In the Tall Grass (2019) Nell’erba alta

Ma… non avevamo chiuso il discorso con il ciclo su Children of the Corn? Sì, ma Colui Che Cammina Tra o Dietro i Filari mi ha chiaramente fatto capire che dovevo fare una tappa in più…

Tramite Evit del blog “Doppiaggi italitoti” qualche giorno fa scopro una dichiarazione di Joe Hill su twitter, nella quale fa sapere che è uscito sulla piattaforma Netflix In the Tall Grass, film tratto da un racconto che anni prima ha scritto con il padre e diretto dal demented Vincenzo Natali.
Oh, a me quel demented non sembra proprio un complimento, ma Evit mi spiega che non è un’offesa, semplicemente Hill ha voluto descrivere il regista e sceneggiatore come uno che fa uscire di testa, e su questo non ci piove.

Il nome mi è familiare, ma invecchio e la memoria non è mai stata il mio forte: così devo scorrere la sua filmografia per scoprire che è il genio dietro The Cube (1997), capolavoro senza tempo che purtroppo ha “figliato” due seguiti inadatti alla vita umana. Almeno il terzo cubo ha una ghiotta anima scacchistica.
In tempi più recenti Natali ha diretto quella roba di Splice (2009) ma soprattutto ha imperversato in TV, dove lo trovate dietro le migliori (o comunque più blasonate) serie televisive dell’epoca. È tornato al film solo con Tremors (2018), ma giusto per fare un piacere allo Speciale di Cassidy.

Natali si è dedicato anche alla sceneggiatura di questo film, ispirata al racconto In the Tall Grass di Stephen King (padre) e Joe Hill (figlio), apparso in due puntate nei numeri di giugno-luglio ed agosto della rivista “Esquire” (n. 157), in ottima compagnia: un racconto di Lee Child con il suo Jack Reacher, ma anche Don Winslow, Dave Eggers, Geoff Dyer ed altri.
Il tutto anticipato da un’intervista a Joe, “con commenti di Stephen King”, dal titolo delizioso: Two Kings Write One Story.
Non sono riuscito a stabilire con certezza se il racconto sia mai stato tradotto in italiano: nel caso, fatemi sapere.

Perché vi parlo di un genio visionario di vent’anni fa (cioè Natali) e del suo ultimo prodotto? Semplicemente perché In the Tall Grass – che la Netflix italiana presenta con il titolo Nell’erba alta – è finalmente la vera storia dei Figli del Grano: come Stephen King l’avrebbe dovuta scrivere nel 1977… invece di ricopiare un film spagnolo!
Questo non vuol dire che sia migliore, ma che semplicemente è molto più… kinghiana!

Il titolo che doveva avere I figli del grano (1977)

Una donna incinta e suo fratello si fermano nei pressi di un enorme campo di grano… ops, volevo dire di erba alta. Che non so che ci facciano questi oceani verdi nella solita provincia americana, ma tant’è. Sentono la voce di un bambino che chiede loro aiuto ed entrano nel campo… non sapendo che non ne usciranno mai più.

Le reinterpretazioni di Burt e Vicky

Il primo terzo del film è strepitoso, comunica un’ansia spettacolare mentre i personaggi si inoltrano nel labirinto d’erba, e mentre cercano di capire come sia possibile che le voci che sembravano provenire da davanti… ad un certo punto vengono da dietro. Una situazione assolutamente kinghiana – almeno del King che ricordo io – di estremo spiazzamento e di totale perdita dell’equilibrio.

Quando sentite le voci, nel dubbio… non seguitele

Quando trovano il bambino che gridava aiuto, ormai è tardi e il tempo comincia a rivoltarsi in se stesso, sbilanciando tanto i personaggi che lo spettatore. L’idea è intrigante ma l’esecuzione sa tanto di allungamento di brodo insopportabile tipo 1408 (2007), e il secondo quarto se ne va un po’ a ramengo. Migliora un po’ la parte finale, anche se la quantità di salti carpiati e trovate da mani in faccia lascia parecchio a desiderare.
Non ho avuto modo di leggere il racconto originale, ma mi sento di dire che ci troviamo di fronte davvero ad un altro Grano rosso sangue (1984): una trama striminzita allungata a dismisura e quindi piena di annacquature.

Tie’, c’è pure la chiesa disabitata!

Il grano lascia il passo all’erba ma il concetto rimane uguale: un’enorme entità ondeggiante che avvolge (e stritola) chiunque vi entri. Colui Che Cammina Tra i Filari lascia il passo alla misteriosa roccia al centro del campo, idea molto evocativa e potente, capace di “redimere” chi la tocchi… perdendolo per sempre. Quindi un’entità che non vediamo mai se non attraverso gli effetti intorno a lei.

La Roccia prima del Tempo, ottima trovata!

Non ci sono crocefissioni ma salme essiccatte le vediamo eccome – solo i cadaveri rimangono fermi, nell’eterno mutare del campo d’erba – e finalmente abbandoniamo l’idea dei bambini assassini, rubacchiata dal Re allo spagnolo Ma come si può uccidere un bambino? (1976) e ampiamente rovinata dai film, ansiosi di “spiegare” ciò che va lasciato alla pura paura irrazionale dello spettatore.

Sì, Patrick, magari anche meno…

Per me è impossibile vedere questo film senza pensare ad una completa rielaborazione di Children of the Corn e al vero racconto che King magari oggi vorrebbe aver scritto all’epoca: con temi più suoi e meno “prestiti”.
Purtroppo la leggera iper-recitazione di Patrick Wilson stona parecchio, visto poi che in pratica buona parte del film si poggia sulle sue spalle, ma questo non saprei dire sia colpa del racconto originale o dell’allungatura di Natali.

Questa però è palesemente una citazione da The Cube

La roccia ferma dall’alba dei tempi al centro del campo d’erba mette molta più inquietudine di Colui Che Fa Non Si Sa Cosa Tra i Filari, entità che cambia forma ad ogni film. Se poi uniamo alcune trovate visive particolarmente d’effetto, che dimostrano come Natali sia ancora un genio visivo, il risultato forse non supera la delusione di una sceneggiatura spesso noiosa – Natali non è più geniale alla scrittura, come ai tempi di The Cube – ma di sicuro finisce in parità.
Quindi il film mi è piaciuto? Non esageriamo. La splendida prima parte si è abbondantemente rovinata nell’infinita allungatura di brodo, però le geniali trovate visive di Natali alla fine meritano di essere viste.

L.

P.S.
E ora, tutti a leggere la recensione di CineFatti, tornato in attività proprio con questo film! E ricordate che ho intervistato Francesca tempo.

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39 risposte a In the Tall Grass (2019) Nell’erba alta

  1. Evit ha detto:

    Un tormento non poter leggere l’intero articolo, non ho visto il film ma provvedo al più presto perché dopotutto, anche io dal 2000 sono un figlio del grano.

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  2. Sam Simon ha detto:

    Ero curioso di vederlo, ho sempre un debole per un buon Natali… E la tua recensione mi lascia un filo di speranza! :–)

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  3. Cassidy ha detto:

    Totalmente d’accordo e totalmente telepatico, ho visto il film giusto ieri sera, dopo la scena iniziale ho pensato: Devo dirlo a Lucius, questo è “I figli del grano”, ma Colui Che Cammina Su Twitter (Evit) era già passato 😉 Secondo atto allunga brodo e Patrick Wilson che va davvero troppo sopra le righe, da quanto ho letto Natali ha cambiato il finale rispetto alla storia, ma tutto sommato il film si lascia guardare. Ti ringrazio per la citazione, purtroppo Natali non ha davvero diretto molto della sag(r)a di Tremors, giusto il pilota di una serie con Kevin Bacon un paio di anni fa, che però non è mai stato trasmesso (purtroppo), sarà per quello che é finito dietro ai filari di erba 😉 Cheers

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  4. Zio Portillo ha detto:

    Solo perché dopo “The Cube” a Natali voglio un mucchio di bene, ammetto che sarei disposto a vedermi Wilson in iper-recitazione che fa un remake apocrifo di “Children of the corn”.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Purtroppo il Cubo è lontano e Natali ha fatto in tempo ad appannare parecchio la sua genialità, però visivamente gliel’ammolla ancora 😉

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      • Giuseppe ha detto:

        E allora riconosciamoglielo l’ammollamento, apprezzando lo sforzo che ha fatto per riportarci nel grano in modo perlomeno decente (rispetto alla terribile saga che ci siamo lasciati alle spalle): tra l’altro quella roccia mi evoca reminiscenze lovecraftiane, tipo le viscide e primordiali “pietre” de Il diario di Alonzo Typer 😉
        P.S. 1408, un film dallo stesso crudele destino di Highlander II: tutti li hanno visti entrambi quando non avrebbero dovuto (nelle loro versioni cinematografiche) e poi non se li sono filati di striscio quando invece non sarebbe stata una cattiva idea farlo (con i director’s cut a restituire quel tocco di dignità persa nelle sale) 😛

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Ora che me lo dici, non c’era un racconto di Robert E. Howard con una Pietra Nera o qualcosa del genere? Credo fosse coinvolto un “libro falso”, per questo mi ci sono imbattuto…

        Il mio problema con “1408” è che giudico la trama a malapena bastante per un “episodio del mistero”: a meno dunque che il Director’s Cut abbia ridotto il film a 20 minuti – durata massima visto il soggetto – non mi interessa proprio 😛

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      • Giuseppe ha detto:

        Sì, era la Pietra Nera del rito di evocazione del terribile Tsathoggua 😉
        Quanto al director’s cut di 1408, siamo al paradosso: con otto minuti aggiunti diventa più veloce e sensato dell’originale! 😜

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Davvero?????? Potrei essere tentato. Potrei…

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      • Giuseppe ha detto:

        Sì, era la Pietra Nera del rito di evocazione del terribile Tsathoggua 😉
        Quanto al director’s cut di 1408, siamo al paradosso: con otto minuti aggiunti diventa più veloce e sensato dell’originale! 😜

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      • Evit ha detto:

        Giuseppe non ci far illudere con questa director’s cut di 1408, possiamo prendere una tale delusione soltanto un numero limitato di volte! Stai tentando anche me ma non so se ce la posso fare

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  5. Francesca Fichera ha detto:

    “L’idea è intrigante ma l’esecuzione sa tanto di allungamento di brodo insopportabile tipo 1408”. Non concordo sul film in questione ma per ciò che hai detto di 1408 vado in visibilio!
    Ah, il grande ritorno di CineFatti con questo Natali c’entra moltissimo (se ti può interessare :D)

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Dài, non dirmi che CineFatti torna proprio con questo film ^_^ Ti aspetto!!!
      Dopo un inizio sfolgorante che mi è piaciuto parecchio, questo “Colui Che Cammina Tra L’Erba Alta” non fa che ripetere quanto assodato e lanciarsi in lungaggini che mi hanno ricordato le capocciate al muro che ho dato vedendo “1408”: quanto ho odiato quel film!
      La cosa curiosa è che Natali è riuscito a ripetere identico il problema con Children of the Corn: un ottimo racconto brevissimo e fulminante trasformato in film lungo che ha riempito i vuoti con del vuoto: non ho trovato il racconto “In the Tall Grass” ma immagino sia veloce e fulminante, come il film di Natali NON è.

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      • Francesca Fichera ha detto:

        No, non lo è, però secondo me è anche perché si prende qualche licenza (in meno, cioè va a togliere anziché ad aggiungere) sullo splatter, che nel racconto – specialmente nella seconda parte – abbonda.
        Uniti nell’odio per 1408 comunque ✊🏼 ci rileggiamo domani in mezzo ai campi 😀

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Dài, davvero il film “toglie” al racconto??? Incredibile… Ora muoio di curiosità, e non vedo l’ora di leggerti: comincio a Camminare Tra L’Erba Alta 😀

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  6. Il Moro ha detto:

    Ohibò. Un colpo di coda per una serie già stramorta subito dopo essere nata, e nemmeno male. E chi se lo aspettava? forse il colpo vincente è togliere il grano dalla saga del grano… 😀

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  7. Conte Gracula ha detto:

    Mmmh… c’è un tizio legato a The Cube, un film che ho odiato cordialmente… non so se lo guarderei, anche con un account netflix 😛

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  8. Willy l'Orbo ha detto:

    Preso! Nel senso che lo vedrò senz’altro!
    Visto che alla fine essersi sorbito millemila grani rossi sangue è servito a qualcosa??? 🙂
    Perlomeno, a leggere la recensione, per la prima parte e le trovate di Natali!

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  9. Gioacchino Di Maio ha detto:

    Mi ha dato l’idea, invece della classica casa infestata, di un campo d’erba infestato da anime che attraggono in quel campo i vari sprovveduti incantati dalle voci, quasi una variante delle fogne di IT, una formula che si ripete credo in King. Abbastanza enigmatico nel mezzo con questi rimandi, proprio con l’idea di allungare il brodo, secondo me andava bene per un telefilm della serie Ai confini della realtà come durata.

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  10. Daniele Artioli ha detto:

    Il racconto in italiano mi sembra sia uscito solo in ebook, o almeno così l’ho reperito io; però dovrebbe essere presente anche nella prossima raccolta di storie brevi di Joe Hill, in modo da poterlo avere anche su un supporto cartaceo per i maniaci come me.
    Il film effettivamente allunga moltissimo il brodo: il primo terzo è molto fedele al racconto, ma dall’arrivo di Travis in poi è un continuo girare sempre intorno alle stesse questioni che invece King e Hill affrontavano direttamente; e la conclusione modificata in un lieto fine smorza un po’ l’impatto della storia: mi piace l’idea che il weird, il soprannaturale, possano creare delle trappole imprevedibili nel mondo, e che ci si possa infilare anche inconsapevolmente, magari seguendo un sentiero di buone intenzioni, come i protagonisti di questa storia.
    In generale, direi che tra i due è meglio leggere il racconto; è migliore e ci metti anche meno del tempo necessario a vedere il film!

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  11. Evit ha detto:

    Qui siamo a King che dopo aver preso ispirazione da altri, prende ispirazione da sé stesso in un loop infinito che viene ben rappresentato dalla trama di questo film. Abbiamo la roccia nera vista di recente nell’IT di Muschetti, non avendo letto nessuno di questi libri do solo per scontato che il meteorite malefico sia in entrambi (meteorite o roccia antica che sia). Poi ci sono i soliti antichi riti dei nativi (lo so che prima dell’arrivo della Mayflower non c’era molto altro su cui lavorare però cavolo… sempre nativi?), poi le voci di bambini che ti invitano a seguirli in luoghi nei quali nessun umano si avventurerebbe così, senza fare una telefonata prima a qualcuno. Mettiamoci pure i vari accenni al Seme della follia e quindi Lovecraft a manetta… è King che dopo aver preso ispirazioni qui e là poi mette tutto tra due specchi paralleli e per 50 anni va avanti con il pilota automatico. A chi piace piacerà sempre. [nota: sono un appassionato delle sue storie brevi ma mi tengo alla larga dai romanzi]

    Come già sottolineato dal nostro etrusco preferito, la roccia ha carisma da vendere, questo non so se la dice più lunga sul resto del film o su Natali, ma il film diventa presto una lungaggine con personaggi che fanno cose fastidiose da volerli prendere a sberle. Siamo ben lontani da quel piccolo filmone di The Cube. Nei libri è più facile giustificare certe scelte ma nei film puoi solo urlare contro i personaggi che fanno cose stupide e più andava avanti il film e più ce n’erano.

    “Bello” ma non lo rivedrei. Il cubo invece rimane un piacere anche dopo anni.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Avendo letto da ragazzo tanti romanzi di King, tutti quelli disponibili fino al 1993 circa, posso testimoniare come zio Stephen gliel’ammolli o almeno gliel’ammollava, e più la storia era lunga più aveva tempo di “lavorare”. Che poi nessun film sia mai riuscito lontanamente ad azzeccare anche solo lo spirito dei suoi romanzi è un’altra storia, temo sia proprio un problema di medium.
      Amityvill e Poltergeist in contemporanea nel 1982 hanno inventato il mito del “cimitero indiano”, e da allora ogni cosa strana ha radici negli autoctoni, gli antichi che facevano sempre magie: gli americani in fondo non hanno molti “antichi” a cui appellarsi 😛
      Se mi capiterà l’occasione mi leggerò il racconto per curiosità, ma di sicuro non rivedrò mia più il film. Mentre il Cubo è ancora lì, sullo scaffale, che mi guarda da vent’anni ^_^

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