La Storia di Alien 8. Dare forma al progetto


8.
Dare forma al progetto

Quando Ridley Scott entra ufficialmente nel progetto Alien siamo agli inizi del 1978, quando da ormai sei mesi è guerra aperta. Dan O’Bannon a capo dei suoi “guerrieri spirituali” Ron Cobb e Chris Foss, con in più l’amico Ron Shusett a girare ovunque senza motivo, fanno piani senza avere alcun mandato e organizzano ciò che non hanno l’autorità per organizzare: semplicemente stanno approfittando di un vuoto di potere. Walter Hill e David Giler in veste di sceneggiatori continuano a spaccarsi la testa sul copione, mentre in veste di produttori sono sospesi nel vuoto: non esistendo ancora un progetto concreto, la Fox non può valutare con precisione quanto budget mettere a disposizione, e se non si sa quanto si può spendere, non si sa in cosa spendere. Possiamo permetterci scorci di pianeta e ben due astronavi? Quanti effetti speciali possiamo utilizzare? Quanti giorni di riprese? Sono tutte informazioni che influenzano pesantemente la sceneggiatura in fase di scrittura, ma non si sa nulla perché non c’è budget, e non c’è budget perché il progetto non è organizzato da nessuno, mancando la figura del regista. C’è solo una sicurezza: Dan O’Bannon sta promettendo a H.R. Giger soldi che non ha l’autorità di promettere.

Stando alle dichiarazioni della moglie, come abbiamo visto, Dan ha sborsato di tasca propria i mille dollari d’anticipo promessi a Giger per le illustrazioni che poi diverranno celeberrime, quindi non stupisce che all’arrivo di Ridley Scott – fra il gennaio e febbraio 1978 – questi venga “aggredito” da Dan, che lo saluta già con il Necronomicon in mano. Se il regista avesse rifiutato il coinvolgimento dell’artista svizzero, il povero Dan avrebbe buttato via mille dollari per niente. Per fortuna non è andata così.

«[Dan] ha tirato fuori un libro di un artista svizzero, H.R. Giger, chiamato Necronomicon. O’Bannon ha fatto apparire questo libro dal nulla, come fosse una rivista sporca. Non ne era proprio sicuro, ancora, non sapeva cosa la gente avesse pensato quando me l’ha mostrato. È stata un po’ un’azione segreta. Sono quasi caduto. Non sono mai stato così certo di qualcosa nella mia vita. Te l’assicuro, ero convinto che avremmo parlato per mesi su come dovesse apparire il mostro, invece era già lì. Pensai: “Se possiamo costruirlo, è fatta.” Ero colpito, feci davvero una capriola. Ed O’Bannon si accese, brillando come un cristallo di quarzo.»

Questa dichiarazione di Scott all’intervistatore James Delson di “Fantastic Films” (ottobre 1979) fa il paio con un’altra sua dichiarazione coeva, rilasciata all’intervistatore Glenn Lovell di “Cinefantastique” (inverno 1979):

«Mi sono passati davanti schizzi di blob, piovre e dinosauri: erano tutti orribili. Potevamo andare avanti per mesi, in quel modo, e proprio quando stavo per esplodere Shusett e O’Bannon mi hanno mostrato il Necronomicon di H.R. Giger, l’artista svizzero surrealista. Nella metà superiore di pagina 65 trovai il disegno di un demone con un volto oblungo e una testa a forma fallica: era la cosa più spaventosa che avessi mai visto. Capii immediatamente che quella era la nostra creatura. Quel dipinto del 1976 era la base per il mostro.»

Stavolta si è aggiunto Shusett, ma il discorso è identico. Eppure un mese prima a David Houston di “Starlog” (settembre 1979) aveva raccontato:

«Quando andai alla Fox per il primo incontro, avevano lì un libro di H.R. Giger, The Necronomicon. Gli diedi un’occhiata e mi convinsi come mai prima nella mia vita: dovevo avere Giger nel film.»

Dunque la Fox aveva già il libro di Giger? Ma poi con James Delson di “Fantastic Films” (ottobre 1979) fa un salto carpiato:

«Ho mostrato loro [ai dirigenti Fox] il Necronomicon. Pensavo fosse assolutamente necessario avere Giger.»

Ah, è Scott che l’ha mostrato agli altri? Ormai è chiaro che le rutilanti dichiarazioni del regista vanno sempre prese con le molle, ma reputo più plausibile la versione in cui sia stato Dan a fargli conoscere il libro di Giger: conosceva ed apprezzava già da anni il lavoro dello svizzero quindi è la persona più indicata ad aver premuto perché Scott gli desse un’occhiata.

Il regista comprensibilmente si innamora subito delle creature biomeccaniche di Giger e chiede alla produzione di poter ingaggiare l’artista svizzero: al contrario di O’Bannon e Shusett, lui ha un mandato dalla Fox per prendere queste decisioni e quindi non trova alcun ostacolo. Vola fino in Svizzera (a Chateau St. German, Gruyeres) per incontrare Giger e stilare un accordo: una volta che sa di poter usare il materiale di Giger – non solo quello “nuovo” per Alien ma anche le storiche illustrazioni per il Dune di Jodorowsky – Scott torna a Londra, si siede al suo tavolo da disegno e in circa due mesi (ma il tempo cambia a seconda dell’intervista) disegna personalmente lo storyboard del film. Basandosi su quale sceneggiatura?

«Ho letto la versione di Walter Hill, Dan O’Bannon, David Giler e Ronald Shusett: all’epoca era una specie di compilation

Questo dichiara Scott a Carducci di “Cinefantastique” (inverno 1979) e possiamo crederci, visto che lo storyboard da lui disegnato mostra tanto la Ripley di Hill che l’Ash di Giler così come la piramide di O’Bannon: è un concentrato delle varie idee prese in considerazione per la storia. Con quei disegni sotto braccio, Scott si presenta ai dirigenti della Fox e presenta loro il film: dai circa 4 milioni stabiliti all’entrata in gioco del regista, dopo aver “visto” il film che aveva in mente… il budget diventa di circa 8. Un raddoppio stabilito esclusivamente grazie ai disegni di Scott. E non stupisce affatto.

Quando nel 1999 il ventennale del film viene festeggiato con la prima edizione DVD di Alien, nei contenuti speciali c’è l’intero storyboard di Scott che si può scorrere: con le relative proporzioni, è un’esperienza narrativa addirittura superiore al film poi girato. Perché ha in sé tutte quelle idee che sarebbe costato troppo o non c’era tempo di realizzare ma che mantengono ancora il loro fascino, disegnate con uno stile essenziale ma di grande impatto. Con buona pace di Hill, la piramide è ancora un elemento intrigante, come dimostrano gli autori che negli anni successivi l’hanno riciclata nell’universo espanso di Alien, così come Scott l’ha riutilizzata identica nel film Prometheus (2012), quasi a voler recuperare un qualcosa che nel 1979 non aveva potuto utilizzare.

«Dallas insegue l’alieno nel condotto d’areazione, con un lanciafiamme improvvisato come arma. Qui volevo che la creatura si avventasse così velocemente su di lui che in pratica correva nel tubo, ruggendo. L’assalto sarebbe stato così violento che sarebbe venuto giù tutto, compreso il soffitto, in una scena acrobatica di forte impatto. Ma come in molti altri punti ho dovuto essere molto più realistico, sempre per via del tempo, e cambiare la scena.»

La “scena d’amore” tra Ripley e Dallas poi cancellata, ma cara a Scott

Ciò che Scott mostra al giornalista James Delson di “Fantastic Films”, in quell’ottobre 1979, è un film molto diverso da quello che abbiamo visto al cinema.

«All’epoca in cui ho preparato lo storyboard immaginavo di dover raccontare a parole a quelli della Fox ciò che mancava, quindi qui vediamo alcune sequenze con l’alieno che all’epoca volevo fare. Queste tre scene mostrano ciò che chiamavano “sequenza della decompressione”. Inseguono l’alieno nel condotto d’areazione e cercano di spararlo nello spazio attraverso delle porte aperte, ma è troppo veloce per loro: all’ultimo secondo cambia direzione.

Un po’ del suo sangue acido finisce sul boccaporto, compromettendo la chiusura stagna, così la nave inizia a decomprimersi. La cosa colpisce Parker al volto mentre scappa, e uno degli altri è risucchiato via nello spazio, attraverso un buco grande quanto un pollice. Il boccaporto si apre del tutto ed hai una totale decompressione. Parker è risucchiato attraverso il buco e Ripley riesce a salvarlo solo all’ultimo secondo. Insieme devono trattenere il fiato finché non riescono a restaurare la compressione e l’ossigeno nella nave.»

Ci vorrà Alien Resurrection (1997) perché questa scena venga effettivamente girata, anche se con il mostro come vittima, e nel suo audio-commento il regista del quarto film non lascia trasparire alcuna “citazione” del materiale non utilizzato per Alien.

La salma di Kane impigliata che sbatte sui vetri

«Non avevo l’alieno che portava via Brett: volevo che gli strappasse il cuore. Quando gli altri lo trovavano a terra e lo voltavano, c’era una enorme cavità nel suo petto, che ricordava quella dello Space Jockey. Ma era una cosa troppo simile alla morte di Kane, così si è deciso poi di cambiarla.»

Brett con il cuore strappato dall’alieno

Cuori strappati, la salma di Kane che si impiglia e sbatte sui boccaporti della nave, morti truculente a raffica… da dove arrivano toni così forti? È il momento di capire che tipo di film Scott aveva in mente.


Non aprite quella nave

Come abbiamo visto, la storia di Alien ha tanti padri, accomunati dall’affondare le radici nella fantascienza anni Cinquanta, ignota a Scott per sua stessa ammissione: prima di 2001: Odissea nello spazio, il genere non interessava il regista, e anche in questo 1978 continua a non interessarlo: la potenza visiva invece sì che lo intriga. Scott è un regista “moderno”, nel senso che al contrario di O’Bannon è proiettato a cavalcare le nuove possibilità creative che gli anni Settanta hanno messo a disposizione, ma si ritrova a gestire qualcosa di davvero pericoloso: non deve (e probabilmente non vuole) girare un film di fantascienza, ma un film fanta-horror moderno. E l’horror moderno ancora non esiste!

In ogni intervista Scott cita Lo squalo (1975) di Spielberg come fonte strutturale per Alien: una creatura letale per lo più nascosta allo spettatore che lascia cadaveri dietro di sé, fino al confronto finale. Non si discute. Il problema è che nel 1977 in cui Hill e l’amico-collega Giler si mettono a rimaneggiare la sceneggiatura di O’Bannon, un amico di quest’ultimo accetta di rimaneggiare una sceneggiatura insieme all’amica-collega Debra Hill: una sceneggiatura che parla di un assassino di babysitter. Nell’aprile 1978, mentre Scott è chino sul tavolo a disegnare storyboard con un assassino implacabile e silenzioso che colpisce nell’ombra, John Carpenter inizia le riprese di Halloween: nessuno dei due si accorge di star lavorando allo stesso film. Un mostro sfugge al controllo ed uccide in modo violento e sanguinario i protagonisti, uno alla volta, fino allo scontro finale con una donna… e finisce lanciato nel vuoto.

Non avrà le zanne, ma Michael è letale come uno xenomorfo

Malgrado la vecchia (e sicuramente archiviata) amicizia con O’Bannon, Carpenter non dà prova di conoscere la lavorazione di Alien: come già raccontato, solamente nel 1980 scopre che il film scritto dal vecchio amico ha più di un debito con Dark Star, e lo scopre leggendone la trama su una rivista. Difficile credere ci sia mai stata “contaminazione” fra Alien ed Halloween, eppure il film di Scott ha tutti i requisiti dello slasher, con una creatura aliena al posto del maniaco omicida: il genere però nascerà (o comunque diventerà famoso) solo con il film di Carpenter, nell’ottobre 1978, com’è possibile allora che Alien sembri “contaminato” dalla sua struttura? La risposta è semplice e palese: Scott aveva bene in mente il “progenitore” di Halloween.

«Ridley Scott ha veramente una visione brillante e mi piace molto. Prima di iniziare a lavorare ad Alien si è seduto e, dietro mio consiglio, si è visto Non aprite quella porta (The Texas Chainsaw Massacre, 1974), e ne rimase estasiato: l’ha amato! E mi ha sorpreso perché i film di Ridley sono così lussureggianti e romantici. Lui poi ha spinto tutti a vedere Non aprite quella porta, che è duro e violento.»

Chi mai ha rilasciato questa dichiarazione già nell’inverno del 1978, a Dave Schow della rivista “Cinefantastique”? A  sorpresa, è il nostro O’Bannon: che sia stato lui a far conoscere a Scott il film che detterà lo stile di Alien? Un anno dopo, alla stessa rivista, Scott già si è dimenticato dell’amico Dan:

«Sono un grande ammiratore di Non aprite quella porta di Tobe Hooper: quel film è inesorabile, da infarto. Ma Hooper ha strafatto, mentre io volevo dosare meglio i tempi, così da catturare meglio il pubblico.»

Era un ammiratore del film già prima del 1978 in cui gliel’avrebbero fatto conoscere? Non è chiaro, ma di sicuro nel documentario The Beast Within (2003) c’è Ivor Powell, l’amico stretto e collaboratore di Scott, che racconta come lui ed altri abbiano mostrato quel film a Scott: se fra questi “altri” ci fosse anche Dan non è chiaro. Una prova in questo senso potrebbe essere la sensibilità di O’Bannon sull’argomento, come racconta in una recente intervista (dicembre 2007):

«C’era un critico cinematografico marxista in Canada che scrisse un affascinante saggio che comparava Alien a Non aprite quella porta. Secondo lui, Non aprite quella porta era progressista perché sosteneva il rovesciamento delle convenzioni esistenti, mentre Alien era conservatore e retrò perché voleva preservare lo status quo. È stata la prima volta che ho scoperto di essere conservatore.»

Questa affermazione lascia intendere, come sempre, che Dan si considera unico “padre” di un film di cui ha solo contribuito al soggetto iniziale.

Cinque film ispirati da Non aprite quella porta, secondo “SciFiNow” n. 119 (maggio 2016)

Mentre Dennis Donnelly porta in città i maniaci sadici di Tobe Hooper, con Lo squartatore di Los Angeles (The Toolbox Murders, marzo 1978) e mentre sta per nascere il geniale sodalizio fra Abel Ferrara (regista) e Nicholas St. John (sceneggiatore), con The Driller Killer (giugno 1979), Ridley Scott cavalca l’ondata degli “squartatori” probabilmente ignorando del tutto il fenomeno. Nel maggio del 1978 ha il via libera  dalla Fox e stabilisce la data di inizio riprese: 25 luglio. Giusto il tempo di cercare il cast.


La mamma di Norman Bates è sempre incinta

«Prima la violenza cinematografica era gentile e pulita:
io l’ho resa dolorosa, prolungata, scioccante e molto umana.
E sono io che ho reso umani gli assassini.»
Wes Craven

È necessario aprire una parentesi per cercare di fissare qualche punto chiave ed arginare chi ha già messo le dita sulla tastiera per lamentarsi dell’accostamento fra Alien ed Halloween e per scrivere quale sia il “vero” film che ha inventato lo slasher: specifico subito che la questione va avanti da decenni con relativi litigi tra esperti ed appassionati: non è certo questa la sede per risolverla o per scrivere la parola finale sulla filmografia slasher. Ma per spiegare perché Alien sia figliastro della mamma di Bates sì, è la sede giusta.

Come per qualsiasi altro genere, quando si chiama un film “padre di” o “fondatore del” sono esagerazioni, perché nessun film nasce nel vuoto ed è sempre figlio di predecessori (spesso anche migliori), ma è un modo per capire quando una certa idea è diventata così famosa da raggiungere un pubblico vasto. Per convenzione Halloween (1978) di John Carpenter è considerato il capostipite del genere slasher non perché mostri chissà che novità, ma semplicemente perché rende famosa a livello popolare una certa codificazione di alcune tematiche. Ci sono critici che addirittura considerano il film semplicemente l’allungamento a 90 minuti della scena della doccia di Psycho (1960) di Alfrd Hitchcock, ed hanno sia ragione che torto: Carpenter ha preso un singolo elemento di un’opera composita, l’ha seminato e quello non solo è cresciuto forte ma ha anche germogliato, creando una lunga sequenza di imitatori e seguaci che hanno molti più contatti con Carpenter che con Hitchcock. Non ha “creato” un genere, l’ha codificato: Psycho non può essere considerato un film slasher solo perché ci sono un paio di brevi coltellate: Halloween sì, perché le coltellate sono parte integrante e fondante dell’esecuzione dell’opera. E anche perché Bates aspetta che le vittime gli cadano in casa (opportunista passivo): Myers le va a cercare (assassino seriale attivo).

«Il personaggio di Norman Bates è diventato il canone dell’assassino slasher: sessualmente ambiguo ed impotente, pulsioni sessuali trasformate in violenza e non dimentichiamo l’uso di un mascheramento durante le uccisioni. Sembra esagerato collegarlo a macchine omicide come Jason Voorhees, ma in pratica quasi tutti gli assassini psicopatici che hanno seguito la sua strada devono qualcosa all’amichevole albergatore di Hitchcock. In fondo… anche Jason vuol bene alla mamma.»

Questo delizioso passaggio di Legacy of Blood (2004) di Jim Harper purtroppo non sembra prendere in considerazione il fatto che Bates nasca dal romanzo Psycho (1959) del maestro Robert Bloch, autore di storie dell’orrore di lunga data, e questo ci porterebbe ad un vasto discorso – come da sempre l’aumento della percezione della violenza “vera” abbia ad un certo punto spinto ad aumentare quella “finta” – che non è la sede per iniziare. La violenza nella vita reale e nei film esiste da sempre, perché allora solo negli anni Settanta sembra “nascere” al cinema? Semplicemente perché da strumento, da oggetto di scena, diventa obiettivo primario della narrazione. Proprio negli stessi anni in cui uno strumento come lo squalo, presente sin dagli anni Cinquanta nei film, nel 1975 diventa protagonista primario di un film che ne porta il nome. E che crea un genere “nuovo” sebbene abbia elementi già più che noti.

Tornando al discorso di Harper, la sessualità dell’opera di H.R. Giger è palese e il suo Necronomicon ne è impregnato fino a raggiungere un livello che posso chiamare solo perturbante: termine che – come ho raccontato – è la traduzione italiana dell’unheimlich usato da Freud per identificare la sensazione che si prova nello scoprire che qualcosa di familiare in realtà è tutt’altro. Gli organi genitali mostrati da Giger sono familiari ma a forza di osservare le sue composizioni biomeccaniche ci rendiamo conto che perdono ogni umanità, pur rispettandola in pieno: siamo sicuri di essere noi umani? Tutto questo ovviamente si è dovuto cancellare per il film, così il pene che fuoriesce dalla bocca della creatura diventa una seconda lingua, ma l’effetto è lo stesso: l’alieno è una forma fallica aggressiva esattamente come la motosega di Non aprite quella porta e il coltellaccio di Mike Myers in Halloween. Non ci sono prove che sia un processo voluto, che cioè tutto questo fosse nelle intenzioni di Ridley Scott al momento di costruire la forma visiva del film, ma fa tutto parte di un processo studiato solo anni dopo.

Dieci anni dopo l’uscita di Alien Carol J. Clover scrive un saggio destinato a diventare storico, Her Body, Himself: Gender in the Slasher Film, dove crea un’espressione usata (ed abusata) ancora oggi: final girl. L’autrice in seguito ammorbidirà la sua visione, quando nel 2005 ristamperà il volume del 1992 che racchiude quel saggio, ma il messaggio rimane lo stesso: la protagonista femminile è solo un modo in più con cui il pubblico maschile veicola il proprio segreto piacere di assistere alla violenza.

Malgrado nei decenni successivi il concetto si sia molto evoluto, l’autrice ha in mente proprio quel Non aprite quella porta che ancora oggi genera confusione, con la sua final girl che non fa nulla per tutto il film, e che l’autrice preferisce chiamare tortured survivor: non si è “conquistata” la vittoria finale, semplicemente è sopravvissuta alle torture. Tutt’altro che un’eroina.

«[La final girl] è il personaggio di cui assistiamo alle vicende dall’inizio alla fine, e dal cui punto di vista assistiamo alla storia fino alla fine del film, quando batte l’assassino (più spesso per caso che per intenzione). Non c’è bisogno di dire che questo suona più come un protagonista maschile che femminile […]. Lei è un maschiaccio e ha spesso nomi come Stevie, Will o Stretch, pur essendo una donna.»

Che tipo di nome è Ripley? Maschile o femminile? (Ricordo che il nome Ellen, datole da Walter Hill in omaggio alla madre, viene ascoltato per la prima volta nel 1999, con la messa a disposizione del grande pubblico dell’edizione estesa di Aliens.)

«It’s Ellen…», da Aliens: Special Edition, apparso nel raro Laserdic del 1991 e poi nel DVD del 1999

«Non stupisce che la final girl sia un maschiacchio [boyish]. Quella qualità la rende il perfetto doppio dello spettatore maschio adolescente. Lei è femminile abbastanza per compiere in modo accettabile quelle azioni che sarebbero disapprovate in un maschio adulto – come il provare terrore e il piacere masochistico delle fantasie segrete – ma non così femminile da disturbare le strutture della competenza e sessualità maschile.»

Questo spiegherebbe perché sono molto più gli uomini ad essere sensibili all’idea di una donna forte che affronti il mostro, sebbene dopo Aliens (1986) Ripley diventerà simbolo per molte femministe: è innegabile che Sigourney Weaver odierà sempre il personaggio (fino al 1992 in cui capirà che è l’unico che le garantirà una pensione agiata) e l’essere definita “Rambo in gonnella” dai critici non ha certo aiutato.

Freud sarebbe impazzito con Giger…

Film violenti ci sono sempre stati, donne forti sono apparse nei decenni precedenti, di assassini seriali si è sempre parlato e la sessualità deviata non è certo un mistero, ma negli anni Settanta tutti questi elementi esplodono, si fondono e contaminano tutti i generi. Dopo L’ultima casa a sinistra (1972) – diretto da Wes Craven (papà di Freddy Krueger) e prodotto da Sean S. Cunningham (papà di Jason) – la violenza crudele non conosce limite e la sua esposizione diventa arte (con tanto di motosega!), facendo sentire in colpa gli spettatori per ammirare tali vergognosi spettacoli. Il successo di Non aprite quella porta (1974); la trasformazione del genere “motociclisti” in versione sadica; il rape and revenge che promette stupri (spesso solo a parole) e relative sanguinarie vendette da parte delle vittime; l’esplosione dello slasher come protagonista assoluto di un’opera, con Halloween (1978); e, poco meno di un mese dopo, la prima eroina “positiva” che impugna una pistola e si vendica attivamente dello stupro subìto passando anche dall’evirazione maschile, in Non violentate Jennifer (I Spit on Your Grave, 1978): tutto crea una base di violenza e sessualità deviata che è il terreno perfetto dove Alien può germogliare. Niente fantascienza pulita, con lucine colorate, buonismo e pigiamini variopinti: bensì corridoi bui, sessualità perturbante, parto maschile e un mostro fallico che penetra le sue vittime. Il capolavoro di rottura è servito. E presenta una delle più celebri donna toste e final girl del cinema, anche se  magari potrà apparire un “maschiaccio”.

Non ci sono prove che tutto questo Ridley Scott l’abbia voluto coscientemente, visto che solo dopo essere stato ingaggiato come regista ha visto Non aprite quella porta – e non sembra abbia visto altro di simile – ma di sicuro è grazie a lui che il film spezza ogni legame con il passato e ogni riferimento alla fantascienza anni Cinquanta passa in secondo se non in terzo piano. È nato il fanta-horror, per mano di chi in realtà non conosce nessuno dei due generi.

(Continua)


Fonti:

  • The Beast Within: The Making of “Alien” (2003), videodocumentario scritto e diretto da Charles de Lauzirika per la 20th Century Fox Home Entertainment e distribuito all’interno del cofanetto DVD “Alien Quadrilogy”.
  • Martin Anderson, Interview Dan O’Bannon, dal sito The Den of Geek, 19 dicembre 2007
  • Mark Patrick Carducci, Making Alien: Ridley Scott, da “Cinefantastique”, volume 9 numero 1 (autunno 1979)
  • Carol J. Clover, Her Body, Himself: Gender in the Slasher Film, raccolto in “Misogyny, Misandry and Misanthropy”, a cura di R. Howard Bloch e Frances Ferguson, University of California Press, 1989
  • James Delson, ALIEN from the inside out: Ridley Scott, da “Fantastic Films”, numero 11 (ottobre 1979)
  • Jim Harper, Legacy of Blood: A Comprehensive Guide to Slasher Movies (Critical Vision 2004)
  • David Houston, Directing “Alien” Through an Artist’s Eyes, da “Starlog” n. 26 (settembre 1979)
  • Glenn Lovell, Making Alien: Ridley Scott, da “Cinefantastique”, volume 9 numero 1 (inverno 1979)
  • Dave Schow, Dan O’Bannon, da “Cinefantastique”, volume 8 n. 1 (inverno 1978)

L.

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15 risposte a La Storia di Alien 8. Dare forma al progetto

  1. Cassidy ha detto:

    L’unico modo per migliorare questa rubrica su Alien era tirare dentro Carpenter, Craven e Hitchcock. Dissertazione doverosa, io credo che Ridley abbia assimilato tutti questi concetti per osmosi, poi negli anni però si è impegnato a ricordare solo le parti della storia, in cui faceva un figurone lui, senza nulla togliere al suo lavoro, come hai ben sottolineato, la sua memoria tende a prendersi i meriti 😉 Cheers!

    Piace a 3 people

    • Lucius Etruscus ha detto:

      Basta dimenticare chiunque ci abbia consigliato un’opera e dire che già la si conosceva 😀
      Comunque è innegabile che il suo essere estraneo alla fantascienza, all’horror e allo slasher nascente sia stato un valore aggiunto: ha saputo fondere tutti i generi senza pregiudizi, preconcetti o gusti personali. Era il perfetto contraltare di O’Bannon, legato alla fantascienza anni Cinquanta, e Hill, legato più al noir e al crime contemporaneo: la fusione è stata perfetta!

      Piace a 1 persona

  2. MisterZoro ha detto:

    Una rubrica sempre più succulenta, e la chiusura del pezzo è perfetta.
    Neanche te li faccio più i complimenti, rischio di sembrare monotono.

    OT: hai citato Lo Squalo di Stefanuzzo Spì tante di quelle volte che mi è venuta voglia di rivedermelo, come mi ha fatto venir voglia di una bella rubrica su Spielberg, il VERO Spielberg, quello pre-2000 che tanto amavamo e ha riempito i nostri occhi di meraviglia per tutta l’infanzia e adolescenza.
    Ci sono un po’ troppe leggende metropolitane su quest’uomo, caro Lucius…non credi, una volta concluso questo meraviglioso viaggio alieno, che sarebbe ora di approfondire la cosa? ;D

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Eh, sarebbe una bella sfida ma troppo vasta: il maeriale a disposizione è così sterminato che richiederebbe un tempo enorme già solo per essere vagliato. E poi è un autore di cui tutti hanno parlato: preferisco focalizzarmi su chi invece è sempre ignorato o su storie documentate di film avvolti dalla leggenda 😉

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  3. Conte Gracula ha detto:

    Devo rivelarti una cosa: sono stato io, a far conoscere Giger a Scott!
    Ma nessuno lo vuole ammettere 😛

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      ahaah tu ci scherzi, ma nel marasma delle dichiarazioni nessuno potrebbe smentirti 😛

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      • Giuseppe ha detto:

        Sì, al Conte credo sulla parola, ma almeno ricordare che quei mille dollari per Giger glieli ho prestati io a O’Bannon è chiedere troppo, forse? 😛
        Tornando seri, il tuo ricco e documentato post ha l’ulteriore pregio di mettere in campo delle parentele alle quali, da solo, non avrei pensato: vedi un Alien che, tra una cosa e l’altra, riesce pure ad essere “figlio” nientepopodimeno che di Non aprite quella porta… 😉

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Scott in più occasioni ha citato il film di Hooper perché è l’unico di quelli che gli hanno fatto vedere che lo abbia colpito, ed è indubbio che lo stile di Alien si rifaccia a quello: così come però è chiaro che la storia sia slasher come Hallowen, oltre ad avere una storia molto simile. Un giorno scopriremo una corrispondenza segreta tra Carpenter e Walter Hill! 😛

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  4. Celia ha detto:

    Sempre più in alto! Un post meraviglioso e ricchissimo.
    Pensa che l’espressione final girl io l’ho scoperta solo quest’anno, informandomi sul (bellissimo) film omonimo – The final girls. Siamo tutti cresciuti a pane e slasher, più o meno consapevolmente.
    E che la mamma di Norman Bates sia sempre incinta, è una delle poche certezze discutibilmente gioiose della vita.
    Mi chiedo soltanto… “catturare l’attenzione del pubblico” più di Hooper, davvero? Ma sul serio? Ma quali pasticche si cala a colazione?

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Notoriamente l’universo è troppo stretto per l’ego di Scott, quindi vanno sempre prese con le dovute precauzioni le sue parole 😀
      Purtroppo è controverso il significato di “final girl”, perché l’autrice dell’espressione pensava a “Non aprite quella porta” dove semplicemente la tipa sopravvive, ma non fa altro che strillare e inciampare, come fanno tutte le donne degli horror da sempre, sopravvivendo se sono protagoniste. La grande rivoluzione del finire degli anni Settanta – nata indipendentemente fra più autori – è una donna che non strilli, non inciampi e agisca attivamente per far fuori il mostro. Con il tempo quest’idea è cresciuta e ancora oggi viene chiamata “final girl” ma in realtà non è più un’espressione adeguata: in attesa che qualcuno se ne inventi una nuova, tocca usarla 😛

      Piace a 1 persona

  5. Willy l'Orbo ha detto:

    Cioè, dunque, ma davvero stiamo parlando di Alien tirando in ballo Halloween e Non aprite quella porta (e con cognizione, non “tirandoli per la giacchetta”)???
    Wow, vista la mia morbosa passione per gli slasher (e senza il particolare interesse di chi ha inventato cosa 🙂 ) sono assai ammirato dalle evoluzioni sempre più positivamente sorprendenti di questo ciclo! 🙂

    Piace a 2 people

    • Lucius Etruscus ha detto:

      Ti ringrazio, e secondo me è inutile parlare di un film senza avere ben presente in quale ambiente sta nascendo. Magari un giorno scopriremo delle carte segrete in cui Carpenter scriveva di nascosto a Scott come fare il suo film, ma per il momento dobbiamo prendere per buono il fatto che in quel periodo sono nati indipendentemente diversi film di culto legati dalla stessa idea di genere: che siano coltellate, motosegate o linguate, sono solo particolari 😛

      "Mi piace"

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