Ilsa 2 (1976) La belva del deserto

Chiusa la parentesi sul genere naziploitation, che ora può proseguire da solo con fiumi di titoli pronti ad invadere gli anni Settanta, Ilsa passa a raccontare altri regimi che consentano una narrazione fatta di soprusi, violenza e prigionia. Regimi a un passo da casa nostra…

Dopo il successo di Ilsa, la belva delle SS (1975), Don Edmonds non rimane con le mani in mano e subito si mette a sfornare un’altra avventura del personaggio – sempre interpretato dall’incontenibile Dyanne Thorne – e grazie a case così piccole da essere invisibili già nel marzo 1976 presenta Ilsa, Harem Keeper of the Oil Sheiks.

Il ritorno della lady d’acciaio

Il 7 marzo 1977 la commissione di censura italiana prende in carico il film e stavolta fa meno storie rispetto al precedente: il 26 marzo successivo ecco il nulla osta alla proiezione con divieto ai minori di 18 anni.
La prima notizia sicura di proiezione in sala di Ilsa, la belva del deserto risale al 28 aprile 1977 e rimarrà un paio d’anni a girare per le sale italiane. Uscito in VHS Eden Video in data ignota, la Pulp Video lo porta in DVD e Blu-ray in data non certa.

L’unica e inimitabile

Non più fräulein doktor per il Terzo Reich, ora Ilsa è una khadin (non so se sia una parola vera, ma la usano per tutto il film), cioè gestisce l’harem per El Sharif (Victor Alexander, nome d’arte per il texano Jerry Delony), mansione che le consente di proseguire a far parte del genere WIP (Women In Prison).

Inizia una nuova giornata di torture e nudismo

La vediamo intenta ad analizzare il nuovo “carico di carne umana” da gestire: ragazze da ogni parte del mondo rapite di fresco.

  • Holly Acheson, unica figlia di un ricco americano;
  • Inger Lindström (Uschi Digard), attrice di cinema, «la nuova dea scandinava dell’amore»;
  • Amena Cordoba (Haji), campionessa equestre europea.

Carne fresca in arrivo per El Sharif

Le tre donne sono state narcotizzate e si risvegliano nelle gabbie predisposte da Ilsa, la quale dovrà assicurarsi un’adeguata “educazione” delle nuove schiave prima che possano diventare le nuove concubine di El Sharif. E se per caso le tre donne volessero opporsi a questo destino, c’è una gabbia con un ratto pronta per loro…

Un discorso motivazionale più che efficace

Il signore del posto regna su un impero minuscolo, un fazzoletto di terra nel deserto che sarebbe senza importanza, se non fosse zeppo di petrolio: gli americani chiudono un occhio – sai che novità! – ma da tempo cercano di “incastrare” El Sharif dimostrando le torture che avvengono nel suo palazzo. Ogni loro agente segreto finisce però nelle spietate mani di Ilsa.

Dietro ogni grande gerarca c’è una grande esecutrice

Volato via il fazzoletto su cui è scritto il copione, ciò che resta è una rassegna di sesso immaginato, nudismo gratuito straordinariamente poco intrigante e vaghe idee di tortura, solo ipotizzate e raramente mostrate. In pratica, tutto ciò che aveva reso esplosivo e di rottura il precedente film qui viene ridotto all’osso: forse che i problemi censori della precedente pellicola hanno convinto a fare qualcosa di più blando?

Ilsa con su indosso il primo vestito trovato in armadio

Di nuovo la protagonista perde la testa per l’ottimo sesso di un personaggio maschile – in questo caso il comandante Adam Scott (Max Thayer) – e questo sembra incrinare le sue convinzioni: la sua fedeltà ad El Sharif non è più cieca ed incondizionata, e sarà lei stessa a dare il via alla rivolta finale, che nel sangue spodesterà un dittatore per metterne un altro al suo posto.

In pratica viene ripetuto il precedente film ma con divise diverse, e soprattutto sostituendo il nudismo alla violenza, forse perché gli autori hanno capito che così la censura ha meno da ridire.
Il problema è che tutte le situazioni in cui vengono mostrate donne nude sono parecchio lontane da una qualsivoglia apparenza di sensualità, visto che si parla di prigioniere costrette a favori sessuali di cui hanno orrore. Quindi è tortura? Sì, psicologica, ma così si esula dall’ambiente dov’è nato questo filone di film. A parte qualche accenno molto blando, il film è privo di tortura fisica e con nudismo da ospedale: mi sento di dire che fallisce sul fronte “divertimento”, che è l’unico di cui dovrebbe curarsi.

Dyanne Thorne fa le sue faccette solo quando devono scattare una foto di scena, perché durante il film si limita a guardare nel vuoto un po’ spaesata, come se non avesse capito neanche lei in quale film si trovasse. Il suo corpo è sempre un ottimo motivo per vedere la pellicola e la scena di “spoppamento” di cui è protagonista è giustamente inserita negli annali del cinema di exploitation, ma questo film non sarebbe vissuto un solo minuto da solo, se non fosse il seguito del precedente, molto più incisivo e di rottura.

La noia è il nemico peggiore per un film di intrattenimento rozzo, e qui ci si annoia per quasi tutto il tempo. Davvero un gran peccato.

L.

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11 risposte a Ilsa 2 (1976) La belva del deserto

  1. Zio Portillo ha detto:

    A naso hanno preso baracca e burattini del primo film, gli hanno tolto al volo le divise nazi, sono andati in qualche villa di qualcuno spiegandogli la situazione e mostrandogli la Thorne e hanno girato tutto in 4 giorni. Saluti, due baci e alla prossima avventura ospiti del prossimo tizio che mette la casa.
    E comunque El Sharif è Manuel Fantoni. La vestaglia è la stessa, e pure sulla barba possiamo discutere…

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Mi sa che all’epoca andavano di moda anche in Italia quelle vestaglie all’araba 😛
      Comunque sì, il sospetto che sia stata tutta un’operazione messa su al volo per sfruttare il primo film è forte, in pratica gli esterni sono due o tre veloci scene che potevano essere girate ovunque e poi tutti in studio, in un paio di stanza mascherate da harem…

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  2. Cassidy ha detto:

    Ne ho sempre sentito parlare, senza averlo mai visto questo film, anzi pensavo fosse uno dei seguiti successivi, non il primo dopo il capostipite. In ogni caso non fa che far brillare di più il primo capitolo, è la prova che togliendo un elemento (il nazismo) anche il livello di polemica e censura è calato, peccato sia calato anche il divertimento!

    La gabbia con il ratto mi ha fatto pensare ad “American Psycho”, forse Ilsa ha dato un’idea aBret Easton Ellis, la foto di Dyanne Thorne con il vestitino tipo Elvira la strega, è tipo la sua foto forse più famosa di sempre. Intendo con i vestiti addosso 😉 Cheers

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Vuol dire che sei riuscito a trovare foto di Dyanne Thorne vestita??? 😀
      Scherzi a parte, riuscire nell’intento di fare un film pieno di donne nude e farlo noioso… non è da tutti!

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      • Giuseppe ha detto:

        Già! E a questo punto mi viene il dubbio che la censura c’entri sì, ma relativamente: qui, più che altro, mi sa che fin dall’inizio hanno sparato a casaccio senza sapere dove andare a parare (tortura no, vero nudismo no ecc.ecc.)… con così poche idee ma così ben confuse non c’è nemmeno bisogno di venir censurati 😀

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Paradossalmente ci sono più scene “da censurare” in questo film che nel precedente, che mostrava pochissimo, dal punto di vista sessuale, ma essendo tutto drammaticamente blando e innocuo ecco che la censura non aveva motivo di scattare.

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  3. Conte Gracula ha detto:

    Tutta la situazione con le donne rapite per fare da schiave sessuali… boh, è tutto, fuorché sexy.
    Ma già il concetto del primo non è attraente, per me 😛
    Gli spettatori dovevano annoiarsi davvero tanto, al cinema, se si riteneva necessario spingere così il concetto di un film. Di certo non cercavano trame articolate…

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  4. Pingback: Ilsa, la belva del deserto (1976) | IPMP – Italian Pulp Movie Posters

  5. Willy l'Orbo ha detto:

    Sono ancora in modalità licantropo dopo la maratona ululato ma anche qui perlomeno si parla di belve 😉
    La parola spoppamento è ormai entrata nel mio vocabolario quotidiano 🤣🤣

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