La Storia di Alien 3. Guerrieri sul divano (2)


3.
Guerrieri sul divano

(parte seconda)

Dan O’Bannon continua a stare sul divano dell’amico Ron Shusett e a dedicarsi alla narrativa di genere, lasciandosi influenzare per le opere future.


Terrore nello spazio

Dagli amati anni Cinquanta il nostro eroe sul divano passa ad una pellicola dei Sessanta, un po’ troppo “moderna” per i suoi gusti ma di indiscutibile fascino: Terrore nello spazio dell’italiano Mario Bava, che doveva essere presentato in anteprima al Festival della Fantascienza di Trieste nel luglio 1965 ma un ritardo nelle riprese e vari altri problemi fanno sì che una vera e propria distribuzione in sala inizi solamente dal gennaio 1966.

Ogni riferimento ad Alien è puramente casuale

L’astronave del comandante Markary (Barry Sullivan) viene attirata nell’orbita di un pianeta sconosciuto dopo aver intercettato un misterioso segnale radio da lì proveniente. Atterrato sulla superficie nebbiosa, l’equipaggio – di cui fanno parte due sole donne, una bionda e una castana – scopre che in realtà il messaggio non era una richiesta di soccorso: era una trappola per attirare viaggiatori come loro. (C’è da chiedersi se nel 1979, al momento di tagliare dal montaggio definitivo la scena dell’equipaggio della Nostromo che ascolta interdetto l’audio del messaggio alieno, la produzione si sia detta che era meglio togliere almeno uno dei tanti fortissimi richiami di Alien al film di Bava.)

Solo un occhio maligno può cogliere collegamenti

A proprie spese, l’equipaggio scoprirà che gli abitanti del pianeta si sono trasformati in pure entità che hanno bisogno di corpi fisici e di un’astronave per poter andare a colonizzare un altro pianeta. Vari sono stati i tentativi, testimoniati dallo scheletro di un essere gigante caduto in tempi passati sul pianeta, ed ora Markary e i suoi astronauti dovranno affrontare gravi decisioni, per la salvezza del proprio pianeta natale.

No no, non ci sono proprio similitudini…

Inutile stare a sottolineare quanto già sottolineato dal 1979 in poi da chiunque avesse una pur elementare cultura cinematografica: gli elementi ricopiati di netto da questo film e inseriti a forza in Alien sono così evidenti che l’unica spiegazione nel non tentare di nasconderli sta nell’ipotesi che si pensava come un piccolo film italiano non fosse così noto al pubblico americano. Il “trucco” ha funzionato alla perfezione ma solo per il pubblico generico: sin dagli anni Sessanta Mario Bava è un regista di culto per gli appassionati americani, e questo film in particolare – con il titolo Planet of the Vampires, Planet of Blood e altri titoli alternativi – è ampiamente noto a chiunque sia appassionato di cinema, e sottolinearne le scopiazzate del film Fox sarà pratica sportiva fissa di tutte le prestigiose riviste che presenteranno l’uscita di Alien.

Nell’aprile 1987 la rivista specialistica “Starlog Magazine” (n. 117) presenta un’intervista di Tom Weaver ad Ib Melchior, scrittore di fantascienza danese la cui opera fa capolino in grandi titoli di ogni genere. Ad un certo punto, nella chiacchierata fra i due spunta il film di Mario Bava.

«Era un soggetto di qualcuno, o di più persone, che era stato lavorato in Italia. L’AIP [American International Pictures] me lo portò e mi disse: “Facci qualcosa, perché così è inutilizzabile [unusable]”. Scrissi la sceneggiatura ed è stata diretta da Mario Bava, che ha molto apprezzato il copione. Andai in Italia e passai alcuni giorni sul set con Mario e il produttore, Fulvio Lucisano, per risolvere qualche problema. Mario ha fatto un ottimo lavoro, mi piace.»

La pensano in modo diametralmente opposto i grandi nomi della fantascienza italiana, che invece vedono la forza del film tutta proveniente dal racconto originale Una notte di 21 ore (1960) di Renato Prestiniero, un nome forse troppo dimenticato di questo genere in Italia. Proprio a lui è dedicato il numero 57 della antologia “Nova SF” (novembre 2002) in cui il direttore Ugo Malaguti (altra colonna portante del genere) dopo quarant’anni ristampa il racconto dopo che è rimasto assente per quarant’anni, molto più noto in Europa e in America che nella sua patria italiana. In questo speciale sono raccontati incontri con Prestiniero stesso, che a distanza di decenni ci racconta che Mario Bava lesse il racconto sull’antologia “Interplanet 3” (1963) e comprò per 200 mila lire il testo: un compenso basso, per una produzione cinematografica, ma Prestiniero non aveva idea che ci fossero dietro dei produttori americani. E poi, confessa, era la cifra che avrebbe ottenuto dalla scrittura di ben tre libri da edicola, quindi comunque non disprezzabile.

Né Malaguti né Prestiniero citano il fatto che il testo, i cui diritti sono stati ceduti in toto, è stato passato ad Ib Melchior perché lo modificasse quasi completamente, essendo “inutilizzabile” il racconto originale, così come non sembrano notare il fatto che Una notte di 21 ore ha fin troppi richiami con il grande successo dell’epoca: Il pianeta proibito (1956) di Fred M. Wilcox, con i protagonisti che sbarcano su un pianeta dove gli abitanti sono invisibili, trasformati in puro pensiero e chiamati «mostri dell’Id». Guarda caso, gli abitanti invisibili del pianeta di Prestiniero sono chiamati «fantasmi dell’Id», tre anni dopo la novelization del film americano pubblicata da “Urania”.

Ricordando che Il pianeta proibito è notoriamente la reinterpretazione fantascientifica de La tempesta di Shakespeare, e che nel 1962 l’idea contagiò anche la sovietica Ariadna Gromova per il delizioso Il pianeta dei virus, direi che possiamo concordare come le idee si spostino nell’universo narrativo attraverso quel “contagio memetico” che la Gromova aveva già anticipato. Un modo gentile per dire che non esistono idee “originali”: solo copie riuscite bene o male.

Alla faccia del “contagio memetico”…

«Ti immagini il nostro mondo invaso da quelle orribili creature? Solo a pensarci… sembra quasi un incubo.»

Con buona pace di Prestiniero, ciò che ha palesemente ispirato O’Bannon è stata la sceneggiatura di Ib Melchior per il film di Bava. Queste però, va sempre ricordato, sono illazioni e supposizioni, perché Dan ha sempre negato e al massimo ha affermato di aver sentito parlare del film di Bava, ma non l’ha certo visto: è davvero difficile però credergli. E infatti sin dall’uscita in sala di Alien tutti gli appassionati di horror evocano il film italiano come fonte primaria.

«Planet of the Vampires è indubitabilmente uno dei film da cui Dan O’Bannon ha preso ispirazione, in particolare la scoperta dell’alieno fossilizzato, per Alien

Così scrive Sally Gary su “Starburst” nell’agosto 1984, e con il tempo l’idea non è mai stata archiviata, come dimostra Chris Alexander quando nel 2002 scrive su “Rue Morgue” n. 130:

«Quelli che hanno accusato Fantasmi da Marte di John Carpenter di essere una pallida imitazione di Alien hanno completamente sbagliato il punto: è semplicemente il remake del celebre film di Bava del 1965 Planet of the Vampires, lui sì cannibalizzato da Dan O’Bannon e Ridley Scott per il loro film del 1979».

Non si può invece parlare di “ispirazione” per l’ultimo viaggio sul divano… essendoci stata una causa per plagio vinta dal vero padre di Alien!


Crociera nell’infinito

Fatto il pieno di televisione, mi immagino che O’Bannon senta anche il desiderio di leggere, magari un grande classico della fantascienza. Proprio nel 1976 in cui si svolge questa immaginaria scena di Dan sul divano, la casa editrice americana Manor Books ha ristampato un classicone di A.E. Van Vogt, maestro della fantascienza golden age: chissà che O’Bannon non trovi quel libro in casa dell’amico che lo ospita e si metta a leggerlo. Si tratta di Crociera nell’infinito (The Voyage of the Space Beagle, 1950), opera che raccoglie in volume – con testi di raccordo scritti appositamente – alcuni racconti scritti dall’autore sul finire degli anni Trenta con protagonista un’astronave che vive mille avventure nello spazio.

Il terzo capitolo presenta il racconto Discord in Scarlet, apparso originariamente sulla celebre rivista “Astounding” nel dicembre del 1939, dove l’equipaggio protagonista si ferma un momento nello spazio per un rifornimento di carburante e scopre, a vagare nel vuoto, una strana creatura: loro non lo sanno, ma si chiama Ixtl. (In realtà il nome originale dell’epoca è Xtl, ma negli anni successivi è stato misteriosamente trasformato.)

L’esplosione dell’universo che ha preceduto il nostro ha scagliato nello spazio profondo la razza di Ixtl, di cui lui è l’ultimo esponente, e la creatura rimane in vita sospesa per un numero inimmaginabile di milioni di anni. Si tratta di un mostro a forma di cilindro, con «gli occhi luccicanti come carboni accesi. Dita e caviglie parevano di ferro», ed appartiene ad una razza di esseri simpodici, «ossia capaci d’adattamento a qualsiasi condizione-ambiente.»

Portato a bordo dell’astronave assicurato in una gabbia per studiarlo, l’incauto equipaggio scopre con raccapriccio che la creatura è capace di attraversare i muri, iniziando a sfuggire ad ogni tentativo di fermarla o anche solo di arginarla. Ixtl si è ormai del tutto risvegliato dal suo sonno millenario ed inizia a perseguire un unico obiettivo: la riproduzione. La quale avviene in maniera abbastanza sgradevole: tramortita la sua vittima umana,

«con infinita precauzione, si tuffò una mano nel petto, ne trasse un uovo che depositò nello stomaco dell’uomo. […] Fra qualche ora, le uova si sarebbero schiuse nello stomaco dei due uomini e minuscole reliquie di Ixtl si sarebbero risvegliate, sarebbero nate, poi si sarebbero sviluppate, nutrendosi dell’organismo in cui erano state poste.»
(Traduzione di Sergio Sue, come tutte le altre provenienti dal romanzo in questione.)

Alla scoperta del modo in cui l’essere sta utilizzando il corpo delle sue vittime – conservate nei condotti d’areazione – i protagonisti sono ovviamente presi dal panico: è necessario trovare velocemente una soluzione che salvi l’equipaggio da questa orribile minaccia. Dopo vari tentativi infruttuosi, l’idea estrema ma vincente viene a Grosvenor, il vero protagonista del romanzo nonché paladino del connettivismo, cioè la disciplina che utilizza l’insieme di tutte le scienze.

Indossate le tute spaziali ed usciti all’esterno, rimanendo nei paraggi, Grosvenor dà il via all’autodistruzione dell’astronave: le vibrazioni avvertono Ixtl che, capito che sta per morire nell’esplosione, fugge velocemente nello spazio. Appena uscita la creatura, l’equipaggio rientra e annulla l’autodistruzione giusto in tempo. Passano poi a salvare le povere vittime umane, rimuovendo chirurgicamente le «uova rotonde, grigiastre» impiantate nei loro stomaci. Una di esse inizia a schiudersi appena rimossa:

«Parecchi uomini erano là, con le armi spianate, guardando la fessura dell’uovo che si stava allargando lentamente. Una orribile testa rossa con piccoli occhi rotondi, ne uscì. La testa girò sul collo esile e gli occhietti fissarono gli uomini con un bagliore di ferocia. Con una vitalità che per poco non prese gli uomini di sorpresa, la creaturina si rizzò e cercò di uscire dalla tinozza, ma scivolò sulle pareti metalliche, ricadde e fu annientata dalla fiamma di parecchie armi che le si scaricarono addosso contemporaneamente.»

Van Vogt in quel 1939 ha creato il modello di comportamento di quello che poi quarant’anni dopo sarebbe diventato ciò che chiamiamo xenomorfo, ispirandosi chiaramente agli insetti Icneumonidi e al loro orribile comportamento: depongono le proprie uova all’interno di vittime paralizzate ma vive e coscienti, per continuare a rimanere “fresche”, così che poi le larve schiuse possano nutrirsi dell’ospite. Il terribile comportamento di questi insetti scosse profondamente Charles Darwin: «Non riesco a persuadermi che un Dio benefico e onnipotente abbia volutamente creato gli icneumonidi con l’espressa intenzione che essi si nutrano entro il corpo vivente dei bruchi», scrisse in una lettera citata da Richard Dawkins ne Il fiume della vita, il quale subito specifica: «la natura non è crudele, è solo spietatamente indifferente. Questa è una delle più dure lezioni che un essere umano debba imparare».

Dan O’Bannon non ha mai negato le sue fonti di ispirazione. «Non c’è nulla di nuovo, risale agli anni Cinquanta e a film come La “cosa” da un altro mondo [1951], Assalto alla terra [1954] e L’invasione degli ultracorpi [1956]», rivela ai giornalisti Richard Meyers e Phil Edwards già per l’anteprima del film, su “Starlog” nel marzo 1979. Curioso abbia citato titoli generici e non quelli più attinenti alla trama. Eppure già nell’inverno del 1978 a Dave Schow di “Cinefantastique” bastarono le prime indiscrezioni ufficiali sulla trama per scrivere:

«A colpo d’occhio l’inizio di Alien sembra un macabro ibrido dei più succosi elementi dei film di fantascienza anni Cinquanta come Il mostro dell’astronave [1958], A 30 milioni di Km dalla Terra [1957], Fiend Without a Face [1958] e Night of the Blood Beast [1958].»

Curiosamente i recensori dell’epoca si focalizzarono sui film e non si accorsero del racconto di Van Vogt: lo scrittore invece se ne accorse eccome. Decise di fare causa alla 20th Century Fox per plagio, e la cosa si risolse fuori dall’aula: la major pagò 50 mila dollari a Van Vogt. Che non sono pochi ma neanche tanti, visto che parliamo del film del momento, costato più di otto milioni di dollari. La cosa ha tanto l’aspetto di una soluzione del tipo “non voglio clamore mediatico: prenditi ’sti soldi e sparisci”. Dell’accordo extra-processuale si sa già dal 1982, quando John Brosnan – nel raccontare l’aneddoto – si stupiva che Van Vogt ora affermasse che anche “Star Trek” era copiato dai suoi racconti, mentre la prima menzione sicura dell’importo ricevuto dallo scrittore ce la rivela David Ketterer nel suo saggio Canadian Science Fiction and Fantasy (1992), visto che le avventure dello Space Beagle furono in gran parte scritte in terra canadese.

Con la testa piena di idee e spunti che si fondono, Dan in quel 1976 ogni tanto deve alzarsi dal divano e lavorare un po’: c’è un tizio che lo chiama per fare cose noiose. Si chiama George Lucas. Un seccatore…


Chiusi nella “cantina”

Seduto in sala a vedere Dark Star non c’è stato solo Jodorowsky, ma anche un giovane cineasta che guarda probabilmente divertito quell’esperimento che sta ripercorrendo i suoi passi. Si chiama George Lucas, e anche lui mentre frequentava la stessa USC di O’Bannon e Carpenter ha fatto un cortometraggio e l’ha poi “allungato” a lungometraggio, L’uomo che fuggì dal futuro (1971) – quel THX 1138 il cui nome avrebbe poi avuto tanta importanza nella carriera dell’autore – e rimane particolarmente colpito dalle schermate di computer mostrate dalla pellicola: servirebbero schermate simili per il film a cui sta lavorando. Un progetto dal titolo Star Wars.

«Sono entrato molto tardi nella lavorazione di Star Wars, George Lucas mi ha passato roba sparsa e mi ha chiesto se potessi farla, ed io: “Sì, certo”». Come traspare da questa dichiarazione alla rivista “Starburst” (gennaio 1980), O’Bannon non è molto motivato nel suo lavoro quando viene contattato da Lucas, ma è comunque lavoro e ne ha bisogno. «A dire la verità non volevo proprio farlo, lo trovavo noioso. Fai una schermata e dici: “Guarda che bello”. Diventa difficile eccitarsi a farne una dopo l’altra. […] Tecnicamente dovunque [in Star Wars] ci sia uno schermo con sopra delle scritte da computer, quello l’ho fatto io, anche se non tutte: un tizio a Chicago di nome Larry Kuba ne ha fatte alcune.»

Per dovere di cronaca segnalo che invece secondo John Baxter, compilatore del saggio biografico Mythmaker. The Life and Work of George Lucas (1999), O’Bannon si sarebbe occupato solamente delle «scritte computerizzate che mostrano la Morte Nera in avvicinamento alla roccaforte ribelle di Yavin».

Probabile unico contributo di Dan O’Bannon a Guerre Stellari (1977)

Intanto George Lucas vola dalla Turchia a Londra per girare la scena della cantina, una delle tante iconiche del suo Star Wars, adottando quello che chiamano “il sistema francese”: si inizia a girare a mezzogiorno e si tira avanti ininterrottamente per otto ore.

Lucas è determinato a fare della scena un classico del cinema e nel suo romanzo originario – fatto scrivere in realtà ad Alan Dean Foster – l’ha riempita di alieni dalle mille forme: serve qualcuno in grado di gestire così tanti esseri alieni, e per l’occasione chiamano Stuart Freeborn, noto per i costumi delle scimmie nel film 2001: Odissea nello spazio (1968). Freeborn ha già creato il costume di Chewbacca ed inizia a lavorare sugli alieni della cantina… quando si ammala seriamente e dev’essere portato in ospedale.

Finite le 17 settimane di riprese a Londra, Lucas ha un peso sullo stomaco: quella scena della cantina proprio non gli piace, com’è stata girata. Il produttore Gary Kurtz fa a braccio di ferro con la Fox e riesce a strappare un budget di 100 mila dollari per poter rigirare la scena, mentre Lucas si rivolge a Rick Baker, un maestro nel costruire costumi “mostruosi”. Ne ha appena costruito uno per il King Kong (1976) di Dino De Laurentiis, quindi sembra l’uomo giusto per riempire di mostri una stanza.

Baker comincia ad ingaggiare gli artisti più disparati, rivolgendosi al celebre illustratore Ralph McQuarrie, per ideare alcuni dipinti che dessero l’idea della cantina, e a quello che il giornalista David Houston definisce «an underground newspaper editor known for his wild imagination», un editore di pubblicazioni “underground” noto per la sua grande creatività. Un modo curioso di introdurre Ron Cobb. Intervistato per “Starburst” (dicembre 1979), l’artista dice di aver ottenuto quell’incarico grazie a Dan O’Bannon, «perché ogni volta che otteneva un lavoro grazie a Dark Star raccomandava fortemente anche me. Nel caso di Star Wars, George Lucas aveva seguito tutte le mie vignette, conosceva il mio lavoro ma non aveva idea di questa mia altra professione – che amavo disegnare cose di fantascienza – e fu più che ben disposto a mettermi alla prova, e tutti ne furono compiaciuti.»

Gli alieni di Ron Cobb

Mentre McQuarrie crea dipinti così belli che il pubblicitario della produzione li appende nel suo ufficio – e nell’agosto 1977 vengono rubati da fan spregiudicati! – Cobb inizia a concepire creature ben poco spaventose e più stravaganti, per un totale di cinque “alieni aggiuntivi”.

Il budget permette solamente due giorni di riprese in un piccolo studio di La Brea Boulevard (Hollywood) e i tecnici stessi si infilano nei costumi creati da Baker, che in breve tempo si trasformano in camere a gas per via dell’assenza di areazione, finché Kurtz non prende l’iniziativa di creare dei fori per far entrare aria.

Il risultato è quello davanti agli occhi di milioni di fan in tutto il mondo.

(Continua)

L.


Fonti:

  • Chris Alexander, Black Dreams. The Haunted Films of Mario Bava, da “Rue Morgue” n. 30 (novembre-dicembre 2002)
  • John Baxter, Mythmaker. The Life and Work of George Lucas (Avon Books 1999)
  • John Brosnan, rubrica “It’s Only a Movie”, da “Starburst Magazine” n. 48 (agosto 1982)
  • Richard Dawkins, Il Fiume della Vita. Cos’è l’evoluzione (River Out of Eden. A Darwinian View of Life, 1995), Biblioteca Scientifica Sansoni n. 4, traduzione di Laura Montixi Comoglio, RCS Libri, Milano, settembre 1995
  • Phil Edwards, Ron Cobb on… Alien, da “Starburst” numero 16 (dicembre 1979)
  • Phil Edwards e Derek Treharne, Alien interview, part II: Dan O’Bannon, da “Starburst” numero 17 (gennaio 1980)
  • Sally Gary, Vampires in Space!, da “Starburst Magazine” n. 73 (agosto 1984)
  • Ariadna Gromova, Il pianeta dei virus (Glegi, 1962), traduzione di Renata Derossi, “Fantascienza Sovietica” n. 2, Edizioni FER, ottobre 1966
  • David Houston, Creating the Space-Fantasy Universe of Star Wars, da “Starlog Magazine” n. 7 (agosto 1977)
  • David Ketterer, Canadian Science Fiction and Fantasy (1992), pagina 47
  • W.J. Stuart (pseudonimo di Philip Macdonald), Il pianeta proibito (Forbidden Planet, 1956), novelization del film omonimo, traduzione di Carlo Rossi Fantonetti, “Urania” n. 148, Mondadori, Milano, 28 marzo 1957
  • A.E. Van Vogt, Crociera nell’infinito (The Voyage of the Space Beagle, 1950), traduzione di Sergio Sue, “Urania” n. 27, Mondadori, Milano, 10 novembre 1953

L.

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15 risposte a La Storia di Alien 3. Guerrieri sul divano (2)

  1. Zio Portillo ha detto:

    Sempre meglio sto appuntamento del venerdì. Complimenti per l’immane lavoro Lucius!
    Ovviamente a “Terrore nello spazio” ci arrivai dopo “Alien” ma le citazioni (non si dice copiare, è da maleducati!) sono così tante che non si può non pensar male!

    Ultima nota: ma se l’alieno Ixtl attraversa i muri, si può dire lo stesso che “esce dalle fottute pareti”?

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  2. MisterZoro ha detto:

    Un motivo in più per amare il venerdì, si anche in ufficio 😀

    A mani bassissime (un po’ come il metodo “furto creativo” di O’Bannon) il mio post settimanale preferito, grandissimo Etrusco!

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  3. Cassidy ha detto:

    Non ci crede nessuno da quarant’anni che un nerd impallinato con la fantascienza come O’Bannon, non abbia mai visto il film di Marione Bava, ma proprio nessuno 😉 Non conoscevo “Crociera nell’infinito” ma tra tutte le fonti di O’Bannon mi sembra forse il titolo chiave, la tua teoria mi sembra valida, Van Vogt è stato pagato poco ma subito per evitare polemiche, un po’ come Harlan Ellison per “Terminator”, mi sembra una situazione di questo tipo. In ogni caso, altro girò altro grande capitolo di questa esplorazione aliena 😉 Cheers!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Ellison si è guadagnato una scritta finale, mentre Van Vogt ha gestito la cosa più sbrigativamente, magari non sapeva quanto potesse tirare la corda con la Fox 😛
      Comunque chissà quante altre fonti aliene ci sono in giro, per forza di cose vale la pena parlare giusto delle più evidenti.

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      • Conte Gracula ha detto:

        Secondo me, ne ha tirato fuori pure molti soldi: si sarebbe potuto tirar fuori tutta quella marea di insetti che depongono uova nei corpi altrui (tipo non ricordo che vespa con le tarantole, o i parassiti di ogni tipo) e sarebbe stata indimostrabile la tesi di Xtl.
        La Fox si sarà detta “si fa prima così e si spende meno”…

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Da quello che si sente, queste grandi compagnie preferiscono pagare quello che per loro sono spicci piuttosto che infognarsi in processi che poi non si sa mai come vanno a finire. Metti che un giudice avesse detto che il film “Alien” era palesemente copiato da Van Vogt? Allora sì che grandi pacchi di milioni di dollari sarebbero volati via dalle casse della Fox. No, no, meglio dare una mancetta allo scrittore, fargli firmare un foglio che chiuda il discorso e tanti saluti.
        Qui però arriva una grande domanda: possibile che le grandi compagnie non si accorgano mai delle scopiazzate? O’Bannon sapeva che aveva copiato, Hill e Giler sapevano che quella sceneggiatura era un minestrone di scopiazzate, un po’ lo sapeva anche Scott… perché allora al momento di decidere se partire con il film qualcuno alla Fox non ha detto “Ragazzi, facciamo qualcosa per queste scopiazzate, che se gli autori se ne accorgono ci denunciano”? Hill (lo vedremo più avanti) ha smussato e limato, ma il grosso è rimasto, e ci sono decine e decine di casi simili: perché le major non chiedono consiglio agli appassionati? Perché non chiamano il commesso di una fumetteria e gli chiedono: “Scusa, abbiamo questa sceneggiatura: la leggi e ci dici se scopiazza?” 😀

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      • Conte Gracula ha detto:

        Probabilmente, hanno paura di fughe di notizie, diciamo.
        La verità è che la produzione dovrebbe sempre comprendere qualcuno che abbia letto e visto (e oggi, anche giocato) più di due o tre opere, ma la produzione di film ad alti livelli è vista come un processo di preparazione dei salami e lo spazio per un po’ di critica artistica non si trova 😛

        Basterebbe mescolare di più le idee, e le scopiazzature diventerebbero delle ispirazioni.
        E magari te ne tieni una o due identiche, di durata brevissima, da chiamare citazioni ^^

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  4. Willy l'Orbo ha detto:

    Guarda, mi unisco al coro di complimenti per questo venerdì; per farti capire quanto mi stai aprendo mondi paralleli: inizio a leggere e penso “wow, dopo lo commento”, scorro e penso “spettacolo, commento questo”, vado avanti e “c’è pure questo?”. Da bava alla cantina di Star Wars, grazie per il viaggio! 🙂

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  5. kuku ha detto:

    Ma sto o’bannon puntava sempre a fare il minimo sindacale! Pure le scritte gli scocciava fare. Le avrebbe potute fare anche dal divano.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Eh, un caratterino particolare, che manterrà per tutta la vita. Oltre all’abitudine di sputare su chi gli è stato vicino: non stupisce abbia lavorato pochissimo, in un ambiente così permaloso come il cinema.
      Purtroppo i suoi gusti erano rivolti ai film che aveva visto durante l’infanzia negli anni Cinquanta, quindi non ha saputo capire la grande rivoluzione del cinema di fantascienza degli anni Settanta, che paradossalmente ha contribuito a creare proprio con “Dark Star”. Non aveva capito che nuovi registi stavano riscrivendo da zero i canoni tecnici del genere, così come non aveva capito l’importanza di “Star Wars” a cui stava lavorando: né ovviamente sapeva che senza quel successo la Fox non avrebbe mai prodotto Alien.
      Se avesse smesso per un attimo di parlar male dei colleghi e fosse sceso dall’altissimo piedistallo su cui è rimasto tutta la vita, magari si sarebbe accorto del mondo che lo circondava…

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