Rambo su “Playboy” (1988)

Illustrazione di Roy Pendleton da “Playboy” (agosto 1988)

Cosa deve fare un povero zinefilo per rendere completo un ciclo: tocca pure andare a sfogliare riviste di donnine nude d’annata per ritrovare un reportage con cui David Morrell nel 1988 riassumeva in poche pagine tutta la vita del suo Rambo. Cosa non farei per i miei lettori…

Traduco dunque in esclusiva questo saggio d’annata, ma se non vi va di leggere vi ricordo che le informazioni salienti le trovate riassunte ne La storia di Rambo.


L’uomo che ha creato Rambo

di David Morrell

da “Playboy”
(volume 35, numero 8)
agosto 1988

Un anno fa ero in viaggio promozionale per uno dei miei romanzi. Dopo un’intervista televisiva a Dallas, d’impulso mi fermai in una libreria.
«Sono uno scrittore», dissi. «Vorrei sapere come stanno andando i miei libri.»
«Scrittore?», mi chiese il direttore. «E cos’ha…?»
«Ho creato Rambo.»
Il direttore fece un passo indietro come se io fossi diventato pericoloso. Squadrò il mio metro e 75 d’altezza per 70 chili. «Ma certo.» Gesticolò in modo rassicurante. «Naturalmente.»
«Ma l’ho fatto davvero.»
«Oh, ne sono sicuro.» Annuì, con lo sguardo come a dire “Ecco un altro matto”. «Le credo. Ma giusto per curiosità, e allora Sylvester Stallone…?»
«No, lui ha creato Rocky.»
«E Rambo?»
Questa è una lunga storia.
*
Nell’estate del 1969 ero uno studente di 26 anni della Penn State University. Mi stavo specializzando in letteratura americana dopo aver completato la mia tesi di dottorato su Ernest Hemingway ed aver iniziato la mia dissertazione su John Barth. Nel mio cuore, però, volevo essere un romanziere.
Sapevo che solo pochi autori riuscivano a campare con questo mestiere, così avevo deciso di diventare professore di letteratura, un’occupazione in cui sarei stato circondato da libri e mi avrebbe permesso di avere tempo per scrivere. Un membro di facoltà della Penn State, Philip Klass, il cui pseudonimo nella narrativa fantascientifica è William Tenn, mi ha dato con generosità dei consigli e suggerito tecniche di scrittura. Lo stesso, come Klass aveva messo bene in chiaro, «posso insegnarti come scrivere ma non cosa scrivere».
Cosa avrei scritto?
Caso volle che vidi un programma televisivo che avrebbe cambiato la mia vita. Era uno speciale di “CBS Evening News” e in quel torrido pomeriggio d’agosto Walter Cronkite confrontò due storie che mi entrarono nella mente come un fulmine.
La prima storia mostrava uno scontro a fuoco in Vietnam. Soldati americani sudati appostati nella giungla che respingevano con i loro M16 un attacco nemico, i cui proiettili sollevavano fango e foglie dal terreno. I medici stentavano a soccorrere i feriti. Un ufficiale strillava coordinate in una radio, richiedendo il supporto aereo. La stanchezza, la determinazione e la paura sui volti dei soldati erano incredibilmente vividi.
La seconda storia mostrava una battaglia del tutto diversa. In quell’estate afosa alcune cittadine americane erano state teatro di violenze: le immagini da incubo mostravano gli uomini della Guardia Nazionale che, con in braccio gli M16, attraversavano le strade piene di veicoli in fiamme e edifici assaltati.
Ognuna di queste notizie era già angosciante di per sé, ma ancora di più quando le due vennero comparate. Mi resi conto che se avessi tolto l’audio, se non avessi ascoltato il cronista spiegare cosa stavo vedendo, avrei potuto pensare che entrambe le vicende erano due aspetti dello stesso orrore. Uno scontro a fuoco fuori Saigon, una sommossa al suo interno. Una sommossa all’interno di una città americana, uno scontro a fuoco al di fuori. Vietnam e America.
E se scrivessi un libro nel quale la guerra del Vietnam arriva in America? Non c’è stata una guerra su suolo statunitense sin dal 1865. Con l’America spaccata in due sulla questione del Vietnam, forse era tempo di scrivere un romanzo che desse risalto alla divisione filosofica nella nostra società, che mostrasse la brutalità della guerra sotto i nostri nasi.
Decisi così che il mio personaggio principale sarebbe stato un veterano del Vietnam, un Berretto Verde che, dopo molte missioni pericolose, era stato fatto prigioniero dal nemico, fuggito e alla fine tornato a casa per ricevere la più alta onorificenza americana, la Medaglia d’Onore del Congresso. Ma lui avrebbe portato qualcos’altro con sé dal sud-est asiatico, quello che noi chiamiamo disturbo post-traumatico da stress. (Oggi è un termine molto noto ed usato, ma non lo era nel 1969.) Perseguitato dagli incubi su ciò che ha fatto in guerra, amareggiato dall’indifferenza dei suoi connazionali e dall’ostilità che alcuni dimostrano verso il sacrificio che lui ha compiuto per il proprio Paese, avrebbe abbandonato la società per rimanere ai margini della nazione che amava. Avrebbe dormito nei boschi e vissuto fuori dai centri urbani. Si sarebbe fatto crescere i capelli, avrebbe smesso di radersi, avrebbe portato con sé i pochi averi e sarebbe diventato quello che noi chiamiamo un hippie. In quella che io ritenevo un’allegoria (non dimenticate che stavo studiando da professore), lui avrebbe rappresentato la ribellione.
Il suo nome sarebbe stato… Mi scervellai sul suo nome più di ogni altra cosa. Uno dei miei compagni del corso di lingue era francese, e un pomeriggio autunnale, mentre io leggevo il testo assegnato, fui colpito dalla differenza fra la scrittura e la pronuncia del nome dell’autore che stavo leggendo: Rimbaud. Un’ora dopo, mia moglie tornò a casa dalla spesa. Disse di aver comprato delle mele di un tipo che non aveva mai sentito prima: Rambo. Il nome di uno scrittore francese e il nome di un tipo di mele si scontrarono, ed io avvertii la potenza dell’impatto.
«#Il suo nome era Rambo, ed un ragazzo qualunque#»
Mentre Rambo rappresentava la ribellione, avevo bisogno di qualcuno che incarnasse l’istituzione. Un’altra notizia, stavolta su carta stampata, si conquistò la mia indignazione. In una città americana del sud un gruppo di autostoppisti hippie era stato arrestato dalla polizia locale, spogliato e rasato – non delle barbe, ma dei capelli. Agli hippie poi vennero restituiti gli abiti e, portati in una strada lungo il deserto, furono abbandonati e dovettero raggiungere a piedi la città più vicina, a quasi cinquanta chilometri di distanza. Ricordo la preoccupazione che i miei capelli lunghi e pizzetto mi procurarono. «Perché non ti tagli i capelli? Che diavolo sei, un uomo o una donna?» Mi chiesi quale sarebbe stata la reazione di Rambo se fosse stato oggetto degli insulti che quegli hippie avevano ricevuto.
Nel mio romanzo, il rappresentante dell’istituzione divenne un capo della polizia, Wilfred Teasle. Attento agli stereotipi, lo volli tanto complesso quanto l’azione della storia avrebbe concesso. Feci Teasle tanto vecchio da poter essere il padre di Rambo. Questo creò una differenza generazionale, con l’aggiunta del fatto che Teasle avrebbe sempre voluto un figlio. Poi, decisi che Teasle sarebbe stato un eroe della guerra di Corea, con una croce al merito che è seconda solo alla Medaglia d’onore di Rambo.
Cosa succede quando Rambo incontra Teasle è ormai noto. Basti dire che Teasle, per le sue ragioni, litiga con Rambo e questi, per le sue ragioni, non ci sta. Una fuga di prigione porta ad una caccia all’uomo. Teasle pensa di essere tornato in Corea. Rambo pensa di essere in Vietnam. In quel conflitto, le tattiche convenzionali usate in Corea non avevano alcuna possibilità contro i metodi di guerriglia dei vietnamiti. Quasi morto, Teasle accetta l’aiuto dell’istruttore di Rambo alle Forze Speciali e dà di nuovo la caccia al ragazzo, con il risultato che la città di Teasle finisce virtualmente distrutta. Teasle rimane ucciso e Rambo viene soppresso dal suo istruttore, che gli fa saltare la testa con un fucile.
Sì, Rambo viene ucciso. E il poliziotto non è l’antagonista a malapena accennato del film ma un personaggio che molti lettori (a seconda del loro punto di vista politico) credono sia il vero protagonista del romanzo. E l’istruttore di Rambo non è l’empatico Richard Crenna bensì un freddo professionista. E il romanzo cerca di mostrare il crescendo di un conflitto che sfocia in un disastro, in cui nessuno vince.
*
A causa degli impegni scolastici non finii il romanzo se non dopo aver conseguito la laurea, nel 1970, ed aver insegnato per un anno all’Università dell’Iowa. Nel’estate del 1971 sottoposi il manoscritto ad un agente letterario, ma avevo delle perplessità. Come poteva un assistente professore ottenere una cattedra quando scriveva storie così violente? Per andare sul sicuro, inviai anche la mia dissertazione su John Barth.
Tre settimane dopo, l’agente mi telefonò: «L’ho venduto.»
«La mia dissertazione?»
«Primo sangue
«Oh Cristo.»
“Time” non solo dedicò al romanzo la sua recensione principale, ma affermò che rappresentava un nuovo genere narrativo: carnography, cioè l’equivalente della pornografia per la violenza. Non ci badai. Per un romanziere esordiente terrorizzato ogni tipo di attenzione era grandioso. Molti altri recensori sono stati entusiasti, e l’anticipo sull’edizione tascabile non fu male: la mia famiglia poteva smettere di mangiare torte di patate surgelate. Quando il libro entrò nella Literary Guild of America [una specie di quello che una volta in Italia era il Club del Libro: un servizio di spedizione per posta di edizioni a basso costo di libri del momento. Nota etrusca.], mi sentii legittimato. Le traduzioni in giro per il mondo mi fecero girare la testa dallo stupore. E poi arrivò il contratto per il film.
Ah, sì, il contratto per il film.
*
Per dieci anni dopo la sua pubblicazione, la storia passò attraverso tre case cinematografiche, diciotto sceneggiature e registi come Stanley Kramer, Richard Brooks, Martin Ritt, Sydney Pollack e John Frankenheimer. Paul Newman, Al Pacino, Steve McQueen, Clint Eastwood, Robert De Niro, Nick Nolte, Brad Davis, Powers Boothe e Michael Douglas sono stati tutti presi in considerazione per interpretare Rambo. Il romanzo divenne una leggenda hollywoodiana. Come potevano tutto questo talento e tutti questi soldi essere spesi in un’impresa che era impossibile tirar fuori dalle pagine?
In parte la ragione risiede negli anni Settanta. Il coinvolgimento americano nel Vietnam era finito male e i sentimenti sulla guerra erano aspri. I pochi film che avevano fatto riferimento al Vietnam riflettevano quel sentire: Tornando a casa (1978) [con Jane Fonda, Jon Voight e Bruce Dern] ne è un buon esempio.
Ma un’altra ragione per cui il progetto Primo sangue non è partito per così tanto tempo ha a che fare con gli attori e con i copioni. Nella metà degli anni Settanta ho incontrato Sidney Pollack, un regista brillante, che mi ha parlato del coinvolgimento di Steve McQueen nel progetto.
«McQueen? È uno dei miei attori preferiti», dissi. «Sarebbe perfetto per il poliziotto.»
«Be’, ecco il problema», disse Pollack. «Steve ama le corse in moto: vorrebbe interpretare il giovane.»
«Rambo? Ma McQueen…»
«Sembra troppo vecchio per la parte. Dovremo aggiustare un po’ la storia. Non funzionerà.»
Questo concretizzava il problema: come far combaciare l’attore con il ruolo.
Passarono gli anni. Scrissi altri romanzi, incassai i soldi del contratto per il cinema (non un’opzione ma una vendita definitiva [outright purchase] e abbandonai l’idea che Primo sangue potesse mai diventare un film. Iniziò un nuovo decennio. Ora Reagan era alla Casa Bianca. L’America era di nuovo ottimistica. La sconfitta in Vietnam sembrava ormai dietro le spalle.
A quel punto, due distributori di film che avevano avuto successo in Oriente, Andrew Vajna e Mario Kassar, decisero di diventare produttori. In cerca di un progetto, finirono per incontrare il leggendario Primo sangue. Il copione che lessero era firmato da William Sackheim e Michael Kozoll (il co-creatore della recente serie TV “Hill Street giorno e notte”). Vajna e Kassar pensarono che con qualche modifica la storia avrebbe funzionato bene in America, ma quel che più importava è che la loro esperienza nei mercati cinematografici stranieri aveva insegnato che il film, se avesse enfatizzato l’azione, avrebbe attratto un largo pubblico in giro per il mondo.
Trovarono l’attore giusto. In questi tempi il pubblico dimentica che nel 1981 l’unico successo (almeno a livello finanziario) di Sylvester Stallone era nei panni di Rocky. Così quando Vanja e Kassar offrirono a Stallone il ruolo, l’industria cinematografica guardò la mossa con scetticismo. Per inciso, era scettico anche Stallone. All’epoca pare abbia detto di aver paura che Primo sangue sarebbe stato il filmino casalingo più costoso.
Al contrario, guadagnò 120 milioni di dollari e divenne un film di culto.
*
So che va di moda fra gli autori lamentarsi che il proprio lavoro è stato rovinato da Hollywood. Il fatto è che amo il film, malgrado i cambiamenti fatti dal mio romanzo. L’ambientazione è stata spostata dal Kentucky alla costa del Pacifico (per evitare i problemi dell’inverno: ironicamente, la produzione fu interrotta da una bufera di neve!). L’istruttore di Rambo nei Berretti Verdi, Samuel Trautman, è stato promosso da maggiore a colonnello. Rambo ha guadagnato il nome di battesimo John («When Johnny comes marching home»). Inoltre è stato reso meno rabbioso e meno violento (è molto lontano dal selvaggio del mio romanzo). Sullo schermo, uccide un uomo per incidente (una roccia lanciata all’elicottero fa perdere l’equilibrio ad un poliziotto, che cade in un burrone). In seguito, Rambo con il camion rubato va a sbattere contro un’auto piena di tizi armati. Finiscono fuori strada e non riescono ad evitare un’auto parcheggiata: tutto qua la “conta dei morti” del film. (Il capo della polizia – reso, mi spiace dirlo, uno stereotipo del provinciale – sopravvive, anche se ferito.) Nel mio romanzo è impossibile contare tutte le vittime. Il mio intento era trasportare la guerra del Vietnam in America, mentre lo scopo del film era far parteggiare il pubblico per il perdente.
La modifica principale fra romanzo e film in pratica non avviene. In un magazzino di Los Angeles c’è una sequenza in pellicola dove Rambo si spara. Poi però è prevalsa un’opinione differente, ed è stato filmato un altro finale, dove Rambo sopravvive.
Non obietto, sebbene non avrei mai cambiato la fine del mio romanzo, in cui Trautman è l’esecutore di Rambo. La ragione per cui non discuto è che Rambo nel romanzo causa così tanta distruzione che le autorità devono fermarlo, anche a costo di lanciargli un missile. Ma la revisione della storia a firma di Stallone rende Rambo riluttante ad usare la forza, empatico con le vittime e quindi la sua sopravvivenza risulta giustificata.
Benedico l’avvocato che nel 1972 mi è costato cinquecento dollari (una fortuna, per le mie finanze dell’epoca) per rivedere la bozza finale del contratto cinematografico.
«David, tu ora hai una partecipazione ai profitti non solo per Primo sangue ma anche per tutti i seguiti.»
«Seguiti?» Digrignai i denti, convinto d’aver sprecato cinquecento sudati dollari. «Ma ogni personaggio principale muore, alla fine del romanzo: come diavolo potranno mai esistere seguiti?»
«David, tu non sai cosa farà Hollywood con il romanzo: magari ci tireranno fuori un musical! Comunque ho richiesto anche una partecipazione ai profitti su qualsiasi prodotto pubblicitario legato al film.»
«Prodotto pubblicitario?»
«Bambole, cestini per il pranzo, cartoni animati televisivi, chi lo sa? Tutto è possibile. È per questo che mi hai assunto: per predire il futuro.»
«Bambole? Impossibile!»
Quanto mi sbagliavo.
*
Mentre iniziavano le riprese di Rambo 2, Andrew Vajna mi chiese se fossi interessato a scrivere un romanzo basato sul copione di Stallone e James Cameron. Il mio primo impulso è stato di rifiutare, le novelization sono derivative, una forma di narrativa inferiore, ed io invece prendo molto sul serio la mia narrativa, anche se punto sempre a raggiungere il maggior pubblico possibile.
«Tu non capisci», replicò Vajna. «Questo è un film da 27 milioni di dollari: sarà un grande successo e vorrai essergli associato.»
«No, non voglio essere uno scrittore automatico, che si limita ad aggiungere una descrizione alla sceneggiatura di qualcun altro.»
«Non stai ascoltando, David. Questo è un film da 27 milioni di dollari
Molte telefonate, mattina e sera, per una settimana. Ogni volta dicevo no. Alla fine, suonò il mio campanello alle otto di mattina e un corriere mi recapitò un pacco. Guardai al suo interno e scoprii una videocassetta. Stordito, ancora in pigiama, con il caffè in mano, la infilai nel videoregistratore e mi sedetti sul divano. All’improvviso esplose la musica mentre Rambo pilotava un elicottero, attaccando un campo nemico. Sputai il mio caffè. «Donna, corri qui!» gridai a mia moglie. «Devi vedere questo! È un film da 27 milioni di dollari
Così accettai di scrivere il romanzo di Rambo 2. Prima di tutto perché nessuno avrebbe potuto farlo, possedevo i diritti letterari: un’altra cosa inserita nel mio contratto dal mio meraviglioso avvocato da cinquecento dollari. I produttori potevano fare ciò che volevano con Rambo al cinema, ma io sono l’unico scrittore autorizzato a scrivere di lui.
Secondo poi iniziai a vedere la possibilità di creare qualcosa di unico. I romanzi basati sui film sono di solito semplici sceneggiature trascritte, ma l’accordo che avevo stipulato con Vajna non era di seguire le tracce del film ma di inventare, arricchire e completare come più desiderassi, di scrivere cioè un romanzo basato sul soggetto che mi era stato fornito. Trovai inoltre il modo di controbattere alla critica che sicuramente i critici avrebbero rivolto a Rambo.
La verità è che Rambo odia la guerra. Disprezza se stesso e ciò che è stato addestrato a diventare. Reagisce con rabbia comprensibile solo quando è messo con le spalle al muro. Sul set di Rambo III io e Stallone ne abbiamo parlato, e convenimmo che la rabbia è l’ultima spiaggia delle emozioni. La gente ti spinge a fare cose e spesso tu acconsenti: perché reagire finché la situazione non esplode? Se la tua famiglia è minacciata, devi rispondere. O se sei tu ad essere minacciato, o il tuo Paese. Ma dev’essere una vera minaccia: altrimenti, è meglio farsi indietro. Perché una volta partiti non si torna più indietro, e devi assumerti la responsabilità delle conseguenze.
Questo è il segreto di Rambo. Il destino lo ha messo davanti a dei bulli, come un pistolero che vuole ritirarsi e torna di nuovo, riluttante, ad estrarre la pistola dalla fondina.
*
Quando Vajna e Kassar mi hanno inizialmente ingaggiato per scrivere il copione di Rambo III ho pensato che il sentimento fondamentalmente antibellico di Rambo poteva essere annullato solo se Trautman, suo padre surrogato, fosse stato in pericolo. La mia versione vedeva Trautman come un addetto militare in Centro America, dove sua moglie e figlia arrivano a fargli visita, solo per finire rapite dagli uomini dell’esercito di uno stato nemico. L’amore di Rambo per Trautman e la di lui famiglia lo costringe a diventare di nuovo un guerriero.
L’ambientazione della vicenda fu spostata dal Centro America all’Afghanistan (per allontanarsi dalle foreste e giungle dei primi due film, e dare a Rambo III un aspetto differente, quello affascinante del deserto).
Stallone e Sheldon Lettich hanno preparato un copione del tutto nuovo, cambiando per forza di cose la storia per calarla nella guerra in Afghanistan. Ma Sly ha accettato la mia interpretazione del personaggio, con il suo desiderio di pace. Eliminando la moglie e la figlia di Trautman, Stallone deve salvare Trautman stesso, rapito dai sovietici sul confine afghano-pakistano.
Ho scritto un romanzo ampliando il copione ed enfatizzando le emozioni di Rambo. Allo stesso tempo, ho aggiunto elementi al suo personaggio. Ora sappiamo che in gioventù era picchiato dal padre. Per sfuggire ad una famiglia problematica entrò nell’esercito (un altro paradosso: cercare la pace entrando nella violenza professionistica). Prova affetto per Trautman perché è l’unica figura autoritaria per cui abbia mai provato rispetto.
In Rambo 2 Stallone ha descritto Rambo come “parte tedesco, parte indiano, una combinazione infernale”. Mi è piaciuta l’idea di un Rambo dal sangue misto, ma l’ho modificata: nei miei romanzi, il padre di Rambo viene dall’Italia, mentre la madre è Navajo.
Perché questi cambiamenti? Per approfondire il personaggio. Nei miei libri Rambo è cresciuto sia nel cattolicesimo che nella religione Navajo, imparando il senso di colpa dal primo e il misticismo dal secondo. Mentre era in Vietnam si è appassionato al buddhismo Zen. In Rambo III entra in Afghanistan, un Paese musulmano, e qui scopre elementi della fede islamica che lo aiutano con la propria anima travagliata. Un personaggio con quattro religioni: davvero difficile vederlo il macho di cui alcuni critici parlano.
Se confronti i miei libri con i film, ottieni l’intera storia. A volte aggiungo scene dai film a volte le tolgo. In effetti per Rambo III il processo è stato contrario: a Stallone sono piaciuti alcuni elementi che ho aggiunto nel mio romanzo e li ha messi nel film.
*
Parliamo di Stallone. Alcuni mesi fa sono andato ad un cocktail party di Los Angeles, e molti degli ospiti lavoravano nell’industria cinematografica. Un assistente regista scoprì che avevo creato Rambo, si avvicinò a me e senza motivo iniziò ad insultare Sly.
«Ferma: abbiamo incontrato la stessa persona?» gli chiesi.
«No, ma da quel che ho sentito…»
«Ascolta», gli ho detto, «mio figlio di 15 anni è appena morto di cancro. Ho fatto di tutto per dare a Matt la speranza e fargli passare bene i suoi ultimi giorni. Fino alla fine volevo qualcosa di unico per mio figlio, ed ho chiesto a Sly di telefonargli. Non era minimamente tenuto a farlo, ma ha accettato ed ha parlato con Matt per almeno quaranta minuti. Prima che mio figlio morisse, la sua conversazione con Stallone è stato il suo ricordo migliore. Per quel che mi riguarda, Sly è un uomo di gran cuore e non ti permetterò di insultarlo.»
Così sapete il mio punto di vista. Sono stanco dei critici che massacrano Stallone. I suoi ruoli vengono spesso dipinti con toni negativi: ehi, rifiutereste un mare di soldi se qualcuno ve l’offrisse? Sicuro che non lo fareste. E vogliamo parlare della vita privata di Sly? No, perché non è affare di nessuno: come va la vostra vita, ultimamente? Vi piacerebbe che tutti ne parlassero? Ovviamente no. Gli autori di riviste di gossip hanno distorto i fatti oltre ogni buon gusto. Nella mia esperienza, è un uomo modesto, generoso, divertente, intelligente ed estremamente comunicativo, qualcuno con cui è un piacere parlare. Rambo non parla molto, ma quello è un personaggio. Come dice Sly, «Quello che la gente non capisce è che io devo comunicare l’intensità silenziosa di Rambo, tutto ciò che sta pensando, la forza dei suoi sentimenti, e tutto con i miei soli occhi. I critici dovrebbero provarci. Comunicare senza parole è una sfida frustrante, terribilmente difficile».
Poi c’è il Rambo politico. Nell’ottobre del 1987 il presidente del Nicaragua Daniel Ortega ha fatto un discorso alle Nazioni Unite. «Ricordate a Reagan che Rambo esiste solamente nei film. La gente del mondo non vuole Rambi, vuole uomini di pace». La delegazione degli Stati Uniti è uscita per protesta, e per quel che mi riguarda hanno fatto bene, perché Ortega si sbaglia in più punti. Rambo esiste su carta tanto quanto nei film. E Rambo, così come la gente del mondo, vuole la pace.
Rambo, come parola generica, sfortunatamente è diventata una riduzione semplicistica con vari significati: «Rambo americano sgancia bomba in Libia», titolava il “London Times” mentre ero in viaggio promozionale in Gran Bretagna, nel 1986. La parola è entrata nel linguaggio comune di varie lingue, è soprattutto nelle rubriche politiche e sportive, ed è sempre confusa con qualcosa di militare o di macho. Sulla mia tomba ho chiesto sia scritta questa frase: «Qui giace David Morrell, che ha inventato una parola che pochi hanno capito». Il personaggio di Rambo è violento, sì, non si discute. Ma solo come ultima spiaggia.
Parliamo di violenza. Se la vostra idea di intrattenimento è Tutti assieme appassionatamente, i film di Rambo non fanno per voi. Sono film d’azione. Potete pensare che abbiano un’azione eccessiva, ma i film di Star Wars hanno molta più violenza, anche se però si svolgono “molto tempo fa, in una galassia lontana”, mentre Rambo affronta tematiche contemporanee e controverse. È vero che molti veterani del Vietnam non soffrono di stress post-traumatico. Ma se per questo molti non appartengono alle Forze Speciali, ai Ranger o ai Seal. I soldati in quelle forze hanno imparato cose che nessuno dovrebbe mai imparare, mettendole poi in pratica. Le loro missioni erano incubi con effetti psicologici di lunga durata. Non ho mai parlato con un veterano del Vietnam che non si riconoscesse nel turbamento di Rambo.
Senza dubbio il nuovo film causerà molta più controversia. Rambo contro i sovietici in Afghanistan. Posso immaginare le accuse della stampa rossa, ma i sovietici hanno portato via sei milioni di afghani dalle loro case, e un altro milione è stato sterminato. Il nuovo spirito di cooperazione tra i sovietici e gli occidentali suona bene, e di certo spero che i recenti patti di pace in Afghanistan vengano rispettati, ma i sovietici hanno compiuto un genocidio. Rambo III ci ricorda questo fatto. È un’avventura d’azione ma anche un messaggio appassionato, popolare ma anche serio. Un paradosso. Come Rambo: un uomo di pace ma anche di guerra.
Durante una conversazione sul set di Rambo III nel deserto di Negev, in Israele, Stallone è stato chiamato a tornare davanti all’obiettivo. Alzandosi dalla sedia, dei ragazzini afghani, dozzine di comparse per la scena del villaggio, l’hanno circondato. Applaudendo, abbracciandolo, baciandolo. Sly si è fermato ed ha restituito l’affetto. Ha scarmigliato i capelli dei ragazzini e li ha abbracciati. Pensando a mio figlio morto, ho pensato che avrei voluto una foto che mostrasse quell’affetto.
«Rambo!», gridavano. «Rambo!»
Con Stallone ne abbiamo parlato, in seguito.
«Vedi, non è me che stavano abbracciando», disse. «Era Rambo. I ragazzini non sanno niente di politica e di controversie: vedono in lui un eroe, un protettore. Lui è violento, certo, ma anche riluttante e loro sono dalla sua parte. Contro i cattivi e in difesa degli oppressi.»
«Rambo! Rambo!», gridarono i ragazzini. Le loro voci echeggiavano attraverso il deserto, così semplice, così complicato. «Rambo! Rambo!»

L.

– Altri articoli tradotti da me:

Informazioni su Lucius Etruscus

Saggista, blogger, scrittore e lettore: cos'altro volete sapere di più? Mi trovate nei principali social forum (tranne facebook) e, se non vi basta, scrivetemi a lucius.etruscus@gmail.com
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24 risposte a Rambo su “Playboy” (1988)

  1. Evit ha detto:

    Una lettura che mi ha tenuto fino all’ultimo. Grazie Lucius per averla portata sul blog, altrimenti non l’avrei mai letta.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Mmmm sei sarcastico o dici sul serio??? 😛

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      • Evit ha detto:

        Sul serio! Che, sono noto come uno scherzomane da queste parti? 😄
        Non avevo mai sentito l’autore parlare del suo personaggio e del coinvolgimento con i film. È stato tutto interessante dall’inizio alla fine

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Sto pian piano presentando le fonti da cui ho tratto il post riassuntivo “La storia di Rambo”. Domani inizio le tre belle introduzioni di Morrell alle ristampe dei tre libri di Rambo, dove estende cose già accennate qui nel 1988. Ne esce fuori un ritratto inedito, visto che di solito quando parlano di Rambo al massimo sentono Stallone, al minimo qualche critico che dice cose a caso 😛

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      • Evit ha detto:

        Soprattutto critici che dicono cose a caso ,😄
        Aspetto con trepidazione, verso il primo Rambo per me c’è un segreto amore sconfinato, al punto che non ho ancora mai letto il romanzo sapendo che il personaggio lì è molto diverso. Ma prima o poi mi capiterà tra le mani e non potrò più ignorare la lettura

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Non so se consigliartelo. Dopo aver letto il romanzo scoprirai che il primo film è una fetecchia inutile, scoprirai che Rambo e Teasle sono personaggi così enormemente meravigliosi che la loro versione filmica è un peto sfiatato. Onestamente, se ami il primo film evita il romanzo, perché ti farà scoprire la sua totale mediocrità…
        Però è il simbolo perfetto di quello che chiamo “transmedialità”: quando un tema o un universo narrativo passa per più media, è importante che sfrutti al meglio le diverse possibilità: il romanzo di Morrell non avrebbe mai funzionato al cinema – lo dimostra l’insuccesso di “Caccia selvaggia” con Bronson e Lee Marvin, molto più fedele al romanzo di Morrell che il film con Sly – ma totalmente reinterpretato per il medium ha funzionato alla perfezione. Così come i videogiochi con Rambo non devono seguire il romanzo ma il tema dello “sparali tutti”! ^_^
        Malgrado il razzismo becero dei sedicenti appassionati, la transmedialità funziona proprio quando ogni medium sviluppa aspetti diversi e si allontana da un qualsiasi “canone”.

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      • Evit ha detto:

        Vabbè se è meglio del film… non mi spaventa.
        Ma come fetecchia inutile Rambo 😄😄 guarda che ti scateno una guerra che non te la… Etc etc

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Dopo aver letto il romanzo, purtroppo la sensazione mi è crollata addosso potente 😛
        Le motivazioni, le reazioni, le connessioni… tutta fuffa da cinema, una volta lette nel romanzo.

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      • Evit ha detto:

        Magari mi piacerà in altro modo senza intaccare il film 😨

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  2. Cassidy ha detto:

    Leggere Playboy, sono sacrifici, ma qualcuno dovrà pur farlo 😉 Scherzi a parte grazie per aver tradotto tutto, e la “storia” é ancora in movimento, David Morrell ha definito Rambo: Last Blood una storia imbarazzante, si pente che il suo nome sia associato al film. Ho letto la notizia poco fa. Cheers!

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  3. Willy l'Orbo ha detto:

    Il “se non vi va di leggere” è dovuto al fatto che già solo l’illustrazione iniziale procura un sollucchero inaudito e bastante a sè stesso? 🙂 🙂 🙂

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      ahahah ci può stare 😛

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      • Giuseppe ha detto:

        Forse intendevi “se non vi va di leggere il numero di Playboy in questione per verificare di persona la presenza del reportage che ho tradotto, e senza mai farmi distrarre nemmeno per un momento dalla presenza di Kimberley Conrad” 😛
        Comunque, quante cose interessanti ci fai scoprire su Morrell (addirittura, come studente, onorato dall’illustre supporto di William Tenn) e, va da sé, pure su un Sylvester Stallone che si rivela persona ben più sfaccettata di quanto cine-critici e denigratori sparsi siano disposti ad ammettere…

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Ho sempre paura di mettere a dura prova la voglia di leggere lunghi testi 😛

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  4. Conte Gracula ha detto:

    Non nutro un grande interesse per Rambo (è un genere di storia che non mi attira) ma i retroscena del romanziere sono gustosi.
    E fossi in lui, cercherei il numero dell’avvocato e me lo tatuerei da qualche parte, per non perderlo, perché è stato dannatamente competente nel suo lavoro!

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