A.C. Crispin e l’arte della novelization (1984)

Traduco questo articolo apparso sulla rivista specialistica “Starlog Magazine” numero 83 (giugno 1984).

Ricordo che l’autrice del Maryland Ann Crispin, meglio nota (anche in Italia) con la firma A.C. Crispin, ha scritto una fra le migliori novelization aliene: Alien Resurrection (1997).

A.C. Crispin nel 1984


Un universo di altri:
scrivere novelization e tie-in

di Ann Crispin

da “Starlog Magazine”
numero 83 (giugno 1984)

Una giovane autrice talentuosa rivela qualche trucco
di un’attività che trasforma mondi altrui
in nuove avventure letterarie

Perché qualcuno vorrebbe scrivere una storia originale ambientata in un universo che qualcun altro ha sviluppato? O scrivere un romanzo basato su un film? Data la mia esperienza in entrambe le attività (il mio romanzo Yesterday’s Son1 della serie “Star Trek” è stato in assoluto il primo libro che io abbia mai scritto e, grazie al suo successo, mi ha permesso di novellizzare la mini-serie televisiva della NBC “Visitors”), penso di poter fornire tre valide ragioni.

La prima dovrebbe essere ovvia: soldi. Scrivere tie-in (storie originali ambientate in un mondo che qualcun altro ha sviluppato, come per esempio i romanzi di “Star Trek”) e novelization (prendere la storia da un film o da una serie TV e trasformarla in un romanzo) si è rivelata una fonte di entrate sicure per molti autori noti: Alan Dean Foster, Joe Haldeman, James Kahn, Vonda McIntyre, Joan Vinge, Ron Goulart e David Gerrold, per nominarne qualcuno.

La seconda ragione non può non essere così evidente, ma è anche maggiormente degna di considerazione: uno scrittore può ottenere molta più visibilità. Le prime edizioni dei romanzi di “Star Trek” si contano a centinaia di migliaia di copie, al contrario delle decine di migliaia di copie per un romanziere esordiente nel campo della fantascienza o del fantasy. Le copie delle novelization sono anche più alte, perché tutto ciò che sia connesso a cinema e TV di solito vende molto bene.

La terza ragione per scegliere di scrivere novelization e tie-in è ciò che provo insieme a molti altri scrittori: la sfida di creare una buona storia all’interno dell’universo di qualcun altro. Questa motivazione può risultare difficile da spiegare agli estranei quando ti chiedono quale sia il tuo lavoro: è un problema che gli scrittori affrontano di continuo. Una conversazione tipo con qualcuno che si è appena conosciuto può essere questa:

Estraneo: Sono un contabile. Tu cosa fai?

Tu: Sono una scrittrice.

Estraneo: Davvero? Hai mai pubblicato qualcosa?

Tu: Sì, il mio primo libro è uscito lo scorso agosto.

Estraneo: Davvero? Hai dovuto pagare per pubblicarlo?

Tu: No, loro hanno pagato me.

Estraneo: Ma è grandioso! Ne scriverai un altro?

TU: Sì, sto lavorando alla novelization di una mini-serie TV chiamata “Visitors”.

Estraneo: TV? Immagino che è lì che girino i veri soldi. Di che parla?

TU: Be’, vedi, ci sono questi alieni che arrivano sulla Terra per essere nostri amici: sono somiglianti a noi ma sotto la loro finta pelle sono in realtà rettili, che vogliono rubare la nostra acqua e mangiarci.

Estraneo: Uh, già, suona grandioso. Ora devo andare, è stato bello parlare con te.

Tu: No, aspetta. Ho studiato tutto, la scienza, la motivazione e tutto il resto. I miei personaggi sono reali, con veri problemi. Tutto ha davvero senso!

Ma con la velocità di Superman la tua nuova conoscenza ha preso il volo.

Novelizing New Visitors

Può succedere, scrivendo novelization, che ti secca l’idea di gestire un soggetto che non sia tuo, ma è lì che nasce la sfida per lo scrittore: come “aggiustare” i personaggi, il soggetto e l’ambientazione. Il mio tema nello scrivere “Visitors” a forma di romanzo è stato il potere e la responsabilità, e come questi due interagiscano e influenzino le persone. Non sono del tutto sicura che fosse lo stesso tema che aveva in mente Kenneth Johnson quando ha scritto le prime quattro ore di “Visitors”, né è mia intenzione suggerire che la mia idea sia migliore. Ma per me, all’interno dei confini del soggetto, il tema che ho scelto diventa una valida raison d’etre per scrivere il libro.

Nello scrivere tie-in l’autore ha il lusso di poter determinare sia il tema che il soggetto. E non ti devi preoccupare dei problemi del costruire mondi ed universi.

Ci sono degli svantaggi nello scrivere novelization e tie-in?

Ovvio che sì! Nel primo caso il problema principale è spesso l’assurda velocità con cui va prodotto il manoscritto, perché possa arrivare sugli scaffali delle librerie nello stesso momento in cui il relativo film viene distribuito. Ho scritto le 132 mila parole di V in quattro mesi, tra la metà del settembre 1983 e la metà del gennaio 1984: durante la scrittura, ad un certo punto ho tirato fuori 190 pagine in 14 giorni. Naturalmente non c’era tempo per una seconda stesura, così il libro che leggerete (spero vi andrà di buttar via 2,95 dollari per comprarlo) è essenzialmente la prima bozza che è uscita dal mio Morrow Micro Decision2.

Tutto questo lavoro è stato già abbastanza duro senza considerare i capricci di Hollywood. A metà di “Visitors” il suo creatore, Kenneth Johnson, ha lasciato il progetto, e la Warner in seguito mi ha comunicato che le intere sei ore di “V. The Conclusion” dovevano essere riscritte. Cambiarono gli eventi, apparvero nuovi personaggi mentre vecchi personaggi vennero cancellati, moriva gente che invece nella versione di Johnson sopravviveva e poi il contrario. Con una scadenza del 31 dicembre 1983, ho ricevuto il terzo copione riferito al finale della serie nelle ultime due ore del 18 dicembre. Come scoprii, servirono duecento pagine per rendere quelle due ore del gran finale: il mio Natale passò in una confusione molto estenuante: non riuscivo a concentrarmi su cose che non fossero illuminate di verde sullo schermo del mio computer3. Tra parentesi, sto ancora ricevendo cambiamenti del copione, e sto scrivendo questo saggio a febbraio. Ora sapete perché le novelization spesso riportano differenze anche sostanziali dal relativo prodotto filmico.

All’epoca sentivo una certa familiarità con quel tizio che al circo segue l’elefante con una scopa. Hollywood è molto più attirata dal dramma e dall’azione che dalla credibilità o dall’accuratezza scientifica. Una ragione per cui la Pinnacle Books voleva uno scrittore di fantascienza per il progetto che sapesse arricchirne gli aspetti scientifici. Per scrivere V mi sono ritrovata a fare ricerche su temi che vanno dall’aborto alla scomparsa dei dinosauri, dalla genetica all’agopuntura. Per esempio, per una frase in V ho dovuto controllare il luogo in cui venivano inferti dei tatuaggi ai prigionieri durante la Seconda guerra mondiale. Non è qualcosa che esca fuori dalla normale conversazione, ma ero davvero fissata sull’essere il più accurata possibile.

Una cosa che l’autore di novelization deve fare è sviluppare i personaggi fino a sentirli propri. Né Mike Donovan né Juliet Parrish sono lontanamente come una qualsiasi persona io abbia mai incontrato, quindi sono grata a Mar Singer e Faye Grant per averli interpretati così bene durante le prime quattro ore di “Visitors”, così da rendermi possibile collegarmi alle loro personalità e mentalità. Per le prime settimane in cui ho lavorato a V ho guardato ogni scena quattro o cinque volte prima di scriverla, poi ho verificato la mia accuratezza riguardando il tutto con il testo alla mano. Dopo un po’, questa procedura non è più necessaria, posso visualizzare ciò che è successo tramite la semplice memoria e la conoscenza dei personaggi.

Nel tirare fuori un romanzo da “Visitors” ho lavorato nello sviluppo dei personaggi, nel farli crescere e mostrare al lettore come ogni cambiamento fosse legato al corso della vicenda. A volte questa crescita è positiva, come nel caso di Mike Donovan, Juliet Parris ed Elias Taylor; altre volte è negativa, come nel caso di Diana e Daniel Bernstein.

Questi sono alcuni dei problemi e delle sfide nel trasformare un film o una serie TV in un libro. Per i tie-in è un po’ differente. In quel caso gli scrittori gestiscono proprie storie ma con personaggi che per lo più non sono proprie creazioni. La sfida sta nel rendere questi personaggi noti ben riconoscibili al lettore, e nel rendere credibili le loro azioni.

Writing New Treks

Scrivere una storia di “Star Trek” è stato allo stesso tempo facile e difficile. Facile, perché ho visto ogni episodio in TV almeno venti o più volte e conoscevo la serie come le mie tasche. Difficile, perché i miei Kirk, Spock, McCoy, Uhura, Scott e gli altri dovevano essere miei, ma anche riconoscibili agli altri fan, che poi dovevano accogliere allo stesso modo il nuovo personaggio Zar. Devi essere in grado di creare nella tua mente una scena così vivida che quando chiudi gli occhi si presenta come se fosse un film.

L’altra principale difficoltà nello scrivere tie-in è creare una storia interessante che lasci inalterato lo status quo. La letteratura così come l’arte si basa tutta sul cambiamento: provate ad immaginare Via col vento scritto in modo che Scarlett O’Hara rimanga alla fine identica a com’era all’inizio. Difficile? Ora sapete com’è scrivere un romanzo professionale di “Star Trek”. I personaggi devono vivere avventure, incontrare nuove persone, affrontare nuove sfide… eppure alla fine devono rimanere totalmente identici a com’erano all’inizio. Non puoi far sposare nessuno, né ucciderlo. L’ammiraglio Kirk non può avere problemi con la Flotta Stellare e andarsene. Lo status quo, ricordate?

Come risolvere allora tutto questo? Per lo più creando nuovi personaggi e far succedere le cose a loro. E, se siete davvero in gamba, far credere i personaggi di “Star Trek” in modo così sottile che la Paramount Pictures non se ne accorga! (O non gliene importi.)

Ciò che ho detto delle idiosincrasie di Hollywood vale anche per la narrativa tie-in Ogni storia che debba essere sottoposta e vada approvata da qualcuno legato al mondo di cinema e TV è sicuramente soggetta a cambiamento, non necessariamente per il meglio. Per esempio, i libri di “Star Trek” sono letti dall’editor della Pocket Books, Mimi Panitch. Anche se le piace la storia, deve comunque sottoporla ai dirigenti della Paramount, che poi decideranno se è un’accettabile aggiunta alla cosmologia di “Star Trek”.

È difficile farsi un’idea di cosa voglia l’emittente o la casa cinematografica. Hanno accettato l’idea che Spock avesse un figlio (Zan, nel mio Yesterday’s Son), eppure la mia successiva proposta – un romanzo dal titolo To Steal a Starship – l’hanno giudicata “mancante di suspense” e hanno voluto una revisione del soggetto. Sentivo che il furto dell’Enterprise ad opera del Kindred, un’organizzazione criminale al soldo dei Klingon, contenesse la quantità sufficiente di suspense. Invece che perdere tempo a cercare di “innestare” maggiore suspense, ho deciso di ritirare la proposta e riutilizzare la storia in uno dei mondi di mia creazione.

Vogliamo parlare di una novelization o di un tie-in scritti per iniziare una carriera letteraria? Se siete uno di quegli aspiranti scrittori che pensano che scrivere all’interno di un universo preesistente sia un modo facile per arrivare alla pubblicazione, dovrete ricredervi: fareste molto meglio a creare i vostri universi e ambientarvi le vostre storie, cercando di venderle in quel modo. Nel caso delle novelization siete tagliati fuori, perché gli editori non offrono quel tipo di libri ad autori non pubblicati: il lavoro di solito richiede un rispetto così stringente delle scadenze che non si fidano di chi non è abituato a tenerne conto.

Vi starete chiedendo dei tie-in e vi saranno venuti in mente almeno tre scrittori che hanno iniziato la loro carriera con i romanzi di “Star Trek”. Non è un buon modo di iniziare?

In una parola, No.

Le ragioni sono tante. La principale è che se scrivi una storia nell’universo di qualcun altro 99 volte su 100 non c’è alcun mercato a livello professionale. George Lucas non sembra interessato a permettere la nascita di una serie di romanzi originali da Star Wars4. Marion Zimmer Bradley ha gentilmente permesso ad alcuni scrittori di firmare alcuni racconti ambientati nel suo universo di Darkover, ma è l’unica ad avere il permesso di scriverne i romanzi, ed è lì che nell’editoria girano i veri soldi. Potete solo sottoporre storie di Dragonrider ad una fanzine amatoriale che pubblica antologie ispirate al mondo di Pern di Anne McCaffrey: come pagamento riceverete copie della rivista.

E “Star Trek” allora?, vi chiederete. Escono dai sei agli otto nuovi libri ogni anno, alcuni firmati da scrittori esordienti: tu stessa eri fra di loro, Ann!

Avete ragione. Io c’ero. Ma riflettete, amici. Se la Pocket Books passasse ad un programma di uscite mensili di “Star Trek” (stanno seriamente pensandoci, mi è stato detto), uscirebbero in totale dodici libri l’anno. L’editor della serie, Mimi Panitch, mi ha detto che riceve in media dai due ai cinque manoscritti di “Star Trek” al giorno: sono più di un migliaio all’anno, considerando una settimana lavorativa di cinque giorni. Tutti questi manoscritti vengono letti (alla fine), e la stragrande maggioranza viene rigettata. Gli aspiranti autori rimango con in mano delle storie con cui possono fare tre cose: 1) riscriverle e calarle in propri universi; 2) regalarle ad una fanzine o 3) chiuderle in un cassetto, dopo averle fatte leggere a parenti ed amici.

Questo succede perché solo la Pocket Books ha un accordo con la Paramount per pubblicare romanzi di “Star Trek”. Non potete sottoporre una storia di “Star Trek” alla Ballantine/Del Rey, TOR, DAW, Ace, NAL, Bantam e via dicendo, senza ricevere un rifiuto basato sul fatto che queste case non hanno i diritti per pubblicare quelle storie, e finirebbero in tribunale se ci provassero. È Pocket o niente.

Allora, perché io l’ho fatto? Semplice. Ero troppo stupida per rendermi conto delle probabilità che avevo contro di me quando ho sottoposto il mio manoscritto. Poi, ci sono voluti tre anni perché fosse accettato, per via di beghe legali tra la Pocket Books e la Paramount riguardo contratti e diritti (entrambe le case sono di proprietà della Gulf & Western, così ogni disputa assomiglia più a liti familiari che guerra di compagnie: tutti strillano e si agitano, ma poi di solito si mettono d’accordo senza arrivare in tribunale), ed anche per via della mole di storie di “Star Trek” ricevute.

Creating New Worlds

Durante quei tre anni di attesa fremente e nervosa (molte volte ho preso il telefono, determinata a ritirare il manoscritto, certa che niente sarebbe mai venuto da quel progetto), mi sono spesso maledetta per la mia stupidità, ma in qualche modo sono riuscita a resistere, attaccandomi ad ogni parola gentile che ricevevo dalla Pocket, leggendo e rileggendo un logoro appunto ricevuto da Susan Sackett della Paramount (esperta di “Star Trek” e giornalista di “Starlog”) che diceva come le fosse piaciuta la storia. Poi, come in tutte le storie alla Cenerentola, la mia Fata Madrina (nella persona di Mimi Pamitch) mi ha chiamato per dirmi che la Pocket voleva comprare il mio libro.

Un anno diversi mesi dopo, è arrivato sugli scaffali delle librerie ma, per fortuna, non ci è rimasto a lungo. Così tante copie sono finite nella borsa della gente che un mese dopo la sua pubblicazione ho ricevuto una chiamata da Mimi, che mi diceva come Yesterday’s Son era entrato nella lista dei bestseller del “New York Times”. La Pocket era sorpresa, io ero stupita e un mese dopo ero una scrittrice a tempo pieno. Mangiati il fegato, Cenerentola! A chi interessa vivere in un vecchio castello pieno di correnti d’aria, sottostando ai capricci di un vecchio Principe? Preferisco starmene a casa a sognare universi e a immaginare persone che li abitino. Solo io e il mio Morrow.

Recentemente la Pocket Books ha dimostrato interesse in un seguito di Yesterday’s Son, quando ho citato il fatto di avere qualche idea in testa. Così quando troverò il tempo butterò giù un paio di capitoli, li manderò e vediamo cosa succederà5. Ma al momento la mia agenda è piena. Sto lavorando ad un romanzo di fantascienza originale ambientato in un mio universo, Suncastle6 così come due collaborazioni: Gryphon’s Eyrie, un romanzo scritto con la nota autrice di fantascienza e fantasy Andre Norton ambientato nel Witch World da lei creato7, e V. East Coast Crisis con Howard Weinstein8, autore anche lui nato con un romanzo di “Star Trek”, The Covenant of the Crown. Durante il mio recente viaggio in Florida io ed Andre abbiamo programmato una seconda collaborazione ambientata nel Witch World, intitolata Songsmith, ma è ancora nella fase “elaborazione”9.

Di sette libri venduti o sotto contratto, quattro sono ambientati in universi di altri, perché adoro la sfida, la visibilità e i vantaggi economici che questi progetti portano. Ma non lavorerei mai solo in questo modo: ho bisogno dello stimolo della creazione di miei mondi e miei universi. Dopo tutto, l’abilità di creare un universo è un talento importante: non importa se servano sei giorni, sei settimane o sei mesi.


Note

1. Uscito in Italia come Il figlio del passato, Garden Editoriale 1987, Traduzione di Annarita Guarnieri.

2. Linea di personal computer professionali varata nel 1982.

3. Per i “giovani d’oggi”, all’epoca i testi scritti al computer apparivano di un verde accesso “spacca-occhi”.

4. Solamente nel 1991 Timothy Zahn pubblicherà il primo romanzo dell’universo espanso, L’erede dell’Impero (Sperling & Kupfer 1993, traduzione di Anna Maria Biavasco e Valentina Guani; ristampato da Multiplayer.it nel 2012 con la traduzione di Virginia Petrarca), il cui grande successo editoriale darà nuova linfa vitale a Star Wars ed aprirà la strada ad una lunga serie di romanzi: la stessa Crispin vi parteciperà, nel 1997, con una trilogia dedicata alle avventure di Han Solo, tradotta nel 2014 da Christian La Via Colli per Multiplayer.it.

5. Il seguito uscirà nel 1988 con il titolo Time for Yesterday, portato in Italia nel 1991 da Garden Editoriale con il titolo Il guardiano del tempo, traduzione di Annarita Guarnieri.

6. Purtroppo non esiste traccia di questo titolo.

7. Uscirà nel dicembre di quello stesso 1984: risulta inedito in Italia.

8. Portato in Italia da SIAD Edizioni nel 1986 in due puntate, La crisi della costa orientale e La Terra è salva, entrambe tradotte da Vincenzo Acampora.

9. Uscirà nel 1992: risulta inedita in Italia.


L.

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9 risposte a A.C. Crispin e l’arte della novelization (1984)

  1. Zio Portillo ha detto:

    Articolo molto interessante che risponde ad alcune mie curiosità personali. Da un lato, pare, che la “novelization” di un prodotto tv sia una questione di velocità di scrittura. Si prende l’universo e le storie create da qualcun altro e lo si rielabora un minimo per far sì che si adatti al formato cartaceo. Più in fretta riesci a farlo, più il libro esce “caldo” e più vende. Il “sentire” proprio un personaggio va un po’ all’empatia personale e credo, da profano, sia qualcosa di prettamente soggettivo.
    Il “tie-in” di un romanzo, dice bene la Crispin, è facile e difficile. Credo che chiunque ami un prodotto televisivo o un ciclo di film abbia fantasticato su qualche avventura dei propri eroi. Ricordo di aver letto di Boyka contro gli Alien ma non mi ricordo dove… Scherzi a parte, è facilissimo creare una storia che abbia per protagonisti i propri beniamini ma credo sia complicatissimo chiuderla mantenendo lo status-qua (sempre per dirla alla Crispin).

    Che poi i libri non vendano e che i manoscritti di non-professionisti che ci provano valgano meno della legna da ardere nei caminetti, questo è un altro paio di maniche.

    Piace a 2 people

    • Lucius Etruscus ha detto:

      Boyka contro Alien? Chi è il pazzo che ha scritto una roba del genere? 😀
      Scherzi a parte, la Crispin scrive in un’epoca ancora fenomenale per l’editoria di ogni tipo, e già c’era “crisi”: figurarsi oggi!
      Solo in pochi casi i film si portano appresso dei libri, la Titan Books ci prova ancora – anche commissionando romanzi-prequel – ma temo che i risultati siano al di sotto della soglia di percezione umana. Infatti si sono buttati sui romanzi coi supereroi, visto che pare solo le tutine portino a casa qualche dollaro di incasso.

      Il problema di novelization e tie-in, come illustra l’autrice, è che c’è un ristrettissimo collo di bottiglia: solo una casa editrice ha il permesso di usare un dato marchio, quindi sarà molto difficile farsi pubblicare.

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  2. Willy l'Orbo ha detto:

    Guarda, a proposito di novelization (o quasi), per Natale mi regalerò i libri di Virus e Relic…chissà chi mi ha ispirato/dato l’idea. Secondo me lo conosci, Lucius 🙂 🙂 🙂

    Piace a 1 persona

  3. Conte Gracula ha detto:

    Davvero gustoso, questo articolo!
    Getta luce sul mondo delle “opere derivate”, diciamo, e un sacco di dettagli che fanno capire quanto sia cambiato il mondo – come le misere 10000 copie (e multipli) di un’opera originale, un numero che oggi farebbe stappare lo spumante. Quello buono!

    Piace a 1 persona

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