La Storia di Alien 11. Mostri in azione (1)


11.
Mostri in azione

(parte prima)

«Uno degli ultimi giorni prima di lasciare l’Inghilterra, l’ultima scena che ho visto girare vede l’intera troupe con indosso un impermeabile, ricoperto di sangue dalla testa ai piedi. Gli attori camminavano sul set, vedevano la troupe così vestita e le apparecchiature coperte di plastica. Si rivelò una precauzione necessaria: non so come verrà sullo schermo quella scena». Così un affabile Dan O’Bannon stuzzica la curiosità del giornalista Dave Schow, che dovrà anticipare Alien nel numero dell’inverno 1978 della rivista specialistica “Cinefantastique”.

All’epoca l’ego di O’Bannon è ancora limitato al sistema solare, ma con il passare degli anni e raggiunta Andromeda il suo coinvolgimento in Alien crescerà sensibilmente: nel 2003 non solo andrà in giro a dire di aver scritto lui ogni aspetto del film… ma è suo anche il facehugger.


Lo “stringi-faccia”

Nel 2003, al momento di registrare l’audio-commento di Alien in occasione del cofanetto DVD “Alien Quadrilogy”, O’Bannon ormai ha maturato un livello di paternità del film che non ha eguali, ed esordisce: «Ho disegnato personalmente il facehugger» (So I personally designed the facehugger).

Stando al racconto di Dan, avrebbe chiesto a Ridley che forma volesse per la creatura, e il regista sfogliando i disegni spediti da Giger ha indicato una forma: «Sarai contento se assomiglierà a questo?», chiede Dan e, dopo la risposta affermativa, si va a sedere al tavolo da disegno. Lo scrittore ora vanta conoscenze artistiche sufficienti («I had artistic training») per concepire varie inquadrature della creatura tutto da solo, al massimo alla fine chiede al collega Ron Cobb – lui sì artista professionista – di dare un’occhiata per vedere se può migliorare qualcosa. Se può.

Il facehugger concepito da H.R. Giger nel 1978 e poi “migliorato” da O’Bannon

Non c’è bisogno di dire che il disegno di Dan piace subito e viene subito trasformato in modellino. Al momento di dipingerlo, però, O’Bannon scopre una sua nuova professionalità in cui eccelle, quella cromatica, e decide che è molto meglio non dipingerlo: fa più paura un essere alieno la cui pelle ha lo stesso colore di quella umana. (Ovviamente dei bianchi!) Tante cose fanno paura, in questa storia, ma poche hanno a che vedere con la creatura aliena…

Come abbiamo visto in questo speciale, spesso i protagonisti nel corso dei decenni arrivano ad aumentare parecchio la considerazione di sé stessi e ad aumentare qualcosa di comunque esistente. Di sicuro O’Bannon ha fatto da ponte tra l’illustrazione spedita dalla svizzera da Giger e l’esecuzione pratica, cioè la creazione del modellino utilizzato poi nel film: semplicemente il suo ego lo spinge a parlare in modo che sembri una sua creazione ciò che semplicemente ha dato una mano a sviluppare.

Quando David Houston della rivista “Starlog” nel settembre 1979 va a trovare Giger e si fa raccontare tutti i suoi lavori per il film, possiamo avere uno sguardo sulle vere origini della creatura.

«Ho lavorato come industrial designer a Zurigo, così quando mi hanno detto cos’avrebbe fatto l’alieno sono riuscito a vedere la bestia in termini di funzionalità. Ho disegnato il facehugger con una coda molto mobile, così che potesse lanciarsi fuori dall’uovo». Un bozzetto mostra un pupazzo a molla che esce da una scatola, a suggerire l’azione. «Ed ha due grandi mani per afferrare la testa dell’uomo. È un essere pratico e funzionale.»

«Abbiamo avuto dei problemi, quindi ho impiegato la maggior parte del tempo a lavorare all’uovo e all’alieno adulto. Avevamo Roger Dicken a costruire il facehugger e il chestburster, ed ha fatto un lavoro splendido. Sembrano fuoriuscire dai miei disegni. Ma anch’io ho fatto un facehugger. Ha uno scheletro interno che si può vedere attraverso una pelle traslucida. Ma non c’era tempo per finirlo. Penso che quello che abbiamo ora sia davvero buono», Aggiunge soddisfatto. «È davvero orripilante!»

Nel 2003 del documentario The Beast Within Giger aggiunge che aveva posizionato le “mani” del facehugger sul davanti «ma poi Dan O’Bannon le disegnò sui lati: in effetti andava meglio»: abbiamo dunque la conferma che effettivamente Dan ha ridisegnato la creatura, anche se nel suo racconto sembra tutto frutto di una sua idea.

Quando il maestro Ray Harryhausen sbarcò in Inghilterra per recarsi agli Shepperton Studios e lavorare agli effetti speciali del film L’isola misteriosa (1961), non sapeva che avrebbe cambiato per sempre la vita del giovane Roger Dicken, che da quel giorno entrò nel grande mondo degli effetti speciali, giusto in tempo per disegnare il paesaggio lunare visto in 2001: Odissea nello spazio (1968). Quando vennero a proporgli La terra dimenticata dal tempo (1974), l’animazione stop motion resa immortale da Harryhausen non andava più di moda (come scoprì O’Bannon qualche anno dopo) e gli chiesero se fosse in grado di creare dei dinosauri che si muovessero “dal vivo”: pur non contento, Dicken l’ha fatto, dimostrando di essere molto più all’avanguardia di quanto egli stesso volesse.

Quando Alan Jones di “Cinefantastique” nell’autunno del 1979 lo raggiunge a casa sua – in una casa antica chiamata Pellucidar, situata in un villaggio del Berkshire – Dicken lo guida in cantina, in un meandro di mostri fatti da lui: dallo scheletro de Il terrore viene dalla pioggia (1973) alla piovra de I signori della guerra di Atlantide (1978). Al giornalista mostra le due creature che ha costruito – ed animato, malgrado quest’ultima mansione non gli sia stata riconosciuta nei crediti del film – cioè il facehugger (“stringi-faccia”) e il chestburster (“spacca-petto”), nomignoli affibbiati già in fase di pre-produzione e poi rimasti ad indicare le due forme embrionali dell’alieno adulto.

«Non ho mai lavorato così tanto per un risultato così piccolo», commenta Dicken tra il serio e il faceto, ricordando una lavorazione non molto piacevole, visto che sul set la sensazione era che nessuno sapesse bene cosa volesse, quindi c’era tanta incertezza e frustrazione. Ricorda di aver iniziato a costruire il facehugger nel suo laboratorio sin dal febbraio 1978 (quindi appena Scott è entrato nel progetto), con i disegni di O’Bannon freschi freschi, e ogni tanto Scott si presentava a fare modifiche. Alla fine il modello è pronto e serve una dimostrazione.

«Mi presentai allo studio alcune settimane prima delle riprese portando una bozza di zampa aliena e un pezzo di metallo, per fare una dimostrazione ad uso dei produttori. Tagliai la finta zampa, ne uscì del liquido che finì sul pezzo di metallo, che gorgogliò ed iniziò a fondersi: rimasero sbalorditi, ma alla fine non mi chiamarono ad usare il mio metodo nel film. Quello che vedete nella scena sono diluenti di cellulosa gettati su quello che sembra essere polistirolo: non avete davvero la sensazione del “sangue che scioglie il metallo”.»

Roger Dicken con le sue creazioni, da “Cinefantastique” (autunno 1979)

In The Beast Within (2003) Ridley Scott racconta di essersi rivolto ad un «ottimo pescivendolo di Shepperton, che aveva ostriche, altri molluschi e vari tipi di pesce, ordinai un po’ di storione e del caviale: chiesi ai ragazzi di costruire una coppa, un contenitore in gomma che poi era il facehugger con il pungiglione, la coda da manta e le mani», così da avere degli “organi interni” che Ash potesse analizzare nella sua autopsia.

Un’autopsia aliena parecchio puzzolente


Lo “spacca-petto”

«L’importante era recitare la scena come se dopo non dovesse succedere niente. Ma credo che nessuno capisse davvero cosa stava per succedere, nemmeno gli attori. Anzi, ne sono sicuro: sapevano quello che stava per accadere, ma il modo in cui accadde fu uno shock tanto per loro quanto per il pubblico.» Così il montatore Terry Rawling ricorda, nell’audio-commento del film contenuto nel cofanetto DVD “Alien Quadrilogy” (2003), la scena più celebre di Alien: non solo perché – come abbiamo visto – è la scena che ha spinto a realizzare un film che mai sarebbe stato preso in considerazione, ma anche perché è l’unica che in quarant’anni sia stata sempre citata da critici e giornalisti. E purtroppo anche dai fan, che troppo spesso dimenticano tutte le altre scene del film.

Intervistato da Ed Sunden II della rivista “Fantastic Films” (settembre 1979), O’Bannon fornisce una testimonianza diretta del giorno in cui è stata ripresa la scena del chestburster.

«Io ero lì, a guardare quella scena, e mentre la Fox lo bacchettava perché era troppo lento lui [Ridley Scott] si prendeva un’intera giornata per girare un’unica sequenza brevissima. Io ero lì e loro avevano tre cineprese impostate per poter catturare la scena da ogni angolazione, e tutte le cineprese erano coperte da teli di plastica.

Le lenti erano ricoperte da vetro ottico come le telecamere subacquee e sia Ridley che il direttore della fotografia, così come tutti i tecnici, indossavano impermeabili tirati su fino al collo. Ci vollero tre o quattro ore per preparare l’attore coinvolto nella scena [John Hurt], perché c’era della roba meccanica da sistemare. Intanto gli altri attori non erano sul set: non so dove fossero, avevano una stanza in cui gli attori potevano aspettare e parlare fra di loro. Poi li fecero arrivare quanto tutto era pronto. Tutto ciò che loro fecero fu di camminare, guardare tutti quegli impermeabili, quelle macchine idrauliche e quei teli di plastica.

Guardai Sigourney Weaver, che era la protagonista, vidi la sua faccia mentre si guardava intorno, e sembrava un po’ spaventata. Gli attori sembravano molto a disagio quando videro la scena, perché sembrava che si stessero preparando per un’eruzione vulcanica. Non so se lasceranno quella scena nell’edizione definitiva del film, diventano parecchio fifoni in sala di montaggio.

La quantità di sangue era ineguagliabile. Vidi Veronica Cartwright venire ricoperta di sangue dalla testa ai piedi ed urlare come una matta, poi cadere indietro su un tavolo tenendosi la testa. Due persone la presero e dovettero aiutarla ad uscire dal set, che le tremavano le gambe. Era inzuppata, con tutti i vestiti appiccicati a lei, e i capelli bagnati di rosso: era davvero vicina ad un attacco isterico.

Probabilmente la scena più iconica di Alien

Venti minuti dopo tornarono, l’avevano lavata e sistemata, dandole un duplicato del costume e lei sembrava la stessa, ma un po’ più impaurita. Io andai da lei e le dissi: “È stato davvero grandioso. Stavi recitando?” Lei mi guardò e rispose: “Be’, sono uscita un po’ di testa”. L’ho vista ne L’invasione degli ultracorpi (1978), che è appena uscito: non ho fatto in tempo a vederla lì, prima di Alien. Era una dei migliori attori di quel film.»

Di sicuro la più citata in quarant’anni (Scena tratta dalla serie TV “Life in Pieces“)

Nel citato audio-commento del film Tom Skeritt confessa di essere rimasto a guardare Scott preparare la scena, quindi aveva «una vaga idea di come si sarebbe svolta», mentre gli altri attori furono espressamente tenuti chiusi nei camerini, come spiega Veronica Cartwright. «L’espressione di Veronica è autentica: non sapeva cosa stesse succedendo», ci informa Skerritt. «Mi dissero che mi sarei sporcata un po’ di sangue», interviene Cartwright, «ma me ne arrivò un getto in faccia». A detta di Skerritt, non fu casuale, bensì una specie di “trappola” per l’attrice perché contavano molto sulla sua reazione spontanea, che infatti è diventata leggendaria. Racconta Cartwright in The Beast Within (2003):

«Mi chiedono sempre se sapevamo cosa sarebbe successo. Avevamo letto il copione, sapevamo che questo mostriciattolo doveva saltar fuori.»

Interviene Sigourney Weaver:

«Sapevamo quello che c’era a copione, sapevamo del chestburster, e della battuta di John: “Ohmiodioooooo…” con un un’unica parola lunghissima. Arrivati sul set, non facemmo prove, il che fu emozionante. Avevano tutti degli impermeabili scuri e Ron Shusett e Dan O’Bannon se ne stavano in disparte… come due bambini prima di Natale.»

Ecco anche O’Bannon:

«Fecero una strana faccia, una volta entrati. C’era John Hurt sdraiato sul tavolo, tutto pieno di tubicini, tutti quanti avevano addosso delle tute, e quando gli attori videro tutta quella roba… Io li guardai: rimasero a bocca aperta. Spalancarono gli occhi e cominciarono a guardarsi in giro.»

La palla torna a Veronica:

«Nella scena successiva, io e Sigourney dovevamo aver visto il mostro, così chiedemmo di vederlo, dicendo: “Dovremmo sapere almeno com’è questo coso, se dobbiamo averci a che fare”. Perciò ci portarono dove realizzavano i pupazzi e furono molto gentili. C’era questa specie di pene con i denti e il tizio ci diceva: “Guardate, è grandioso: visto come respira? E poi i denti vanno dentro e fuori…” Ce lo descrisse tutto, anche se era ancora incompleto. “Ok, grazie”.»

Roger Dicken e il chestburster

«Ci convocarono per le otto del mattino, mi pare. Passarono tre, quattro ore. Harry se ne stava nel corridoio a suonare, eravamo andati a pranzo, eravamo rientrati ed eravamo ancora lì, a chiederci cosa diavolo stesse succedendo. Quando alla fine entrammo sul set, era tutto coperto con dei teli di plastica, c’erano degli enormi secchi di frattaglie e una puzza spaventosa di formaldeide. [Scott] Ci disse: “Dunque, il mostro gli squarcerà il petto, ma cominciamo subito con la scena”. E il tizio degli effetti speciali: “Ti schizzerà un po’ di sangue addosso”. E io: “Ok”. Cominciammo, John fingeva di star male e tutti quanti eravamo chinati su di lui, e all’improvviso Ridley gridò: “Stop!” Si erano accorti che non riusciva a squarciare la maglietta in quella prima scena.»

Ripresa fallita, perché il chestburster non riesce a strappare la maglietta di John Hurt
da The Beast Within (2003), ripresa anche da Memory (2019)

Interviene John Hurt:

«Quella mattina c’era un certo fermento sul set, perché tutti sapevano che quella sarebbe stata la scena clou: credo che nessuno immaginasse che sarebbe diventato un classico. Avevano pubblicizzato il fatto che il cast ignorava cosa sarebbe successo, ma ovviamente sapevamo che l’alieno sarebbe arrivato in quel modo: non sapevamo, però, che sarebbe stato accompagnato da piccole esplosioni e che nel momento in cui schizzava fuori, ci sarebbe stato uno scoppio fragoroso e sangue ovunque.»

Cartwright continua il suo racconto:

«Quindi ricominciamo. Chi chiniamo tutti in avanti, a guardare… Ed ecco che salta fuori quel coso. Era la prima ripresa, la nostra reazione era spontanea. Quando schizzò fuori quell’affare mi colpirono con uno spruzzo di sangue finto: era come un getto di sangue vero. Mi presero totalmente alla sprovvista, andai a sbattere contro una panca e caddi all’indietro, con gli stivali da cowboy per aria. Mi voltai e vidi che stavano ancora girando (ride): mi rialzai e continuai a recitare.»

Sequenza poi tagliata in fase di montaggio. Parte lo schizzo di sangue…

Ian Holm capisce la situazione e se la svigna…

Veronica Cartwright rimane sola a beccarsi il fiume di sangue…

La scena dello strillo che, unica della sequenza, entrerà nel montaggio finale

Scivola sul sangue e cade a gambe all’aria…

… rialzandosi quando capisce che stanno ancora girando.

Il bilancio è che l’inconsapevolezza degli attori forse è stata un po’ montata ad hoc, visto che indicativamente sapevano bene cosa li aspettava, visto poi che per problemi tecnici con il chestburster si sono dovute fare varie prove, ma di sicuro non pensavano che sarebbe stata una scena letteralmente “esplosiva”, con un’inondazione di sangue tale che era necessario girare tutto in un solo ciak. Ma… è andata così?

Nell’audio-commento, Harry Dean Stanton ricorda due o tre riprese della stessa scena, ma si intromette lapidaria Veronica Cartwright a ribadire quanto da lei sempre affermato: è stata fatta un’unica ripresa, dove lei si mostra in stato di shock assoluto. Quando nel gennaio 1999 Ridley Scott incide l’audio commento in vista dell’edizione DVD del 25° anniversario del film, sembra confermare questa versione: «Abbiamo fatto tutto in un ciak, ma con cinque o forse quattro cineprese, con tutte le inquadrature pronte.» Nel 2003 di The Beast Within conferma: «Questa scena avrebbe creato un tale caos che sapevo di poterla girare una volta sola.»

Una delle prove con il “finto Kane”

La forma del chestburster è ispirata ad un quadro del pittore Francis Bacon, come conferma Giger nel documentario The Beast Within (2003):

«Fu Ridley Scott a dirmi di questo quadro del 1946, una crocifissione, in cui uno degli esseri ritratti è un ammasso di fauci, carne: voleva che il chestburster fosse così. Feci qualche disegno: sembrava un pollo spennato, non ero soddisfatto.»

Stando all’artista svizzero l’avrebbe rielaborata fino ad ottenere l’essere visto su schermo, ma Ridley Scott racconta invece che delusi dal “pollo spennato” dei disegni di Giger si siano affidati a Roger Dicken per creare da zero il chestburster.

A sinistra: Uno dei Three Studies for Figures at the Base of a Crucifixion (1944) di Francis Bacon
A destra: Il “pollo spennato” di H.R. Giger per il chestburster, ovviamente rigettato
L’immagine contrapposta è presa dal sito “Aliens Explorations

Dicken, che questo 2019 compie 80 anni, forse andrebbe ricordato molto di più nei documentari su Alien, visto che ha regalato all’immaginario fanta-horror due dei più spaventosi mostri mai concepiti. In realtà sarebbero tre, ma per colpa dell’indecisione (racconta Dicken nella citata intervista) i produttori non gli hanno consentito di gestire l’alieno adulto. Anche perché Dicken gli aveva costruito una coda, e non va bene: l’alieno non doveva avere coda. Anche se poi alla fine ce l’ha… Nel caos più totale, la situazione si fa insostenibile e Dicken scrive una lettera ai produttori con cui rinuncia ufficialmente alla creazione dell’alieno adulto.

«Dicevano che stavo affossando il film, ma risposi onestamente che non ero disposto a subire un esaurimento nervoso costruendo una creatura di cui non avevo la benché minima idea.»

Dopo aver contribuito al modellino del film Il serpente alato (Q, 1982) curato degli effetti speciali per il film Miriam si sveglia a mezzanotte (The Hunger, 1983) di Tony (lo Scott giusto), l’artista degli effetti speciali abbandona il cinema: forse perché non era un ambiente adatto a lui, o forse perché il cinema non sembra aver più bisogno di mostri di gomma…

Il chestburster: figlio del “figlio” di Ray Harryhausen

(Continua)


Fonti:

  • The Beast Within: The Making of “Alien” (2003), videodocumentario scritto e diretto da Charles de Lauzirika per la 20th Century Fox Home Entertainment e distribuito all’interno del cofanetto DVD “Alien Quadrilogy”.
  • David Houston, H.R. Giger: Behind the Aliens Forms, da “Starlog” n. 26 (settembre 1979)
  • Alan Jones, Roger Dicken: Creator of Small Alien Forms, da “Cinefantastique” volume 9 numero 1 (autunno 1979)
  • Ed Sunden II, Dan O’Bannon on Alien, da “Fantastic Films” n. 10 (settembre 1979)
  • Dave Schow, Dan O’Bannon, da “Cinefantastique” volume 8 n. 1 (inverno 1978)

L.

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10 risposte a La Storia di Alien 11. Mostri in azione (1)

  1. Cassidy ha detto:

    Dan O’Bannon in versione Pippo Baudo («L’ho inventato io!») è una nota di colore in quello che potrebbe essere il post definitivo sull’ultima cena di Kane, forse una delle scene più iconiche della storia del cinema, raccontata in maniera completa e inedita, perché in tanti l’hanno raccontata, ma qui si vola alto. Ian Holm era perfettamente calato nel ruolo bisogna dire, nel momento del casino lui, si defila 😉 Cheers!

    Piace a 1 persona

  2. Kuku ha detto:

    Ma che triste la vicenda di Dicken: tanto talento non utilizzato! Anche il liquido friggente che fuoriesce dalla zampa…perchè non lo hanno usato?
    Ian Holm che si defila è proprio divertente, dai, non la tiene nemmeno su la povera Veronica!
    La megalomania di O’Bannon è esilarante! Ma quando fanno un film su di lui??

    Piace a 1 persona

    • Lucius Etruscus ha detto:

      Sarebbe un personaggio perfetto per un film, soprattutto quando viene a contatto con eghi altrettanto grandi come quellid i Scott e di Hill: scontro di titani! ^_^
      Holm non è stato affatto cavaliere: almeno una mano alla collega a rialzarsi gliela poteva dare 😀

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  3. Willy l'Orbo ha detto:

    Curioso come sempre, ho dato un occhio prima della lettura e non ho potuto resistere ad una carrellata delle immagini come “aperitivo”…notevoli! Già solo con quelle e con le didascalie ci si lecca i baffi! (dopo esserseli ripuliti dal sangue) 🙂

    Piace a 1 persona

  4. Jena Pistol ha detto:

    Tutto bello quello che scrivi,ma quello che stà una spanna sopra a tutto sono le mirabolanti avventure di O’Bannon,e,pensando a queste ricostruzioni spero ancora nel documentario definitivo su questo film,è sconcertante che abbiano fatto cosi tanti documentari e ancora oggi le cose non siano raccontate in maniera limpida,il tuo lavoro da archeologo dovresti farlo girare anche laggiù in America,metti che, anche grazie a te,nel cinquantesimo anniversario avremo finalmente il documentario definitivo chissa ?

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Ti ringrazio, apprezzo il complimento ma temo che sarebbe impossibile fare un documentario con dei protagonisti che si accusino a vinceda e che dimostrino una tale manifesta megalomania: di solito i documentari sono elogiativi, non critici. Mentre essendo il Zinefilo un esterno può citare fonti e dichiarazioni senza preoccuparsi di dispiacere ai protagonisti, che oggi magari non vorrebbero si sapesse ciò che hanno detto un tempo 😛

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      • Giuseppe ha detto:

        Ma siccome un tempo l’hanno detto, quello che hanno detto rimane nel tempo e il Zinefilo ne è l’implacabile testimone 😜
        La scena in sala mensa è diventata giustamente famosa (anche per quella spontanea scivolata di Veronica Cartwright, che ha mille volte più senso delle sanguinolente scivolate da gag malriuscita tipiche di Covenant) mentre ingiustamente dimenticato ne è stato proprio il principale responsabile, e cioè lo stesso Roger Dicken che già aveva dato le sue creature in scala 1:1 al cinema di genere, compresi quei dinosauri ne “La terra dimenticata dal tempo” ben poco amati (assieme al successivo King Kong di Rambaldi) da un Ray Harryhausen che -comprensibilmente- vedeva in loro il tramonto di un’epoca…
        P.S. Io mi sono sempre voluto illudere che gli “organi interni” di quel facehugger fossero di gomma come il resto dell’organismo che li conteneva, e invece 😉

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        “La terra dimenticata dal tempo” è stato un grande amore di gioventù, anche se non ho mai rinnegato la stop motion, cuore pulsante del cinema della meraviglia. Incredibile come gli anni Settanta siano stati un momento di dolorosa trasformazione del cinema e come si siano scontrati degli artisti con concezioni così profondamente diverse di quell’arte.

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