La leggenda del rubino malese (1985)

Il 6 settembre 1987 iniziano le trasmissioni di Odeon TV, nuova emittente nell’etere italiano dominato dal duopolio Rai-Fininvest, dove già la storica outsider TeleMonteCarlo faceva fatica a stare a galla.
Alle 20,30 di quel giorno – la “prima serata” dell’epoca – è il momento di trasmettere il primo film, il primo degli… eroi di Odeon!

Ecco la concorrenza con cui il film deve vedeserla:

  • Raiuno – “Ellis Island, la porta dell’America”, sceneggiato con Richard Burton e Faye Dunaway (quarta ed ultima puntata)
  • Raidue – “Bella d’estate”, varietà con Ramona Dell’Abate, Don Lurio e Walter Chiari
  • Raitre – “Soldati: storie di uomini in guerra”, documentario
  • Canale5 – Miss Italia 1987
  • Retequattro – Femmina folle (1945) di John M. Stahl, con Gene Tierney
  • Italia1 – “Che piacere averti qui”, varietà con Paolo Villaggio e Maria Pia Parisi
  • Montecarlo – La mia spia di mezzanotte (1966) con Doris Day

Ognuno si senta di giudicare se è il momento giusto di presentare La leggenda del rubino malese di Antonio Margheriti, in arte Anthony M. Dawson.

Una scritta che echeggia per tutte le Filippine!

Per aiutarmi in questo viaggio mi sono rivolto in alto, molto in alto. All’epoca della nascita di Odeon c’era un giovane aspirante scrittore nella redazione di Mondadori che questi film li amava e negli anni a venire li avrebbe studiati, incontrando anche protagonisti ed autori: sto parlando di Stefano Di Marino, che sposando l’abitudine italiana dello pseudonimo anglofono di lì a qualche anno sarebbe diventato Stephen Gunn.

Lorenzo, il lettore zinefilo nume tutelare di questo ciclo, mi ha indicato un saggio sul cinema anni Ottanta che poteva essere utile, e subito ho chiesto consiglio a Di Marino: la sua risposta è stata al di là di ogni aspettativa. Ha scritto un’introduzione a quel saggio! Quindi l’ho comprato e basta.

«L’avventura è un genere che non ha confini, non ha ideologia politica, a ben guardare neanche pretese di verosimiglianza. Sono, il più delle volte, storie che nascono dall’incontro fortuito di personaggi che spesso si odiano, costretti a collaborare per raggiungere uno scopo comune.»

Queste parole di Di Marino introducono il suo intervento dal titolo che sembra cucito su questo speciale: Uno sporco pugno di eroi, riassunto perfetto dei protagonisti dei film d’azione in onda sulla neonata Odeon TV.
Il saggio Last Action Heroes. Il cinema italiano d’azione degli anni ’80 è firmato da Fabio Giovannini ed Antonio Tentori, firme eccellenti del mondo cinematografico di genere, ed edito da Bloodbuster.
Amici digitali da almeno il 2007, la prima volta che ho incontrato di persona Di Marino è stato al GialloLatino 2012, dove su una terrazza di fronte al mare ci siamo… “presi a bastonate” mentre Andrea Carlo Cappi ci scattava una foto! Entrambi indossavano una maglietta di Bloodbuster, quindi il cerchio è completo.

Sullo sfondo, i “Bloodbuster Boys”:
gli scrittori François Torrent (Andrea Carlo Cappi) e Stephen Gunn (Stefano Di Marino)
A destra li guarda lo sceneggiatore cine-televisivo Biagio Proietti
In basso, li fotografa Cristiana Astori
Foto scattata dall’Etrusco a Latina (vicino Roma), settembre 2012

Con poche parole Di Marino sembra darci le coordinate per capire proprio La leggenda del rubino malese:

«Il più classico plot è quello che prevede il recupero di un tesoro, il miraggio di una ricchezza che cambierà la vita dei protagonisti, gente svelta, violenta, che vive al limite della legge e di soldi in tasca ne ha pochi. Per questo accetta di correre rischi impensabili, in regione inesplorate, convinta di farcela.»

Più cinico (ma veritiero) l’intervento di Daniele Magni:

«Negli anni ’80 la creatività nel nostro cinema popolare è completamente svanita e ciò che produttori e registi nostrani somministrano alle platee di bocca buona sono dei rigurgiti rimasticati e maldigeriti dei grandi blookbuster USA; la ricetta per far sopravvivere ancora per qualche stagione il nostro cinema commerciale sta tutta nella “trovata” della contaminazione tra generi, ottenuta frullando elementi eterogenei in maniera grezza e spesso totalmente disomogenea, pur con una gran buona volontà ahimè sempre tradita da una endemica mancanza di danari.»

Impossibile ribattere ad una verità sotto gli occhi di tutti.

Il “pezzo grosso” però è un viaggio nel genere raccontato da Edoardo Margheriti, figlio di Antonio ma soprattutto suo aiutante sul set proprio in quegli anni Ottanta che incontreremo in questo ciclo.

«Dopo i gloriosi anni del cinema di genere italiano, fatti di Peplum, Avventurosi, Horror, Gotici, Mondo, Fantastici, Fantascientifici, Western, Decamerotici, Sexy, Thriller, Gialli e Poliziotteschi, rinascevano all’inizio degli anni Ottanta dei generi poco sfruttati precedentemente: i War Movies e gli Action Movies. Ovviamente all’italiana, ma che nulla avevano da invidiare ai prodotti realizzati dagli americani, a parte l’enorme differenza di budget.»

Le memorie del giovane Edoardo sul set con papà Antonio ci saranno utilissime in questo viaggio.

Un altro dei (pochi) figli di una casa di vita corta

La casa produttrice L’Immagine è al suo secondo film, dopo L’ultimo guerriero (1984) e in attesa di Cobra nero (1987): non produrrà molti titoli, ma quel 6 settembre 1987 Odeon manda in onda in Prima TV il suo prodotto più recente, appunto La leggenda del rubino malese.
Il film aveva ottenuto il visto della censura italiana il 22 maggio 1985, e il mese successivo Laura Delli Colli su “la Repubblica” lo annuncia tra le novità imminenti della stagione cinematografica:

«Sono gli stessi anni Trenta di Indiana Jones, per la regia (tutta italiana, però) di Anthony Dawson (alias Antonio Margheriti). Italiano anche lo sceneggiatore, e il protagonista è il vecchio Lee van Cleef.»
(da “la Repubblica”, 13 giugno 1985)

Mentre il 19 luglio il film viene proiettato in anteprima al festival cinematografico Tempeste di Ancona, presso la Mole Vanvitelliana (ci informa “la Repubblica”), alla fine di quel mese al Festival di Taormina Gaetano Scaffidi della 20th Century Fox annuncia a “La Stampa” che il film di Margheriti verrà distribuito anche in America, dove infatti IMDb dice essere uscito nell’agosto di quel 1985, come Jngle Raiders.

Esportiamo solo il meglio…

Intanto il 9 agosto successivo lo stesso quotidiano presenta l’uscita italiana del film intervistando Margheriti in persona.

«Ho girato altri film nelle Filippine, e ho pensato che lo scenario di quelle isole fosse adatto per La leggenda del rubino malese sia perché il film è ambientato in quella zona sia perché le foreste, l’ambientazione naturale sono rimaste ancora intatte, simili a quelle della Malesia degli anni Trenta.»

Mettiamoci d’accordo: le Filippine sono un gruppo di isole da una parte, la Malesia è una penisola da un’altra (attaccata alla Thailandia) mentre nel film si parla del Borneo, che è un’enorme isola al centro delle due. Giù la maschera, della geografia qui non frega niente a nessuno: all’epoca tutti i film italiani d’avventura esotica erano girati nelle Filippine, indipendentemente dalla trama.
Il film rimane in sala fino al marzo del 1986, dopo di che uscirà in una rara VHS Golden Video.

Come si fa a non amare quest’uomo?

Siamo nella Malesia del 1938, e mentre Karen A. Jones ci sevizia le orecchie con un insopportabile motivetto charleston (genere purtroppo molto in voga all’epoca) mi chiedo: come possono peggiorare i titoli di testa? Semplice, adottando tendine a scomparsa che gridino “anni Ottanta” da ogni pixel.
Quello che inizia è una riproposizione in salsa italian action dell’incipit de I predatori dell’arca perduta (1981) di Spielberg. Il milionario americano Logan sta cercando tombe antiche ed è guidato da un suo connazionale che vive sul posto, Duke Howard detto Capitan Yankee, interpretato da un Christopher Connelly prolifico attore televisivo americano che ha conosciuto una seconda giovinezza nel cinema italiano anni Ottanta, l’unico che gli abbia fornito ruoli da protagonista su grande schermo.

A destra, la faccia da caratterista di Christopher Connelly

Ricreata identica la scena del primo Indiana Jones – con tanto di idolo d’oro da afferrare velocemente – si fugge tutti e l’americano non sta troppo a preoccuparsi del capitan Yankee: sale sull’aliscafo e vola via. E qui tutto cambia.
Sghignazzando Duke ringrazia gli indigeni per aver interpretato la parte degli indiani cattivi, tutti i morti si rialzano e brindano: un altro ricco americano gabbato, un’altra truffa messa a segno ai danni del solito turista in cerca di facili avventure.

Va ricordato che parliamo del “genere principe” del momento, e che la Cannon nel novembre dello stesso 1985 presenterà Allan Quatermain e le miniere di re Salomone, con un orripilante seguito l’anno successivo e ancora Il tempio di fuoco (1986) con Chuck Norris. Tutti seguaci di Indiana Jones che falliscono già all’epoca, tutti pieni di un umorismo un po’ forzato (quando non addirittura bambinesco): il film italiano non sfigura tra loro, anzi, oserei addirittura dire che è molto più divertente, perché non pretenzioso. Mentre i due esempi sono americani che imitano altri americani, questo di Margheriti è un prodotto tipico italiano che gioca con il genere, più che seguirlo.

Prima in bianco, poi in nero, c’è pure Lee Van Cleef

Ad una decina di minuti il film cambia trama, con l’arrivo di Warren (un Lee Van Cleef a fine carriera), americano anche lui che ingaggia Duke per una missione che non può rifiutare: se lo facesse, certi tizi pericolosi che lo stanno cercando in giro per il mondo potrebbero essere informati sulla sua ubicazione.
Sottostando al ricatto, Duke e l’inseparabile amico Gin Fizz (Alan Collins, al secolo Luciano Pigozzi, volto noto di ogni film di genere esistente in Italia) dovranno accompagnare la signorina Janez (Marina Costa) e il professor Lansky (Mike Monty), «esperto di ricerche archeologiche», alla ricerca del Rubino Goccia di Sangue, leggenda locale che potrebbe addirittura essere vera.

Non tutto va salvato, di questo film…

Messi i personaggi sul tavolo verde, quello che inizia è una partita di pura follia, dove ognuno gioca per conto suo. Warren comincia a fare operazioni segrete che non si capisce né perché né per come e ogni tanto sbuca di qua e di là; arriva in scena il Tigre (Protacio Dee), pericoloso pirata malese che sta organizzando un regno del terrore e vuole il rubino perché con esso governerà non si sa cosa né come; mercenari entrano ed escono dall’inquadratura del tutto gratuitamente, ma ormai è chiaro che non bisogna farsi domande. Bisogna godersi lo spettacolo e basta.
Sono tutti elementi base – come li identifica Di Marino – che prendono il posto di quelli che avevano “illuminato” Margheriti qualche anno prima. Racconta infatti il figlio:

«Un anno dopo L’ultimo cacciatore [1980] mio padre tornò da un viaggio d’affari a Los Angeles e ci incontrammo per cena in un ristorante vicino a casa sua. Era a dir poco euforico, sembrava John Belushi quando, nel ruolo di Jake dei Blues Brothers, vede “la Luce”. La “Luce” in questione era I predatori dell’arca perduta di Steven Spielberg.»

Mi piace far notare l’incredibile coincidenza, per cui nello stesso 1981 di ritorno da un viaggio d’affari a Los Angeles il produttore Joseph Lai ha visto L’invincibile ninja della Cannon e tornato ad Hong Kong anche lui ha visto la “luce”: basta mettere un cappuccio a degli atleti per sfornare secchiate di filmacci da vendere in ogni angolo del mondo. Nasce il ninja trash, ma questa è un’altra storia…

«Ricordo che per tutta la sera non fece altro che raccontare, eccitato come un bambino, della fuga di Indiana Jones inseguito dalla palla di pietra gigante, della corsa a cavallo dietro l’autocolonna nazista, dell’Arca dell’alleanza […]. Si invaghì delle mirabolanti avventure di questo eroe completamente fuori dagli schemi. Non smetteva di ripetere: “È così che bisogna fare cinema… Questo è il tipo di film che segnerà il futuro e che dobbiamo fare”. Fu così che nacquero dalla sua immensa fantasia una serie di film ispirati alla saga creata dal genio di Spielberg.»

La forza de La leggenda del rubino malese sta nel non essere il solito clone ma una ricetta diversa con gli stessi elementi, sempre mantenendo certe “firme d’autore” che facessero capire l’italianità del film, se non addirittura la sua “margheritosità”. La grande scena d’azione finale, tra esplosioni e cascatori volanti non ha nulla da invidiare alle produzioni coeve della Cannon, e la sua qualità – oltre alla presenza di grandi mezzi di trasporto – è una firma che lo spettatore sa riconoscere.

Amici di mille avventure filippine!

Questo non vuol dire che sia un film che sopravviva al passare del tempo, infarcito com’è anche di trovate di dubbio gusto che sarebbe stato meglio evitare. Tipo il ragazzino che parla con il suo serpente e lo manda “in missione”: girare tutto con un serpente vero è stato problematico, e il risultato è davvero imbarazzante. Ma tutto sbiadisce di fronte al pirata Tigre che ride come uno scemo con la sua pataccona rossa in testa, che dovrebbe dargli potere: al massimo gli dà un aspetto da imbecille, non so se è proprio questo l’effetto che sperava.

1995: l’Avventura
targata Stephen Gunn

«Sento una particolare affinità con i film trattati in questo libro […]. Forse ancor di più che i thrilling, i poliziotteschi, gli spaghetti western, i jamesbondoni e gli apocalittici che ne furono compagni d’avventura. Perché proprio di Avventura si trattava, storie che a volte sfioravano il fantastico ma erano sempre ancorate a una realtà che sento molto vicina a quella che, assieme a un piccolo gruppo di amici e colleghi, abbiamo raccontato in questi anni nei romanzi popolari, forse neppure considerati “libri” dalla critica “seria”, ma pur sempre in grado di regalare emozioni.»

Mi piace chiudere con le parole di Di Marino, autore di romanzi di genere che hanno subìto lo stesso destino dei film di Margheriti sotto pseudonimo: essere considerati prodotti minori dalla critica ma intrattenere i lettori-spettatori regalando loro un po’ d’intrattenimento avventuroso. Poi, sottolinea il figlio di Margheriti, appena Tarantino ha fatto sapere della sua passione per il cinema action italiano come per magia quei critici con la puzza sotto il naso si sono tutti professati appassionati della prima ora di un cinema che avevano schifato fino al minuto prima, ma questa purtroppo è una storia senza fine.

L.

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19 risposte a La leggenda del rubino malese (1985)

  1. Evit ha detto:

    Un post molto margheritoso (l’ho già inoltrato alla Crusca, mi dispiace).
    Carina l’idea iniziale della messa in scena del furto dell’idolo d’oro dei predatori dell’arca perduta che si scopre essere una trappola per turisti. A quanto mi pare di capire le idee carine poi finiscono pressappoco lì, però che inizio per questa maratona degli eroi di Odeon TV!

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  2. Cassidy ha detto:

    Come opporsi alle mossettine di Don Lurio, i sorrisi di Doris Day e le belle figliole di Miss Italia? Un’impresa che richiede Antonio Margheriti! Meglio se in versione «Ho visto la luce!». Quella terrazza ha visto più talenti tutti insieme di molti salotti buoni, questa rubrica sugli eroi di Oden sale ancora più di colpi 😉 Cheers

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  3. Lorenzo ha detto:

    Ottimo inizio per questa rubrica 😀 Adesso è necessaria una nuova visione del Rubino Malese. Bellissima la copertina di Jungle Raiders, che richiama spudoratamente Raiders of the Lost Ark. L’illustrazione invece è la solita da War Movie, che con Indiana Jones non c’entra nulla. Ma sono queste le cose che mi fanno amare questi film. Infine vorrei ricordare Alan Collins, immancabile spalla.

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    • Lorenzo ha detto:

      Grazie a Mediaset Play, che attualmente mette a disposizione il film gratis in streaming, ho finalmente rivisto in ottima qualità La leggenda del rubino malese. Più che Indiana Jones il protagonista mi ricorda Corto Maltese (almeno per quanto riguarda il look), e il film, a parte l’inizio, è il solito trucido war movie all’italiana, con giusto qualche auto d’epoca e qualche personaggio alla Sandokan 😀 . La locandina di “Jungle Raiders” rende molto bene l’idea. Nei credits finali ho contato ben tre Margheriti diversi e Alan Collins, come il Dr. Jekyll e Mr. Hide, ritorna Luciano Pigozzi e diventa “Ispettore di Produzione”. Tutto sommato un film godibile 🙂

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Il figlio di Margheriti nel saggio diceva di aver sempre accompagnato il padre come aiuto regisat (o varie altre mansioni) ma anch’io ho notato una “margherita”, immagno fosse la moglie del regista o qualche altra parente.

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  4. Zio Portillo ha detto:

    La settimana scorsa non sono riuscito a commentare le speculazioni finanziare sulle spalle di Odeon.

    Ma sta settimana col film di Margheriti non potevo mancare! E i pezzi forti devono ancora arrivare… Odeon me la ricordo molto bene perché avevo sempre una VHS vuota a portata di mano e un giornale per vedere i programmi che andavano in onda. Poi immancabilmente la VHS veniva sovrascritta la settimana successiva ma Odeon mi diede più di qualche gioia. C’ho l’acquolina!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Eravamo davvero in tanti, là davanti al video con il dito pronto a premere REC. Se un film volevo tenermelo, spesso provavo a “togliere la pubblicità”, mettendo pausa quando passavano gli spot, facendo più di un casino. Non era proprio un sistema “digitale” 😀

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      • Giuseppe ha detto:

        A meno che per sistema “digitale” non si intenda appunto quel nostro povero dito sempre pronto a premere PAUSE per lasciar passare gli spot (un lavoro di SCARSA precisione) 😀
        Tornando al post: nientemeno che il mitico Antonio Margheriti a tenere a battesimo la neonata Odeon TV con il suo personale cine-divertissement alla Indiana Jones… cosa mai avremmo potuto volere di più? 😉
        Vedo poi lassù Biagio Proietti, una delle figure “fantastiche/misteriose” di riferimento della mia gioventù televisiva! Il filo e il Labirinto, I racconti fantastici di Edgar Allan Poe, Il fascino dell’insolito, Sound… perle che, esclusi i racconti fantastici poi pubblicati in DVD, la Rai ha lasciato ingiustamente cadere nell’oblio 😦
        P.S. Naturalmente sottoscrivo la chiosa finale sui critici parola per parola…

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Io purtroppo non lo conoscevo ma è stato piacevole passare tre giorni con lui: eravamo nello stesso albergo ed è stato un piacere fargli da autista ^_^
        Era lì a presentare un suo libro, che mi ha autografato definendomi “sopportatore di un vecchio signore smanioso” 😛

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      • Giuseppe ha detto:

        L’impagabile Proietti 😀 (quanto l’attuale disastrata televisione avrebbe ancora bisogno di un talento come il suo, maledizione)…

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  5. Pingback: I cacciatori del cobra d’oro (1982) | Il Zinefilo

  6. SAM ha detto:

    Un pò di promo del’ Odeon dei bei tempi che furono

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  7. Pingback: Black Cobra 3 (1990) L’introvabile riesumato da Italia1! | Il Zinefilo

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