Ilsa 1 (1975) La belva delle SS

Malgrado la ricostruzione storica, la memoria del nazismo si divide in due parti: quella di destra e quella di sinistra. Ed entrambe formano… le poppe di Dyanne Thorne!

Ora la maestra Dyanne vi spiega la destra a la sinistra…

AVVERTENZA

Prima che qualche solerte internauta si scandalizzi, specifico che il testo che segue non ha nulla a che vedere con il nazismo bensì è la ricostruzione di un genere filmico che ha usato i terribili crimini nazisti per “condire” le proprie storie.
Tutte le foto presenti nella pagina si riferiscono a materiale che ha ottenuto il visto della censura italiana, quindi evitiamo inutili polemiche.
Infine, il testo che segue parla di cinema, non di politica: ogni commento sui nazisti (di ieri e di oggi) sarà cancellato senza avvertimento. La Rete è piena di bieca propaganda, non serve farne anche qua.

Subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale cominciano ad apparire i racconti dei sopravvissuti all’orrore. In Italia abbiamo sopravvissuti ad Auschwitz che raccontano la loro terribile esperienza, come Giuliana Fiorentino Tedeschi con Questo povero corpo (1946) e Liana Millu con Il fumo di Birkenau (1947), per non parlare del celebre Se questo è un uomo (1947) di Primo Levi. Ma soprattutto nel 1946 con il saggio Medico ad Auschwitz il sopravvissuto Miklós Nyiszli racconta ad un pubblico allibito le ricerche sulla genetica del suo “superiore”, dell’uomo che l’aveva costretto a fargli da assistente: Josef Mengele, che non ha mai pagato per i suoi mostruosi crimini contro l’umanità.
Cosa colpisce di più l’opinione pubblica mondiale: il racconto di un sopravvissuto e la sua vita quotidiana nell’inferno di un lager… o esperimenti genetici su cavie umane?

Sicuramente questa ed altre domande simili se le è fatte Will Berthold, bavarese fatto prigioniero in guerra e che appena liberato si è dato al giornalismo facendo l’editore di una nuova testata appena fondata: il “Süddeutsche Zeitung”, destinato a luminoso futuro.
Inviato stampa dal Processo di Norimberga, alla carriera da giornalista segue quella da romanziere e in quel periodo (esattamente come in ogni altro periodo) scrivere di nazismo fa vendere copie. Soprattutto se si afferma di romanzare fatti veri, le cui prove continuano ad uscire a getto continuo anno dopo anno.
Nel 1958 scrive un Tatsachenroman, cioè un romanzo basato su fatti reali, che gli regalerà grande fama: Lebensborn e.V. La Baldini & Castoldi se lo accaparra e così Berthold arriva in Italia nel 1962 con Amanti senza amore, che racconta la vita all’interno del progetto di creazione della razza ariana.

Il cinema si è interessato al romanziere sin dal 1956, prima portando i suoi libri su grande schermo poi chiamandolo a fare da sceneggiatore, ed è proprio in questa doppia veste che nel 1961 si occupa di Lebensborn per la regia di Werner Klingler, che nell’aprile di quell’anno esce in Italia con il titolo Divisione Lebensborn e un divieto ai minori di 16 anni: la censura è stata così violenta… da pretendere il taglio delle parole “bordello” e “culo”, «perché contrarie alla pubblica decenza»…
L’argomento del saggio e del libro è la denuncia delle politiche eugenetiche naziste, ma ciò che traspare è un’idea del tutto diversa: sesso e nazismo… mi sa che è appena nato un genere narrativo.

In seguito qualcuno prova a raccogliere le idee del film e a portarle alle estreme conseguenze: è il caso di Camp 7: lager femminile (Love Camp 7, 1969; in Italia dal 1976) e Fraulein in uniforme (Eine Armee Gretchen, 1973; in Italia dal 1974), due esempi di come la ricostruzione storica possa “deviare” nell’intrattenimento di genere, anche se di segno opposto.
Il secondo titolo è sì tedesco ma “nell’anima” è una commediola all’italiana ante litteram, con uno stile narrativo più simile a roba tipo Kakkientruppen (1977) che con i crimini nazisti. Racconta di donne più o meno volontarie che si gettano anima e corpo nella missione di sollazzare i soldati nazisti: un minestrone di situazioni teoricamente pruriginose e di amplessi giusto accennati. Totalmente diverso è il caso del primo film.
Camp 7: lager femminile è davvero il primo vagito del genere che sta per conquistare gli anni Settanta, spacciato ovviamente per storia vera e addirittura girato nei veri luoghi (fandonia impossibile da credere, visto le poverissime location da studio in cui si svolge la storia). Due donne americane si infiltrano nelle SS e scoprono il trattamento riservato alle “patriote”: nudità, violenza e perversione (non troppo esplicita) faranno il resto.
Qualcosa si agita sotto pelle… e anni prima di poter vedere il film, gli italiani già l’hanno capito!

Nell’ottobre del 1970 esce nelle edicola nostrane un fumetto per adulti delle Edizioni RG che sembra riprendere alcuni temi di Camp 7.
Germania 1940. Hessa Von Kopf, di nobili origini, è una spia di Hitler ed è a capo delle Sex Truppen: un corpo di donne che usa le proprie “armi” per distruggere il nemico. Hessa è anche una prostituta vergine… E questo ossimoro fa capire quanto poco sesso si faccia in quel genere narrativo italiano che impropriamente viene spesso chiamato “fumetto erotico”.

Hessa è una serie a fumetti incredibile, piena di idee e trovate ardite, forte del fatto che può mostrare disegnato ciò che il cinema non può fare, sempre ovviamente con le dovute proporzioni. Ma ciò che stupisce è che l’inventiva italiana ha anticipato di almeno cinque anni il film che lancerà definitivamente il connubio “sesso e nazismo”.

Nell’ottobre del 1975 è il momento che il mondo conosca Ilsa: She Wolf of the SS.

Il mondo è pronto per la belva bionda

Il 18 marzo 1976 il film finisce sul tavolo della commissione di censura italiana presieduta dal democristiano Antonino Drago, appena rinnovato come Sottosegretario al Ministero del Turismo e dello Spettacolo. Il responso del 27 marzo successivo non può che essere negativo: il film non può essere proiettato in pubblico.
Merita di essere riportata la motivazione:

«La Commissione, visionato il film, rileva che esso nel denunciare atrocità storicamente provate e unanimemente condannate, indulge, in numerosi casi, nella rappresentazione dettagliata e compiaciuta di scene sadiche, su soggetti di sesso femminile, attraenti dal punto di vista erotico. A conferma che il tema viene in parte sfruttato come pretesto per la rappresentazione di scene di tal genere, sta il fatto che la protagonista e le altre aguzzine sono spesso inverosimilmente presentate in abbigliamenti succinti anche nell’esercizio della loro attività di S.S.»

Quanto riportato è tutto vero, ma rimane la domanda: cos’è che rende il film «contrario al buon costume»? Le scene di nudo, le scene di sadismo, la rappresentazione di gerarchi nazisti all’opera o l’insieme di tutto questo?

Quando nel gennaio 1974 è stato concesso il visto a Fraulein in uniforme (1971) non ci sono stati tutti questi problemi, eppure lì l’intero cast femminile è nudo per la maggior parte del tempo, oltre a dedicarsi ad ogni tipo di coito. Idem per Camp 7, che propone già in fieri molte delle situazioni di questo film.
La commissione continua a riunirsi, evidentemente su pressione del distributore, ma il 3 maggio conferma il divieto:

«ponendo in risalto soprattutto il compiacimento nelle ripetute, numerose scene di sadismo che traspare da tutto il film e che sono indubbiamente offensive del buon costume, in quanto espressione primitiva e particolarmente asociale delle pulsioni sessuali.»

Quindi viene specificato che è il sadismo a rendere impresentabile il film.

Due giorni dopo, il 5 maggio, la riunione si riunisce di nuovo perché il distributore «dichiara di essere disposto ad effettuare tagli», e il 9 giugno 1976 finalmente il film riceve il nulla osta per la proiezione in pubblico con il divieto ai minori di 18 anni:

«per le continue rappresentazioni di nudi femminili e per le insistite scene di violenza verso le persone con effetti talvolta raccapriccianti.»

Quindi rimane la tesi che è stata la violenza a tenere bloccata la distribuzione del film, e in quei 16 metri di pellicola tagliata in Italia chissà che scene turpi dovevano essere comprese…

  1. eliminazione della prima scena rappresentante la congressione carnale tra Ilsa e il prigioniero;
  2. eliminazione della scena della castrazione del prigioniero;
  3. eliminazione della scena in cui Ilsa esamina gli uomini nudi esprimendo il suo parere sulla dimensione dei loro organi sessuali;
  4. eliminazione della scena in cui vengono applicati sulle piaghe di una donna nuda vermi infetti;
  5. alleggerimento della scena in cui Ilsa accarezza e usa il fallo elettrico.

Quattro scene di sesso castissime, dove non si vede nulla, e una scena con dei vermi sulla gamba di una donna. Queste sarebbero le truci scene di sadismo che non potevano essere proiettate in Italia? Ilsa che – senza mostrare nulla – commenta le dimensioni dei membri dei prigionieri?
Esce finalmente nelle sale italiane il 31 luglio 1976 con il titolo Ilsa la belva delle SS.
Distribuito in VHS Center Video in data ignota, la Pulp Video lo presenta in DVD dal giugno 2011

Come dice Cassidy, i primi cinque minuti di un film sono basilari per capire lo spirito dell’intera opera. E qui la storia si apre su una camera da letto, dove due corpi nudi si agitano.
Vediamo a malapena l’uomo sdraiato, perché l’intera inquadratura è per il corpo di una bionda procace: non è da tutti aprire una pellicola con due enormi poppe in primo piano.

Mi domando quale sarà la trama del film…

Sotto il largo caschetto di capelli biondi la donna ha il volto contorto dal piacere. Rantola, geme, grugnisce e poi si accascia sull’uomo, soddisfatta. Il suo corpo non è da modella, non è un’attricetta pronta a conquistare il cinema: è il corpo vorace e pieno di una donna, con tutte le dannate curve al punto giusto e pure qualcuna in più, che è tutta salute.
Dopo la scena di sesso scatta pure la scena sotto la doccia, con un PPP: no, non è la sigla di “primissimo piano” ma di “piano poppe”.
La bionda, con i suoi occhi azzurri persi nel vuoto, si comporta come la protagonista di una commedia all’italiana di là da venire, la classica bellona che non ha neanche il copione tanto deve solo mostrarsi nuda. Poi però succede qualcosa di totalmente diverso.
La bionda finisce la doccia… e si infila la divisa da gerarca nazista. La belva delle SS si è presa il proprio piacere, ora il maschio può anche andarsene al diavolo.

Sono gli anni Settanta, dolcezza: sparisci!

Questa trentenne del Connecticut, Dyanne Thorne, è pressoché sconosciuta, ha iniziato gli anni Settanta con filmucoli erotici e l’unica sua apparizione precedente degna di nota è quella del mitico episodio Chicago anni ’20 di “Star Trek” (2×17, 1968), che in Italia arriverà solo nel 1979.

Se Kirk sapesse che ha davanti Dyanne Thorne…

La Aeteas Filmproduktions nasce e muore con questo film; il produttore Herman Traeger (nome con cui si nasconde David F. Friedman) è un tizio che dagli anni Sessanta produce roba di serie Z che forse neanche i drive-in americani proiettavano; regista e sceneggiatori sono nullità di passaggio che lavoricchiano nel sottobosco della Z. Chi è questa gente che da sola sta cambiando per sempre il corso del cinema?

Malgrado la censura italiana si scandalizzi, il film non mostra nulla ma il suo effetto lo raggiunge. Così la bionda nazista fa legare l’uomo e con studiata lentezza si assicura che nessun’altra donna possa avere ciò che lei ha avuto.
Non vediamo l’evirazione, vediamo solo la donna che ammira la lama affilata… e il suo terrificante sorriso. Abbiamo appena conosciuto Ilsa: la belva delle SS.

Nessuno vuol essere visitato dalla fräulein doktor

La fräulein doktor Ilsa gestisce con il pugno di ferro un campo di ricerche medico-scientifiche. Regolarmente le vengono recapitati prigionieri di ambo i sessi che lei separa e sottopone a vari esperimenti. Alle donne vengono inoculate quelle malattie che colpiscono i soldati al fronte, così da cercare di trovarne la cura – o se non altro calcolare quanto tempo passa dall’infezione alla morte – mentre gli uomini… be’, diciamo che gli uomini hanno un trattamento diverso. Il loro destino potremmo chiamarlo bunga bunga

Siete tutti invitati alle cene eleganti…

La bieca direttrice di una prigione non è certo una figura nuova, già nel 1971 il maestro Roger Corman aveva raccolto un tema più volte affrontato sin dall’inizio del Novecento e ne aveva tratto un nuovo tipo di intrattenimento, che di solito è chiamato WIP: Women in Prison.
Con la trilogia Big Doll House (1971), Women in Cages (1971) e The Big Bird Cage (1972) Corman aveva gettato la base e i canoni di tutti i film carcerari al femminile che sarebbero seguiti: la bieca direttrice sadica, sesso fra prigioniere, catfight acquatico (cioè detenute che si picchiano possibilmente in pozzanghere), protagonista indomita che non si lascia piegare dalle torture ed organizza una fuga inondata di sangue e morte.
Il regista Don Edmonds segue per filo e per segno le regole di Corman, per la sua Ilsa, ma alza i valori a mille: le donnine svestite di Corman diventano nudo integrale, i cattivi buffoneschi diventano i cattivi più cattivi per eccellenza. Non solo nazisti, non solo scienziati disumani… ma anche perversi. È appena nato il naziploitation.

Sangue, torture e tette come Roger Corman neanche si sognava

Tutti avrete in mente almeno una scena di film a tinte forti con un nazista che fa cose “sporche”: una tortura, un atto sessuale, un qualcosa di libidinoso e via dicendo. Però ora che avete visualizzato quella scena, andate a controllare la data del film in questione: state tranquilli che è datato dopo il 1975 di Ilsa.

Il titolo che ha fatto esplodere un genere

Dubito fortemente che quando nel gennaio 1975 annunciava alla stampa il film che avrebbe girato, Pier Paolo Pasolini conoscesse le “donne in gabbia” di Roger Corman: Le 120 giornate di Sodoma (presentato in Francia nel novembre 1975) ha tutti gli elementi citati ma con una fondamentale differenza, cioè non è pensato per “divertire”. Le mostruosità presentate sono una profonda denuncia, non c’è alcun compiacimento nell’esecuzione. Come invece sicuramente c’è compiacimento in Tinto Brass, il cui Salon Kitty (1976) arriva nei cinema italiani prima di Ilsa. Scene di nudo a secchiate, perversioni quante se ne vuole e anche scene raccapriccianti di violenza e sadismo.
Non so se il nostro Tinto abbia visto Ilsa o i film di Corman, ma di sicuro già il suo film possiamo considerarlo naziploitation ad honorem.

Perché questa non la passiamo a Tinto Brass?

Gli anni Settanta sono un profluvio di sesso e nazismo, perversione, sadismo e campi di prigionia femminili: che lo sapessero o meno, Ilsa è la madrina di tutti. Non perché fosse la migliore (non lo era) né per l’originalità della trama (non ne aveva) ma perché ha saputo fondere più temi in pieno “sfruttamento” (exploitation).
Sesso, violenza, nazismo, prigionia, perversione. C’erano già film che “sfruttavano” i singoli temi: Ilsa, insaziabile e ingorda, li ha presi tutti e cinque…

Pronto, Corman? Se mi mandi un dinosauro facciamo filotto!

Sarebbe bello dare alla perfida Ilsa anche il pregio di essere una delle prime donne forti nel cinema di genere, addirittura il big boss da abbattere, ma in realtà il WIP è un genere profondamente femminile quindi non c’è niente di nuovo in questo.
Nato su un marciapiede insanguinato nel 1927, sin da Ladies They Talk About (1933) le “donne in prigione” sono storie di violenza tutta al femminile – a volte scritte anche da donne – e da questo punto Ilsa non inventa proprio niente: semmai accentua qualcosa che di solito era solo accennata.

La mitica Pam Grier in Women in Cages (1971)

Prima della bionda e popputa Dyanne Thorne la palma di bieca direttrice più crudele era della mora e popputa Pam Grier. In Women in Cages (1971) venivano anticipate alcune delle torture di Ilsa e la bieca direttrice amava concentrare le sue attenzioni sui genitali delle detenute, sottoponendoli a supplizi sempre immaginati.
Non è che Ilsa mostri chissà che, ma al contrario del morigerato Corman questo film ha un cast di attrici perennemente nude e a gambe larghe, pronte a ricevere le più terribili torture (solo descritte, mai mostrate) per il gusto dello spettatore.
Alla fine, stremata, la “belva” si concede una lunga notte di sesso con l’unico prigioniero che ha dimostrarlo di saper appagare il suo inesauribile desiderio: Wolfe (Gregory Knoph), un maschio perfetto per la She-Wolf delle SS.

Anche la lupa ha bisogno del suo lupo

Quando poi viene in visita il generale Roehm (Richard Kennedy), glielo vogliamo far trovare un banchetto apparecchiato davanti ad una donna che sta morendo lentamente?

Un presente per lei, generale

Il generale apprezza, ma i suoi gusti sono diversi. Ilsa sa come funziona la gerarchia ed è disposta a tutto pur di soddisfare il potente generale… anche alla “pioggia dorata”…

Si vede che il generale è un signore di classe…

Ilsa la belva delle SS è un film di bassissimo profilo, recitato alla buona e diretto con taglio volutamente da serie B (ma anche qualche lettera più in basso), anche se non siamo ai livelli quasi amatoriali di Camp 7. Probabilmente nessuno si sarebbe immaginato il successo che avrebbe avuto e quanto avrebbe infiammato il cinema di genere, sebbene abbia mille (comprensibili) problemi distributivi.
Giudicare le doti recitative di Dyanne Thorne sarebbe ingiusto: non è un’attrice, è una caratterista. Deve interpretare una spietata nazista sadica amante del sesso: non è Shakespeare, non sono richieste particolari intensità emotive, bastano due espressioni. Con le poppe coperte e con le poppe scoperte. E in questo Dyanne Thorne è dannatamente brava!
Il suo sguardo vacuo diventa sofferente quando è nuda. Ilsa è una donna abituata al controllo, abituata ad imporre la propria autorità a chiunque, ma una volta nuda si ritrova fragile, vulnerabile, e in questo l’attrice è perfetta: cambia totalmente modo di muovere il corpo a seconda dei vestiti che ha indosso. Marziale e scattante in divisa, fremente e vulnerabile senza divisa.

La belva e la ribelle da spezzare

Per finire, il grande cattivo di una storia ha bisogno di un grande buono che lo neutralizzi, e sebbene non abbia in pratica alcun ruolo nella vicenda a ricoprire questa figura c’è Anna (Maria Marx), il cui nome è riportato nei crediti ma credo non sia mai stato pronunciato per tutto il film.
Anna è il peggior incubo per un sadico: non grida durante la sofferenza. Ilsa per tutto il film la sottoporrà a torture di volta in volta più crudeli ma la donna non le darà mai la soddisfazione di urlare, fino al confronto finale.

Essere la buona della storia è un gran brutto lavoro

Un film improponibile e che per questo è diventato leggenda: Ilsa è la donna che osò trasformare la violenza e il sadismo in intrattenimento, e lo fece con una divisa nazista addosso.
Potete disprezzare questo titolo e fareste anche bene, l’importante è che quando vi capita di leggere la secchiata di film naziploitation degli anni Settanta… vi ricordiate chi è la loro madrina.

L.

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18 risposte a Ilsa 1 (1975) La belva delle SS

  1. Cassidy ha detto:

    Come passare dai lupi mannari alla lupa della SS. Mi sembra logico 😉
    Grandissimo nuovo ciclo! Pensa che l’altro giorno, inciampando in una locandina d’epoca di questo film in rete, mi sono detto che dovrei rivederlo, quindi non potevi essere più puntuale di così.
    Dici bene, i fumetti hanno abbracciato la figura della Nazista sexy fin da subito con grande gioia, ma sono tutte nipotine di Ilsa, l’elenco delle sue imitatrici è lunghissimo, arriva giù fino alla versione di Rob Zombie, ed in effetti parecchi film di Tinto Brass potrebbero rientrare nel genere. Secondo me poi ai ragione, non sono i singoli elementi a turbare, ma ritrovarli tutto insieme raccontato in maniera così exploitation. Aggiungo solo che il primo paragrafo è da applausi, sono scoppiato a ridere, sempre sia lodata Dyanne Thorne e la sua coppia bipartisan 😉 Cheers!

    Piace a 1 persona

    • Lucius Etruscus ha detto:

      Cosa potrà mai unire la destra e la sinistra ed convogliare le masse? Il reggiseno della Thorne! 😀
      Scherzi a parte, è incredibile come un argomento serissimo, drammatico e pieno di ripercussioni sia riuscito a diventare intrattenimento di grana grossa: al di là del giudizio morale che ognuno può dare, è un fenomeno che non può essere ignorato. Soprattutto quando a raccontarlo è Dyanne Thorne ^_^

      "Mi piace"

  2. Willy l'Orbo ha detto:

    Wow! Che bomba! Anzi…che bombe 🤣😅
    Ottimo post di cui apprezzo anche le riflessioni sul concetto di “buon costume” e molto lieto per l’argomento. Trattasi di genere che mi ha sempre incuriosito ma in cui non mi sono mai cimentato, sono sicuro che saprai “sbloccarmi” fungendo da impagabile stimolo zinefilo 👏👏👏😄

    Piace a 1 persona

  3. Conte Gracula ha detto:

    Le motivazioni della commissione censura sono clamorose, tutta roba che in altro film si vedeva senza problemi (anche se bisogna vedere l’anno) compresa una scena orrida vista in un “poliziesco” italiano, in cui un rapitore di bambini viene evirato in carcere, con niente lasciato all’immaginazione.
    Non chiedermi il titolo, perché non lo ricordo mica. Magari lo ricordi tu 😛

    Comunque, mi sa che ‘sto film non lo toccherò nemmeno con il bastone di un altro, sembra una di quelle robe che mi leverebbe la libido per un anno, tra mescolanza di generi e cattivo gusto generale. Sono delicato. 😛

    Piace a 1 persona

    • Lucius Etruscus ha detto:

      Non sarò certo io a consigliartelo, ma almeno ora sei informato della sua esistenza 😛
      Non so se le obiezioni della censura italiana nascondessero in realtà l’imbarazzo di dover decidere di far passare un film così scomodo e soprattutto che parlava di argomenti ancora “caldi” (che in realtà sono ancora caldi oggi: non si fredderanno mai!) ma di sicuro appellarsi a scene sessuali castissime e soprattutto prive di qualsiasi carica erotica è davvero assurdo.

      Piace a 1 persona

  4. Giuseppe ha detto:

    Un film improponibile che ha avuto l”unico (de)merito di lanciare il (de)genere, vero, discutibili considerazioni censorie d’epoca a parte. Parlando di Dyanne Thorne in questi panni -pochi 😉- oltre alla sua comparsata trekkiana anni ’20 mi hai ricordato che sempre Star Trek ha avuto anche il suo episodio nazista (Gli schemi della forza)…
    Certo che questo nuovo ciclo è partito proprio col vento in POPPA 😉👍

    Piace a 2 people

  5. Sam Simon ha detto:

    Pochi attori non sono passati da Star Trek! X—D
    Comunque sto film me lo sono visto pure io, solamente per corroborarne il valore cult, ed effettivamente è veramente orrendo, nemmeno le sue due qualità riescono a redimerlo!

    Piace a 1 persona

    • Lucius Etruscus ha detto:

      Dyanne purtroppo non riesce a riempire abbastanza lo schermo, pur avendone tutte le qualità, e rimane sicuramente un film di bassissimo livello: però ha dato una sferzata non indifferente ad un genere che terrà banco per anni nelle peggiori videoteche del quartiere 😛

      Piace a 1 persona

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