato da John Carradine, vecchia volpe nonché mostro sacro del cinema di serie B-Z, e ovviamente si sentiva in soggezione.

«Ricordo che stavo lì davanti a Carradine e gli dissi: “Sai, John, questo non sarà il miglior film in cui sei apparso”. E lui mi rispose: “Be’, figliolo, non sarà neanche il peggiore”.»

Sono sicuro che uno dall’occhio lungo come John Carradine sapeva che invece quel film sarebbe diventato uno dei migliori fra i tantissimi in cui ha lavorato nei suoi ottant’anni di vita.

John Carradine si sente a casa sua, fra i mostri

In realtà, al netto della presenza in scena e della trama, la vera ed unica protagonista del film è Belinda Balaski, attrice con cui Dante lavorerà spesso.

«C’era questo personaggio che moriva e pensai che non poteva essere interpretato se non da lei: viene uccisa in tutti i film che fa, le riesce alla perfezione.»

Fra il serio e il faceto, nell’intervista dello speciale “Welcome to Werewolfland”, dedicato ai vent’anni del film, Dante racconta di come l’attrice sopportasse stoicamente tutto ciò che la trama prevedeva per lei, dopo che anni prima era morta male in Piranha. Nel montaggio finale del film, che è quello che ancora oggi vediamo tutti, è decisamente lei la vera protagonista della storia.

Il lupo e Belinda Balaski: veri protagonisti del film



L’uscita italiana

Presentato a New York il 13 marzo 1981, il 3 luglio successivo il film finisce sul tavolo della censura italiana e il 22 luglio ottiene il nulla osta per la proiezione con divieto ai minori di 14 anni, «in quanto il film presenta scene impressionanti come la trasformazione di uomini in licantropi e atti di violenza cui gli stessi si abbandonano.»
Esce nei cinema il 16 dicembre 1981 con il titolo L’ululato. Ancora dopo vent’anni Dante si dice seccato per le locandine con i lupi: lui preferisce quella con la ragazza che urla attraverso i tagli, perché è vaga e dà un senso di inquietudine senza specificare l’argomento del film. In Italia, per andare sul sicuro, escono entrambe le locandine.

Venerdì 30 ottobre 1987 Italia1 lo trasmette in prima serata quando probabilmente è già uscita la prima edizione VHS Domovideo.

Il 13 febbraio 1992 si riunisce la commissione di censura e, visti i tagli, rimuove il divieto ai minori: perché tagliare ora un film che è già alla fine del processo distributivo? Semplicemente perché in quella data torna nei piccoli cinema all’interno di varie rassegne, ed evidentemente il divieto ai minori rischiava di creare problemi. Però mi chiedo: le edizioni DVD hanno ancora quei tagli imposti in Italia nel 1992?

La Universal Pictures lo presenta in DVD dal 2004 in una splendida edizione DVD doppio disco, che ho trovato su bancarella qualche anno dopo. Malgrado sulla locandina sia specificato il divieto ai minori di 16 anni e la durata di addirittura 108 minuti – mentre IMDb parla di 91 per la durata originale – il film in realtà di minuti ne dura solo 86: onestamente non so giudicare se manchi qualcosa rispetto all’edizione vista da ragazzo…
L’edizione doppio disco viene ristampata da Pulp Video nel 2015, anche in Blu-ray, con (mi sembra) più inserti speciali e la durata dichiarata di 90 minuti: se qualcuno l’avesse, mi fa sapere l’effettiva durata?



Il film

Karen White (Dee Wallace) ha un problema grande e uno piccolo. Quello piccolo è che per misteriose ed inspiegabili ragioni il doppiaggio italiano le trasforma il cognome in While, e quello grande è che essendo una giornalista d’assalto ora deve incontrare Eddie, un pericoloso serial killer che sta mietendo vittime in città. E che ha la faccia di Robert Picardo!

Tutti gli attori hanno un mostro nell’armadio

Il luogo scelto per l’incontro è un lurido sexy shop aperto di notte, di quelli con le cabine dove chiudersi a vedere filmini porno. Quando la Wallace l’ha saputo è sbiancata: a detta di tutti, lo sgomento e la repulsione che le vediamo sul viso non è recitazione, è tutto autentico!

Una giornalista disposta ad infilarsi nei luoghi più truci

Chiusa nel buio con un serial killer, a guardare un finto filmino porno girato da Dante nel garage di casa sua – con due produttori con una calza in testa a strappare vestiti da una impaurita attricetta del Kansas – Karen rimane traumatizzata, in una scena che ricordo ancora riempì di orrore il mio cuoricino di quindicenne. E siamo solo ai primi minuti di film!

Sembra niente, ma questa scena mi riempì d’orrore

Traumattizata dall’incontro con Eddie, Karen perde la memoria e per ritrovarla viene invitata dal dottor George Waggner (una comparsata di Patrick Macnee) a passare del tempo nella sua comunità di recupero, chiamata La Colonia. E qua c’è un grande intoppo.
La Karyn del romanzo viene stuprata da uno sconosciuto che le lascia morsi addosso: l’esperienza terribile convince subito il lettore di tutti i problemi che il personaggio avrà durante la storia. La Karen del film non si sa che accidenti abbia, ciò che vive è troppo “leggero” per giustificare l’inquietudine che dimostrerà nel resto del film: Eddie le mette le mani sulle spalle. Basta. Un po’ pochino perché il personaggio abbia incubi per giorni…

Una scena che m’ha fatto cascare dalla sedia: giuro!

Trasferiti dunque in una non meglio chiarita comunità fra i boschi, cadiamo in un altro terribile buco di sceneggiatura, ma non per colpa di Joe.
Nella citata edizione doppio disco troverete abbondanti scene eliminate in fase di montaggio, che raccontano una storia ben diversa. Il film infatti doveva raccontarci la vita di Karen e suo marito Bill (Christopher Stone) in mezzo a persone traumatizzate che fra una festa in spiaggia e una battuta di caccia raccontano le proprie esperienze al dottor Waggner. Come nel romanzo, Karen fa amicizia con una coetanea del posto mentre gli incubi e le visioni di lupi la ossessionano. E mentre suo marito è stato “puntato” dalla lupa Marcha (Elisabeth Brooks).

Ti piace la carne al sangue, Bill?

Tutto questo è stato spazzato via dal montaggio, credo per arrivare ad un minutaggio più accettabile dai distributori. Visto che la parte finale del film è oltremodo lunga, si è dovuto tagliare tutta quella centrale, creando un problema di fondo: è tutto veloce e nebuloso, non si capisce che diavolo faccia Karen in comunità, la sua amica è stata tagliata di netto dal film (la si intravede solo nel finale), il dottor Waggner appare all’inizio e alla fine e non si capisce che cacchio c’entri nella storia (tutte le sue scene sono finite sul pavimento del montaggio) e in pratica tutta la buona sceneggiatura di Dante è stata massacrata per lasciare spazio agli effetti della trasformazione in lupo.

La vuoi vedere una magia?

Per carità, è ovvio che la lunga scena creata da Rob Bottin – e costata al povero attore Picardo infinite ore seduto al trucco – è la spina dorsale del film, con i suoi effetti di trasformazione mai visti prima su schermo, però sacrificarle l’intera sceneggiatura è stata una scelta che non mi sento di giustificare. Sarebbe bastato aggiungere quei dieci minuti di scene tagliate presenti nel DVD per avere un film totalmente diverso, molto più strutturato e molto più saldo nella sceneggiatura.
Invece abbiamo una protagonista che non fa una mazza di niente dall’inizio alla fine, che non si sa che accidenti pensi, mentre il marito scopicchia in giro e poi sparisce nel nulla senza spiegazioni, inghiottito in un montaggio devastante.
Ripeto, il film funziona, perché io stesso posso testimoniare come da ragazzo non ho notato alcun difetto e la paura mi ha attanagliato dal primo all’ultimo fotogramma, ma rivedendolo oggi – e vedendo ciò che manca – è impossibile non giudicare L’ululato un film spezzato, mancato. Davvero un gran peccato.

Va be’, grazie delle critiche: me le segno!

Solamente qualche altro personaggio ci viene mostrato, senza spiegare minimamente chi sia né perché si comporti in quel modo. Sono solo volti senza spessore che alla fine tirano fuori i canini.

A noi ce piace de magna’ la gente (“La società dei lupacchioni”)

In mezzo a questo c’è Terry Fisher (Belinda Balaski) e il suo fidanzato Chris Halloran (Dennis Dugan) che indagano non si sa perché, non si sa per chi, non si sa come, due personaggi secondari che un montaggio disastroso rende in realtà protagonisti assoluti! Ci sono sempre loro in ogni scena: ma protagonista non era Karen?
Un pensiero del genere deve averlo avuto anche Dante, che il giorno prima di mandare in stampa il film ha un’idea pazza, di quelle che solo i geni hanno. Far finire così il film è davvero triste, con quel non-finale incomprensibile montato malissimo – dove Dennis sembra lasciare un fucile solo per averlo in mano nella scena dopo. No, serve roba forte, serve un finale da urlo. Anzi… da ululato!

«Io vi farò credere…»

Seduta stante si inventa una scena, che non ha alcun collegamento con il resto del film. Chiama un paio di attori e si va tutti nell’ufficio della produzione: non ci sono né tempo né soldi per cercare un set, per cercare scenografie e quant’altro. Una parete bianca sarà l’unica location della magia.
Perché ora, non si sa come, Karen è stata morsa… e dovrà dimostrare al mondo che i lupi mannari esistono. È una giornalista, e quando va in diretta televisiva… è il momento perfetto per la rivelazione.

Una lacrima sul viso è la firma di Joe Dante

Dee Wallace aveva fatto mettere nero su bianco sul suo contratto che non sarebbe mai apparsa in forma di lupa, e l’attrice era una che i contratti li faceva rispettare. Chiedetelo alla produzione, che si è dovuta interrompere perché nel fienile alla fine c’erano delle ragazze a poppe di fuori: nel contratto la Wallace aveva preteso che non ci fosse alcun nudo all’infuori della scena di sesso intorno al falò, quindi quelle poppe dovevano sparire. E non ha ceduto per ore, finché per non perdere la giornata di lavoro hanno dovuto accontentarla. (Lo racconta lei stessa nel citato documentario “Welcome to Werewolfland”, che trovate nel doppio DVD.)
Non era facile spuntarla con Dee Wallace, quindi Dante ha dovuto far miracoli per mostrarla mannara nel finale: direi che ci è riuscito perfettamente.

La carne mi piace al sangue… (occhiolino occhiolino)

A salvare il film ci pensa quel finale splendido e straziante e un contro-finale frizzante in pieno Dante Style, seguito da titoli di testa che hanno lasciato il segno e ancora oggi sono inimitabili. Semplici ma perfetti: un hamburger che cuoce…

Titoli di testa da acquolina!

La forza del film non è la trama né la sceneggiatura (entrambe originariamente buone ma in seguito massacrate) bensì trucchi innovativi di grandissimo effetto: la “faccia” che diventa “muso” l’ha concepita Rick Baker e se l’è portata via andando da Landis, ma Rob Bottin è il primo a portarla su schermo.

Da Rob per Rick

Il lavoro da artigiano di Joe Dante lo si vede nelle foto di scena, presenti in abbondanza nel DVD: il giovane regista è lì a gestire ogni oggetto di scena inquadrato, in una cura maniacale che però rende benissimo. Quando vedete il film è la scenografia a colpirvi e a darvi un senso di inquietudine profonda, con quelle case sporche piene di ossa… E lo sapete perché quelle ossa mettono paura? Perché sono state messe lì da una mente perversa senza uguali. Un uomo che Joe assicura avere nella propria casa le terrificanti composizioni di ossa che l’hanno reso famoso: si chiama Robert “Bob” A. Burns e potreste aver visto un filmetto che ha curato, Non aprite quella porta (1974)…

Robert A. Burns nel ruolo del gestore porno

L’ululato gronda di citazioni e rimandi, un oceano di amore per il cinema horror che merita un post a sé stante: rimanete in giro!



Conclusione

Quando il film esce in patria, si alza un coro di grida: non sono giudizi, sono proprio grida. Dante gira da un cinema all’altro per sentire di nascosto il pubblico che grida, e grida: grida sempre.
Il film convince la critica ma soprattutto spaventa a morte il pubblico, guadagnando in breve tempo 18 milioni di dollari, che può sembrare poco… ma essendo costato un solo milione, vuol dire che Joe ha appena incassato 18 volte il suo budget. Ad Hollywood questo si chiama “fottuto successo”: Landis ha fatto bene a sbrigarsi, un altro po’ ed avrebbe fatto lui la figura del “fratello minore”.

«Potete davvero credere di vedere un uomo trasformarsi in un lupo davanti ai vostri occhi strabuzzanti.»

Nei digitali anni Duemila forse i gggiovani non capiranno questa frase scritta da sua maestà Forrest J. Ackerman nei confronti del lavoro di colui che chiama “Mighty Joe” Dante, giocando con il nome del celebre gorilla. Gli effetti al computer fanno sembrare qualsiasi cosa reale e quindi desensibilizzano lo spettatore: decenni di dissolvenze tremolanti e trucchetti poco efficaci avevano invece preparato la strada perché gli effetti “analogici” di Rob Bottin lasciassero senza fiato addirittura Ackerman, tra i più grandi conoscitori (e collezionisti) di cinema horror di sempre.

«Dalle notizie giunte alla stampa scopriamo che ci sarà un The Howling 2: wolf wolf!»

Così il citato Ackerman si lecca i baffi pregustando un seguito al sorprendente film: vedremo la settimana prossima quanto invece potrà cadere in basso (ululando di dolore) questa saga…

Intanto nei primi anni Ottanta il nostro Joe Dante è un regista sulla bocca di tutti e ha due grandi film di successo all’attivo, e questo a Hollywood significa… niente. I progetti che gli avevano ventilato evaporano via, come per esempio Philadelphia Experiment: dopo un anno a lavorarci, Dante se lo vede sfilare di mano. Non sono cose che fanno piacere.
A metà anni Ottanta il regista ha 500 dollari sul proprio conto, malgrado i suoi film incassino milioni a pioggia. È con un muso lungo lungo che un giorno va ad aprire la propria cassetta della posta. C’è un pacco, spedito da Steven Spielberg, con dentro la sceneggiatura per il film Gremlins. Il resto è storia…

L.



Bibliografia

  • Forrest J. Ackerman, Werewolves of the world unite in The Howling, da “Famous Monsters presents Yearbook” (1982)
  • Abbie Bernstein, Dee Wallace & Christopher Stone, da “Fagnoria” n. 21 (agosto 1982)
  • Ellen Carlomagno, Greg Cannon, da “Fangoria” n. 19 (maggio 1982)
  • Tony Crawley, The Howling Review, da “Starburst Magazine” n. 34 (giugno 1981)
  • John Duvoli, Joe Dante: The Howling. The young director discusses, in “Amazing Cinema” n. 3 (luglio-agosto 1981)
  • David Everitt, Joe Dante, da “Fangoria” n. 20 (luglio 1982)
  • Jordan R. Fox, Rob Bottin’s makeup is the star, da “Cinefantastique”, volume 11 n. 1 (estate 1981)
  • Lee Gamblin, The Howling. Joe Dante on his enduring horror classic, da “Delirium” n. 7 (maggio-giugno 2015)
  • Jeff Gelb, Rick Baker and An American Werewolf in London, “Fangoria” n. 14 (agosto 1981)
  • Robert Greenberger, Elisabeth Brooks, da “Fangoria” n. 12 (aprile 1981)
  • Harker Jones, The Beast Witin, da “Famous Monsters of Filmland” n. 285 (maggio-giugno 2016)
  • Bob Martin, Rob Bottin & The Howling, da “Fangoria” n. 11 (febbraio 1981)
  • Gigi Porter, Elizabeth Brooks: 1951-1997, da “Femme Fatales”, volume 7 n. 2 (luglio 1998)
  • Bill Warren, Interview with Joe Dante, da “Starburst Magazine” nn. 36 (agosto 1981) e 37 (settembre 1981)

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26 risposte a Howling 1 (1981) L’ululato

  1. Cassidy ha detto:

    Ferma tutto! Il posto definitivo su “L’ululato” 😀 Capolavoro, giù il cappello davanti ad un post così!
    Cinque altissimo per aver ricordato al mondo che il nostro “Mighty Joe” Dante ha messo le sue mani fatate anche in quello che è uno dei miei film di culto personali: “Rock ‘n’ Roll High School”, siamo in dodici ad amarlo credo, ma mi ha fatto piacere trovarlo anche qui.

    Per altro, con questo post ho scoperto che i gradi di separazione tra i due più grandi film “mannari” di sempre, vanno oltre il passaggio di consegne paradisiaco tra Rick Backer e Rob Bottin. Scopro qui che entrambi i film contengono una scena di un finto film porno, girato dai rispettivi registi, non sapevo che quello proiettato nella cabina fosse una regia (nella regia) di Dante, quella scena è talmente malsana e piena di dettagli da essere uno dei tanti motivi per cui questo film è un capolavoro.

    Anche io rivedendolo “da grande” sono inciampato in quella parte centrale pasticciata al montaggio, che è l’unico difetto del film, però niente, continuo ad ululare sul tetto di casa e penso che lo farò a lungo, unico problema, ora ho una voglia esagerata di rivedermi il film! 😀 Cheers

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Contento ti sia piaciuto il lavoro di ricerca, e ti assicuro che non è stato facile: ad ogni intervista Dante e gli altri dicevano solo una parte della storia, quindi ho dovuto unire le dichiarazioni come un puzzle.

      Se Rob Bottin non si fosse rivelato il genio assoluto che è, sono più che convinto che Dante non sarebbe stato così diplomatico nei confronti di Rick Baker, che l’aveva mollato per Landis. Invece con quell’oro… anzi, argento in mano poteva fare il signore 😉

      A detta di Dante girare quel filmino porno di pochi minuti è stato particolarmente sgradevole: e lui non doveva stare nudo su un lettaccio! La rozzezza del filmato si sposa alla perfezione con la scena, anche perché Dee Wallace era autenticamente schifata dalla situazione e lo rende benissimo su schermo.
      Picardo nell’intervista per i vent’anni del film racconta che ha fatto il provino sedendosi dietro Dee Wallace e non facendola girare, limitandosi a parlarle. Dante non guardava lui, guardava l’attrice e come sbiancava terrorizzata: assunto al volo!

      In un periodo in cui tutti sfornano “Director’s Cut”, anche quando non ce n’è minimamente bisogno (sì, sto parlando con te, Ridley Scott!), mi stupisce che un film così amato non sia stato recuperato: la parte centrale è in caduta libera ed è davvero un peccato.
      Resta però di gran lunga l’unico vero film di lupi mannari per me: scusa Landis, ma al cuor non si comanda ^_^

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      • Cassidy ha detto:

        Si vede che non è stato facile, il materiale sarà anche stato tanto ma spezzettato, complimenti!
        Si alla fine è andata bene per entrambi, ecco perché Dante e Landis sono rimasti amiconi 😉
        Dee Wallace è mitica, uno di quei nomi in grado di far venire gli occhi a forma di cuore ad ogni fanatico di Horror, e con tutto il rispetto per Wes Craven, è Joe che l’ha lanciato qui.

        Sul serio, ma Ridley Scott(o) può fare quello che vuole, anche una “Director’s Cut” di “Il gladiatore” con una ridicola scena di un rinoceronte in pessima CGI da far pagare oro. Invece tutti i nostri preferiti (Dante, ma penso anche a Walter Hill e tanta roba di Landis che in uno strambo Paese a forma di scarpa non è mai arrivata in DVD) restano nell’anonimato. Si può dire “Puah!”, diciamo che si può dire. Cheers!

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Davvero, possibile non abbiamo pellicole “avanzate” dai film di Walter Hill per farci un’edizione DVD o Blu-ray? Quando hanno riproiettato “Southern Comfort” in sala, per l’anniversario, potevano magari cacciar fuori qualche chicca, no?
        Non so perché Dante sia sempre rimasto ai margini del cinema di massa, non so perché anche quando era un mito non ha mai avuto il trattamento che meritava…

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  2. Willy l'Orbo ha detto:

    Tanta roba Lucius, così tanta che la leggerò, con estremo piacere, a “macchia di leopardo” 🙂
    Ci tengo però, da subito, a tributare una standing ovation per un lavoro che trasuda passione, cultura, ricerca, analisi e selezione scrupolosa delle fonti. Pensa che, nella mia lettura per ora a spizzichi e bocconi (di carne umana, of course 🙂 ), mi sono soffermato, tra le altre cose, sulla bibliografia; forse la mole di lavoro da te fatto mi ha spinto a curiosarvi, forse è un inconscio modo di rendere omaggio ad un post intriso di amore per il Cinema.
    Grande, davvero.
    🙂

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Ti ringrazio e vai pure con calma, che la buona carne va gustata e apprezzata 😛
      Come dicevo in un altro post, addirittura un appassionato ha scritto un libro sulla lavorazione di questo film, perché c’è tantissima roba e Dante ha regalato “argento vivo” al cinema. Io mi sono limitato a riassumere all’osso la mole di interviste e di materiale esistente. Pensa quanto sarebbe venuto lungo se mi fossi lasciato andare 😀
      Già così verranno non so quanti post, a coprire i vari aspetti del film e a citare l’oceano di chicche!

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  3. Conte Gracula ha detto:

    Dai, che figata di reportage!
    Dante sembra un maestro nell’arte italiana di arrangiarsi con gli spicci. ^^

    Riguardo alla locandina, ha più senso con gli squarci: nella prima edizione (mi pare) di un gioco di ruolo intitolato Werewolf, la copertina aveva degli “strappi” fisici per dare il segno degli artigli e l’effetto era notevole 😉

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  4. Zio Portillo ha detto:

    Pezzone Lucius! Veramente complimenti. Se già ieri avevo voglia di rivedermi “L’ululato”, ora non sto più nella pelle. Devo assolutamente recuperarlo anche perché non mi ricordo dei buchi di sceneggiatura… Ma non lo rivedo da una vita quindi mi sa che i ricordi che ho sono un filo distorti (ieri credevo che la Wallace fosse una poliziotta!).

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      La prima volta che si vede il film credo che la spettacolarità degli effetti e della fotografia copra tutto, quando poi lo si rivede per “studiarlo” escono fuori un sacco di difettucci, che però non rovinano la sua fama.
      Se ti capiterà sotto mano l’edizione speciale con le scene tagliate, scoprirai un film completamente diverso, molto più corposo.

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      • Giuseppe ha detto:

        Se anche mi capiterà sottomano l’edizione speciale con le scene tagliate ormai non la riterrò più corposa abbastanza, almeno fino a quando questo tuo superlativo e documentatissimo post non verrá inserito a pieno diritto nei contenuti extra 👍👍👏👏👏👏👏
        Patrick MacNee, qui, funge da citazione licantropica di lusso (George Waggner) e poco altro, anche se per me è sempre un piacere rivedere John Steed 😉
        P.S. La differenza di minutaggio (86′ e 90′) non avrá per caso a che fare anche con la solita differenza di frame rate fra PAL e NTSC? Parlando del DVD e non del Blu-Ray…

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Ti ringrazio e spero che quei pochi minuti siano riferiti al frame rate e non ai tagli imposti nel ’92, che in effetti potrebbero riferirsi solo alla pellicola che in quella data tornò al cinema e non alle edizioni home video già in commercio da anni.

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