Ninja: il Castello dei Gufi (1963)

Inizia la settimana di Natale e le visite del blog sono crollate: tutti i passanti sono giustamente impegnati con dolci e visite ai parenti, quindi siamo rimasti giusto noi intimi irriducibili. Perché allora non approfittare del “mese ninja” – in omaggio al romanzo Il Professionista. Ninja Mission di Stefano Di Marino, questo dicembre in edicola (e sempre in eBook) – per inaugurare un “Natale Ninja“?
Una settimana (o quasi) di guerrieri dell’ombra per dare un’occhiata ai vari incredibili modi con cui sono stati trattati questi strani personaggi nati negli anni Cinquanta.
Torno ad attingere al mio saggio digitale per presentare uno dei più intensi e soprattutto rappresentativi film mai prodotti per illustrare il fenomeno ninja: Il castello dei gufi (1963), che cito in italiano ma ovviamente è sempre stato inedito da noi.


Da spia ad eroe:
nascita di un falso storico

Riassumo brevemente quanto nel mio citato saggio ricostruisco più ampiamente. I ninja a malapena sono riportati dalle cronache storiche giapponesi perché personaggi odiati, sgradevoli, ignobili e indegni di menzione. Se un ninja veniva scoperto e catturato poteva venire spellato vivo: non erano eroi, non erano guerrieri, non erano personaggi da citare nelle ballate. Erano spie ed assassini prezzolati, la feccia del Giappone medievale.
L’esplosione delle arti marziali codificate nel Giappone di inizio Novecento ha fatto riscoprire il ninjutsu con tanti che all’improvviso si sono detti antichi depositari di un’arte marziale ben poco nota fino ad allora, e la figura del ninja la si poteva ritrovare nei romanzi storici dell’epoca, ma tutto cambia con la Seconda guerra mondiale.

Il 15 agosto 1945 il Giappone accetta la resa e gli Stati Uniti iniziano una politica egemonica nei confronti del Paese, con l’intento di strappare ogni scintilla di quell’assolutismo che aveva portato alla guerra. Così la popolazione prima è stata massacrata dalla guerra, poi viene oppressa da un nemico invasore.
Resosi conto che la Russia comunista è un pericolo ben maggiore del Giappone, e che anzi quest’ultimo è un Paese perfetto come avamposto da armare, l’America cambia subito strategia e prende accordi con i potenti nipponici per aprire basi e portare armamenti: proprio quei potenti che avevano portato il Giappone in guerra, affamando ed uccidendo la popolazione, ora stringono le mani all’odiato nemico e si arricchiscono sulle tombe dei morti di fame.

In questo momento di profonda frustrazione e oppressione, la letteratura popolare ha il compito di dare ai lettori quello che nessun potente è disposto a fornire: giustizia. È il momento che dalle macerie di una guerra voluta da biechi potenti, e vinta da stranieri oppressori, sorga un eroe che finalmente prenda le parti del popolo sottomesso: nasce così, in questo preciso momento, quella figura apocrifa che noi ancora oggi chiamiamo ninja.
Non più spia. Non più assassino prezzolato. Non più odiosa feccia contrapposta ai nobili samurai e shôgun. Sono gli anni Cinquanta, il popolo vuole giustizia contro i ricchi… e i ninja d’un tratto diventano gli eroi del popolo. Eroi proletari contro il padrone oppressore.

Nel 1958 Yamada Fûtarô pubblica il romanzo Kôga ninpôchô, primo di una serie di ninpôchô (“racconti magici di ninja”) dedicati a figure più o meno storiche del medioevo nipponico: in seguito ne verrà tratto un manga da cui la serie animata Basilisk: i segreti mortali dei ninja e nel 2005 il film Shinobi. La spada contro il cuore.
Le vicende melodrammatiche e mariomerolesche di giovani ninja in amore fanno da contraltare allo stile narrativo di Tomoyoshi Murayama, che dal 1960 pubblica a puntate su una rivista dall’esplicativo titolo “Bandiera rossa” le avventure di Goemon: celebre ladro storico ben noto alla letteratura che ora viene rivisto sotto la lente della sinistra giapponese, diventando paladino del popolo contro i ricchi crapuloni. Il successo è sterminato.

Il cinema non può ignorare il fenomeno di un’intera popolazione che premia ogni storia che parli di ninja giustizieri, paladini proletari contro ricchi ingordi. È il momento di scrivere le regole del cinema ninja.


Passeri ninja
nel castello dei gufi

Nel 1959 Shiba Ryôtarô esordisce con il romanzo storico con cui sarà maggiormente ricordato, Fukurô no shiro (Il castello dei gufi): chissà se, alla sua pubblicazione, il romanzo sarà finito nelle mani di un romanziere che, per tre giorni di quel 1959, si trova a Tôkyô per conto del giornale “The Sunday Times”, un inviato speciale che in seguito è il primo a far conoscere i ninja in Occidente. Un giornalista-romanziere di nome Ian Fleming
Nel 1960 il romanzo di Shibata vince il Premio Naoki e, una volta esploso il fenomeno ninja, il suo “castello dei gufi” diventa un cult movie destinato ad un duraturo successo, almeno nei Paesi in cui è stato distribuito. (Ovviamente non in Italia.)

Uno dei padri nobili del fenomeno ninja

Ninja hicho fukurô no shiro (忍者秘帖・梟の城, 1963), distribuito a livello internazionale come Owls’ Castle, si apre con una breve introduzione sul celebre evento storico del massacro ordinato da Oda Nobunaga ed eseguito dal generale Hideyoshi: fra i pochi superstiti, c’è Juzo che giura la vendetta del clan Iga nei confronti di chi gli ha sterminato la famiglia. Passano dieci anni, Oda viene ucciso ed Hideyoshi prende il potere, ma nutre l’ambizione di conquistare la Corea e così facendo si inimica la classe mercantile, che vedrebbe svanire i propri commerci con l’estero. Juzo prova più volte ad uccidere Hideyoshi, finché il suo vecchio maestro lo mette in contatto con Imai, ricco mercante che “sponsorizzerà” la vendetta del ninja. Ma chi c’è dietro Imai? Juzo ne è sicuro: il potente Tokugawa, che vuole liberarsi del rivale Hideyoshi e prenderne il posto allo shôgunato.
Come si vede, la ricostruzione storica dei celebri eventi legati alla storia dei veri ninja si fonde con vicende moderne: nell’immaginario collettivo giapponese sono stati i ricchi mercanti a portare il Giappone in guerra con l’estero, e sono gli unici che ci hanno guadagnato mentre la gente moriva.

Sembra il Medioevo, ma sta parlando degli anni Cinquanta

Il regista Eiichi Kudo racconta a Chris Desjardins nel 2005 (in Outlaw Masters of Japanese Film) che proprio come Shinobi no mono era basato su un romanzo («[di un autore] comunista che apparteneva ad un gruppo radicale, e i cui libri erano realistici e storicamente accurati»), anche il suo Castello dei gufi è basato su un lavoro di finzione, ma più mainstream. «Lo script originale era molto differente […], il romanzo di Shiba ha più la forma del “diario ritrovato” ed è attento alle osservazioni sociali. Il mio film, alla fine, è una libera interpretazione del romanzo».

È il momento che le vittime pretendano giustizia…

Quelle che nel titolo sono presentate come “Cronache segrete ninja del Castello dei gufi” tutto hanno tranne che l’aspetto di una cronaca medievale: è un profondo atto d’accusa alla classe dirigente del Giappone, che si arricchisce sulla pelle della povera gente. Non è un caso che l’attore protagonista Ryûtarô Ôtomo, volto notissimo al grande pubblico, proprio nel 1959 abbia rispolverato un personaggio caro alla letteratura pulp giapponese: Kaiketsu Kurozukin (“Il Grande Cappuccio Nero”). Vestito da ninja di tutto punto, il giustiziere mascherato viaggia a cavallo con tanto di fazzoletto e cinturone, percorrendo il Giappone del 1860 con una pistola Smith&Wesson del 1905! Non mancano nella letteratura popolare e nel cinema di genere giapponese degli eroi mascherati à la ninja che incarnano tutt’altri valori rispetto al ninjitsu: sono fusioni fra Robin Hood, Zorro e il Ranger Solitario, sono eroi mascherati che combattono i soprusi dei potenti e aiutano i più deboli. Tutti questi, dal 1959, verranno inglobati nella figura del ninja.

… È il momento che entri il ninja!

«Un uomo inquadrato è come un gufo che vive nell’oscurità: la sua invidia per la libertà dei passeri non lo porta a nulla.»

Questa è una delle battute finali del film, pronunciata dal ninja traditore che credeva di trovare nell’inquadramento fra i ranghi dell’ordine sociale un posto accogliente. Il “castello dei gufi” del titolo è proprio l’istituzione sociale giapponese: gente inquadrata che però invidia la libertà degli outsider, dei ninja. Tutti, nel film, vogliono entrare in questa grande famiglia di “gufi” che permette di abbandonare la vita grama e promette ricchezze, ma poi se ne pentono.

Un passero libero nel castello dei gufi

Ma c’è di più. Quando finalmente il protagonista Juzo arriva a puntare la spada alla gola di Hideyoshi, lo spietato esecutore del massacro dei ninja Iga, si rende conto che la vendetta è inutile: il vero nemico non è un povero vecchio pieno di rimorsi («Non pensare che io non abbia sofferto: la coscienza mi rimorde ogni notte, le vittime mi appaiono in sogno. Il potere non mi dà tregua»), bensì Imai, il ricco e grasso mercante che vuole la guerra civile così da poter guadagnare denaro sulla pelle della povera gente. Non è difficile scorgere in questo un messaggio chiaro: non è dell’imperatore Hirohito la colpa della caduta del Giappone, ma dei ricchi industriali che alla fine non hanno pagato per le proprie colpe, ed anzi sono ancora lì ad ingrassare sulla morte del popolo.

Quando il giustiziere mascherato affronta il potente…

Ryûtarô Ôtomo dà vita ad uno dei ninja più amati dal pubblico, e visivamente stabilisce anche il canone vestiario: mentre nella precedente saga di film Shinobi no mono le “divise ninja” cercavano di essere storicamente attendibili, in questo Ninja hicho fukurô no shiro ci si rifà chiaramente alla tradizione degli eroi popolari e il risultato è una tuta ninja straordinariamente simile a quella che Shô Kosugi farà conoscere negli USA vent’anni dopo.

… capisce che è solo un vecchio malato: sono altri i veri colpevoli

«In verità, i ninja storici del Giappone feudale probabilmente non vestirono mai niente di simile a quello che noi chiamiamo “tuta ninja” – spiega Stephen K. Hayes, il primo americano a diventare ninja “certificato”. – Curiosamente, il costume ninja (shinobi shozoku), che oggi fa fare così tanti soldi ai produttori di materiali per le arti marziali, deriva dalle mode popolari di intrattenimento del XVIII secolo giapponese». Il teatro kabuki del tempo, continua Hayes, faceva vestire completamente di nero gli attori che così potevano cambiare vestito ad ogni scena: con l’arrivo dei personaggi ninja, gli attori pensarono che bastasse… non vestirsi, cioè rimanere con una tuta nera che li avvolgesse quasi completamente.

Le ombre si sono appena dissolte

I film degli anni Sessanta propongono molte varianti del costume ninja. Malgrado lo Shôninki, il manuale ninja del 1681 scritto dal maestro Natori Masazumi parli di grigio, marrone, blu e nero per le divise ninja, la tradizione cinematografica dei vendicatori mascherati ha abituato il pubblico al vestito nero avvolgente: in fondo erano gli Zorro giapponesi! Ma quella che ha conquistato l’Occidente è la versione vista ne Il castello dei gufi.


Ritorno al castello dei gufi

Il forte messaggio socio-politico del film del 1963, con tutta la sua carica di revisionismo storico, è maggiormente apprezzabile durante la visione del suo remake del 1999: Fukurô no shiro di Masahiro Shinoda è esattamente quello che il romanzo non era: una fedele ricostruzione storica.

Sicuramente il film è un grande affresco del Giappone rurale, fatto di boschi e ruscelli, di posti celati dalla vegetazione, tutto un sottobosco di vita segreta che contrasta con le rumorose grandi città, piene di colori e attrazioni, di gente dalla pelle di vario colore e dalle mille lingue. Rende benissimo l’idea di un ninjitsu montanaro nato a sviluppato nel segreto di dirupi scoscesi e coperto dalla rigogliosa vegetazione: mentre i samurai siedono al centro di immense stanze vuote e in piena visibilità, i ninja si muovono nell’ombra di spazi angusti e bui, celati da maschere e travestimenti. Particolare attenzione è posta nei rituali dei mantra (come i santoni che pregano perché guarisca l’erede neonato di Hideyoshi) e dei mudrâ (come i ninja che snocciolano tutte e nove le imposizioni delle dita prima di saltare in aria durante la battaglia).

L’operazione del film originale, però, con la quale si parlava alle travagliate vittime della Seconda guerra mondiale facendo finta di mostrare una storia medievale, viene cancellata totalmente. Il film di Shinoda è una ricostruzione storica, forse addirittura sterile nella sua mancanza di ideologia e nel suo arido mostrare il nudo susseguirsi di eventi. Il Junzo del 1999 non ha nulla del corrispettivo del 1963: non è il paladino del popolo contro l’oppressione dei potenti, e non fa mistero anzi della sua neutralità. Non ha più l’ossessione di uccidere Hideyoshi per vendicare le vittime del massacro ninja, e quando alla fine entra nelle stanze dello shôgun lo fa quasi solo per un semplice puntiglio.

Un ninja completamente spogliato della carica politica che l’ha generato

Proprio il confronto finale fra il vecchio Hideyoshi e il ninja Junzo segna il valore del film. Lo shôgun non si sente minimamente in colpa, come nel ’63, e non soffre minimamente per i ninja massacrati: se non l’avesse fatto lui, dice, l’avrebbe fatto qualcun’altro. È un messaggio terribile, è la totale negazione del perdono, è uno schiaffo in faccia alle vittime: la guerra è la guerra, e se non si muore per questa si morirà per un’altra. Quanto siamo lontani dalla potente scena concepita da Eiichi Kudo negli anni Sessanta, quanto è bruciante l’assenza di qualsiasi enfasi nell’incontro fra il ninja e lo shôgun, fra il popolo e il potente oppressore. Malgrado il “The Japan Times” dell’epoca abbia voluto vedere una valenza shakespeariana nella scena del ’99, questa rimane terribilmente fredda e sterile.

Altra grande assente è l’accusa ai ricchi e ingordi mercanti, veri artefici della rovina del popolo: in fondo, come si può negli anni Novanta accusare quel capitalismo che sta portando il Paese alle vette del mercato?

Sontuosa ricostruzione storica, però asettica

La negazione definitiva è paradossalmente all’inizio della storia, nella prima scena del film: un gufo nella notte. Questo è l’unico riferimento che giustifichi il titolo, “Il castello dei gufi”, perché non ce ne sono altri. Ormai il rigido ordinamento sociale non è più da combattere e il Giappone del 1999 non è più quello del ’63 e i ninja non sono più quei passeri che gli inquadrati abitanti del castello dei gufi invidiano: sono solo un falso storico senza più motivo di esistere.

Un’ultima curiosità merita di essere raccontata, riguardo a questo remake. Quando il traditore Gohei viene fermato per la strada, gli viene chiesto il nome. Per non tradirsi, l’uomo ne inventa uno lì per lì: «Chiamatemi Ichikawa Goemon».
Uno degli ultimi ninja con il nome di uno dei primi.

L.

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Informazioni su Lucius Etruscus

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11 risposte a Ninja: il Castello dei Gufi (1963)

  1. Willy l'Orbo ha detto:

    Da fedelissimo irriducibile, segnalo a coloro che sono avviluppati da sbornie di cibo pre-natalizie che farebbero bene a recuperare i post perduti perché degnissimi di interesse!
    In questo, ad esempio, l’eco storico-sociale del tutto (compreso il sunto sulle vicende della figura del ninja) è interessantissimo, quando i film diventano un affresco di un contesto di vita (nazionale, popolare, civile, scegli l’aggettivo più adatto) attirano le mie attenzioni con estremo vigore! 🙂

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  2. Il Moro ha detto:

    Ma tu metti un articolone come questo quando sono tutti impegnati con le spese natalizie?! :-O

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      L’argomento ninja è perso in partenza, tutti pensano ai filmacci e non prendono in considerazione l’idea di un film memorabile sull’argomento: meglio sottoporlo solo ai lettori più appassionati del blog, che leggono anche con la bocca piena ^_^

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      • Giuseppe ha detto:

        Ah ma i dolci non precludono la capacità e l’intenzione di approfondire l’argomento ninja, quando poi viene trattato da un vero intenditore quale hai sempre dimostrato di essere (e questo raffronto fra i due castelli dei gufi ne è un’ennesima prova) 😉
        P.S. Qualche tecnica Ninja devo averla imparata anch’io, visto che -fortunatamente- è da anni che riesco a rendermi invisibile ai parenti sotto le feste (niente più “graditissime” visite, specialmente quelle a sorpresa)… 😛

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Raggiunto il punto più basso, ho adottato la tecnica ninja dell’invisibilità parentale anch’io: per questo posso continuare a sfornare post anche sotto le feste. Lancio una sfera in terra, si sprigiona una nuvola di fumo e nessun parente è più in grado di vedermi! 😀

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  3. Cassidy ha detto:

    Addentando un panettone, vuoi non metterci un Ninja? Chissà che non impariamo qualcosa nell’arte di scomparire e nascondersi (dai parenti). I Ninja hanno sempre avuto una valenza sociale e non proprio politica, ma cito il tuo saggio da cui ho imparato tutto, quindi spero che i lettori riemergano dall’orgia di zuccheri per leggerti perché ne vale la pena. Cheers!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Se capolavori come questo film fossero arrivati anche in Italia, e avessero conosciuto una distribuzione anche solo dieci volte inferiore ai filmacci ninja anni Ottanta, forse staremmo parlando di un fenomeno molto più dignitoso, agli occhi dell’immaginario collettivo.

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  4. Kuku ha detto:

    Questo paragone coi gufi però mica l’ho capito tanto. I gufi simbolo dell’essere inquadrati? I gufi (tra l’altro rapaci e quindi cacciatori) dovrebbero invidiare i passeri che potrebber pure essere loro prede se non vivessero in un’altra fascia oraria?
    Però mi sembra molto amaro quello scontro finale tra lo shogun e il ninja.
    Quale frase lancio è meglio di questa: “Le vicende melodrammatiche e mariomerolesche di giovani ninja in amore”?! Nessuna!! XD XD

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Quella “simbologia animale” non credo funzioni in Occidente, ma evidentemente per i giapponesi dell’epoca aveva significato. Da notare che nel remake del 1999 non c’è alcun riferimento al contrasto gufi-passeri, quindi non mi stupirebbe fosse qualcosa di più circoscritto agli anni Sessanta.

      Lo scontro del ninja eroe popolare (metà Robin Hood metà Zorro) con il vecchio potente è il cuore del film e ti assicuro che è una scena potentissima, proprio perché è una vendetta negata. Per dare un’idea della potenza della trovata, è come se oggi facessero un film dove il buono arriva nella camera da letto di Hitler e lo trova debole e spaventato, che si pente del male fatto, così da rendere nulla la vendetta. Ecco, siamo a quei livelli!

      In confronto alle storie asiatiche, Mario Merola era un eroe d’azione! Il livello di abissale drammaticità dell’amore e delle disgrazie che capitano agli innamorati raggiunge vette inarrivabili per un occidentale!
      E poi il fatto che esistessero due clan rivali di ninja, che si odiavano, capisci che è perfetto: secondo te, i due giovani che si innamorano… appartengono allo stesso clan? Ovvio che no! Romeo e Giulietta in versione ninja!!! 😀

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  5. Pingback: Cobra contro Ninja (1986) In aiuto di Cassidy e Schizoiddon | Il Zinefilo

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