Mogambo (1953) Quando sparavamo ai gorilla

A luglio la programmazione di alcuni film “africani” mi ha fatto venir voglia di viaggiare fin nei meandri più reconditi del Continente Nero insieme ai divi hollywoodiani di quando la Babilonia californiana governava il mondo della narrazione: rispolverata una messa in onda della compianta CineSony che ho registrato il 7 gennaio 2018, mi sono gustato Mogambo del maestro John Ford.
Già che c’ero, ho pensato: chissà se spulciando nelle biografie delle tre star protagoniste riuscirò a trovare qualche chicca? Ho scoperto che viaggiare fra i racconti della lavorazione di quel film era come addentrarsi nell’Africa Nera in canoa…

Dove agli indigeni piace ballare il mambo!

Tutto nasce dal grande successo del film Le miniere di re Salomone (1950), in cui la star Stewart Granger – ben noto per il genere “cappa e spada” ma in realtà apprezzato dal pubblico nel cinema di ogni genere – veste i panni dell’avventuriero Allan Quatermain, nato dalla penna di H. Rider Haggard.
Alcune parti del film sono davvero girate in Africa e l’attore si innamora di questo genere degli anni Quaranta, i cui dettami sono sin dall’inizio ben impostati e inamovibili: una grintosa donna va in Africa per vari motivi e trova lì un rude avventuriero che dovrà guidarla nell’immancabile viaggio sul fiume e nell’addentrarsi in foreste piene di pericoli. Che fra i due sbocci l’amore è obbligo contrattuale. Cambiano le motivazioni che spingono i personaggi ma il copione è sempre fermamente identico.

Nel 1985 la Cannon ha provato a resuscitare il genere, con poco successo

Granger vuole assolutamente fare subito un altro film similare per tornare in Africa, e ne parla a Dore Schary: perché non facciamo un remake di Red Dust (1932) di Victor Fleming ambientandolo in Africa? Sembra strano che per sfruttare un nuovo genere venga proposto di rifare un vecchio film, ma così ricostruisce gli avvenimenti la biografa di Gable Jane Ellen Wayne.
Dore Schary è uno sceneggiatore arrivato alla guida della Metro-Goldwyn-Meyers e capisce subito che il genere è pronto per essere sfruttato: teoricamente è d’accordo con Granger, ma l’unica obiezione… è che non dev’essere Granger ad interpretare il film. L’attore è sulla cresta dell’onda, invece c’è una stella della MGM in declino a cui andrebbe data una buona occasione: Clark Gable.
Come scusa per sbolognare Granger, Schary gli fa notare come abbia appena sposato Jean Simmons: cosa ne penserebbe la nuova moglie che l’attore se ne andasse per sei mesi a girare dall’altra parte del mondo? Meglio lasciar spazio alla star appannata di Via col vento (1939).


Grace Kelly: Devo dirti che mi sono innamorata di te in “Via col vento”.
Clark Gable: Tutti l’hanno fatto, ragazza, ma per tutto questo amore non ho guadagnato un solo penny.


1952. Gable ha appena firmato il divorzio dalla sua quarta moglie, Sylvia Ashley, e prima di mettersi con la quinta si prende un po’ di vacanza. Vorrebbe andare subito in Africa a girare Mogambo ma Schary glielo agita davanti come premio: prima di quel film deve girare Arrivò l’alba (Never Let Me Go, 1953) in Inghilterra, che con le tasse britanniche la MGM ci guadagna assai, e nel frattempo in Africa la tribù dei Mau Mau avrà finito la sua guerra, così da poter scegliere con calma la location del film.
Come facesse il capo della MGM ad essere così informato sulle tribù africane è davvero un mistero.
Finite le riprese del film, la co-protagonista Gene Tierney dovrebbe partire per l’Africa con Gable ma all’ultimo secondo rinuncia: ha appena divorziato e ha una bambina piccola da accudire, non se la sente di abbandonarla per sei mesi. Non è chiaro chi abbia risolto la situazione, ma viene proposta un’attrice esordiente di 23 anni come sostituzione: una certa Grace Kelly, che potrebbe anche diventare famosa…

Gli occhi e il visino giusti al momento giusto

Il 2 novembre 1952 finalmente Gable parte alla volta di Nairobi, dove l’aspettano la co-protagonista Ava Gardner e il suo nuovo marito, un certo Frank Sinatra, per fare una festicciola. I due coniugi stanno vivendo un momento parecchio litigarello, due settimane prima Sinatra è tornato a casa e ha trovato la neo-moglie Ava… a letto con Lana Turner! Ok, qui in realtà siamo in pieno gossip ed esiste un’altra versione della storia, in cui Ava e Lana si stavano raccontando le prestazioni amatoriali di Artie Shaw, con cui entrambe erano state sposate. L’unica cosa certa è che i vicini chiamano la polizia perché Frank e Ava stanno gridando come pazzi mentre Lana Turner corre in giro gridando “aiuto”. Che vitaccia, ’sti divi di Hollywood.
La festicciola di Nairobi è un momento per i coniugi Sinatra di riappacificarsi, e qualcuno dice che Frank non si fida a lasciare sola Ava con quello sciupafemmine di Clark Gable. È curioso che tutte le donne che l’hanno conosciuto hanno raccontato un mare di difetti totalmente non affascinanti mentre gli uomini sono tutti convinti che l’attore conquisti ogni donna che incontri. La verità starà nel mezzo, immagino.

Quale donna resisterebbe ai calzettoni di Gable?

Finita la festa, si va tutti alle pendici del Monte Kenya, due chilometri di complesso residenziale costruito rubando terreno alla foresta africana: stanze che sembrano uscite da un albergo occidentale (con tanto di sale da biliardo!) circondate da animali feroci: la sera si accendevano fuochi davanti alle finestre per tenere lontani i leoni in caccia.
Alla fine gli animali saranno il minore dei problemi: le belve feroci che tengono tutti svegli di notte sono i coniugi Sinatra che litigano e strillano tutto il tempo. Grace Kelly è disperata perché ha la stanza accanto alla loro, e durante il giorno a racconta a Gable tutti i pettegolezzi tra moglie e marito.
Per fortuna Ava Gardner ha una degna spalla su cui contare: il regista John Ford.

Bella l’Africa, peccato per Frank Sinatra…

Ha quasi sessant’anni, il regista di culto, e scopre nella trentenne Ava una persona che parla la stessa lingua: la stessa volgare, triviale ed offensiva lingua. Durante le riprese massacra l’attrice trattandola in maniera indecorosa, e quando Ava si stufa restituisce tutto con gli interessi.
Per dare un’idea della classe da scaricatori di porto che contraddistingue i due, Jane Ellen Wayne racconta in Gable’s Women (1987) un dialogo intercorso tra il regista e l’attrice durante una cena elegante dal governatore britannico dell’Uganda, con tutti gli alti papaveri in smoking.

John Ford: Ava, perché non racconti al governatore cosa ci hai visto in quello smilzo di 54 chili che hai sposato?
Ava Gardner: Be’, ci sono 4 chili di Frank Sinatra e 50 di cazzo!

Ah, quanta principesca eleganza! A quanto pare, il governatore ha riso molto e così gli invitati. C’è solo da immaginarsi gli scambi verbali tra i due sul set…

Dal novembre 1952 al febbraio 1953 le riprese si sono protratte in vari Paesi africani, prima di andare a concludere il film a Londra. Per mesi e mesi star, attori e comparse hanno dovuto bollire l’acqua, mangiare solo ciò che veniva spedito da Londra o che veniva ispezionato da uomini della compagnia, lavarsi in modo razionato e stare costantemente con gli occhi aperti perché vivevano in zone dove tutto – su terra, in acqua e per aria – costituiva un pericolo mortale. In questo caso si può davvero dire che non se ne fanno più di film così…
Mentre devono gestire i mille problemi del soggiorno, sul set le cose vanno anche peggio per i poveri attori. John Ford è John Ford, non è lì per fare arte né per coccolare gli attori: lui crede di essere ancora ai tempi del muto e urla istruzioni agli attori durante le scene. E non in tono gentile.
A detta di tutti Ford era interessato ai paesaggi africani, alle scene esotiche (per cui il pubblico impazziva) e agli animali: gli attori era una seccatura che non era disposto a sopportare. Poteva farlo, perché era John dannato Ford…

Non scherzate con John Ford, che finite al posto della capra!

Costato circa tre milioni di dollari, appena esce in sala Mogambo ne incassa cinque, facili facili, quindi è un grande successo e la carriera di Gable è rilanciata. Ava Gardner riceve una nomination all’Oscar come protagonista e Grace Kelly una come non protagonista, e quest’ultima viene notata da Alfred Hitchcok che la vuole per La finestra sul cortile (1954), regalandole l’inizio di un successo mondiale come star hollywoodiana… in contumacia. L’attrice infatti nel 1956 sposa il principe Ranieri di Monaco ed abbandona il cinema, fossilizzando per sempre la sua immagina senza più rischiare di rovinarla, dimostrando che solo chi scende dalla giostra in corsa girerà per sempre.
Esattamente il contrario di ciò che le aveva consigliato Clark Gable, dandole l’addio.

Clark Gable (a Grace Kelly): È tempo di concentrarti nel diventare una brava attrice, perché all’uscita di “Mogambo” sarai una star: tieni sempre a mente la differenza fra le due. Non lasciare che un uomo ti sbarri la strada: tieni gli occhi aperti e il naso pulito.


Uscito in California il 23 settembre 1953, il 24 febbraio 1954 finisce sul tavolo della censura che per motivi ignoti se lo tiene fino al 31 agosto successivo, quando finalmente rilascia il visto per la proiezione in pubblico, senza alcun divieto. Esce nelle sale italiane il 23 settembre 1954.
Per più di dieci anni il film gira per i cinema d’Italia, finché martedì 23 dicembre 1980 ReteDue (l’odierna Rai2) lo trasmette alle 21,30.
Uscito in VHS MGM in data ignota, è disponibile in DVD Golem Video dal marzo 2015.

Dimentichiamoci della piantagione nel sud-est asiatico, ora Victor Marswell (Clark Gable) è una guida africana con la passione della caccia grossa (big game), e ad inizio film viene svegliato perché la sua preda più ambita è in vista: il “leopardo nero” (Black leopard). Perché non chiamare pantera nera quella che si vede chiaramente essere una pantera nera?
Scopro che a sorpresa il film ha ragione: a quanto pare non esiste la “pantera nera”, esistono varianti nere – a volte naturali ma più volte frutto di incroci in cattività – di leopardi, giaguari e puma. Quest’ultimo è la variante americana più usata nei film. Possibile che un film americano degli anni Cinquanta sia così accurato?

Sembra una pantera nera, ma pare essere un leopardo nero

Andata male la caccia, Victor scopre che va peggio nel suo albergo: c’è una tizia che si sta comportando come fosse a casa sua e la trova in piena doccia, in pratica a consumare le preziose scorte d’acqua.

Il servizio in camera fa pena, in Africa

«Mi chiamo Kelly, Eloise Kelly. Meglio conosciuta un po’ dappertutto come Latte e Miele.»

La presentazione originale di Eloise (Ava Gardner) è spettacolare: «better known in the gay capitals of Europe as “Honey Bear” Kelly». Perché mai le gaie capitali europee dovrebbero chiamarla Latte e Miele? In quali ambiti sarà mai nato questo curioso soprannome? Non lo sappiamo, sappiamo solo che è arrivata in Africa inseguendo un marajà che invece le ha dato buca ed è tornata in India.
Ora dunque Radio Capital… cioè, Latte e Miele si ritrova bloccata nella giungla con i baffetti di Gable che le vibrano intorno.

Tieni a bada i baffetti da sparviero, Clark!

«Sarà una settimana gioconda» è il suo commento, alla notizia di quando passerà il battello successivo: «This will be the gayest week of the season». Ma quanto sono tutti gai in Africa…

Nessuna Ava rimarrà illesa, nell’Africa di Clark

Non verrà mai spiegato, per ovvie ragioni, ma dalle dichiarazioni degli attori sappiamo che il personaggio è una prostituta, o la versione hollywoodiana di una “donnina allegra”. (Nel 1954 il personaggio viene chiamato “artista di varietà” nella presentazione alla censura italiana.)
«È una giramondo» (a spry little bit), la definisce Victor. «Ne ho viste a Londra, Parigi, Roma: iniziano in un club di New York e finiscono girando il mondo come una reclame a colori. Neanche un sentimento onesto, dal ginocchio al collo.» Quindi con la testa i sentimenti sono onesti?
La settimana scorre e malgrado Victor faccia il burbero lo stesso il suo rude e peloso cuore da uomo di mondo si scioglie davanti a Radio 101… cioè Latte e Miele.

Ah, quante battute avrà fatto John Ford su Ava e l’elefantino…

La ragazza è cintura nera di ignoranza, così quando sente che sta per arrivare un antropologo cade dalle nuvole: «Antro… che? Scusate, ho dimenticato il dizionario di latino a casa». Che simpatica, peccato che sia greco…
Non sa cosa sia un marsupiale e non sa distinguere un rinoceronte da un canguro: da una che ha girato tutte le gaie capitali d’Europa mi sarei aspettato maggiore cultura generale.

Arriva l’antropologo e sua moglie, anch’essi gai

Con la velocità del baleno l’antipatia diventa amore: Victor d’un tratto non disprezza più la donna ma anzi la bacia, e i baffetti da sparviero fanno il resto. Latte e Miele ora è perdutamente innamorata del bell’esploratore finto irsuto (in realtà Gable non ha un pelo neanche a pagarlo!) ma non sa che questi non ha alcuna intenzione di tenersela al fianco.
Appena arrivano i nuovi clienti, l’antropologo Donald Nordley (Donald Sinden) e sua moglie Linda (Grace Kelly), Victor scaccia Kelly: anche perché nel giro di un nanosecondo si è perdutamente innamorato della bionda Linda e ha già capito che non ama quel mollaccione del marito, topo di biblioteca.

Molla quel mollaccione e scatta come una molla tra i miei baffi

Il romanzone nella giungla è di quelli di grana grossa e ovviamente l’aspetto romantico della vicenda è il più datato e il più immeritevole di essere ricordato.

Indovinate? Gattine soffianti si litigano Gable…

Victor è reticente a portare l’antropologo a visitare la comunità di gorilla che vive alle pendici delle Montagne della Luna, perché li considera «animali infidi» e molto pericolosi. Alla fine accetta solo perché vuole stare vicino a Linda sua e rubarla al marito, ma delle ragioni del cuore ce ne frega poco.
La curiosità è che solamente nel 1966 Dian Fossey inizierà la sua lunga (e tragica) avventura alla scoperta dei gorilla e li farà conoscere al mondo: prima di quella data come fonte di informazioni abbiamo i racconti horror alla Poe e il King Kong della RKO, quindi agli occhi degli spettatori sono animali mostruosi.

«Non vedo l’ora di osservarli nel loro ambiente, questi viventi esemplari che confermano l’origine naturalistica dell’uomo!»

L’antropologo è fomentato e le sue parole testimoniano una versione ancora “primitiva” dell’evoluzione nell’immaginario collettivo.

Cacciatore bianco, cuore nero

Proprio come faceva tra una ripresa e l’altra, Clark va a caccia di grossi animali africani, ma poi nel film prevale un buonismo sorprendente: forse siamo agli albori di un minimo di coscienza animalista da parte del cinema. Infatti malgrado il personaggio ci provi, non riesce a catturare un piccolo di gorilla per regalarlo all’antropologo per le sue ricerche. (Che cosa diavolo poi doveva farci l’antropologo non si sa!) È dispiaciuto, ma almeno ci hanno risparmiato la scena indecorosa di animali in via d’estinzione messi a rischio a favore di obiettivo.
Visto che gli unici dieci secondi di gorilla che si vedono sono palesemente presi da un documentario, o da riprese fatte comunque con altri mezzi, direi che la produzione non ha fatto male ad alcun animale.

Tutto il gorilla che si vede nel film

I personaggi sono ridicoli e si comportano in modo ridicolo, rendendo Mogambo un pessimo romanzetto rosa spacciato per filmone, con avventuriero che prima si innamora di una poi dell’altra donna, e cambia idea come un flipper a seconda di quanto le due si facciano avanti. Ovviamente fregandosene dei sentimenti di entrambe e senza informarsene: e se no che maschio baffuto sarebbe?

Nessuna donna sarà risparmiata, nella caccia grossa di Clark Gable!

Tolta l’insulsa storiellina d’amore dozzinale, non rimane nulla del film, se non belle location e attori così sicuri di se stessi da far divertire per tutto il tempo… a prenderli in giro! Gable è così dannatamente Gable e Gardner così dannatamente Gardner che si ride della grossa ogni volta sono in scena: da questo punto di vista è un divertimento irresistibile.
Grace Kelly ha un ruolo assente ingiustificato, quindi è da dimenticare.

Santa Grace martire in attesa di Hitchcock

Non sarà un film invecchiato bene, ma è un ottimo strumento per viaggiare nell’Africa hollywoodiana di una volta… quando ai gorilla si poteva sparare!

L.


Bibliografia

  • Roland Flamini, Ava. A Biography, 1983
  • Rene Jordan, Clark Gable, 1973
  • Donald Spoto, High Society. The Life of Grace Kelly, 2009
  • Jane Ellen Wayne, Gable’s Women, 1987

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16 risposte a Mogambo (1953) Quando sparavamo ai gorilla

  1. Zio Portillo ha detto:

    Bel pezzo! Interessante come la percezione di “bello”, “romantico” e “avventuroso” si siano modificati così radicalmente nel cinema.
    Se provassero a fare un film così oggi apriti cielo! Tra femministe, animalisti, Moige,… E chi più ne ha più ne metta, non so chi strillerebbe di più! Sinatra e la Gardner sarebbero imbattibili?

    Piace a 2 people

  2. Cassidy ha detto:

    Avrei voluto vedere la faccia di Clark Gable, quando Grace Kelly è filata via in decappottabile verso il principato di Monaco 😉 In compenso Ava Gardner e John Ford nella stessa stanza potevano essere una sorta di “Tango & Cash” ante litteram, solo con molte più parolacce. Questo film dove gli indigeni ballano il Mambo non credo di averlo visto, perché malgrado i miei sforzi, credo mi manchino ancora più di metà dei film diretti da John Ford da vedere, quell’uomo sta al cinema come Frank Zappa alla musica, per produttività e importanza.

    Non so quanto sia piaciuto questo film nelle “gaie” capitali europee, il post di sicuro mi è piaciuto un sacco perché è bellissimo, inoltra ho capito che oggi agli attori va di lusso, al massimo finiscono a girare in Bulgaria, altro che fare come i Monty Python con la zanzara (tigre) in Africa 😉 Cheers

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      La sistemazione peggiore che oggi rischia un attore è una super-roulotte piena di comfort. Per mesi invece grandi star dell’epoca dovevano mandare via i leoni dalle loro camere! 😀

      Non lo annovererei tra i capisaldi di Ford, ma visto che John amava anche l’Africa – ne riparleremo – è comunque un aspetto importante della sua sterminata opera.
      Anch’io ho visto a tozzi e bocconi i suoi film, me ne mancano tanti e sicuramente altri li avrò visti non ricordando fossero suoi. Il bello del regista è che non esaurisci mai i suoi film ^_^

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  3. Willy l'Orbo ha detto:

    Articolo in-te-res-san-tis-si-mo!!!
    Mi sono sbellicato sui dialoghi che chiamano in causa i chili 🤣, mi sono emozionato con la citazione dei Mau Mau, sono strabuzzato sulla pantera nera e molto, molto altro.
    Viva l’Africa, quella bislacca, veritiera e realmente avventurosa! 😁

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      E’ proprio con questo entusiasmo che volevo affrontare un ciclo di visioni africane, ma in pratica ci ho messo circa una settimana a preparare questo solo film e non so se avrò le forze e il tempo per gestirne altri! Il brutto di recensire film famosi con star famose è che c’è troppo materiale da leggere e riassumere!

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    • Willy l'Orbo ha detto:

      Sforzo però ripagato dal risultato! Se trovassi tempo e forza per farne altri…ben venga! Ma in caso contrario resta un gran bel post nell’album zinefilo! 😄👏👏👏

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  4. Conte Gracula ha detto:

    Il glamour delle dive di Hollywood colpisce molto, porca zozza XD
    Don’t fuck with Ava, silly bitch!
    È vero che si tende a mitizzare i divi, ma soprattutto scoprire che nei decenni passati c’erano certe fogne verbali…

    Piace a 1 persona

  5. Giuseppe ha detto:

    E questo esauriente post ne è un’altra prova (una volta di più, il vero interesse sta nei retroscena del film e non nel film stesso, anche se c’è di mezzo John Ford) 😉
    Comunque, conoscevo bene le finezze lessicali di Ava Gardner, e non me la sentirei di escludere del tutto che anche i leoni avessero imparato a temere più lei del fuoco 😜

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  6. kuku ha detto:

    Bellissimo pezzo (commento poco perché da cell nun ce la posso fare, ma leggo silenziosamente). E pensare che da piccola ero innamorata di Gable. Non so cosa mi passava per la testa.
    Ma che tipino fine la Gardner.
    Significativa l’allusione al naso pulito di Gable

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