Le evase (1978) Storie di sesso e di violenze

Sabato notte, in pratica la mattina di domenica 28 luglio 2019, IRIS ha ripescato dai polverosi archivi Mediaset un film davvero controverso: un potente spaccato dell’Italia sul finire degli anni Settanta, infiammata dalla violenza criminale ammantata di vari colori politici… e il tutto edulcorato dallo stile “commedia sexy all’italiana”, con una Lilli Carati intensa nel ruolo di brigatista che nelle locandine sembra una divetta dell’erotismo.
In fondo, quale modo migliore di neutralizzare una storia che mette a disagio se non spacciandola per “bomba erotica”?

Dopo tanti film con donne in prigione, stavolta le vediamo fuori

Sto parlando de Le Evase, scritto e diretto da Giovanni Brusadori (che però come regista si nasconde dietro lo pseudonimo Conrad Brueghel) con il sottotitolo Storie di sesso e di violenze per ingannare meglio il pubblico.
Stanno al “gioco” anche gli americani, che millantano il film come appartenente al genere WIP (Women In Prison) e lo ribattezzano con un farlocco Escape From Women’s Prison.

Non mi sembra proprio un carcere di massima sicurezza

Il film si apre con la fuga di quattro detenute dal penitenziario di Costagmagna, che non so se sia un nome vero o inventato per il film.
Tutto ciò che sappiamo di loro ci viene raccontato da un presentatore che parla attraverso una radio: non tutto è chiaro, non tutto è distinguibile, ma ecco l’identikit:

  • la 25enne trentina Monica Haber (la giovane riccioluta Lilli Carati), iscritta alla facoltà di sociologia ed entrata nella clandestinità dal 1975, «secondo gli inquirenti è una delle responsabili della colonna nord-orientale del gruppo terroristico»;
  • la 35enne parmense Betty Ossola (Artemia Terenziani);
  • la tostissima Diana Brauni (Marina Daunia), un bocciolo di rosa condannata per omicidio, spaccio di stupefacenti ed istigazione alla prostituzione;
  • la 35enne Erica Bernacci (Ada Pometti).

Sono criminali di diverso stampo («una bombarola, una ladra, una puttana e una pazza drogata» verranno definite in seguito) ma la differenza politica si avverte subito: la “terrorista” Monica ha un “compagno” che l’aspetta e vuole mollare le altre, tanto da attirarsi il disprezzo dell’assassina.

«Da qui in poi, ognuno per conto suo»

«Terrorista di merda»

Durante la fuga hanno la sfortuna di incontrare una pattuglia della polizia ma il più sfortunato è il poliziotto che finisce ucciso: non è stato un incidente, è stato un atto deliberato che brucia per la freddezza con cui è eseguito. Non sono quattro ragazze vittime della società, sono quattro spietate combattenti che non si fermano davanti a nulla pur di raggiungere l’obiettivo che si sono prefissate.

L’atto di sangue che segnerà la fuga

Lo scontro a fuoco con la polizia lascia ferito Pierre, il fratello di Monica, e disperate la quattro donne con uomo esangue chiedono aiuto al primo mezzo che passa: un pulmino che sta portando una squadra femminile di tennis al Torneo giovanile regionale.
Un modo come un altro per passare inosservate, e per accudire Pierre ormai in fin di vita.

«I compagni della tua organizzazione sono tutti come lui? Perché se sono tutti come lui è meglio che lasciate perdere: dimenticatevela la rivoluzione!»

Il film dà molte cose per scontate, in fondo si sta rivolgendo ad una platea che conosce questi avvenimenti perché ogni giorno i telegiornali li raccontano, in un’Italia infuocata dalla criminalità di stampo politico che potete anche chiamare “ideologica”, “rivoluzionaria” o come vi pare, ma sempre cadaveri lascia sul terreno.

Le idee hanno bisogno di fucili…

Quindi non viene mai fatto alcun nome né viene mai specificato a quale “organizzazione” appartenga Monica, anche se il chiamarsi “compagni” ed aspirare alla rivoluzione non lascia certo dubbi. Non so se all’epoca ci fossero altre organizzazioni criminali di sinistra oltre alle Brigate Rosse, ma il concetto non sembra cambiare molto: forse il non citarla è proprio un modo per non rimanere nel particolare e riferirsi a tutte quelle ideologie che spingono a sparare alla gente.

Si balla, si canta, ma sempre Anni di Piombo sono

Non a caso quando il 26 luglio 1978 la commissione di censura italiana analizza il film, non fa alcuna menzione del discorso politico, e si limita a chiedere il taglio di un paio di scene sessuali, prima di rilasciare il film l’11 agosto successivo con un divieto ai minori di 18 anni.
Va comunque specificato che 19 metri di pellicola tagliata è davvero una cifra importante: temo che, sebbene non specificate nel rapporto finale, molte scene abbiano subìto una corposa sforbiciata.

Ci pensa la distribuzione italiana ad “annullare” ogni vaga eco politica, distribuendo il film dal 25 novembre 1978 come fosse una delle tante pellicole erotiche che riempivano le sale.

da “La Stampa”, 25 novembre 1978

Per non parlare di quando la VideoGroup porta il film in VHS nel 1989, presentandolo quasi come un film porno. Almeno il DVD CineKult (Cecchi Gori 2012) è più onesto con la sua frase di lancio: «Quattro donne disposte a tutto e senza più niente da perdere».
IMDb ci dice che il film in versione cinematografica dura 95 minuti, mentre la VHS riporta la durata di 90 minuti, che è la stessa del DVD: IRIS ha trasmesso 95 minuti puliti di film, quindi è un’edizione non tagliata? Ne dubito, visto che i tagli si vedono eccome.

La scena principale del film, l’unica “potente”, e massacrata di tagli

Scoperte come criminali, la situazione si fa incandescente e rischia di scapparci un altro cadavere, quando la tennista Terry (Ines Pellegrini) propone alle fuggiasche di rifugiarsi in una villa lì vicino («sulla Statale 18»), di proprietà di un giudice che lei conosce. Non c’è nessuno, è isolata e potranno aspettare lì che si calmino le acque.
Insediatesi nella villa del giudice, il proprietario (Filippo Degara) non esita certo a mostrare il suo disprezzo: non per l’atto criminale in sé, ma per gli appartenenti a quella corrente che lo rendeva possibile:

«Vi proponete come interlocutori dello Stato, e in realtà siete solo responsabili di attentati, di atti terroristici, sequestri a scopo di lucro, ferimenti, e di una catena d’omicidi: da magistrati a dirigenti industriali, da uomini politici a giornalisti. Il vostro è un calendario vergognosamente macchiato di sangue, e il conto sale. La vostra è un’assurda rivoluzione, un regno della paura e del terrore.»

Non è una bella Italia, quello in cui è nato questo film, semmai ne è esista una bella.

L’inflessibile giudice

Quindi è un film di scottante denuncia? No, quello sociale è solo un bruciante contorno, una carta da parati davanti alla quale far svolgere la vera vicenda del film. Perché appena le criminali portano le loro vittime nella villa isolata, le proletarie iniziano a torturare le borghesi, come accadeva in Milano odia (1974) di Umberto Lenzi e come accadrà ne La casa sperduta nel parco (1980) di Ruggero Deodato… No, neanche questo.
A spiegarci cosa accadrà, ci pensa la “mangiona” Betty:

«Questo posto sta diventando uno schifoso casino.»

E non intendeva “confusione”, ma proprio “bordello”!

Esproprio proletario di biancheria intima di classe

Ogni messaggio sociale, ogni critica alla situazione dell’Italia contemporanea deve farsi indietro davanti alla patacca, gloria nazionale e prodotto tipico da esportazione. Con scuse più o meno plausibili e trovate a volte discutibili, si apre il teatrino della commedia sexy all’italiana.
Lilli Carati smette di avere un qualsiasi peso nella vicenda – da organizzatrice degli atti criminali che era – e si mette a fare spogliarelli immotivati, la rude Diana concupisce una giovanissima tennista mentre Erica deve rifarsi di tutte le copule perse in carcere, assalendo ripetutamente l’autista Marco (Franco Ferrer).
Tutto immaginato attraverso ciò che rimane dei citati 19 metri di pellicola tagliata dalla censura. Cioè un filmino da cinema parrocchiale.

Tutto finisce nella commedia sexy all’italiana

Il giudice non smette di simboleggiare la società costituita e di criticare i rivoluzionari, ma questa foga politica lo spinge a spupazzarsi la brigatista, in una scena il cui stile mi sento di riassumere in questa frase: «Bombarola, facci vedere la bomba!»

La giustizia prevale (fisicamente) sul terrorismo

Va be’, a questo punto, dopo la bernarda che vuoi far vedere? Qual è l’altro prodotto tipico italiano? Ovvio: la marchetta. E vai con gli spot!

Anche i rivoluzionari bevono J&B

Anche le evase indossano Sergio Tacchini

Una marchettina infilata di nascosto

Nel finale Brusadori cerca disperatamente di racimolare quegli spiccioli di serietà che ha perso sul letto ancora caldo di strusciate finto-lesbiche e cerca di buttarla sul tragico e sul morale, con una sbrigativa fine che va applaudita con le mani aperte in faccia al regista.
Trovo più logico pensare che il finale raffazzonato sia frutto della scadenza dell’affitto della villa per girare. Brusadori si guarda in giro e dice: «Bòn, la barbisa l’abbiamo fatta vedere, gli spot li abbiamo piazzati: io andrei…» E fine del film.

No, la scritta finale nooo!

Lilli Carati che si spoglia lentamente e immotivatamente è la scena più sensuale di un film che promette “storie di sesso”; il giudice che viene costretto ad urinarsi nei pantaloni è la scena più violenta di un film che promette “storie di violenze”. Il resto o è stato tagliato dalla censura, o non è mai esistito.
Cosa c’entrassero tutte quelle menate sulla rivoluzione, lo sa solo lo sceneggiatore.

L.

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11 risposte a Le evase (1978) Storie di sesso e di violenze

  1. Conte Gracula ha detto:

    Chissà se aveva anche una sceneggiatura o solo una traccia…

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      L’inizio del film sembra denso, una storia di denuncia sociale abbastanza intensa, ma poi – che delusione – si finisce tutti in tristi siparietti pseudo-sexy…

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      • Giuseppe ha detto:

        Appunto: sembrava cominciare e procedere (quasi) seriamente, e invece poi è finito nel solito becero modo…

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        E’ comunque un documento importante che testimonia come gli echi americani siano stati già percepiti dagli italiani nella giusta direzione: qui le donne sono protagoniste attive e addirittura sparano quando ancora non è scontato farlo. Siamo nell’anno di “Halloween” e “I Spit on Your Grave” e le “donne toste” sono ancora in embrione. Come sempre, l’Italia era in prima fila senza saper gestire il primato.

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      • Giuseppe ha detto:

        Proprio così, abbiamo di nuovo perso ai punti (che avremmo avuto, pure questa volta)…

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  2. Willy l'Orbo ha detto:

    “Bombarola facci vedere la bomba (direi anche le bombe 🤣)” riassume perfettamente la deriva del film 😂
    Anche se in nuce c’è ancora una volta un cinema nostrano anticipatario ma incapace di restare “sul pezzo”

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  3. Zio Portillo ha detto:

    Ricapitolando: non è un film di denuncia, non è un poliziottesco, non è un film erotico, non è una commedia sexy,… Da ricordare un semi-spogliarello al rallenty della Carati e un tizio che si piscia nei pantaloni.
    Meglio i film con Alvaro Vitali almeno due zinne e un culo si vedono?

    Se è così, ringrazio ma passo oltre.

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  4. Cassidy ha detto:

    Ecco forse perché “Avere vent’anni” é ricordato da tutti, mentre questo è una chicca Zinefilo, a parità di donne nude, quello quando era il momento mordeva, questo che aveva i denti per farlo invece ciccia, peccato. Cheers!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Lilli Carati e Gloria Guida insieme sicuramente hanno avuto più impatto di questo film, dove la Carati inizia come protagonista e finisce a “scena doccia” senza ritorno, in pratica scomparendo da metà film in poi.

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