Arcobaleno selvaggio (1984) Code Name: Wild Geese

Solamente a lavoro inoltrato ho scoperto che questo film non è stato mai trasmesso da Odeon TV, girando all’epoca su Italia7 (l’odierna 7Gold): visto però che è fatto della stessa pasta degli Eroi di Odeon e visto che è tra i titoli preferiti di Lorenzo, l’angelo custode di questa iniziativa, lo inserisco a forza nel ciclo. Il Zinefilo se la comanda!

Ormai Antonio Margheriti è uno di casa, qui nel blog, ed è quindi giunto il momento di conoscere quello che potremmo chiamare il suo “periodo teutonico”, quando cioè per il produttore tedesco Erwin C. Dietrich il regista ha diretto tre film d’azione militare, con un cast quasi identico: Arcobaleno selvaggio è il primo dei tre. «È stata molto dura per me lavorare a quei film», ricorda Margheriti in un’intervista del 1993 per la rivista “E.T.C. (European Trash Cinema)”, curata da Peter Blumenstock e Christian Kessler.

«In Germania anche i miei film d’azione per famiglia erano considerati troppo violenti, persino per il pubblico adulto. Incredibile! Rimontarono quei film in strani modi, al punto che non si capisce più cosa stia succedendo. Mi è piaciuto fare quei tre titoli con una troupe tedesca, e credo che i risultati siano anche buoni, tenendo conto del budget che avevamo a disposizione. Ho girato Arcobaleno selvaggio in sette settimane, compresi gli effetti speciali, che è un tempo brevissimo per questo tipo di film. Specialmente se devi lavorare in una giungla e anche con Klaus Kinski! (ride

Ovviamente il rapporto con il famoso (e famigerato) attore è frizzante ma proficuo. «Era un tipo eccezionale e un grande attore», racconta nella stessa intervista. «Certo, avevamo un forte litigio ogni mattina sul set (ride). Era pazzo, ma in un modo buono». Margheriti ha conosciuto Kinski per E Dio disse Caino… (1970): «Quando l’ho rivisto nel 1984, per Arcobaleno selvaggio, mi ha stupito perché non era minimamente cambiato. E di nuovo abbiamo avuto gli stessi problemi sul set che avevamo avuto quindici anni prima (ride)».

«Voleva sempre sapere esattamente la ragione di tutto ciò che faceva il suo personaggio, nel film: se non riusciva a capire il motivo di qualche azione, semplicemente si rifiutava di farla. Una volta gli ho ordinato di andare da un punto della stanza ad un altro perché avevo bisogno di completare una scena: non siamo mai riusciti a girarla, quella scena. Semplicemente disse: “No, non capisco il perché”. Chiedeva sempre il perché ed io rispondevo: “Perché voglio girare questa scena” (ride forte). Credo che il suo fosse anche un modo di proteggersi, al tempo lavorava in così tanti film, piccole produzioni con copioni terribili e pessimi registi, quindi credo che avesse sviluppato questo sistema di autoprotezione.»

Locandina del 17 gennaio 1985

Girato nel 1984 come sempre nelle Filippine, quasi una seconda casa per Margheriti, il film esce prima in Germania (5 ottobre 1984, riporta l’IMDb) poi – ricevuto il visto della censura italiana il 16 gennaio 1985 – arriva nel nostro Paese subito il giorno dopo, 17 gennaio.

Lo stesso giorno esordisce in Italia il Terminator di James Cameron, e intanto sono ancora in sala La signora in rosso di Gene Wilder, La storia infinita di Wolfgang Petersen e Gremlins di Joe Dante, giusto per ricordare la grande concorrenza che deve affrontare la pellicola: non stupisce che rimanga in sala meno di un anno, un periodo breve per l’epoca. “La Stampa” del 26 gennaio 1985 riporta la classifica dei film più visti in quella settimana, e Arcobaleno selvaggio è solo al quindicesimo posto. (La vetta ovviamente è per Terminator.) Aspetterà invece almeno un anno I 4 dell’oca selvaggia II (1985), il seguito di quel Wild Geese del 1978 – co-prodotto proprio da Erwin C. Dietrich – a cui Arcobaleno selvaggio si rifà palesemente: non a caso il titolo tedesco è Geheimcode Wildgänse e quello internazionale Code Name: Wild Geese.

Viene distribuito in home video per la Elite Video e De Laurentiis Ricordi Video, che purtroppo non hanno alcuna datazione: l’unica edizione databile è quella CiakCine del settembre 1987. Il mese successivo, sabato 24 ottobre 1987, il film appare su un piccolo canale locale ed inizia la sua vita televisiva in piccole emittenti. La Quadrifoglio lo presenta in DVD – da cui ho preso le immagini di questo post – senza data (probabilmente intorno al 2010) promettendo una “versione cinematografica originale restaurata”.

C’era un britannico e un tedesco diretti da un italiano…

Il capitano britannico Robert Wesley (Lewis Collins, volto noto anche in Italia per la sua serie TV “I professionals”, trasmessa da Rai2 nei primissimi anni Ottanta) è un soldato di quelli tosti, che se per addestrare a dovere i propri uomini deve anche farli saltare in aria, non ha problemi a farlo. Contattato da mister Brenner (Hartmut Neugebauer), riceve un incarico non ufficiale ma che ha l’approvazione del signor Fletcher (Ernest Borgnine), il nuovo capo della DEA per l’Estremo Oriente: c’è da distruggere un carico di oppio del generale Lao Khan (Protacio Dee) così da colpire al cuore il commercio del crudele regnante. Wesley non è abituato a far domande bensì ad eseguire gli ordini, anche perché suo figlio è stato ucciso dalla droga di Khan: ha un conto aperto con l’attività del dittatore. Prende dunque i suoi uomini e parte, limitandosi a spiegare loro che «dobbiamo andare nel Triangolo d’oro a bruciare un po’ d’oppio».

Per questa missione, solo i migliori. A trovarli…

Oltre ai fidati Stone (Frank Glaubrecht), Baldwin (Wolfgang Pampel), Arbib (Thomas Danneberg) e Kowalski (Bruce Baron, pronto a diventare presenza fissa dei filmacci ninja di Hong Kong), il capitano vuole anche un vecchio amico dal passato più che burrascoso: un trafficante di lunga data, pendaglio da forca ma fenomenale pilota di elicotteri. Entra in scena, con le manette ai polsi, il contrabbandiere americano Archie Trevers detto China (Lee Van Cleef). Formata la squadra, si raggiunge velocemente il deposito d’oppio nella giungla e lo si distrugge, scoprendo però che lì ci sono anche vari prigionieri tenuti schiavi proprio mediante l’oppio: come l’occidentale Kathy (Mimsy Farmer), che è un personaggio un po’ inutile ma serve a coprire le minime quote rosa.

Allora, all’asiatico gli sparo, alla bionda la bombo e al tedesco lo sposo…

L’esercito di Khan è molto più coriaceo del previsto, e il gruppo di mercenari deve rifugiarsi in una missione nella giungla, gestita dal bianco che i locali chiamano Barba di Dio: una trovata per giustificare l’entrata in scena dell’immancabile Alan Collins, al secolo Luciano Pigozzi, attore feticcio di Margheriti e presenza costante del cinema italiano d’avventura dell’epoca.

Ogni scusa è buona per infilarci Alan Collins

Non bastasse essere circondati ed in inferiorità numerica, i nostri eroi si vedono piombare addosso Charlton (Klaus Kinski), braccio destro di Brenner e suo complice nell’operazione che il capitano Wesley scopre forse troppo tardi: altro che lotta alla droga, distruggere quel carico di oppio ha avuto come unico obiettivo far alzare il prezzo di quello gestito da Brenner e Charlton. Era un gioco sporco sin dall’inizio, e ora Wesley deve uscirne. Possibilmente vivo.

Tranquilli, si sa che Kinski è un tipo ragionevole…

Com’è facile immaginare, la critica cinematografica non ci va tenera con l’opera. “Nella giungla a basso costo”, intitola un giornalista (che si firma mi.an.) sul quotidiano “l’Unità” dell’11 giugno 1985:

«La ricetta è scontata (psicologie tagliate con l’accetta, personaggi modellati sugli eroi hollywoodiani di successo, paesaggi esotici e sparatorie a più non posso), ma sembra funzionare, almeno sui mercati esteri. Chissà, può darsi pure che tra qualche anno il MystFest di Cattolica gli dedichi una personale corredata di profilo critico, come accadde l’estate scorsa con Lucio Fulci: nell’attesa, però, l’infaticabile Margheriti continua a sfornare i suoi decorosi filmetti d’avventura, ingaggiando appena può qualche caratterista di vaglia temporaneamente disoccupato.»

A chi hai detto disoccupato?

Il sarcasmo del giornalista è tagliente, non diretto solo contro “certo cinema” ma anche contro “certi festival” che si permettono di rivalutarlo.

«Arcobaleno selvaggio non si differenzia granché dalle tante imitazioni di Rambo che il cinema commerciale ci ha rovesciato addosso in questi ultimi mesi: stavolta, per fortuna, non ci sono di mezzo soldati americani ancora prigionieri dei vietnamiti, ma il risultato non cambia.»

Quel “per fortuna” testimonia forse una saturazione del tema sugli schermi italiani, malgrado prima di Fratelli nella notte (dicembre 1983) dei prigionieri americani in Vietnam non si parlasse gran che, almeno al cinema. Possibile che in due anni l’argomento avesse già stufato i critici? In fondo il citato giornalista scrive circa sei mesi prima dell’uscita italiana di Rambo 2 (apparso in patria nel maggio precedente) e circa quattro mesi prima di Missing in Action 2: possibile che con solo due film americani sull’argomento (Fratelli nella notte e Rombo di tuono) bastino alcuni film italiani a saturare il mercato?

«Antonio Margheriti dirige con piglio sicuro le scene d’azione evitando i tempi morti e rappezzando i buchi della sceneggiatura. Lo pagano per quello e va benissimo così. Basta che non dia retta a chi scrive che è lui il futuro del cinema italiano.»

Ma gliel’hai detto tu a Margheriti che è il futuro del cinema italiano?

Malgrado l’asprezza del giudizio – si sa che la stampa italiana non ha mai gradito il cinema di genere, a meno che Re Quentin non dica che va bene, allora giù le mutande –  Arcobaleno selvaggio mantiene ciò che promette e regala un’onesta storia avventurosa con tante esplosioni e scene d’azione tipiche del cinema di Margheriti. Poco importa se malgrado i personaggi citino località diverse alla fine tutto si svolge palesemente nella stessa location: è la magia del cinema.

Stop… Klaus Time! (semi-cit.)

Il going berserk finale è tutto per Kinski, furia bionda che imbraccia una mitragliatrice M60 (l’attore non sembra avere un fisico capace di tale azione!) ed affronta da solo Wesley, che gli dà la caccia a bordo di un elicottero che sputa fuoco, in un finale quasi allucinato ma geniale dal punto di vista visivo. È come Il drago del lago di fuoco (1981) ma a parti invertite: il cavaliere malvagio Kinski imbraccia la sua mitragliatrice-spada contro il drago sputa-fuoco volante, incarnato però dal buono della storia. Un combattimento epico che mina le basi stesse del canone e quindi da applauso, essendo una scelta non di facile consenso.
Ad avercene di registi in grado di creare certe sequenze.

Kinski contro tutti!

Un film da rivalutare pur non dimenticando l’epoca in cui è nato e l’età che porta sulle spalle: gli anni ci sono e si vedono tutti, chiaramente, ma al netto dei difetti rimane una visione divertente e da non perdere.

L.


L’angolo del Professionista

Ho chiesto a Stefano Di Marino, autore della lunga saga di romanzi del Professionista (su “Segretissimo” Mondadori), ma anche curatore della recente collana “Spy Game” (Delos Digital), un commento su questo film che ha visto “in diretta” e che so aver lasciato un segno profondo nella sua passione per l’avventura esotica, avendolo lui citato in varie passate occasioni.
Mi ha stupito con un testo corposo che meritava di essere valorizzato: ne metto qui un brano, il resto lo troverete venerdì su ThrillerMagazine.it.

La trama prevedeva traditori più o meno sospettabili, colpi di scena, battaglie, azioni di commando e una risoluzione finale con la punizione dei cattivi e la distruzione dei campi di papavero. Nulla di veramente originale ma una solida trama svolta con mestiere. Filmato con una certa rigidità ma non con banalità, anche oggi a tanti anni di distanza resta un buon film d’azione di quelli che il cinema italiano ed europeo fatica a produrre, e se ne sente la mancanza. Ci sono tra le location e le trovate narrative molte idee che ancora oggi sono interessanti.

L’assalto al treno è sicuramente la sequenza meglio riuscita, ma c’è un vigore narrativo che sostiene la storia anche quando i mezzi mancano, come nel finale. Soprattutto non ha il ritmo rallentato che avevano molti film di serie B americani dell’epoca mi parevano avere. Certo, siamo lontanissimi dai contemporanei Heroic Bloodshed di Hong Kong ma siamo in presenza di un prodotto professionale, compatto e avvincente che, prima di ogni altra cosa, offre allo spettatore quello che cerca. Non credo che nessuno sia andato a vederlo convinto di assistere a un colossal hollywoodiano, ma sono convinto anche che, come me, moltissimi spettatori siano usciti più che soddisfatti dalla sala.

Stefano Di Marino

Illustrazione di Enzo Sciotti (grazie a Stefano Di Marino)


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15 risposte a Arcobaleno selvaggio (1984) Code Name: Wild Geese

  1. Cassidy ha detto:

    Ti ringrazio per la piccola (ma coerente) deviazione sul tema, perché concordo con Lorenzo, un filmetto a cui si vuole un gran bene. Ricordo di averlo scoperto in un’altra era geologica e con quelle facce sulla locandina, non potevo non volerlo vedere! Non avevo mai pensato direttamente a “I 4 dell’oca selvaggia”, i tedeschi invece sono andati dritti per dritti mettendo in chiaro il paragone.

    Menzione speciale, va alle didascalie del post che sono particolarmente ispirate: tra i migliori rientra a tutti gli effetti il ventilatore. Quella sulla bionda e il tedesco è dadaista, mentre “Stop… Klaus Time!” è abbastanza definitiva, oltre che dannatamente orecchiabile, oggi me la canterò tutto il giorno 😀 Cheers!

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  2. Lorenzo ha detto:

    L’asiatico nella foto assieme alla bionda mi sembra un volto familiare. Ne “La leggenda del rubino malese”, che ho appena rivisto, sono quasi sicuro che ci sia. Potrebbe essere l’Alan Collins filippino 😀

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Sì, lo sto ritrovando a cicciare nei film di Margheriti, era anche nei cacciatori del cobra d’oro: di solito appare a casaccio nel film, rimane per qualche scena e poi scompare nel nulla. Magari era un compagno di bevute di Antonio nelle Filippine 😀

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  3. Zio Portillo ha detto:

    Oggi sono assente ingiustificato. Mi riservo di leggere il pezzo in tarda serata…

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  4. Willy l'Orbo ha detto:

    Torno a casa dopo giornata lavorativamente tremebonda pensando di leggermi il post tipo domani, poi per curiosità guardo di cosa parla e in poche parole mi ritrovo Odeon, Italia 7 e Margheriti…oibò mi sa che cedo alla tentazione oggi stesso!!! 🙂

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  5. Giuseppe ha detto:

    Certi “giornalisti” avrebbero dovuto soltanto baciare il terreno dove Margheriti camminava, con tutto il suo impegno nel confezionare dei mediamente dignitosi prodotti di genere all’interno di un italica industria cinematografica che, purtroppo, i generi già li stava iniziando a emarginare, avviandosi lentamente ma inesorabilmente sulla china della tristissima attuale dicotomia cinema (non sempre) impegnato/cinepanettone alla faccia di tutti quegli spettatori costretti a fare salti mortali per poter (legittimamente) vedere altro… Tornando ad Arcobaleno Selvaggio, da fan di vecchia data dei mitici Professionals come avrei mai potuto perdermi un film dove Lewis “Bodie” Collins aveva un ruolo così ghiotto, (senza ovviamente nulla togliere al “pazzo” Klaus Kinski, a Lee Van Cleef e a Ernest Borgnine)? 😉

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Parliamo poi di film che incassavano, quindi c’era pubblico che li seguiva: i critici avrebbero dovuto ignorarli e dedicarsi al cinema d’autore (o presunto tale) e lasciare il divertimento agli spettatori. Invece si è preferito cancellare il genere in Italia e fare tutta una pastetta che non incassa manco a pagare gli spettatori per andare al cinema. Tanto che ci frega, paga lo Stato, che ha tanti soldi da buttar via…
      Questi film almeno non erano sovvenzionati dalle tasse, come tutte le buffonate italiane dagli anni Novanta ad oggi: erano prodotti che stavano sulle loro gambe ed erano competitivi a livelli internazionali.
      In fondo è questa la grande creatività italiana: distruggere tutto e poi chiedere soldi allo Stato…

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  6. Kuku ha detto:

    A proposito di Kinski e delle sue richieste di motivazione, mi viene in mente Dustin Hoffman all’inizio di Tootsie che si rifiutava di fare la scena come voleva il regista perché secondo lui non era logica. “Se sto morendo non posso andare al centro del palco”.
    E anche quando doveva fare una pubblicità travestito da pomodoro non gli andava bene perché non era logico che un pomodoro facesse quello che gli chiedevano.

    Se non altro il critico cinematografico ha definito il film “decoroso”. Non è cosa da poco. O forse gli standard del decoroso sono molto cambiati.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Infatti “da uomo” non lavorava, nel film: se non fosse stato un animale sforna-soldi, ambito da ogni produttore di filmucolo infinitesimale, Kinski non avrebbe mai potuto lavorare: al giorno d’oggi temo che non avrebbe trovato ingaggio neanche in uno spot! All’epoca bastava metterlo in locandina perché il film incassasse, quindi tutti i più minuscoli produttori lo chiamavano e gli tiravano pacchi di soldi, malgrado fosse noto a tutti il suo caratteraccio. Non credo oggi si potrebbe più fare, visto che quel tipo di cinema non guadagna più molto.

      Gli standard sono così bassi che già se il film italiano è a colori si battono le mani 😀

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