Howling 2 (1985) Quella lupa di tua sorella

Perché la Universal getta via un film di grande successo, che ottiene le copertine di tutte le riviste di settore, che colleziona recensioni da applauso, che per i successivi decenni sarà venerato da tutti i fan e un sacco di altre cose? Perché è così che fanno le grandi case cinematografiche: appena per puro caso azzeccano qualcosa, la devono distruggere.

Fondata a Londra nel 1967 dagli attori David Hemmings e John Daly mischiando i propri cognomi, la Hemdale per i successivi quindici anni non è certo la casa dei vostri successi preferiti. A metà anni Ottanta il suo film maggiormente noto è probabilmente Il nido dell’aquila (A Breed Apart, 1984), minuscola produzione da ricordare perché si rincontrano i “replicanti” di Blade Runner (1982) Rutger Hauer e Brion James.
Nel 1984 la casa ha dato qualche spiccio a quel tizio canadese molto sicuro di sé, un certo James Cameron, ma il suo Terminator è ancora lontano dall’essere il film che noi oggi conosciamo e amiamo: ancora ad inizio 1985 nessuno lo conosce e Schwarzenegger lo fa vedere di nascosto al ragazzino pestifero di Yado (1986) durante le riprese in Italia.
Quindi la Hemdale è ancora una casa di film minuscoli che non sa di star per esplodere proprio in quel 1985 di successi come Il gioco del falco e Il ritorno dei morti viventi, e che per motivi tanto ignoti quanto inspiegabili si ritrova per le mani il marchio The Howling. Finora il suo regista migliore è quello de Il nido dell’aquila così lo propongono a lui.

Inutile fare quella faccia: questo film esiste e siamo tutti complici…

Il regista Philippe Mora è qualcosa di sorprendente. Nato a Parigi nel 1949 da genitori tedeschi rifugiati, Mora è cresciuto a Melbourne (Australia) dove a sei anni si è fatto notare per il talento precoce di pittore: pare che i media locali lo chiamassero “il giovane Picasso”. Da ragazzo si è trasferito a Londra dov’è diventato un apprezzato artista pop ed è entrato nell’ambiente artistico dell’epoca, diventando amico tra gli altri di Eric Clapton e Marcel Marceau. Affascinato dal cinema, ha cominciato a dirigere documentari e film sperimentali e fuori dagli schemi, come Braccato a vista (Mad Dog, 1976) con Dennis Hopper.
Ora, questa biografia – stilata dal giornalista Bob Strauss per “Fangoria” 49 (novembre 1985) – in quale assurdo modo lega un personaggio del genere al seguito di un film mannaro? Come ha fatto uno che si è accostato al cinema insieme ai suoi amici Peter Weir e Fred Schepisi ad arrivare a Howling II? Il citato Strauss gliel’ha chiesto, a secco: «Quando mi hanno offerto questo film ho preso l’occasione al volo perché volevo dirigere un film horror.» Tutto qua?

«Amo i film horror da sempre. In effetti amo tutti i film di genere, credo che derivi dall’averne visti tanti da ragazzino. E oggi nel cinema c’è molta più libertà creativa nei film horror che in altri generi più rigidi. In pratica, puoi fare quello che vuoi basta che riesci a spaventare il pubblico. Lo trovo alquanto liberatorio e volevo provare questa esperienza.»

Abituato a dirigere proprie storie, stavolta Mora si ritrova fra le mani un copione ambientato in Messico, a sua detta. Questo indizio ci fa sapere che inizialmente per il film era stata presa in considerazione una sceneggiatura più fedele al secondo romanzo di Gary Brandner, che infatti risulta accreditato come co-sceneggiatore, ma poi il regista decide di seguire il proprio gusto. Solo il primo dei suoi tanti errori.

«Il copione originale era ambientato in Messico ma ho insistito perché la storia si svolgesse in Transilvania: è stato un cambiamento sostanzioso ma credo che piacerà. È dalla Transilvania che provengono tutte le leggende e amavo l’idea di tornare nei luoghi originali e filmare lì. All’epoca la Transilvania veniva ricreata a Burbank, ma oggi possiamo mostrare quella vera.»

Mio Dio, possibile che nessuno abbia provveduto a picchiare Mora con un giornale arrotolato? E per favore, qualcuno gli regali una cartina geografica: se voleva andare nella vera Transilvania, perché ha girato nella Repubblica Ceca e non in Romania?
Chi ancora non sa apprezzare la nuova ondata di registi horror degli anni Ottanta, ragazzacci tipo Joe Dante, Sam Raimi e John Landis che hanno usato l’amore per i classici per bruciarli e ricostruire dalle loro ceneri, si merita dei registi come Mora: gente che non sa quello che dice o quello che fa, eppure lo dice e lo fa.

Tipico interno transilvano

Siccome una volta Mora da ragazzino ha visto un film ambientato in una finta Transilvania, ora negli anni Ottanta – cioè nel periodo in cui quell’idea narrativa è cotta e bollita e nascono parodie spernacchianti come Una notte in Transylvania (Transylvania 6-5000, 1985) con i giovani Jeff Goldblum e Geena Davis – il nostro grande registone, che non sa nulla di horror, prende decisioni quando è palese non sia in grado di farlo. Non ce l’ho con lui, incapace di intendere e di volere, ma con la casa produttrice. Se la Hemdale fosse stata una casa vera, avrebbe risposto “Grazie, Mora, le faremo sapere”, per poi non chiamarlo mai più. Ma è chiaro che non è minimamente interessata al film quindi lascia correre e lo lascia cadere nel cesso in cui è poi finito.

Nel 1985 Geena Davis già aveva “preso” la Transilvania, tocca andare da un’altra parte…

«Mi è piaciuto moltissimo [L’ululato di Joe Dante], cose come quella non si erano mai viste prima: è stato un grande successo dell’epoca.» Tralasciando il fatto che Mora consideri “epoca” solo quattro anni di distanza, perché allora questo Picasso dei poveri non ha notato che il successo del film di Dante risiede anche nel fatto che ha saputo scrostarsi di dosso il vecchiume non più proponibile… tipo la Transilvania?

«Ho cercato uno stile visivo ricco, gotico. Se pensi ai vecchi film Universal come Dracula o Frankenstein e ci aggiungi il colore, è quello l’aspetto che cercavo.»

Dove sono le pallottole d’argento quando servono? Aggiungiamo idee geniali a grappolo – tipo i lupi mannari immuni all’argento e trasformazioni “mediane” («L’idea è nata da quei grafici che mostrano l’evoluzione umana passo dopo passo: abbiamo scelto una creatura intermedia») – ed è chiaro come questo pazzo furioso abbia ucciso qualcosa che poteva aspirare ad un destino migliore.

«Non c’è Dee Wallace? Allora non vado a vederlo». Così il recensore Tony Crawley presenta la notizia del film appena girato su “Starburst Magazine” (gennaio 1985): The Howling II non sembra partire con i migliori auspici.

Presentato in patria il 25 dicembre 1985, il 23 maggio 1986 il film entra nel tabellone del festival romano Mostra Internazionale del Film di Fantascienza e del Fantastico, dov’è in concorso. Paolo D’Agostini del quotidiano “la Repubblica” così lo recensisce il 1° giugno 1986, al momento di fare il punto sul festival:

«Film che con evidente larghezza di mezzi trasporta il suo look gotico-rock addirittura in Cecoslovacchia (ma la Transilvania è in Romania!), ma non conserva neanche un grammo dell’ironia che avevamo apprezzato nel prototipo.»

Nessun distributore italiano sembra rimanere colpito dal film (come dargli torto?) e quindi bisogna aspettare il 4 agosto 1989 perché la pellicola arrivi sul tavolo della censura e il 18 agosto riceva il visto di proiezione in pubblico senza divieti.
Non ho trovato la benché minima prova di proiezione in sala, malgrado su eBay vendano locandine cinematografiche dell’epoca e fotobuste con il titolo Howling II: possibile che la distribuzione in sala della CIDIF sia stata così minuscola e di basso profilo da non essere stata mai comunicata ai giornali?
La prima prova sicura del film nel nostro Paese risale al luglio 1991, quando la Warner Home Video e Cannon lo presentano in VHS con il titolo Howling II. L’ululato ma poi metti play e appare scritto Howling II. L’ululato II. Domenica 5 ottobre 1997 il compianto TMC lo trasmette alle due di notte con il titolo L’ululato 2.

Vogliamo fare altra confusione sui titoli? Ma sì, dài, così nell’ottobre 2006 MHE (Mondo Home Entertainment) lo porta in DVD come Howling. La stirpe dei dannati.

Tanti titoli, un’unica cialtronata

Ovviamente l’unico motivo per vedere questo filmaccio è l’austriaca Sybille Johanna Danninger più nota con il nome anglofono di Sybil Danning: la “Clint Eastwood al femminile”, la pettoruta eroina del cinema di serie B che ha fatto degli elementi maschilisti del genere la propria forza. Le bionde formose degli anni Ottanta hanno ruoli da ochette: Sybil è sempre la più tosta regina della notte.

Siete pronti per la Regina della Notte?

Che sia troppo avanti per la sua epoca lo dimostra un curioso aneddoto. Iniziata nel 1978 la gavetta a Los Angeles apparendo in piccoli ruoli, nel 1983 la rivista “Playboy” la chiama per un servizio. Sybil accetta e sceglie il celebre Helmut Newton come fotografo, ma il proprietario della testata Hugh Hefner non vuole, così come rifiuta il bikini di pelle che la donna vorrebbe indossare. La motivazione dei rifiuti del celebre “esperto di donne”? Sybil è troppo forte, non va bene per la rivista. Quindi i lettori di “Playboy” vogliono solo donnine deboli e svenevoli?

Siamo ancora lontani dai tempi delle final girl e delle donne forti al cinema, eppure Sybil è già pronta. Accetta di posare “debole” per Hefner perché è un lancio pubblicitario troppo grande per ignorarlo, ma al cinema non accetterà limiti: lei è tosta e tutti devono saperlo.

«Prendo sul serio ogni ruolo che interpreto: se decido di fare un film, faccio sempre del mio meglio»: così l’attrice si racconta alla giornalista Lianne Spiderbaby di “Fangoria” (aprile 2011).

«Per Howling II non mi sono messa a leggere di lupi mannari o altro, ma mi sono dedicata anima e corpo al personaggio, perché più riuscivo a renderlo credibile più i fan l’avrebbero adorato.»

Sybil sa benissimo che il suo corpo e il suo atteggiamento tanto sfrontato quanto “tosto” sono il suo biglietto da visita e ciò che fa accorrere i fan, anche a vedere film che sarebbero già scomparsi nel nulla senza la donna. Nel 1992 alla rivista “Femme Fatales” specificherà che essere una donna forte e intelligente… «non vuol dire che debba andare in giro con la camicetta abbottonata fino al collo».

La prima lupa mannara bionda del cinema

«Mi sono divertita ad interpretare una cattiva», è il commento del 1985 dell’attrice, all’epoca 33enne, parlando con il giornalista Bob Strauss di “Monsterland”, la rivista di Forrest J. Ackermann che fa una comparsata ne L’ululato.

«Mio padre era nell’esercito e ho passato molta della mia giovinezza in una scuola cattolica del New Jersey. Finito quel periodo parrocchiale, dove mi veniva sempre detto cosa fare e cosa non fare, quando pregare e quando andare a letto, è stato così liberatorio poter fare tutto ciò che era proibito.»

Un’altra prova che l’educazione cattolica non funziona. Anzi, funziona al contrario!

«Credo che molti ragazzi si identifichino con questi personaggi. Ai ragazzini viene sempre detto cosa fare e quando vanno al cinema amato guardare qualcuno che invece fa ciò che loro vorrebbero. Per quel che mi riguarda, sia che interpreti la buona o la cattiva, ciò che importa è mettere forza ed entusiasmo in ciò in cui crede il personaggio: non conta se sia giusto o sbagliato, sebbene quand’è sbagliato è più divertente!»

La forza e l’entusiasmo sono spesso convogliati in completini memorabili, disegnati dall’australiano Peter Mitchell, «credo ci sia un po’ di sangue Mad Max in lui». Il suo costume nero a strisce gialle è stato definito “Mad Max incontra I sette samurai“.

«Il primo costume, una specie di “Sybil Danning fa Tina Turner”, è stata un’idea tutta mia, più o meno. Il disegno originale di Peter era un po’ troppo elegante per il mio gusto, dal gusto troppo greco.»

Me la immagino la scena fra il costumista e l’attrice. “A Sybil, com’è ’sto vestito?” “È greco”…

«Anche se Stirba è una regina, è comunque una regina dei licantropi, quindi volevo dei vestiti non solo regali ma anche “animali”. Ecco perché la sua prima apparizione è in quel semplice vestito di pelle, senza gioielli. È pura, solo il suo corpo e le sue pelli.»

Niente da obiettare, sul corpo e le pelli di Sybil!

«Il secondo costume, la divisa da guerriera, era qualcosa che cercavo ma non sapevo spiegare. Quando Peter mi ha mostrato i suoi disegni, ho capito subito che era quello. Ha davvero creato qualcosa di spettacolare.»

Di nuovo, l’unico motivo per vedere il film…

Ci sono volute otto ore per attaccare tutta la peluria all’intero corpo dell’attrice e trasformarla nella prima lupa mannara bionda. «Non era una tuta», racconta Sybil a Kris Gilpin per “Deep Red” (marzo 1988) «mi hanno attaccato pelo su pelo come fossero ciglia finte.» Dopo di che via a girare tutte le scene dove appare trasformata, così da sfruttare l’unica seduta di trucco.
Non è stato un processo facile né indolore, neanche quello di rimozione a fine riprese di tutta quella colla.

«L’olio e la mistura tonica che hanno usato per togliere la colla erano molto aggressivi e io ho la pelle molto sensibile. Per diversi giorni mi sono rimasti segni ovunque, oltre che pezzi di peli.»

Dispiace per il fastidio, ma l’effetto è dannatamente buono.

Questo film rappresenta la quinta collaborazione tra la Danning e Christopher Lee, due attori che hanno fatto della vacua immobilità facciale la propria firma. In realtà sarebbe meglio dire che Sybil ha fatto piccoli ruoli in film dove Lee aveva parti importanti:

  • I tre moschettieri (1973), Lee in ruolo importante e Sybil sullo sfondo
  • Milady (The Four Musketeers, 1974), seguito del precedente
  • Con la bava alla bocca (Albino, 1976), Lee protagonista e Sybil in un ruolo minore
  • La salamandra (1981), con i due attori con la stessa importanza

È comunque innegabile che il nome di Lee in cartellone sia un grande richiamo.

«Quando ho sentito che Christopher avrebbe fatto parte del cast di The Howling II ero davvero contenta. È un professionista completo, sa sempre le sue battute ed è sempre pronto ad entrare nel personaggio alla prima ripresa, che è anche il modo in cui piace lavorare a me. Sono molto amica di sua moglie ’Gita, che è svedese e faceva la modella per Dior a Parigi. Lo accompagna sempre sul set. Ogni volta che ci ritroviamo a lavorare insieme ci aggiorniamo sulle rispettive carriere, poi lui trova qualcuno con cui parlare dei suoi film (potrebbe andare avanti per giorni!) ed io finisco a chiacchierare con sua moglie.»

Malgrado la sua totalmente ingiustificata fama, Lee non ha mai recitato dopo il 1966, quando ha ceduto a fare quella roba di Dracula, principe delle tenebre e la sua carriera si è conclusa, al di là dei diecimila film in cui è apparso in seguito, sempre con la stessa faccia immobile.

Mio Dio… Mio Dio… Mio Dio…

Per far capire subito agli spettatori che il registro è cambiato e che stanno per assistere ad una delle più grandi cialtronate della storia – grazie alla genialità di Philippe Mora, un artista che invece di esibirsi ai semafori ha deciso di fare cinema – si inizia con un cielo stellato su cui appare Christopher Lee con una dissolvenza degna della peggior videocamera di famiglia: una roba che fa male al cuore ma anche a parecchi altri organi.

«Così è scritto. Gli abitanti della Terra si sono ubriacati con il loro stesso sangue e lei detiene il trono a capo delle sue bestie, e continua la sua opera nel castello d’oro maledetto, pieno di tutte le nefandezze delle fornicazioni. E più avanti si legge ancora: state attenti, io sono la grande Signora delle Tenebre e di tutti gli orrori perpetrati sulla terra».

Aggiungere qualsiasi parola sarebbe emettere un peto nella bara di Christopher Lee, che è morto nel 1966 malgrado molti credano di averlo visto anche in film successivi.

Non è sfocato: è proprio così l’attore

Mentre brutte immagini da cartolina scorrono come fossimo tornati ai vecchi intervalli RAI, nomi altrettanto brutti scorrono nei titoli di testa, mentre il geniale Mora usa tendine e dissolvenze come facevo io a 14 anni con il videoregistratore di casa: si vede che è un grande artista pop.

Tipico studio di un investigatore dell’incubo

La vicenda si apre al funerale di Karen White, e il miglior doppiaggio del mondo si scorda che il personaggio si chiamava While, nel film precedente. Qui l’investigatore dell’incubo Dylan Dog… ehm, volevo dire Stefan Crosscoe (un fantoccio di nome Christopher Lee) avvicina l’inconsolabile fratello di Karen e gli fa una devastante rivelazione: «Sua sorella era una lupa mannara». Ammazza che investigatore! Karen si è trasformata in diretta televisiva nazionale, tutta l’America sa che era una mannara… ma facciamo finta che non è mai successo, così il fratello inconsolabile non ci crede. Anche perché Bob White ha la faccia confusa di Reb Brown, neanche al suo film peggiore. Bruno Mattei lo sta aspettando per fare Robowar (1988)…

Una forma di vita non senziente di nome Reb Brown

Comunque la geniale trovata di sceneggiatura è che in realtà la trasmissione di Karen che si trasforma non è mai andata in onda, e solo Stefan ha la cassetta incriminante. Quando la mostra, scopriamo che la Hemdale non ha i diritti del primo film e quindi… è costretta a rigirare la scena per mostrarla velocemente. Stando attenta a mantenere la qualità diarroica tipica dell’arte di Mora.
Negli stessi anni anche Sam Raimi ha avuto gli stessi problemi, girando La Casa 2 (1987) avendo perso i diritti del primo film del 1981: il risultato è leggerissimamente migliore…

Cioè… quella roba sarebbe Karen White alla fine del primo film?

Spostiamoci subito in un localino punk, che siamo gggiovani e facciamo vedere che conosciamo le mode dei gggiovani. La scena del punk-pub è ambientata a Los Angeles ma è girata a Praga. Racconta il regista a “Fangoria” (novembre 1985):

«Dovevamo trovare dei punk e, che tu ci creda o meno, ce n’erano parecchi. Il problema era che a loro non era consentito di raggrupparsi in numero maggiore di quattro, mentre a noi ne servivano 250. Per quella scena quindi abbiamo dovuto chiedere un permesso speciale alla polizia.»

Non capisco lo stupore di Mora: era il 1985, di punk era pieno il mondo, perché pensava che in una metropoli internazionale come Praga non ce ne fossero?

Questi sarebbero 250 punk?

Facciamo finta di credere alla legge che vietava l’assembramento di punk.

«Era la prima volta che si ritrovavano in un gruppo così numeroso e sono impazziti. C’era la star britannica Steve Parsons sul palco a cantare The Howling e a fare il verso del lupo, e i punk sono impazziti del tutto [they just went berserk]. Ho gridato “stop” e non si sono fermati, continuando a ballare come dannati: era come una rivolta.»

Fermata la musica e spiegata meglio la situazione, le cose sono andate meglio. «Non credo che avessero capito, all’inizio, che si trattava delle riprese di un film». Tipico anglofono che considera stupida qualsiasi altra popolazione: sicuramente i punk di Praga erano così tonti da non aver visto le cineprese e la troupe…
Tutta questa inutile e buffonesca scena per mostrarci come i lupi adeschino le loro vittime fra gli uomini più decerebrati in circolazione: mi sento di dire che possono trovarne anche al di fuori del circuito dei concerti punk…

Purtroppo Parsons canta davvero questo schifo di canzone

Malgrado il romanziere originale Gary Brandner risulti come co-sceneggiatore (spero gli abbiano dato abbastanza soldi per accettare questa mostruosità), l’unico elemento che arriva dal secondo romanzo è il fatto che i lupi ora – per motivi non meglio chiariti – sono immuni alle pallottole d’argento. Mentre nel romanzo si passava ad un coltello d’argento, qui si va direttamente sul titanio. Tranquilli, è un buco di sceneggiatura, questa cosa viene detta all’inizio e non verrà mai più ripresa nel film. Per fortuna Robert Sarno, l’altro sceneggiatore, è un signor nessuno così che la Hemdale possa essere certa di creare la buffonata perfetta.

Karen White si sta agitando nella tomba, con ’sto sequel

Buttato via un terzo di film, è il momento di trasferirci al Castello Jezerí, a due ore da Praga, quartier generale della Gestapo durante la guerra. Davvero un inutile dispendio di soldi, visto che quelle quattro inquadrature pezzenti possono benissimo provenire dal Touring Club di Praga: tutte le scene al suo interno credo siano rifatte in studio, visto che parliamo di un semplice grande salone dove si svolge il resto del film.

Benvenuti alle cene eleganti di Praga

Però l’essere andati a girare nella Repubblica Ceca viene giustificato dalle tante scene in esterni… naaaa, macché, c’è il solito angolo di paese europeo con buffoni vestiti da stupidi che ballano senza motivo: per gli americani, gli europei sono tutti così.

Fate entrare la vecchia!

Scopriamo che Stefan è il fratello di Stirba ma il seguito è così inadatto alla vita umana che non vale la pena parlarne: se non ci fossero le poppe della Danning, questa spazzatura sarebbe già stata riciclata come scoria nucleare.

«E lèvati la pelliccia» «La pelliccia no no, no no»

«E lèvati la blusetta» «La blusetta no no, no no»

Ecco, ora il film può cominciare…

«Sono cattiva, ma mi sento così bene» (cit.)

Non sappiamo quale fosse il finale originario del film, ma stando alle dichiarazioni di Sybil Danning a “Monsterland” sono stati lei e Christopher Lee a convincere il regista a girare il finale attuale.
Ma ovviamente il “vero finale” è un altro. Stando alle dichiarazioni di Sybil a “Fangoria” nel 2011, il distributore dell’epoca trovò la durata del film (circa 80 minuti) troppo corta e chiese di “aggiungere” qualcosa nel finale per arrivare almeno ai canonici 90 minuti. Non sapendo cos’altro inventarsi, Mora decise di prendere alcune scene particolari del film e metterle insieme in un montaggio serrato, tipo videoclip, solo per aumentare il minutaggio. E lo sanno tutti che l’unica scena del film degna di essere rivista… è lo “spoppamento” di Stirba! La ripetizione quasi ossessiva della scena fa raggiungere la durata richiesta del film.

«Io non sapevo niente di questa trovata. Venni invitata ad una proiezione dedicata ai distributori internazionali e vista nel finale quella scena ripetuta mi sono alzata e me ne sono andata. Il giorno dopo sono volata dritta nell’ufficio del produttore e gli ho chiesto di togliere quella roba. Non ha voluto togliere completamente la scena ma si è limitato a ridurre di molto le volte che viene ripetuta nel finale. Il produttore John Daly pensava che fosse una scena grandiosa, i distributori l’hanno adorata e i fan l’hanno amata: come posso combattere con tutto questo?»

Anche perché, ripeto, se non fosse per quella scena di pochi fotogrammi non staremmo ancora qui, trent’anni dopo, a parlare di un film indegno.

Sabato ne saprete di più, su questa scena…

Alan Jones non si trattiene nel recensire il film, su “Starburst” (agosto 1985):

«La maggior parte della colpa per questo disastro giace ai piedi di Philippe Mora, a causa della sua regia blanda e priva di vita. Ma potrebbe anche essere colpa di tutti gli altri coinvolti in questo progetto. A chi importa? Howling II potrebbe essere definito il perfetto film da pop-corn, l’importante è averne tanto da lanciare allo schermo!»

Mentre il noto e influente critico Roger Ebert nel suo I Hated, Hated, Hated This Movie (2013) ricorda di come la sequenza del ménage à trois mannaro sia stata «la scena più involontariamente divertente della settimana».
Sono critici che ci vanno giù leggeri, perché questo The Howling II è la prova che il Male esiste e risiede nella mente di Philippe Mora, oltre che dei figli della notte che gli hanno permesso di creare questo abominio. Vi consiglio di vedere il film con una corona d’aglio al collo come fa la co-protagonista, un personaggio inutile interpretato da quella che sin da subito è stata definita “Jamie Lee Curtis dei poveri”.

L’unico modo di vedere questo film

L.


Bibliografia

  • Tony Crawley, Howling II, da “Starburst” n. 77 (gennaio 1985)
  • Roger Ebert, I Hated, Hated, Hated This Movie, Andrews McMeel Publishing 2013
  • Kris Gilpin, Sybil Danning: Queen B, da “Deep Red” n. 2 (marzo 1988)
  • Dann Gire, Sybil: The Bombshell is Back!, da “Femme Fatales” volume 1, n. 2 (inverno 1992)
  • Alan Jones, Howling II: “Shortchanges in every area”, da “Starburst” n. 84 (agosto 1985)
  • Lianne Spiderbaby, Danning with Praise, da “Fangoria” n. 302 (aprile 2011)
  • Bob Strauss, The Howling 2. The Transylvania Connection, da “Fangoria” n. 49 (novembre 1985)
  • Bob Strauss, The Howl of It. If I were wolf… Sybil Danning, da “Monsterland” n. 2 (aprile 1985)

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22 risposte a Howling 2 (1985) Quella lupa di tua sorella

  1. Sam Simon ha detto:

    Geniale recensione di un film che, ammetto, non conosco! Eppure Mora è un regista alla stregua di Cameron e Picasso… Era regista, no? X–D

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  2. Cassidy ha detto:

    Ma poi la trasmissione di Karen White non era in diretta? Poche idee ma molto molto confuse. Non sapevo di questo passato così artistico del regista, forse sarebbe stato meglio continuare a dipingere, se sei bravo a fare una cosa, non è detto che tu sia bravo a fare tutto! In generale terribile, classico film che si guarda per i nomi coinvolti, e poi si finisce per ricordare solo per Sybil Danning (sempre sia lodata).

    Per altro in qualche modo l’universo ha un po’ rimediato, Sybil Danning me la ricordo in “Donne amazzoni sulla Luna” anche se non era il segmento diretto da Joe Dante, il nostro era comunque tra i registi, un po’ poco ma meglio di niente. Cheers!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      La filmografia di Sybil andrebbe riscoperta e rivalutata, sia perla qualità Z sia perché lei merita sempre ^_^
      Lo ricordavo brutto, questo film, ma non così ignominiosamente cialtrone. Perché la Universal abbia buttato via il marchio “Howling” rimarrà un mistero…

      Mi piace

      • Giuseppe ha detto:

        Invece io dovevo averlo rimosso proprio per la sua intrinseca bruttezza fin da subito, e il tuo post mi ha ricordato tutti i perché di quella rimozione: il buon ricordo di Sybil Danning è sempre stato isolato dal resto di questa trista licantropata (ed è perfettamente inutile, “egregio” Mora, provare a cimentarsi in un genere di cui hai una conoscenza meno che superficiale -eufemismo- pensando che possa bastare metterci di mezzo Christopher Lee per fingerti un intenditore) 😉

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  3. Conte Gracula ha detto:

    Comunque, cambiamento leggero, dai: dal Messico alla Falsilvania!
    Oggi farebbe furore a dirigere Seagal in Bulgaria, se serve sa pure trovare i rarissimi punk degli anni ’80!

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  4. Willy l'Orbo ha detto:

    Sei come una lavatrice, Lucius, ripulisci panni (film) sudicissimi per renderli quantomeno accettabili. Qui, dopo le giuste offese al regista (???), hai trovato ben DUE motivi per giustificare l’esistenza del film: attendo sabato spasmodicamente 😋
    Insomma, al Mora…preferisco la bionda!!! 😂

    Piace a 1 persona

  5. Zio Portillo ha detto:

    Di norma, se i dietro le quinte sono belli succosi e ti tengono incollati al post, il film risulta una merd@. E’ un teorema valido e indiscutibile come quelli di Pitagora o quello elaborato da Willy (locandina grandiosa, film merd@so). Potremo chiamarlo il “Teorema dell’Etrusco”, oppure se Lucius si vergogna a mettere il suo nome su un teorema così bislacco (lo capirei…), possiamo chiamarlo “Il Teorema della Z” (qualcuno depositi il marchio che raccogliamo qualche spicciolo per finanziare un progetto da definire, grazie!).
    Qua siamo dalle parti del “Terorema della Z” all’ennesima potenza. Tanto pregno di chicche gustosissime l’articolo di Lucius, tanto cag@re fa il film. Peccato per la Danning che solo per i costumi meriterebbe una visibilità da serie A.

    Ah, e col cavolo che aspetto sabato per vedermi le zinne della Danning! Sabato ripasso ma almeno gli occhi me li sono già sciacquati oggi. 😉

    Piace a 1 persona

    • Lucius Etruscus ha detto:

      ahaha un giorno il Teorema della Z sarà insegnato a scuola 😀
      Presentando film degli anni Ottanta si può contare su un gran numero di informazione sulle riviste dell’epoca. Paradossalmente Internet dovrebbe offrire molte più informazioni, eppure dopo il Duemila la Rete non dice più una mazza di niente sul cinema: si limita a ripetere leggende metropolitane e uffici stampa. Così anche il peggior filmaccio degli anni Ottanta ha il vantaggio di avere chicche da raccontare ^_^

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  6. SAM ha detto:

    Bè che dire ?
    Lo vidi al prima e unica volta in quel passaggio su TMC2 (anno in cui fecero pure Evil Toons, trasmesso anni prima da Italia 1 ) e ricordo solo il videoclip finale con lo spoppamento di Stabia o come si chiama .
    Che già fare un simile video ridicolo , faceva capire , come venisse considerato il film dai suoi stessi produttori.
    La cosa divertente è che con Arrapaho degli Squallor successe una cosa simile: Ciro Ippolito girò il film a casaccio risultando troppo corto per i distributori ; allora aggiunse scene prese dall’ Aida di Verdi che non c’entravano nulla col film, ma risultava ancora troppo corto.
    Così si mise un frac, e davanti a un leggio, si mise ad agitare le mani per qualche minuto come se conducesse l’invisibile orchestra del film mentre scorrono i titoli di coda ( con genialate tipo ” interpreti invisibili : Jack Nicholson, Marlon Brando, Robert de Niro …) !
    Insomma, quando il cinema italiano e americano percorrono le stesse strade .
    La differenza è che Arraphao a suo modo è geniale, questo Howling è solo il delirio di un feticista di tenute sadomaso con velleità autoriali .

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