La Storia di Alien 6. Chi ha scritto Alien? (1)


6.
Chi ha scritto Alien?

(parte prima)

Con la nascita nel giugno 1991 della testata a fumetti “Nathan Never”, la celebre casa Sergio Bonelli Editore si dedica a raccogliere ogni possibile ispirazione di fantascienza disponibile all’epoca per creare storie con infiniti rimandi. Già dal primo numero è presente un personaggio destinato a grande (ma turbolento) successo, e addirittura ad una testata propria: “Legs Weaver”. Con quel cognome, con quei capelli neri mossi e con la predilezione per le armi i lettori dell’epoca – io in primis – salutarono il nuovo personaggio con un tuffo al cuore: la Ripley di Alien era appena entrata nel fumetto italiano.

Non era proprio così, e ad un certo punto Sergio Bonelli in persona prese la parola e chiarì la questione, nella sua introduzione all’albo speciale Le mura di Blackwall (giugno 1993):

«Tutti pensano che, dato il suo aspetto fisico, Legs sia nata come rivisitazione fumettistica del personaggio della astronauta Ripley, interpretato dalla bella Sigourney Weaver nel film di Alien (arrivati ormai a essere una trilogia). Ma in realtà in gran parte il carattere di Legs è ispirato al personaggio della donna soldato McCoy, interpretato dalla minuta Amy Madigan in quella deliziosa favola rock che è il film Strade di fuoco, diretto da Walter Hill nel 1984.»

Hill è come l’Inquisizione Spagnola per i Monty Python: nessuno ci pensa, finché non arriva…

«Interpreto una donna amabile, che fuma sigari e maneggia mitragliatrici», racconta l’attrice Amy Madigan alla britannica “Starburst” nel febbraio 1984, rivista che poi di sfuggita ci ricorda che il regista di Strade di fuoco è quel Walter Hill che aveva già trattato una “donna forte” simile, quando aveva virato al femminile due dei personaggi del film Alien. Con il tempo anche questa semplice informazione sbiadisce, riviste e critici ben presto smettono totalmente di parlare di Hill legato all’universo alieno e si arriva al 2019, quando nel documentario Memory viene descritto un Hill capriccioso che non ha mai creduto in Alien e quasi per dispetto se ne è andato a fare altro. Cioè una menzogna bella e buona, ma ormai il Re della Collina è fuori da una questione calda che nessuno però ha mai davvero affrontato.

Chi ha scritto Alien?


Di cosa parliamo quando parliamo di Alien?

Per rispondere alla domanda “Chi ha scritto Alien?” bisogna prima rispondere ad un’altra domanda, più semplice ma allo stesso tempo più complessa: “Cosa si intende quando parliamo di Alien?”

Se quando parlate del film intendete la storia di un alieno che insemina astronauti, come abbiamo visto i padri sono più di quanti riusciremo mai a contarne; se intendete una creatura mostruosa come raramente la cultura popolare ha visto, allora il padre è H.R. Giger, che la creò prima del film, visto che la si può trovare già nel suo Necronomicon (1977), con un pene al posto della lingua per ricordare il perturbante sessuale che Giger amava rappresentare; se intendete un film fanta-horror che punta moltissimo su atmosfere dense e fotografia ricercata, allora il padre è Ridley Scott, che non ha mai avuto la minima voce in capitolo sulla sceneggiatura (come vedremo); se adorate la figura del sintetico, della persona artificiale come simbolo della spersonificazione tecnologica dell’umanità, elemento fondamentale nell’universo espanso della saga aliena, allora il padre è David Giler; se invece volete essere seri e smettere di giocare, allora lo sapete cos’è Alien. È Ripley. Ci sarà un motivo se nessun dirigente Fox nei vent’anni successivi ha mai voluto accettare un copione di Alien senza Ripley…

(© 2003 Twentieth Century Fox)

Antico adagio del cinema vuole che non esista eroe positivo senza cattivo a fargli da contraltare, ma è vero anche l’esatto contrario: puoi avere il più spaventoso mostro della galassia, ma è inutile… senza il più inaspettato antagonista ad affrontarlo. E avere un’attrice esordiente, un volto sconosciuto, una donna… è la cosa più inaspettata che ci siam nel 1979. Anni dopo una critica chiamerà questo tipo di personaggi final girl, e molti fraintenderanno pensando che indichi semplicemente una donna che arriva viva alla fine di una storia horror, esattamente come capita a quasi tutte le protagoniste del genere sin dalla sua nascita. No, quell’espressione indica una delle più esplosive invenzioni degli anni Settanta: un donna che invece di urlare, inciampare e cadere – azioni fisse per tutte le donne nell’horror – è ben salda in piedi, parla con tono deciso e tratta gli uomini come suoi pari. E spacca il culo al mostro. Tutto questo è Ripley. E Ripley è di Walter Hill.

Ma stiamo bruciando le tappe, torniamo dov’eravamo rimasti: all’estate del 1976.


Copie e copioni

«Una cosa che merita di essere ricordata è che il copione di Dan [O’Bannon] ha girato per un po’ e nessuno l’ha comprato. La Fox l’ha visto e con la concezione originale di Dan del film a basso budget non era minimamente interessata. Io ho letto il copione nell’estate del 1976 e ho visto delle qualità che lo studio non ha colto, in termini di storia. L’ho presentata ai miei soci dicendo che, se fatto in modo sofisticato e non a basso budget – tipo Fluido mortale [The Blob, 1958] – avevamo per le mani un film straordinario.»

Questa è una delle rarissime dichiarazioni – se non addirittura l’unica – rilasciate da Walter Hill all’epoca dell’uscita di Alien: godetevela, perché interviste come quella di Bob Martin pubblicata su “Starlog” nel luglio del 1979 non ce ne sono molte in giro. Se ce ne sono. Come abbiamo visto, solamente nel 2004 Hill ha infranto un muro di silenzio decennale parlando anche di Alien: perché questo silenzio? Lo vedremo fra poco.

Walter Hill fa accettare il copione di Alien alla Fox, dietro mandato di riscriverlo, ma questo processo non è stato veloce: come abbiamo visto, il copione gli è finito in mano a metà luglio del 1976 e solamente nel dicembre successivo ha iniziato a metterci mano, prima da solo poi con l’aiuto dell’amico e collega David Giler. Eccome come ricorda quel periodo nella citata intervista del 2004:

«Il materiale originale prevedeva un equipaggio tutto al maschile, e la creatura era una sorta di polipo spaziale: l’idea che io e David ci siamo fatti era che fosse un film di serie B di alta classe, con personaggi e dialoghi stereotipati. Oggi è diverso, ma all’epoca l’idea di fare un film di serie B interpretato e scritto come un film di serie A non si usava.

Non mi piace la fantascienza che mostri l’universo come qualcosa di diverso dall’essere oscuro, freddo e pericoloso. Come ho detto prima, mi piace La Cosa di Hawks e una delle idee nel copione finale che ho apprezzato maggiormente è come affronta l’elemento sconosciuto, al di là del potere della scienza. Così sin dall’inizio ho fortemente voluto inserire questa sensazione nel copione di Alien.

David ha suggerito di rendere il capitano (Dallas) una donna. Ci ho provato ma ho pensato che bisognasse puntare al bersaglio grosso: rendere cioè l’ultimo sopravvissuto una donna. Le diedi il nome Ripley, da Believe it or not [rubrica di stranezze e curiosità molto nota in America. Nota etrusca]. In seguito, quando ha avuto bisogno di un nome di battesimo per il suo tesserino identificativo, ho aggiunto Ellen (il secondo nome di mia madre). Ho chiamato la nave Nostromo da Joseph Conrad (non c’è nessuna idea metaforica, ho semplicemente pensato che suonasse bene). Alcuni dei personaggi hanno preso nomi di atleti: Brett da George Brett [baseball], Parker da Dave Parker dei Pirates [baseball] e Lambert da Jack Lambert degli Steelers [football].

Il mio “cuore alieno” sanguina nel leggere che ogni riferimento a Conrad è puramente casuale, ma è divertente scoprire che anche il nome “Ellen” è un’invenzione di Hill.

Copione del giugno 1978
dal blog Strange Shapes

Il titanico blog Strange Shapes in un post del 27 luglio 2016 mostra tutti i copioni del film Alien di cui è riuscito a trovare traccia, ma non avendoli potuti consultare l’autore-collezionista è costretto ad ammettere quanto Hill stesso afferma nel 2004: è difficile quantificare le differenze. Quasi sicuramente il personaggio di Ripley appare nel 1978 e il primo copione noto a riportarlo è del febbraio di quest’anno: cos’è dunque successo dal dicembre 1976 al febbraio 1978?

A Dave Schow di “Cinefantastique” (inverno 1978) Dan O’Bannon racconta: «La Brandywine Productions ha comprato un’opzione sulla sceneggiatura all’inizio del 1977». Parlando però con Ed Sunden II di “Fantastic Films” (settembre 1979) Dan conferma sì la data del 1977 ma stavolta specifica che non c’è stata alcuna “opzione”: la sceneggiatura è stata comprata “soldi in bocca”. Quando il giornalista gli fa notare che è molto strano, che di solito gli autori preferiscono l’opzione, Dan taglia corto: è stata una benedizione, perché i mesi successivi li ha passati dentro e fuori l’ospedale per i problemi intestinali che lo assilleranno per tutta la vita. Quei soldi gli servivano, e non è stato a valutare il rischio di perdere ogni diritto sul copione.

Il problema si porrà a film ultimato, all’inizio del 1979, quando l’odio che si è creato fra tutti i protagonisti (come vedremo) arriva all’apice: la Fox nei titoli di testa non cita O’Bannon, e accredita la sceneggiatura ai soli Walter Hill e David Giler. Il che è vero, visto che dal 1976 sono loro che hanno scritto e riscritto più volte il copione, cercando di cancellare ogni scopiazzata e trasformare un filmetto alla Corman in una produzione multi-milionaria targata Fox. Lo stesso O’Bannon dà di matto, e non avendo ormai più alcun diritto da vantare sul copione che ha venduto… rovescia il tavolo. E compie il gesto che ad Hollywood equivale a scavarsi la fossa con le proprie mani: ricorre all’arbitrato.


Che cos’è l’arbitrato

L’arbitrato è sempre un rischio, un lancio di dadi che può avere esito molto negativo. Ne sa qualcosa il povero Jay Cocks, che insieme all’amico Martin Scorsese – per il quale scriverà L’età dell’innocenza (1993), Gangs of New York (2002) e Silence (2016) – tra il 1983 e il 1987 ha in pratica riscritto L’ultima tentazione di Cristo (1988) dalla sceneggiatura originale di Paul Schrader tratta dal romanzo di Nikos Kazantzakis. La casa di produzione (Universal Pictures) era pronta ad offrirgli il ruolo di “consulente creativo” nei crediti ma Jay si è impuntato, voleva fosse riconosciuto il suo ruolo di sceneggiatore ed ha chiesto l’arbitrato della WGA (Writers Guild of America), il famigerato sindacato degli autori: gli ha detto molto male, ed il suo nome è stato completamente rimosso dai crediti del film in questione, sebbene in pratica l’abbia scritto lui insieme al regista.

Com’è possibile una tale ingiustizia? Non c’è una scappatoia a sentenze così palesemente ingiuste? Peter Bart nel suo The Gross (2000), dedicato ai mille problemi all’interno dell’industria dei sogni, ci dice di no: il WGA è potente e non ammette scappatoie. Ci fa l’esempio di Jonathan Hensleigh, che nei primi anni Novanta divenne lo scrittore di punta della Walt Disney e firmò sceneggiature per film di enorme successo internazionale, come The Rock (1996) di Michael Bay, con Nicolas Cage e Sean Connery. Per vari motivi la questione dei crediti di sceneggiatura finisce davanti alla WGA, la quale sentenzia di far apparire nei titoli di testa esclusivamente gli autori del copione originale (David Weisberg e Douglas Cook) e ammettere un solo altro sceneggiatore, Mark Rosner. Dispiaciuta dall’esclusione di Hensleigh, che invece è stato sceneggiatore fondamentale, la casa gli ha offerto dei crediti come produttore esecutivo, ma la WGA ha negato categoricamente l’eventualità: la cosa infatti avrebbe seriamente minato l’autorità dell’associazione. Che peso avrebbero avuto i suoi responsi se poi chi perdeva otteneva comunque dei crediti, e quindi un compenso?

Per capire la situazione può aiutarci Cynthia Whitcomb, sceneggiatrice che ha iniziato la sua carriera nel 1981 – quindi molto vicina alla realtà in cui si stanno muovendo i protagonisti della nostra storia – e che nel 1988 ha pubblicato un saggio dal titolo Selling Your Screenplay che ogni aspirante sceneggiatore dovrebbe leggere con molta attenzione.

«I produttori e i registi non hanno alcun potere di determinare quale scrittore debba o non debba ricevere una menzione nei crediti che appaiono su schermo. […] Quali autori debbano apparire nei titoli di testa, in quale ordine e sotto quale etichetta (“scritto da”, “soggetto di”, ecc.) è deciso dall’arbitrato di scrittori che volontariamente prestano il loro tempo a leggere e valutare ogni contributo degli autori alla sceneggiatura finale.»

Il manuale ci spiega la procedura, da applicarsi esclusivamente nei casi di storie originali. Gli sceneggiatori che prestano il proprio tempo a dirimere questioni per la WGA ricevono i copioni con le varie revisioni di una sceneggiatura, fino alla versione finale che è stata poi quella effettivamente girata: i nomi dei rispettivi autori sono tutti omessi, sostituiti da altri segni di riconoscimento (tipo A, B, ecc.). Compito di questi volontari sarà giudicare quanto le varie riscritture siano state così importanti da meritare una menzione nei crediti inseriti nel film: non più di tre nomi avranno l’onore del titolo di “sceneggiatore”.

Regola vuole che l’autore originario di una sceneggiatura in seguito riscritta sia sempre citato in qualche modo nei crediti, «a meno che il suo contributo non sia stato essenzialmente eliminato nel contenuto, nel soggetto, nei personaggi e nello stile». Proprio questo devono stabilire i membri del WGA, se nella sceneggiatura finale si possa ancora riconoscere la mano dell’autore di quella di partenza.

Un’ultima nota, venale, riguarda il fatto che sono previsti dei compensi aggiuntivi per la menzione nei crediti di un film: apparire nei titoli di testa come sceneggiatore è importante anche dal punto di vista finanziario, al che il manuale in questione fornisce un prezioso consiglio:

«Anche se odiate il film e volete togliere il vostro nome dai crediti, rimpiazzatelo con uno pseudonimo: questo farà sì che riceviate lo stesso il vostro compenso aggiuntivo ma senza infangare la vostra reputazione. (In questa città, per un autore firmare qualsiasi film è meglio che nessuno.)»

Forse Walter Hill avrebbe dovuto insistere, invece di fermarsi al primo arbitrato e fingere di non curarsene, passando poi il resto della vita a portare rancore e a non accettare più interviste sui film di Alien. Per esempio avrebbe potuto fare come Roy Thomas.

da “Starlog” n. 84

Nel 1984 Dino De Laurentiis sta compiendo uno dei suoi vari danni cinematografici, in questo caso intitolato Conan il distruttore, per il quale si è fatto scrivere una sceneggiatura niente meno che da Roy Thomas e Gerry Conway, cioè gli autori della fortunata serie di fumetti ispirati al personaggio letterario di Robert E. Howard. Insoddisfatto del risultato, Dino ingaggia Stanley Mann per scrivere da zero e a tempo di record una nuova sceneggiatura: in poche settimane di lavoro lo scrittore porta a compimento l’impresa. «Non ho letto né i racconti di Howard né i fumetti: a malapena avevo visto il primo film di Conan», così racconta Mann in un’intervista a “Starlog” nel gennaio 1985.

Dettando la sceneggiatura alla sua segretaria e alla presenza del regista Richard Fleischer che prendeva appunti, il lavoro viene svolto in tempi ristrettissimi e all’uscita del film abbiamo di nuovo un problema di arbitrato: Roy Thomas e Gerry Conway vogliono apparire nei crediti, quando invece è chiaro che la sceneggiatura sia stata completamente scritta da Mann, il quale afferma di aver letto solo una volta il testo dei due autori e di non aver usato alcun suo elemento. L’arbitrato della WGA gli dà ragione, ma Thomas e Conway non fanno come Walter Hill, non accettano per poi farsi il sangue amaro, e chiedono un arbitrato dell’arbitrato, segno che dunque il giudizio WGA non è inappellabile.

Il secondo arbitrato dà ragione a loro – anche perché Mann stesso testimonia davanti alla commissione che i due autori dovrebbero ricevere i loro crediti, in un gesto di solidarietà tra colleghi – e quindi ancora oggi Thomas e Conway risultano come autori del soggetto del film, quando in realtà è tutto frutto di un frettoloso lavoro di Mann e Fleischer in rapporto simbiotico.

Tutt’altra versione è quella che racconta Gerry Conway, alla stessa rivista “Starlog” ma alcuni mesi prima. «Mann ha solo apportato qualche piccolo cambiamento [cosmetic changes] per poter mettere il suo nome sulla storia». Alla faccia della “solidarietà tra colleghi”! Insomma, i crediti della sceneggiatura sono sempre funestati da polemiche e ricorrere alla WGA è sempre l’inizio di rancori di lunga durata.

Dan O’Bannon dunque ricorre all’arbitrato per la prima volta: non sarà infatti l’ultima. Anche se non contiamo i problemi di arbitrato che avrà Il ritorno dei morti viventi (1985), non dovuti al nostro eroe, va ricordato il problematico Invaders from Mars (1986) di Tobe Hooper, in cui la giungla di crediti autoriali è stata sciolta solo ricorrendo ad un arbitrato della WGA, la quale ha riconosciuto nei soli Dan O’Bannon e Don Jakoby gli autori della sceneggiatura, quando in realtà è stata rimaneggiata in seguito più e più volte: ne sa qualcosa Stuart Schoffman, che non risulta in alcun credito sebbene abbia scritto ben tre versioni successive del copione di O’Bannon-Jakoby, come rivela a “Starlog” nel giugno 1986.

A questo punto va fatta una riflessione: che il comportamento di Walter Hill sia l’unico davvero vantaggioso da seguire?

Come abbiamo visto, O’Bannon è sempre avvantaggiato dalla WGA ma la sua carriera in pratica è finita con Alien, il suo primo film: quei rarissimi altri lavori che è riuscito a fare sono nulla in confronto ai progetti che ha raccontato nelle varie interviste: fra i suoi lavori compiuti ci sono un paio di regie travagliate e sofferte e qualche sceneggiatura accompagnata da mille polemiche. È andata anche peggio a Roy Thomas e Gerry Conway, che dopo aver puntato i piedi con un film assolutamente dimenticabile non hanno più lavorato nel cinema. Non è che ad Hollywood è malvisto questo “andare a piangere da mamma WGA”? Potrebbe darsi che gli sceneggiatori che piantano grane poi è difficile che vengano scelti da produttori che invece vorrebbero che tutto andasse liscio senza intromissioni della WGA?

Hanno dunque fatto bene Hill e Giler ad accettare il verdetto della WGA, sebbene palesemente ingiusto: malgrado sia sulla “lista nera” della Fox per averle fatto causa per mancati compensi, nei quarant’anni successivi Hill è stato un nome importante e stimato del cinema, insieme al suo fido collega produttore, mentre O’Bannon ha fatto solo briciole per piccole case. Ecco quanto “costa” un credito nei titoli di testa…

(Continua)


Fonti:

  • Peter Bart, The Gross. The hits, the flops… the summer that ate Hollywood, St. Martin’s Griffin, New York, febbraio 2000
  • The Beast Within: The Making of “Alien” (2003), videodocumentario scritto e diretto da Charles de Lauzirika per la 20th Century Fox Home Entertainment e distribuito all’interno del cofanetto DVD “Alien Quadrilogy”
  • Andy Dougan, Martin Scorsese. The Making of His Movies, Thunder’s Mouth Press, New York, 1998
  • Lee Goldberg, Invaders from Mars, da “Starlog Magazine” n. 107 (giugno 1986)
  • Robert Greenberger, Roy Thomas & Gerry Conway scribes to Conan the Barbarian, da “Starlog Magazine” n. 84 (luglio 1984)
  • “Halls of Horror” (Volume 3, n. 5) n. 29 (1984)
  • Brian Lowry, A Screenwriter’s Guide to Survival, da “Starlog Magazine” n. 90 (gennaio 1985)
  • Bob Martin, Walter Hill co-producer of Alien, da “Starlog Magazine” numero 24 (luglio 1979)
  • Dave Schow, Dan O’Bannon, da “Cinefantastique” Vol. 8 n. 1 (inverno 1978)
  • Ed Sunden II, Dan O’Bannon su Alien, da “Fantastic Films” n. 10 (settembre 1979)

L.

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14 risposte a La Storia di Alien 6. Chi ha scritto Alien? (1)

  1. Cassidy ha detto:

    Scegliere i nomi dei personaggi pescando dai giocatori di Baseball: puro Walter Hill al 100% 😉 il re della collina è anche il re senza corona di “Alien”, hai riassunto alla grande, ci sono tanti “Alien” ma è Ripley quella che è entrata nell’immaginario collettivo con più forza, un contributo che porta la firma di Walter Hill. Non ho ancora avuto il tempo di vedere il documentario “Memory”, ma dipingere Hill come uno che è andato via sbattendo la porta è davvero una vigliaccata. Eppure nel confronto tra le carriere di Dan O’Bannon e del re delle collina, è chiara una cosa: ad Hollywood non piacciono gli avvocati! Altro gran post, il venerdì mattina è ancora migliore con questa rubricona aliena, e grazie per le tante citazioni! 😉 Cheers!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Quel documentario intervista gente di passaggio che afferma cose da mani in faccia: migliora nella seconda parte quando fa vedere scene inedite del giorno in cui girarono la scena del chestburster.
      Dipingere Wlater Hill come il matto di casa che esce sbattendo la porta dimostra quanto fumo e fuffa avvolga la storia del film…

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  2. Conte Gracula ha detto:

    Il funzionamento della WGA è surreale: se le regole sono quelle (tipo: massimo tre nomi come sceneggiatore) è un meccanismo che non tiene conto della realtà, caso per caso.
    Non è un dirimere le dispute per far emergere la verità, ma è una narrazione a suo modo.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Visto che ci sono molti film problematici, scritti da file di sceneggiatori, alla fin fine i titoli di testa sono solo una cosa indicativa.

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      • Conte Gracula ha detto:

        Ma se ci hai lavorato, dovresti essere accreditato, io penso. A meno che tu, autore, non ci rinunci per motivi tuoi.
        Ma pensa a un film tratto da un racconto di King, che già da solo brucia uno dei tre slot autore senza nemmeno poggiare la tazza di caffè sulla sceneggiatura, figuriamoci leggerla XD

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Infatti lo sceneggiatore di “Grano rosso sangue” è ricorso all’arbitrato per avere il suo nome come sceneggiatore, bruciandosi la carriera…
        Il problema è dare un nome al lavoro di una squadra: si dice “il complesso ideato fa Renzo Piano” ma è ovvio che lui avrà buttato giù due schizzi, nel migliore dei casi. Come si chiamano i membri dela sua squadra, che hanno fatto tutto il vero lavoro? Mettere i nomi di tutti quelli che partecipano alla sceneggiatura sarebbe molto difficile, quindi posso capire l’idea di fermarsi a tre “simbolici”, e tenersi il jolly della dicitura “Siggetto di…” o “Da un’idea di…”, che sono a parte.
        Se però, come in questo caso, O’Bannon ha buttato giù una trentina di pagine e poi per due anni non ha più toccato nulla, mentre Hill e Giler si sono sobbarcati il lavoro di fare almeno altre cinque stesure per fornire alla Fox il prodotto che voleva, be’ per me non ci sono dubbi: “Sceneggiatura di Hill e Giler / Soggetto di O’Bannon”, non ci piove…

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      • Conte Gracula ha detto:

        Se ci sono idee dell’altro, o da lui rimaneggiate, va comunque citato. Che so, come soggettista.
        I crediti di un film sono sempre elenchi sterminati, manca solo il tipo che porta pizze e mokaccino, perché non ficcare da qualche parte tutti quelli che ci hanno lavorato?

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Sembra incredibile, infatti, che a volte abbiamo titoli di coda sterminati, dieci minuti in cui appaiono centinaia di nomi e poi al massimo tre sceneggiatori?
        Il mio sospetto (ma non ho prove) è che chi appare fra i tre sceneggiatori becca bei soldini, molto di più che il tizio che appare in centesima posizione nei titoli di coda.
        Non ho trovato prove, ma il mio sospetto è che ogni film successivo di Alien, disprezzato da O’Bannon ma con su scritto “dai personaggi di O’Bannon e Shusett”, fornisca una percentuale nelle tasche dei due, percentuale che probabilmente non va ad altre figure. Capisci che questo rende molto importante apparire nei tre crediti all’inizio molto più che alla fine…

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      • Conte Gracula ha detto:

        Lo capisco bene, ma ho sempre questa idea fuori moda che i meriti (e le colpe XD ) del lavoro svolto vadano attribuiti in modo corretto ^^

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  3. The Butcher ha detto:

    Leggendo questo tuo articolo mi rendo conto di quanto ancora io debba migliorare e di come io voglia scrivere i miei di articoli. Il tuo livello di scrittura è ottimo e anche le fonti da te citate sono stupende. Devo migliorare assolutamente.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Ti ringrazio, così mi fai arrossire ^_^
      Le fonti sono splendide e per questo punto su di loro. Non è facile organizzare un discorso fluido quando si hanno tante voci da coordinare, ma visto che parliamo di informazioni ormai dimenticate – lo dimostra il documentario “Memory” (2019) – meritano di essere raccontate.
      Per la scrittura è solo esecizio e passione 😉

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      • Giuseppe ha detto:

        E si vedono tutti, sia l’uno (esercizio) che l’altra (passione) 😉
        Quanto al ricorso alla WGA, ormai dovrebbe essere abbastanza chiaro che l’unica, vera conseguenza del rivendicare un credito nei titoli di testa passando dalla loro porta è quella di farsi chiudere in faccia tutte le altre…

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        L’ha dimostrato anche Michael Biehn quando ha fatto il “duro” e ha ottenuto un bel compenso non apparendo in “Alien 3″… e scomparendo da tutto il resto!
        Che sia un ricorso o un braccio di ferro, ad Hollywood a quanto pare è meglio essere accomodanti e lavorare tanto, piuttosto che puntare i piedi e lavorare poco.

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  4. Willy l'Orbo ha detto:

    Il mio classico Zinefilo del venerdì pre-cena, letture alienanti e stimolanti nonché appaganti (culturalmente e cinematograficamente). Visto che in tal giorno di solito leggo a questa ora, mi getto nella lettura con un poco poetico…”piatto ricco mi ci ficco”! 🙂

    Piace a 1 persona

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