Howling 4 (1988) Ritorno al romanzo

Si riduce a livello esponenziale il tempo che passa fra un inutile sequel e l’altro, con una qualità in crollo verticale: cos’hanno fatto di sbagliato questi poveri lupacchiotti per subire un destino così infame? Quale incantesimo spezzerà la maledizione di Howling?

Appena la fatale notizia di un quarto film di Howling inizia a girare fra gli appassionati, la rivista “Fangoria” incarica il giornalista Stanley Wiater di andare ad intervistare un uomo distrutto: il romanziere Gary Brandner, le cui trame continuano ad essere ignorate da film che ufficialmente sono ispirati ai suoi romanzi.

«Non ho avuto alcun tipo di coinvolgimento [nel primo film]: ho semplicemente venduto i diritti del mio romanzo. Mi è piaciuto quel primo titolo, sebbene fosse molto diverso dal mio libro: i produttori hanno preso l’idea base del romanzo sulla comunità di lupi mannari e hanno mantenuto solo una delle mie scene preferite, quella di sesso mannaro. (Ride) E hanno cambiato tutti i nomi perché il regista Joe Dante aveva questa simpatica idea di citare altri registi horror

Com’è nato il secondo titolo?

«Mi è stato richiesto dall’editore perché il primo aveva venduto bene. Così mi chiesero se volessi farne un seguito, sebbene originariamente non fosse nelle mie intenzioni.»

Ecco dunque svelato l’arcano: la fondamentale differenza di stile fra i due romanzi è dovuta al fatto che il primo era “ispirato” mentre il secondo è stato scritto semplicemente su commissione.
Scopriamo poi che il contratto di Brandner prevedeva che per vendere i diritti cinematografici del suo secondo romanzo doveva anche buttare giù una prima bozza di sceneggiatura: in fondo, poi, lo scrittore in quel periodo ha velleità hollywoodiane e adattare un proprio romanzo sembra il modo giusto per “sfondare”. (In questo suo sogno di celluloide ricorda il William Gibson di qualche anno dopo.)

«Be’, ciò che ho scritto non è ciò che si vede sullo schermo.»

Brandner afferma di non aver avuto alcun tipo di coinvolgimento nel terzo film: addirittura il contratto prevedeva che l’intero cast tecnico-artistico fosse australiano. Tanto ormai il romanziere ha rinunciato al rutilante mondo delle sceneggiature.
Si arriva così al quarto film.

«Tutto ciò che ho fatto è stato permettere alla produzione di utilizzare il titolo: a parte questo, non ho idea di cosa tratterà la storia.»

Cos’ha lasciato tutto questo nel cuore dello scrittore?

«Ho chiuso con i lupi mannari, per ora. Naturalmente non si può mai dire: già non volevo fare Howling II e Howling III»

In realtà da altre fonti sappiamo che le cose forse sono andate in modo diverso, e lo scrittore probabilmente sapeva le intenzioni del film…

Tre informazioni false in un’unica schermata!

Inizialmente la notizia che girava era un film con alla regia Clive Turner, un esordiente produttore di bassissimo profilo che a parte questa saga mannara farà solo in tempo a produrre Il Tagliaerbe (1992) prima di scomparire nel nulla. Poi è successo qualcosa e la produzione si è fermata: riparte solo quando entra in campo Harry Alan Towers, lo storico produttore britannico di fiumi di film a basso costo.
La prima idea della nuova produzione è una specie di “ritorno alle origini”: perché non prendiamo il romanzo del 1977 di Gary Brandner e pensiamo ad una vera trasposizione?

«Il produttore venne da me e disse che volevano fare un film dalla mia storia originale, la qual cosa ovviamente trovai splendida. Ma di nuovo uscì fuori che si trattava di un’altra produzione da due soldi [super cheapo production].»

È sconsolato il romanziere mentre rilascia queste dichiarazioni, riportate da Marc Shapiro (in “GoreZone”, autunno 1991), ma in quelle prime fasi tutti sono convinti che sarà comunque un successo, vista la presenza del mago degli effetti speciali Steve Johnson, che promette lupi meravigliosi in video come non se ne vedevano dal primo film. Il problema è che poi sulla sedia del regista si siede il britannico John Hough, a fine carriera, che dei lupi mannari se ne frega assai.

«Il costume da lupo mannaro è andato sprecato, nel senso che il regista non l’ha ripreso come andava fatto.»

Se non basta il giudizio del produttore Steven Lane, Shapiro riporta anche quello di Johnson:

«Hough non era adatto al suo ruolo: non ha mai davvero capito cosa stava succedendo.»

Malgrado le intenzioni siano sempre buone, anche il quarto film ha le premesse del disastro totale che ammorba la saga sin dal secondo episodio.

Il rosso marchio del fallimento

Uscito miseramente in video americano nel novembre 1988, in Italia seguirà il destino di tutti gli altri seguiti: nessuna distribuzione in sala.
Esce in VHS CBS-Fox nel 1990 con il titolo Howling IV: non ho trovato tracce di altro tipo di distribuzione in home video, né di alcun passaggio televisivo.

Per trenta secondi si vede addirittura un lupo…

Lo dico subito così mettiamo le carte in tavola: per quanto sia incredibile, questo film è al 90% la vera trasposizione del romanzo del 1977 di Brandner, nel senso che i personaggi e la vicenda sono assolutamente fedeli al libro, a parte qualche piccola modifica comprensibile. Il problema è che ad essere diverso è lo stile: Joe Dante aveva capito che ciò che rendeva intrigante l’opera di Brandner non era la trama, come si è visto tutto fuorché originale, bensì lo stile, visto che non è facile trovare a quella data una storia di licantropi “moderni”. Niente ambientazioni transilvane, niente nebbie dense né maledizioni di streghe, e Dante con L’ululato (1981) ha saputo cogliere alla perfezione lo spirito dell’opera di Brandner, con una storia moderna (per l’epoca) girata in stile moderno.
Questo quarto film è l’esatto opposto: è vecchiume stantio girato malissimo e interpretato peggio, però è innegabile che sia la fedele trasposizione della trama del primo romanzo.

Tipiche spalline di una romanziera

Marie Adams è la versione “moderna” di Karyn: non più una casalinga nullafacente che si ritrovava in un paesino sperduto nel nulla per riprendersi da uno stupro, bensì un’affermata scrittrice di romanzi di successo che d’un tratto ha… boh, non si capisce mica. In due nanosecondi ci viene “spiegato” che sta male e ha bisogno di riposo: il perché non sembra interessare lo sceneggiatore, che è quel Clive Turner di cui dicevo prima: una meteora che è un bene sia già scomparsa nel nulla.

Tipica casa sperduta dove ritrovare la pace

La scrittrice che non si sa di che male soffra va a buttarsi nel nulla a Drago – che il doppiaggio italiano pronuncia Drègo, alla Lino Banfi! – insieme al marito Richard, interpretato da quell’insopportabile tubero paralitico di Michael T. Weiss: dubito fortemente esistano attori peggiori nell’universo.

La potenza del Nulla negli occhi di Michael T. Weiss

Il paesino è costituito da tipo tre persone, perché non c’erano soldi per altre comparse, e tutto avviene come nel romanzo, compresi due escursionisti che vengono “mangiati” di notte e sul cui destino la protagonista si informa, senza ottenere risposta dagli omertosi paesani. C’è la famigliola della drogheria, lo sceriffo ma non c’è l’espediente dell’orecchio di quest’ultimo, che lo tradisce come licantropo: idea avuta da Brandner nel 1977 e che Stephen King ha rubato di sana pianta per Unico indizio: la Luna piena (1983), ma sicuramente sarà stato un omaggio…
Non manca l’amica della protagonista, che ha studiato la storia del paesino ed è convinta che ci siano dei lupi mannari in giro: il personaggio era anche ne L’ululato ma è stato cancellato a forza dal terribile montaggio della parte centrale del film.

Le due Signore in Giallo di Drago

Poteva mancare la lupa mangia-uomini? Ovvio che no, solo che stavolta la Marcia della situazione si chiama Eleanor e ha il fascino da vera sciampista (cit.) di Lamya Derval.

La Lupa con la messa in piega

La lupacchiotta mette subito gli occhi sul maritino della protagonista e invece di una notte di sesso bollente (e mannaro) abbiamo una scena imbarazzante, montata male e recitata peggio, in cui l’uomo riceve giusto un morso e comincia poi a comportarsi da stronzo: lo sceneggiatore ha un ictus e decide di inventarsi un finale posticcio per il personaggio, facendolo sciogliere nel bosco. Ma perché? Cosa c’entra lo “scioglimento”? Perché un umano morso da un licantropo dovrebbe squagliarsi lentamente per terra dopo giorni dal morso? Nessuno lo saprà mai, neanche l’immondo costume mannaro che ammira la scena.

Mio Dio… sarebbero questi gli effetti speciali?

La differenza fra questo film e L’ululato di Joe Dante è perfetta per capire il significato dell’espressione “film tratto da un romanzo”: non è la trama la parte fondamentale, è lo stile. Il film del 1981 cambia moltissimo della storia ma lascia intatto il succo del racconto; questo del 1988 è così didascalico che potrebbe essere seguito con il libro in mano, girando le pagine, eppure non c’entra assolutamente nulla con l’opera di Brandner. Il romanzo The Howling è una storia sorprendentemente moderna che anticipa molti temi non ancora famosi, all’epoca, mentre Howling IV è più assimilabile ad un vecchio filmaccio anni Cinquanta da vedersi in drive in per ridere in faccia agli attori cani e tirare pop corn allo schermo.

È bella Drago, però non ci vivrei. Almeno non da umano…

Come mai una saga disprezzata da tutti i recensori dell’epoca, che ha mille problemi produttivi perché nessuno vuole infognarsi con certa roba, continua però imperterrita a sfornare seguiti su seguiti? Forse perché un marchio così distrutto costa poco e quindi farne un seguito è più economico? In ogni caso, l’ululato continua…

L.


Bibliografia

  • Dave Kosanke, 20 Years of The Howling, da “HorrorHound” n. 29 (maggio-giugno 2011)
  • Marc Shapiro, The Howling Chronicles, da “GoreZone” n. 19 (autunno 1991)
  • Stanley Wiater, Horror in Print: Gary Brandner, da “Fangoria” n 72 (marzo 1988)

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21 risposte a Howling 4 (1988) Ritorno al romanzo

  1. Willy l'Orbo ha detto:

    Sì, robaccia immonda. Ma dopo aver letto il tuo post ho trovato un degno interesse nella storia creativa e nel discorso sul “tratto da” e sulla vera, basilare importanza dello stile con cui si fa. Discorso che ovviamente sposo in pieno! 😉

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Purtroppo è una distinzione sostanziale che non salta subito all’occhio, e ha creato molti fraintendimenti. Per esempio uno degli autori più spesso portati al cinema, Stephen King, ha visto solo alcune parti di trama prese in considerazione, molto raramente è stato il suo stile ad essere preso in considerazione. Anche perché è la parte più difficile da trasformare in sceneggiatura.

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      • Willy l'Orbo ha detto:

        Come ieri non posso che replicare con un “esatto” a pieni polmoni 😃
        Oltretutto l’esempio King è proprio calzante tanto che pochi giorni fa ne parlavo con amici delle trasposizioni da suoi libri 😮

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Ovviamente parliamo di parecchie decine di film quindi non si può generalizzare, ma di solito per il Re ci si focalizza su alcuni aspetti della trama non riuscendo a creare “opere kinghiane”.
        Dante invece con “L’ululato” ha creato l’unico vero adattamento possibile del romanzo di Brandner, anche se ha preso solo alcuni aspetti della trama: però ha usato il suo stile, che era peraltro l’unica cosa da salvare.
        Invece la sottile inquietudine di King ragamente è stata utilizzata, più interessati ai mostroni e agli effetti speciali…

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      • Willy l'Orbo ha detto:

        …anche perché, lo dico da lettore di King, trasferire questa “inquietudine stilistica” in opere cinematografiche non mi pare certo semplice. Pur con pochi mezzi, considerando ciò e la natura di quasi film-tv, ci riusciva a tratti It del 1990, secondo me. (Ma il libro in questione non l’ho letto, solo mi pare di percepire quell’ atmosfera più che in altre opere)

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Io ho molto amato quella trasposizione televisiva, proprio perché aveva il respiro largo che ti permetteva di entrare nei personaggi. Purtroppo ho poca memoria della lunga lettura di un libro come IT, troppo lungo per rimanermi impresso. Ho amato Misery, perché pur non essendo titanico come il romanzo, comunque na ha preso il succo e ha creato una bella tensione. Christine è stata una mia ossessione, così come “Cose preziose” (entrambi romanzi sul tema del possesso come ossessione, sentimento che ho provato fortemente in gioventù) ma il film del secondo non lo prendo neanche in considerazione.
        Diciamo che in mano a bravi registi venivano fuori bei prodotti, altrimenti sono film che si guardano, magari piacciono anche, ma poi si dimenticano in fretta.
        Non parliamo dei remake, tipo “Pet Sematary”, che è il remake della prima metà del vecchio film: dubito che lo sceneggiatore abbia letto il romanzo originale…

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      • Willy l'Orbo ha detto:

        Concordo in particolare su Misery e a livello generale sulla distinzione tra film che ti lascia qualcosa e film che pur carino scorre via liscio e finisce nel dimenticatoio. I primi sono quelli che ricalcano lo spirito di King come alcuni titoli da noi citati. Il remake di cimitero vivente non l’ho visto ma sicuramente lo vedrò presto e temo/credo che condivideró le tue perplessità 🤔

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        I film tratti da King sono un mare e hanno stili e generi molto diversi, ma ci sono alcuni che ti rimangono nel cuore mentre altri li vedi con piacere ma poi te ne dimentichi. E poi c’è roba inguardabile, ma questo va da sé 😛

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      • Giuseppe ha detto:

        Io lessi IT prima di vederne la trasposizione televisiva e, ahimè, bastò quello per farmi amare sempre meno ad ogni visione -già la prima volta non erano stati esattamente salti di gioia, no- il lavoro di Tommy Lee Wallace: il romanzo era troppo denso e potente per poter essere castrato da un adattamento televisivo così poco all’altezza (per la scarsa durata, per la censura, per gli effetti per forza di cose inadeguati)… va da sé che ne uscissero sacrificati più del dovuto pure i personaggi.
        Tornando a questo quarto inutile capitolo “ululante”, abbiamo l’ulteriore aggravante di un doppio spreco: uno Steve Johnson costretto a degli effetti NON speciali (da far venire la sciolta come quella di quel licantropo) e un John Hough ormai fuori tempo massimo…

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Il costume da licantropo poi si vede per un solo fotogramma: chissà quanto è costato, e neanche lo mostrano!!!
        Il non avermi lasciato assolutamente nulla temo sia un effetto della lunghezza di IT, e sì che l’ho letto nel perido di massimo amore per King e ho il ricordo che mi sia piaciuto, ma dei tomoni dell’epoca ho molti più ricordi dell’Ombra dello Scorpione.
        Sicuramente “solo” tre ore di film non possono racchiudere le 1.200 pagine originali, però sono la dimostrazione che il film funziona per chi non ha letto (o non ricorda) il libro 😛

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  2. Conte Gracula ha detto:

    Vedo un parallelo col crollo di Hellraiser: a quando il crossover tra le due saghe? XD

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Guarda, mi stupisce davvero che non esista. O non sembra esistere, a meno di non scoprirlo strada facendo.
      Due saghe crollate miseramente al secondo episodio, passate dalle capaci mani di un autore originale a mani lerce di cialtroni senz’anima, andate avanti a colpi di letame… Sono davvero due saghe parallele, possibile non sia venuto in mente a nessuno di farle incontrare? 😛

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  3. The Butcher ha detto:

    E io che mi ero fermato al terzo capitolo. Comunque hai detto ua sacrosanta verità. Non è la trama la cosa importante ma lo stile. Joe Dante ha ripreso fedelmente le atmosfere del libro e le ha trasposte sul grande schermo nonostante la trama sia cambiata. Con questo quarto capito mi sembra quasi che si sia fatto lo stesso lavoro che hanno fatto con la fiction Il nome della Rosa. Trasporre fedelmente il romanzo facendo sembrare il tutto una specie di audio libro senza enfasi e con gli attori.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Purtroppo è la moda imperante, quella di scambiare la trama di un libro con il suo stile, e la cosa assurda è che nessuno sceneggiatore è fedele al romanzo, semplicemente per motivi di costi, di tempo e mille altri problemi. Perché allora non chiamare uno sceneggiatore bravo che sappia prendere il succo di un romanzo e trasporlo in modo economico in video? La risposta viene da sola: non esistono sceneggiatori “bravi” 😀
      Scherzi a parte, anche noi come spettatori dovremmo pretendere più “succo” e meno “scaletta degli avvenimenti”.

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  4. Zio Portillo ha detto:

    La tua chiusa “l’ululato continua…” mi mette una paura fottut@!

    Scherzi a parte, avevamo annusato che il buon Brandner avesse scritto il seguito a gettone. E ci avevamo preso! Pacche sulle spalle reciproche.

    Molto interessante il discorso di “film tratti da romanzo” (più o meno riusciti) che estrapolano il succo del libro. E’ un argomento molto soggettivo perché quello che piace a me può farti schifo (e viceversa…), ma sarebbe bello approfondire.

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  5. Cassidy ha detto:

    Joe Dante ne esce come un gigante, questo film è come sarebbe stato “The Howling” però senza il suo genio e la passione cinematografica che lo distingue. Cheers!

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