La Storia di Alien 9. Il cast (1)


9.
Il cast (1)
Sigourney Weaver

«Non volevamo scegliere una classica star», racconta il produttore Gordon Carroll nel documentario The Beast Within (2003), poi interviene Ridley Scott: «Quando incontri attori su attori e fai provini su provini, c’è sempre qualcuno che all’improvviso è perfetto: è lui. [Bang! That’s the one!]». Quel “lui”, quel the one, si chiama Sigourney Weaver.

I magnifici sette nello spazio (cit.)


Da zero a Ripley

«Hanno fatto il provino a un sacco di persone, ma lei era dinamite»
Ronald Shusett (2003)

«Ho fatto un ottimo film l’inverno scorso, intitolato La mappa del mondo, che sta per essere presentato al Toronto Film Festival: lo considero il mio lavoro migliore ad oggi». Questa affermazione rilasciata al giornalista Mitch Persons di “Femme Fatales” (gennaio 2000) fa capire quanto Sigourney Weaver consideri ben poco il corpus di opere che le ha dato fama imperitura. Citare quel piccolo film di Scott Elliott rende chiaro che l’attrice preferisce un cinema più ricercato, meno modaiolo e commerciale, e sicuramente come professionista preferisce ruoli che le permettano una prova attoriale più impegnativa. Da qui però a disprezzare i ruoli che le hanno donato notorietà e le hanno consentito la stabilità necessaria per focalizzarsi su piccoli film mi sembra esagerato, sebbene non sia certo raro.

Nella citata intervista – condotta in occasione del suo delizioso ruolo di Gwen DeMarco nel capolavoro sottovalutato Galaxy Quest (1999) – la Weaver ne approfitta per ricordare l’inizio della sua carriera, su cui è sempre stata straordinariamente silenziosa. Non lo fa “direttamente”, non è lì a condividere ricordi: visto che nel film di Dean Parisot ha interpretato un’attrice “incastrata” suo malgrado nel genere fantascientifico, si diverte a trovare analogie con la propria carriera.

«Volevo sviluppare questa donna al meglio perché ero molto intrigata da lei, così ciò che ho fatto è stato darle la mia stessa esperienza passata. Mi è stata offerta una grande parte in Io e Annie [1977], che ho rifiutato perché ero impegnata in una soap opera

Il ruolo che avrebbe dovuto essere di Sigourney Weaver

Scopriamo così che quello che da sempre era stato considerato un semplice cameo era invece nato come ruolo più corposo, a cui l’attrice ha rinunciato: probabilmente la soap a cui fa riferimento è “Somerset”, in cui la Weaver appare nel 1976. Sono informazioni vaghe, apparse su IMDb solo in tempi recenti e difficili da confermare, visto poi il decennale silenzio della Weaver su quel suo inizio di carriera. Di sicuro Woody Allen ha girato il suo film nel 1976: solo l’8 febbraio 1977 “Daily Variety” rivela il titolo definitivo di quello che era noto solo come “The Woody Allen Film”.

«La parte [in Io e Annie] era quella della ragazza della spiaggia che non aveva senso dell’umorismo: sai, la tipa delle aragoste. Visto che non potevo partecipare, Woody Allen mi offrì la particina di una delle persone alla festa. La mia battuta era quella famosa dal dipinto di Roy Lichtenstein, “Preferirei morire che chiedere aiuto a Brad”. Il mio agente era furioso, mi disse: “Sarai tagliata fuori da quel film!” Be’, non lo sono stata e le cose sono andate bene per me. Se a Gwen fosse stato offerto lo stesso ruolo credo che probabilmente in seguito ci avrebbe ripensato chiedendosi: “Che sarebbe successo se avessi accettato il ruolo più grande e se fossi diventata qualcuno come attrice, invece che come oggetto sessuale?”.»

Forse l’attrice si sta riferendo a qualche scena tagliata, perché la AFI (American Film Institute) nell’agosto 2009 ha postato sul suo canale YouTube un video in cui la Weaver aggiusta il tiro rispetto alle precedenti dichiarazioni:

«Il mio primo lavoro su schermo fu… Ero l’appuntamento di Alvy [il protagonista] alla fine del film: Diane Keaton era con Walter Bernstein ed io ero con Woody Allen. Sono ancora orgogliosa di quel ruolo, perché penso che Io e Annie sia un film così moderno.»

“Alvy’s Date Outside Theatre” è la definizione del suo ruolo nei titoli di coda del film, l’unico riconoscibile.

L’unica apparizione sicura di Sigourney Weaver in Io e Annie (1977)

Torniamo alla citata intervista di “Femme Fatales” in merito al film Galaxy Quest.

«Io ho avuto Alien e Gwen ha avuto la serie TV “Galaxy Quest”. Mi immagino il manager di Gwen che le dice: “Guarda, questa è una serie, metterà il tuo nome sulle mappe: ti renderà una star”. Quello è stato il suo bivio. Ha accettato la serie ed è stato il successo sperato, ma lei fa solo l’oggetto sessuale, un’immagine che non vuole.»

In mancanza di altre dichiarazioni, dobbiamo giocare a fare gli psicoanalisti della domenica: il pensiero che la Weaver affibbia al suo personaggio Gwen è una proiezione di ciò che prova lei? È contenta del successo della serie Alien, che l’ha resa una star, ma pensa che Ripley dia un’immagine di lei che non vuole? Purtroppo possiamo giudicare solo dai dati che abbiamo, e la risposta sembra essere “sì”.

da The Beast Within (2003), raccolto nel cofanetto DVD “Alien Quadrilogy”

«Recentemente ho partecipato ad una maratona dei film di Alien, e per tutto il tempo in cui sono stata lì seduta a guardarmi sul grande schermo – qualcosa che non facevo sin dalla prima uscita in sala dei vari titoli – mi sono ricordata di come mi sentissi a girare il primo film. Ricordo che ero meravigliata dalla mia buona sorte. Stavo lavorando con Ridley Scott, un regista che avevo ammirato. Veniva dal film in costume I duellanti. Giravo per i magnifici set di Alien pensando: “È fichissimo [This is so cool]: hanno costruito tutto per noi, non dobbiamo fingere niente…” Neanche per un secondo avevo pensato che era tutto per il film, non ero ancora entrata nell’ordine di idee.»

Quindi l’attrice nell’estate 1978 già “ammirava” un regista che nessuno conosceva prima del maggio 1977, e amava un film che nessun americano aveva potuto vedere prima del dicembre 1977 in sole sette copie per l’intero Paese? Mi permetto di dubitare di quest’affermazione, semplicemente la Weaver ha imparato ad apprezzare Scott dopo averci lavorato insieme e poi ha fuso tutto. Continuano le sue dichiarazioni a “Femme Fatales”:

«Essendo passati così tanti anni da quando avevo visto Alien – forse cinque, sette o dieci – ero in grado di guardarlo obiettivamente, semplicemente per la sua bellezza: è un film magnificamente girato. E tutti gli attori, e il resto… è grandioso. È davvero un pezzo di bravura attoriale. Sono successe tante cose nei successivi vent’anni, tanto che ne sembrano passati cinquanta dall’uscita di quel film: sembra così lontano.»

Raccontandosi a Susan Strong per il saggio The Greatness of Girls (2001) la Weaver indica nella sua professoressa di inglese Florence Hunt la persona che più l’ha influenzata ed ispirata, passando con lei molti sabato pomeriggio al cinema e accettando la sua spinta a sfruttare le sue potenzialità. Finita la Yale Drama School, Sigourney torna alla scuola media per ringraziare la Hunt ma è troppo tardi per trovarla ancora in vita: rimpiangerà per sempre di non averla potuta ringraziare.

Non è facile essere figlia di genitori famosi nel mondo dello spettacolo. Il padre, Sylvester L. Weaver jr., è stato un pioniere di quei late show che ancora oggi sono la colonna portante della TV americana: nel 1952 ha creato il “Today Show” che va in onda ancora oggi, e l’anno successivo il “Tonight Show” molto meno fortunato, ma antenato dei molti “figli” attuali. La madre, Elizabeth Inglis, è un’attrice della Royal Academy di Londra con anche esperienze nel cinema. Di nuovo, non è facile portare il cognome Weaver.

Elizabeth Inglis (mamma Weaver) nel ruolo di Amanda Ripley in Aliens: Special Edition (1999)

Durante la sua vita scolastica Sigourney ottiene molti ruoli recitativi in rappresentazioni scolastiche, ma data la sua altezza sono spesso ruoli maschili: proprio quello che agli occhi della ragazza sembra un difetto, sarà un elemento vincente per la sua carriera. «Portavo degli stivali con il tacco alto, sarò sembrata alta due metri», racconterà l’attrice, ricordando il suo provino. Questa come tutte le dichiarazioni e racconti che seguono, dove non indicato diversamente, sono tratte dal documentario The Beast Within (2003), unica fonte nota sull’argomento.

Siggy nel provino per Ripley, dal cofanetto Blu-ray “Alien Anthology (Limited Edition)” del 2010

Siamo all’incirca nel giugno 1978 e Ridley Scott ingaggia Mary Selway, direttrice del casting anche del suo I duellanti, ed inizia una serie di infiniti provini tra New York e Los Angeles in cui vengono ascoltati attori a valanga. La Selway sottolinea come non ci fossero indicazioni di scena e addirittura non era ancora chiaro quale personaggio sarebbe stato un uomo e quale una donna: insomma, si andava a braccio. Sigourney ottiene il provino e riceve il copione, ma non conoscendo i disegni di Rambaldi (sembra incredibile, ma cita proprio Rambaldi nel documentario del 2003, non Giger!) si immagina un alieno “vecchia maniera”: «una massa gelatinosa gialla che dava la caccia ai protagonisti, nulla di elegante». Si presenta all’albergo dove sono in corso i provini… sbagliando indirizzo. È venerdì pomeriggio, è tardi, perché non mandare tutto all’aria? Al telefono la sua agente insiste e l’attrice accetta di andare al provino, cambiando per sempre la sua vita.

Siggy nel provino per Ripley, dal cofanetto Blu-ray “Alien Anthology (Limited Edition)” del 2010

Ridly Scott ricorda che: «Incontrai Sigourney durante l’ultima serie di provini a New York. Mi avevano fatto il suo nome per un testo teatrale che aveva interpretato a Broadway. Era un vero astro nascente a Broadway. Non ho visto la rappresentazione ma la incontrai». A causa dei non eccellenti rapporti che dopo il film intercorrono fra i vari autori, è difficile capire chi precisamente ci fosse a quei provini: quando parla Scott, c’era solo lui e al massimo Alan Ladd della Fox; quando parla Carroll, c’erano lui e David Giler. Nei rarissimi casi in cui parla Walter Hill, c’era lui e forse Giler e Ladd. Nessuno di loro cita mai tutti gli altri, sempre solo un nome come compagno. Magari i provini sono stati più d’uno e non c’erano sempre le stesse persone, ma diciamo che i tre produttori, il regista e il dirigente Fox hanno avuto modo di vedere la sconosciuta Sigourney Weaver per la prima volta nei panni di Ripley. E tutti concordano di aver pensato immediatamente che il ruolo fosse perfetto per lei. «Mary [Selway] apre la porta, ed ecco Ripley. Una donna dall’aspetto eccezionale, alta, statuaria», è il ricordo di Gordon Carroll.

Provino per la scena di Dallas imbozzolato, cara a Scott ma poi tagliata

La Weaver è nervosa per il provino perché dovrà immaginare tutta l’ambientazione, invece essere così vicini all’inizio delle riprese (tre settimane) le regala un svolta inaspettata: «Facemmo dei provini sul set vero e proprio. Temevo che mi sarei ritrovata a fronteggiare una palma in un vaso, e a fare… [mima dei gesti di spavento] Lui invece [Scott] mi fece fare una vera prova, e gliene fui molto grata.» Ritrovarsi davvero fra le claustrofobiche pareti della Nostromo è un grande aiuto per l’attrice. Ricorda Scott: «Sigourney fu l’ultima ad essere scelta. I set in cui girai i provini erano quelli che stavamo costruendo: era la Nostromo. Non fu una cosa raffazzonata, erano quelli veri: erano favolosi.»

Tom Shone nel suo Blockbuster (2004) racconta che Scott, Giler e Hill sono rimasti colpiti dal provino dell’attrice: alla domanda «Che ne pensi?» [So waddaya think?] di Scott, il direttore della Fox Alan Ladd avrebbe risposto «Credo che assomigli a Jane Fonda»: pare non fosse un complimento. Ladd non è del tutto convinto ma mancando solo tre settimane all’inizio delle riprese ed avendo tutti i set pronti, la Weaver gira ulteriori provini direttamente immersa nelle creazioni di Giger, e visto che non vuole apparire “Jackie Onassis nello spazio”, mette insieme dei vestiti per assomigliare di più ad una piratessa. Consultatosi con le donne degli uffici della Fox, che apprezzano i provini, Ladd chiama la Weaver a New York dove la ingaggia per il ruolo: il compenso è di 33 mila dollari.

Tutte queste informazioni Shone afferma di averle ricavate da varie riviste dell’epoca – le stesse che sto usando io per questo speciale e che non riportano nulla del genere – ma soprattutto da una sua intervista all’attrice risalente al 1991, di cui purtroppo non dà alcuna coordinata. Tutto dunque rimane nel campo del plausibile, sia perché in The Beast Within (2003) Scott racconta in pratica la stessa cosa, sia perché nel cofanetto Blu-ray “Alien Anthology (Limited Edition)” del 2010 (grazie a Jacopo di Alien Universe Italia per la dritta) sono disponibili in forma estesa (erano già accennati in “Alien Quadrilogy”) i provini dell’attrice, compatibili con il racconto di Shone.

Siggy nel provino per Ripley, dal cofanetto Blu-ray “Alien Anthology (Limited Edition)” del 2010

È lecito pensare che questi provini rappresentino scene chiave che consentano al regista e ai produttori di capire se l’attrice sia valida, capace cioè di gestire momenti topici della storia. Quindi siamo autorizzati a pensare che Scott puntasse molto su scene poi in realtà tagliate: i provini della Weaver infatti riguardano la “scena d’amore” con Dallas (in realtà semplice confidenza tra due ipotetici amanti) e quella del ritrovamento di Dallas e Brett imbozzolati, entrambe scene “riapparse” solo nel DVD del 1999 come contenuto speciale. Questo inoltre ci fa riflettere su come il personaggio di Ripley del primo film sia stato drammaticamente ridotto rispetto a come era stato pensato, visto che in realtà ha pochissimo spazio e un numero limitato di interazioni con gli altri personaggi.

Provino per la “scena d’amore” con Dallas, cara a Scott ma poi tagliata

Cos’ha provato la Weaver durante la lavorazione? Dobbiamo aspettare il 2014 del corposo volumone Alien: The Archive per scoprirlo, visto che presenta una conversazione con l’attrice senza alcuna coordinata: siamo autorizzati a pensare si sia svolta nello stesso anno del libro.

«Ridley Scott è stato molto paziente con me. Ricordo che la prima settimana di riprese mi disse: “Sai, Sigourney, è meglio se non guardi in camera”. Avevo così tanto da imparare. Ma il bello di Ridley, di cui avevo completa fiducia, era che aveva un occhio speciale per il realismo. Sapeva cosa voleva e non mollava finché non riusciva ad ottenerlo, e questo suo pregio era perfetto per il film. Nessuno di noi attori sapeva cosa sarebbe successo, furono riprese molto difficili: credo che l’oscurità del materiale abbia influenzato sia gli attori che i tecnici, sebbene fossimo tutti emozionati per ciò che stavamo facendo.»

A parte qualche sprazzo come questo, nei precedenti decenni l’attrice non ha rilasciato alcun tipo di dichiarazione su Alien, i suoi seguiti e il suo personaggio, un “silenzio stampa” che solo in tempi più recenti si è iniziato lentamente a sciogliere. Le riviste di cinema di fantascienza del 1979 sono impazzite per Alien, con approfondimenti che a volte riempivano l’intero numero della pubblicazione: della Weaver non una sola parola, se non la menzione del suo nome. È naturale, era una emerita sconosciuta, al contrario del resto del cast con dei volti noti. Il problema è che solamente nel 1986, con l’uscita di Aliens, le riviste iniziano seriamente ad interessarsi della Weaver… e lei non ci sta. Quando quell’anno viene intervistata da “Playboy” – una rivista che ha ospitato un numero impressionante di grandi nomi dello spettacolo e della cultura in lingua inglese – tutto ciò che l’attrice sa dire di Aliens è che si è divertita a stare tanto tempo con la giovane Carrie Henn. Fine.

Il muro di silenzio con cui l’attrice si è tenuta lontana da Ripley si è iniziato a sgretolare solamente con l’uscita di Alien 3 (1992): ora la Weaver è co-produttrice della pellicola, ora guarda caso esce fuori una sua opinione su Ripley e ora guarda caso concede l’utilizzo della sua immagine. La mia ipotesi è che già all’epoca avesse capito che la saga aliena sarebbe stata l’unica sua fonte di guadagno sicura, in una carriera di ottimi film ma di ruoli non “monetizzabili”, ma è solo una mia opinione.

Perché aspettare il 2000 dell’uscita di Galaxy Quest per parlare degli inizi della sua carriera? Perché aspettare il 2003 di The Beast Within per fornire qualche vaga briciola dell’esperienza in Alien? O’Bannon e Shusett sono in tutti i documentari possibili e immaginabili e in tutte le riviste esistenti, da quarant’anni raccontano la stessa identica storia fino ad impararla a memoria, e sono solo autori del soggetto: perché Ripley, l’anima della saga aliena filmica, non è mai coinvolta? Solamente per il terzo e quarto film abbiamo dichiarazioni e storie dal set dell’attrice, in quanto co-produttrice e quindi molto interessata a raccontarsi ai fan.

I motivi “veri” di questo silenzio pluridecennale non possiamo saperli, ma dalle dichiarazioni di altri lungo tutta la saga un’idea possiamo farcela, sebbene solo dal secondo film in poi. Il film cioè in cui Ripley spara come fosse Rambo ma è interpretata da Sigourney Weaver, iscritta al movimento di limitazione delle armi. Inoltre l’attrice puntava molto sul “film di madri”, ma il montaggio cinematografico ha spezzato la storia: prima del 1999 nessuno saprà di sua figlia Amanda – a parte i fan che leggono fumetti e libri e i pochi fortunati possessori del Laserdisc del 1991 – e il gioco delle madri (una umana e una aliena) che combattono per i propri figli perderà forza, agli occhi della donna. Rimarrà solo uno dei più grandi film di fantascienza militare della storia, che scriverà i dettami del genere e che non invecchierà mai, visto che Cameron stesso l’ha ricopiato identico per Avatar (2009), semplicemente con più soldi. Tutto questo non piace alla Weaver: è l’unica ragione che so darmi che giustifichi un silenzio quarantennale sull’unico personaggio che le sopravvivrà. La Ripley del primo film però è molto diversa, molto meno “rambesca”: perché mai non parlarne? Spero che un giorno riusciremo a scoprirlo.

Nel 1987 Sigourney Weaver firmerà un contratto con la Fox per altri due film alieni, ma metterà bene in chiaro le cose: nel terzo non apparirà e nel quarto Ripley morirà. Le cose non andranno così. Nel film metanarrativo Hollywood brucia (1997) il personaggio di Jackie Chan dice: «Io non muoio. E se muoio, risorgo». La Weaver l’ha anticipato di alcuni anni… ma questa è un’altra storia.

(Continua)


Fonti:


L.

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24 risposte a La Storia di Alien 9. Il cast (1)

  1. Evit ha detto:

    Anche oggi ho avuto la mia dose di eroina.

    Siamo sicuri che la Weaver non sia così poco loquace per quasi TUTTI i film che fa, non solo Alien? E siano le nostre aspettative da fan alieni ad essere troppo alte ed essenzialmente un “ma perché non parla della cosa che io amo tanto???”

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Facilissimo, e non escludo che a forza di sentirsi ripetere le stesse domande da quarant’anni sia comprensibilmente stufa dell’argomento, ma una cosa è il fan che ti avvicina alla convention e ti chiede che mutande portasse Ripley, è una cosa è quando la Fox ti chiama a partecipare al documentario definitivo su Alien, della durata di 3 ore, e ti presenti dicendo due frescacce: avevo i tacchi alti. Uau!
      Sicuramente Siggy raramente si concede alle interviste, e lo fa solo quando è davvero coinvolta nel film – per Alien 3 e 4 bisognava scappare per non sentire sue dichiarazioni in merito! – eppure è innegabile che l’argomento alieno è taboo, per lei.
      Come vedremo, tutti gli attori del cast sono stati silenziosi sul film, c’è una qualche sorta di “maledizione di Alien” per cui ne parlano solo i tecnici e mai gli attori, ma visto che la Weaver oggi è la Weaver solo ed esclusivamente per la saga aliena, magari uno sforzicino lo potrebbe fare, e se partecipa ad un documentario sul film magari tre parole potrebbe pure dirle. Nessuno vuole sapere che mutande portasse Ripley, ma ci sarà stato un aneddoto sul set, qualcuno sarà inciampato, qualcuno avrà sbagliato in modo buffo una battuta: tutti gli attori hanno almeno un aneddoto a film, perché lei no?

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      • Evit ha detto:

        Anche perché sappiamo benissimo che mutande portasse in Alien 🤭
        Oltre al casting, all’esperienza con altri colleghi e troupe, non mi sorprende che abbia poco da dire sul personaggio in Alien, del resto un vero e proprio personaggio esiste essenzialmente solo da Aliens in poi.
        Riguardo agli aneddoti sul set evidentemente non dà importanza a queste cose, oppure è così lontano nella sua memoria, una cosa che i fan come noi che l’hanno visto 200 volte forse è difficile da immaginare. Su Aliens ne aveva qualcuno di aneddoto da raccontare, ricordo quello sul Power Loader e su Cameron (dalle interviste nel DVD) ma ricorderai anche (sempre dalle varie interviste) che, mentre Cameron rompe le palle a tutti, Scott era molto lontano dagli attori, più preoccupato con il girare il film e tutti i cazzi e mazzi tecnici delle riprese. Qualche attore era anche frustrato di questa sua non-interattività con il cast. Quindi l’esperienza di Alien da parte degli attori posso immaginarla come una serie di: memorizza le battute, trucco, gira la scena, passiamo alla prossima.

        Avevo domande simili riguardo a Tom Hanks in un film che adoro, L’erba del vicino di cui Hanks non ha mai rilasciato una singola parola dal 1989, al punto che alcuni fan sospettavano che Tom avessi avuto una pessima esperienza sul set o che in qualche modo rinnegasse quel suo ruolo. Sul set di Inferno di Ron Howard ebbi modo di sedermi per un’ora a parlare con un attore molto vicino a Hanks che scoprii essere anche lui un fan del film L’erba del vicino. Era l’ora di mettere fine a illazioni andate avanti per troppo tempo e gli chiesi se Tom aveva mai parlato del film almeno in privato e cosa ne pensasse. Ebbene Tom, mi disse, non ricorda quasi niente delle riprese di quel film, per questo non ne parla affatto. Il film lo girarono in tempi molto stretti e Hanks aveva appena finito le riprese di Big che sembra lo avessero stancato molto. L’aria disfatta e stanca che ha in L’erba del vicino rappresenta bene come si sentiva Hanks in quel periodo di riprese, accettò il ruolo solo perché non gli avrebbe richiesto molti sforzi recitativi. È bastato essere al posto giusto, seduto accanto alla persona giusta per svelare il motivo di tanto silenzio intorno a un film amatissimo da alcuni fan che per decenni hanno immaginato chissà quali ipotesi. Purtroppo ancora non mi è mai capitato di sedermi vicino ad un amico di Sigourney Weaver 😀

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Speriamo ti succeda 😛

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      • Evit ha detto:

        🤞🤞🤞
        (Sono uno che non fa le stesse domande che sono state chieste per 40 anni 😄)

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Per questo gli attori si creano risposte-copia-e-incolla, così appena l’Uomo-Fumetto di turno fa loro la domanda balzana hanno la risposta pronta: falsa, ma pronta.
        Quando qualche anno fa la Weaver è stata ospite del “The Graham Norton Show”, sembrava che la scena del chestburster di Alien l’avesse inventata lei: semplicemente sapeva che sarebbero arrivate domande solo su quel film ed era pronta: sorride, è amabile ma è chiaro che avrebbe voluto parlare di tutt’altro argomento.
        Ci sta pure che ancora oggi l’attrice non può dire ciò che pensa veramente di quei film, che sarebbe come sputare nel piatto in cui mangia, e visto che sta lavorando ai mille seguiti di Avatar non può raccontare le litigate con Cameron, quindi ci sta che nelle interviste è messa alle strette: per questo esistono le risposte-copia-e-incolla. Infatti per Alien 3 e Alien 4 ci sono fiumi di sue dichiarazioni, tutte straordinariamente simili: si era preparata il copione e l’ha ripetuto mille volte a mille riviste e documentaristi. Appena però l’argomento slitta sui primi due… so’ dolori…

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  2. Cassidy ha detto:

    La prima volta che ho visto “Io e Annie”, circa un milione di anni nel passato, alla scena del cinema mi sono detto: «Urca quella tizia è molto alta oppure lo sembra vicino a Woody?» (storia vera).
    Anche questa settimana post meraviglia, “Galaxy quest” è troppo sottovalutato e usarlo come leva per provare a capirci qualcosa non mi sembra affatto azzardato. Sigourney si è fatta strapagare da “Alien 3” in poi, e diciamo che ha imparato a voler bene a Ridley con il tempo, con Cameron invece così così. Ci vedo delle affinità con Jamie Lee Curtis, l’altra grande “final girl” che è diventata entusiasta di Halloween nei momenti di comodo. Cheers!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Infatti nelle interviste dell’epoca la Curtis lo diceva chiaro e tondo: basta con l’horror, ma che siamo matti? Vent’anni dopo sembrava la prima fan del ciclo e trent’anni dopo pare che l’abbia inventato lei 😀
      Da quello che si sa, lavorare con Cameron è leggermente impegnativo, e possiamo solo immaginare cosa succedeva quando la Weaver gli diceva le sue idee, su un film più umano e con meno guerra, spari e mostri… Qualcosa mi dice che nella Regina ci fosse Cameron stesso che così poteva menare l’attrice 😀
      “Galaxy Quest” è meraviglioso e non mi spiego il suo totale insuccesso: appena torneranno di moda gli anni Novanta sicuramente ne faranno il remake 😛

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  3. wwayne ha detto:

    Sono totalmente d’accordo sul fatto che spesso ai provini si capisce al volo quando un attore è perfetto per la parte. L’ho capito quando ho guardato il provino che Tom Hanks e Robin Wright sostennero per ottenere i ruoli di Forrest Gump e della sua amata Jenny: la chimica che c’era tra di loro si poteva toccare con mano, era evidentissimo che sostituendo anche solo uno dei 2 il film sarebbe venuto mille volte peggiore. Fermo restando che, con una sceneggiatura così brillante, Forrest Gump non sarebbe venuto fuori un brutto film neanche se al posto di Tom Hanks ci fossi stato io.
    Riguardo al fatto che Sigourney Weaver palesemente non ami il ruolo che le ha dato la fama, ti dirò che in realtà succede anche a molti altri attori. Loro ritengono di aver fatto tanti ottimi film, e si dispiacciono nel rendersi conto che al pubblico ne è rimasto impresso soltanto uno, come se tutti gli altri fossero merda di cane: di conseguenza arrivano a odiare il personaggio che gli ha dato notorietà, e tentano di prenderne le distanze in tutti i modi. Non si rendono conto che in questo modo passano da ingrati nei confronti di chi li ha scelti per quel ruolo, garantendo loro guadagni stellari e fama imperitura.
    P.S.: Sapevo che nell’ultima fase della sua carriera, a causa del suo alcolismo e del declino del western, Alan Ladd non aveva più recitato ad alti livelli. Ignoravo tuttavia che si fosse riciclato come addetto al casting. Tra l’altro in gioventù ha recitato in un western semplicemente gigantesco, Gli uomini della terra selvaggia: se non l’hai visto, te lo consiglio caldamente.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Si tratta di Alan Ladd jr., all’epoca a capo della Fox: ho scritto il nome “più corto” per comodità, avendolo presentato in precedenti puntate 😉
      Temo capiti molto spesso che il film della carriera di un attore non sia anche il film più amato, è un’amara verità, ed è più che sicuro che la Weaver abbia odiato profondamente il secondo film, ma essendo professionisti – e la promozione è parte integrante del mestiere – di solito si preparano qualcosa (o se la fanno preparare da consulenti) e se sono bravi partono dal film famoso per passare a quello che amano.
      Immagina Robert Downey jr. che nel milione di interviste che ha fatto si fosse sempre rifiutato di parlare di Iron Man: non ti sarebbe sembrato strano? Lui e gli altri della Marvel hanno davvero poco da dire, ma si sono preparati un po’ di cose e via. Se sono bravi, riusciranno anche a parlare d’altro.

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      • wwayne ha detto:

        Sarebbe il colmo se Robert Downey Jr. si rifiutasse di parlare di Iron Man, dato che quel personaggio l’ha risollevato dal buco di culo che era diventata la sua carriera dopo i problemi di droga avuti negli anni 90. La Marvel ha fatto la sua fortuna e lui ha fatto la fortuna della Marvel, è stato un matrimonio artistico semplicemente perfetto. Nel suo caso comunque è effettivamente vero che c’è tanto altro da apprezzare oltre ad Iron Man. Grazie per la risposta! 🙂

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Appunto, sarebbe strano: non solo per i fan ma per tutti. Dispiace dirlo, ma se non fosse stato per i quattro film alieni Sigourney Weaver non sarebbe una star, addirittura l’attrice più pagata per un ruolo, nel terzo film. Ha fatto tanti piccoli ottimi film ma nessuno le ha dato anche solo un minimo di notorietà.
        Anche ammettendo che sia ritrosa e non ami le interviste, quando però capita un decennale o un quarantennale, possibile non abbia dieci parole di circostanza da dire per ciò che le ha garantito fama imperitura? Quando era co-produttrice guarda caso non si sottraeva alle interviste e stava dappertutto: come si fa presto a guarire dalla timidezza…

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      • wwayne ha detto:

        Certo che l’hai proprio asfaltata Sigourney Weaver: nel post l’hai fatta passare da ingrata, nei commenti da opportunista… mi pare che tale fustigazione sia pienamente meritata, comunque. Buon fine settimana! 🙂

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Mi spiace aver dato questa impressione, mi sono limitato a segnalare un curioso fenomeno oggettivo: la prima sua intervista nota e corposa dove parla di Ripley risale a quando ha ricevuto il compenso più alto di Hollywood per interpretarla!!!
        Magari ora esce fuori un documentario dove parla due ore e racconta tutto 😀

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  4. Celia ha detto:

    Boh, io qui nella mia santa ignoranza “parteggio ” per la Weaver: penso che ognuno abbia diritto se non a schifare, a valutare anche negativamente una partecipazione, seppure questa gli o le abbia conferito fama imperitura e soldoni.
    Certo, il discorso è più complesso perché si parla non solo di sentimenti e opinioni ma anche della loro coerenza, ed è vero – ma anche molto umano – che spesso le carte si mescolano e ciò che ieri era nero oggi è bianco, o viceversa… magari senza che neppure chi lo dichiara se ne renda davvero conto.
    E’ facile a posteriori diventare ammiratori di Scott, o dire di un provino: ho capito subito che era quella giusta. Sono d’accordo con Wwayne, succede eccome – però alle volte la “conquista” non è così immediata, ma ci emoziona crederlo.

    Mi ha colpito, nella foto di scena di Io e Annie fuori dal cinema, la scritta riportata sopra: “Ophuls Prize”. Di nuovo, perdona l’ignoranza, è esistito o ancora esiste, magari, un premio cinematografico dedicato ad Ophuls?

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Il premio sembra esistere, anche se non ci avevo mai fatto caso: eccone un sito.

      La Weaver ha diritto a qualsiasi tipo di sentimento e non sappiamo neanche di che tipo ne abbia: da cronista però non posso raccontare una storia così complessa senza notare ciò che è oggettivo.

      Sembra che io voglia costringere l’attrice a lasciare dichiarazioni: come documentarista non mi interessa ciò che lei pensa di Ripley, ma sempre come documentarista è mio dovere sottolineare che al contrario dei suoi colleghi non ha rilasciato neanche una frase di circostanza – cosa che il suo mestiere prevede – finché non ha avuto un interesse personale per farlo. Se non ama concedere interviste, perché per il terzo e quarto film ne ha concesse mille?
      Non sto parlando da fan, sto parlando da cronista che sta raccontando una storia: così come ho riportato tutte le dichiarazioni rilasciate dai protagonisti, l’assenza di dichiarazion della Weaver andava fatta notare. Come specificato, del motivo del silenzio si possono solo fare ipotesi ed illazioni, ma che il silenzio c’è andava detto.

      Di attori che odiano i personaggi che li hanno resi celebri è piena Hollywood, non è questo il discorso: non sappiamo nemmeno se la Weaver odi Ripley, come specificato è solo una mia opinione basata “di rimbalzo” su vari fatti.

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      • Celia ha detto:

        Sìsì, io non penso che tu abbia dato della Weaver un’immagine da ingrata o altro, eh. Sei sempre molto chiaro e anche – con un termine che molti aborrono, e io invece trovo sacrosanto – neutrale.
        Ma il discorso-dilemma nasce spontaneo, e mi ci sono accodata 😉

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Onestamente non avevo mai fatto caso alla scritta, mi fermavo al titolo del film 😛

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      • Celia ha detto:

        Forse l’ho notato solo perché mi interessa lui 😉

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      • Giuseppe ha detto:

        Altra ipotesi: bando agli odi e snobismi personali, Sigourney (nome intero: se dico Siggy, mi viene automatica l’associazione al Sigmund Baginov di Nathan Never 😀 ) ha mantenuto il silenzio perché… perché non ha ancora trovato il cronista giusto con cui aprirsi davvero, ecco. Ragion per cui tieni bene d’occhio lo smartphone, che nei prossimi giorni una chiamata arriverà 😉
        Quella della relativa inesperienza che la portava di tanto in tanto a “guardare in macchina” la conoscevo, ma è ovviamente una semplice goccia del mare di aneddoti e testimonianze che potrebbe raccontarci, se mai un giorno decidesse di ridare importanza a quel periodo della sua carriera (consideri o meno Gwen una propria proiezione, rimane il fatto che è stato il genere fantastico a garantirle la celebrità)…

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Magari poi esce fuori una rivista d’annata tutta dedicata a lei, piena di interviste e aneddoti sul set, ma rimarrebbe comunque strano il silenzio con le altre riviste.
        Questo 2019 del quarantennale era un momento buono per dire magari quattro parole sul personaggio, invece delle due che finora ha dedicato. Invece niente: abbiamo ancora O’Bannon e Shusett che imperversano ovunque…

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  5. Willy l'Orbo ha detto:

    Altro, ennesimo, post di gran qualità e arricchito da vari rivoli narrativi (interviste, aneddoti, immagini, rivelazioni) uno più interessante dell’altro. Sono sempre stato un ammiratore di Alien ma col tempo il film medesimo è scalzato dai post…su Alien (i tuoi, of course 🙂 ). Poi si parla di Sigourney che, al di là di ogni retroscena od opinione post o pregressa, è…Alien! 🙂

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