Immi(in)grati: da Craxi a Zalone

Ammazza che titolo clickbait: ma non mi vergogno a barare così bassamente per attirare lettori? No, perché non sto barando!

L’uscita in questi giorni al cinema di Hammamet (2020) di Gianni Amelio ci regala un’altra occasione per sciorinare polemiche sterili ed opinioni del tutto personali. È come per Garibaldi, da quando ho memoria ogni tanto arriva qualcuno a dire “Ma lo sapete che in fondo in fondo era un grande?” e si litiga, poi passa un po’ e uno dice “Ma lo sapete che in fondo in fondo era un delinquente?” e si litiga, e si va avanti. Senza che nessuno senta il bisogno di andare a studiare qualche saggio su Garibaldi: basta il titolo di un video su YouTube letto al volo per fare opinione.

A forza di fingere di studiare la figura di Bettino Craxi si rischia di dimenticare l’unica sua vera grande lezione, data ad un popolo ingrato che non ha saputo capirla: preparatevi sempre una via di fuga. Gli altri non sapranno perché, ma voi sì.

Nel 1994 lo statista che più di tutti gli italiani si sono meritati ha usato la propria via di fuga ed ha raggiunto Hammamet in Tunisia, che non lascerà più fino alla propria morte. Alessandro Jacchia e Stefano Sudriè prendono appunti e scrivono la sceneggiatura del primo film veramente craxiano: Mollo tutto di José María Sánchez, uscito nel marzo 1995.

Renato Pozzetto interpreta Franco Giacobetti, un piccolo borghese che si è preparato la via di fuga imparando dalla buona politica, quella che non va giudicata con il codice penale che se no fa dispiacere: un bel giorno molla tutto, l’insopportabile moglie, la figlia spiantata, l’amante scocciatrice – come i sani valori italiani insegnano, appena hai due soldi fatti l’amante – il negozio e tutto. E via, tutti in Tunisia, a seguir della buona politica la scia.

Ma il povero Giacobetti non è Craxi, non ha l’altezza dello statista: arrivato lì, si accorge che il patrimonio che aveva messo da parte di nascosto non c’è più. Degli altri imitatori della buona politica l’hanno bellamente truffato: si sono presi tutti i suoi soldi e se la sono squagliata. Dimostrando però così di aver tradito i sani princìpi del Governo Italiano, che non fugge mai dopo il misfatto: come la celebre vignetta di Forattini, si limita a gridare di averne le tasche piene.

Per il potere di Craxi: io mollo tutto!

Dunque Giacobetti si ritrova senza un soldo in un paese straniero, il suo piano di fuga è fallito, il craxismo che l’ha pervaso non può più essere perseguito: l’unica è tornare a casa. Non può farlo per vie ufficiali, non avendo il passaporto, così è costretto a seguire gli esuli: da borghese razzista che inveiva contro i lavavetri ai semafori, ora è costretto ad essere immigrato lui stesso, ad arrivare in Italia coi barconi e a fare la vita del mendicante. Imparata è presto la lezioncina: al prossimo negro al semaforo gli do una monetina…

Sembra oggi, invece è l’altro ieri

Dopo Craxi il tema caldo dell’epoca erano i barconi, pronti a conquistare l’attenzione per i successivi 25 anni e probabilmente per sempre, e mentre Oliviero Toscani fotografava le barche che affrontavano il Mediterraneo con un esagerato carico umano, per farne pubblicità-scandalo per i Benetton quando facevano solo vestiti, Gianni Amelio raccontava l’invasione degli albanesi con il suo Lamerica (1994), che già in locandina aveva un tipico barcone mediterraneo sciabordante gente, che quando casca in mare e muore affogata fa meno rumore degli strilli dei bravi italiani che li vogliono vedere tutti morti. Ah, e non è un omonimo, è proprio lo stesso Gianni Amelio che oggi racconta Craxi: la memoria lasciata dal suo film del 1994 probabilmente farà il paio con la memoria che lascerà quello del 2020.

Be’, però nel 1994 gli immigrati avevano navi migliori!

Dunque Giacobetti segue la contemporaneità dei barconi ma mica può limitarsi a fare l’unico buono della storia, che poi sembra che tutti quelli che arrivano in Italia sono brutti e zozzi tranne Giacobetti, che è bianco e quindi va bene. No, serve il “buon selvaggio”, idea che la letteratura ha storicamente sfruttato fino all’eccesso: quando i protagonisti bravi vanno in un paese straniero, abitato da brutti e zozzi che fanno cose brutte e zozze, c’è il buon selvaggio che fa da tramite fra le due culture, cioè si umilia rinnegando la propria per venire incontro a quella dominante. E state sicuri che quella dominante ha la faccia pallida. Da Gunga Din a La capanna dello zio Tom, il buon selvaggio è scuretto e il dominante è bianchiccio. Mollo tutto non fa eccezione, ma è un film moderno: nel secondo dopoguerra tirano i ragazzini, quindi il buon selvaggio deve ringiovanire.

Tipico esempio di buon selvaggio

Giacobetti viene aiutato nel lungo viaggio verso l’Italia dal piccolo Selim (Jamel Berrebeh), che saprà insegnargli la vita e tutte le baggianate tipiche del genere. Un genere che però muore subito, forse perché agli italiani i barconi fanno rabbia e gli immigrati fanno schifo: un film che ci racconti quanto soffrono quegli zozzi non fa piacere a nessuno. Servirebbe più amore, servirebbe più… come si dice? Ah sì, più figa. Ci vorrà un po’, ma arriverà pure quella.

Passa il tempo, passano gli immigrati, passano gli albanesi e non si ricordano più i russi e i polacchi che li avevano preceduti, passano i filippini e passano i romeni, utili all’economia domestica, passano i cinesi che fanno massaggi e vendono tanto a poco, finché l’arrivo di immigrati dalla pelle un po’ troppo scura fa esplodere di nuovo il problema nell’agenda politica. Oddio, “agenda” è troppo: è più un foglio bianco, con su scritto un unico indirizzo politico, “Via i Negri dall’Italia, angolo San Pio Tutto”. I sondaggi dimostrano che agli italiani questo indirizzo piace, quindi è il momento che gli artisti veicolino un messaggio d’amore e di tolleranza. Tipo le centinaia di opere contro il nazi-fascismo, che hanno funzionato benissimo: oggi nessuno ci pensa più, no?

Al momento di scrivere Scappo a casa (2019) di Enrico Lando, gli autori si sono detti: perché invece del bambino buon selvaggio non mettiamo una selvaggia bona? Così Aldo Baglio, del premiato trio, per una serie di errori si ritrova esule fuori dall’Italia e deve tornarci di straforo, ovviamente seguendo le rotte degli zozzi immigrati e imparando tante belle lezioni di vita. Che saranno anche belle ma non fanno ridere, mentre purtroppo il film è stato spacciato come commedia: grave errore.

Stavolta come compagna di viaggio e mentore di lezioni di vita c’è Babelle, che già dal nome si capisce che è bella, interpretata da Fatou N’Diaye, che già dal nome fa sangue. Per citare Mario Brega, grande mattatore dei costumi italiani anni Ottanta, «Pure co’ le negre!» Agli italiani le ragazze giovani, belle e abbronzate piacciono: non pubblicamente, ovvio, ma se gli anni Ottanta ci hanno insegnato qualcosa è “La moglie in bianco… l’amante al pepe“: l’amante nera piace, agli italiani, quindi magari stavolta come selvaggia bona funziona.

Dopo il buon selvaggio, la selvaggia bona

Però dài, siamo un paese cattolico, vogliamo bene al papa e facciamo sempre quello che dice, tranne quando dice qualcosa su cui non siamo d’accordo, andiamo tutte le domeniche in chiesa ogni volta che la nostra squadra non gioca di domenica e abbiamo crocifissi dorati intorno alle nostre gole che bestemmiano. E poi andiamo, cosa c’è di più divertente delle barzellette a sfondo religioso? Sapevate che Giuseppe non è il vero padre biologico di Gesù? Roba nuova, su cui si fanno battutine e freddure solo da duemila anni: vuoi non sfruttare questo filone?

Così Ficarra e Picone raccolgono in un’opera antologica tutte quelle battutine che si dicono alle scuole elementari in ambito religioso, le hanno rese un po’ più blande perché c’era il rischio che qualcuna facesse ridere, e hanno tirato fuori Il primo Natale (2019). Tranquilli, la religione non c’entra niente: è il film di Aldo Baglio ma con altri nomi.

Ritrovatisi lontano dall’Italia e dovendo tornare per vie traverse, i due protagonisti sono indecisi: chi ci portiamo dietro come mentore di buone lezioni di vita? Il bambino che ci insegna la tenerezza o la donna che ci insegna l’amore? Ma sì, dài, essimo democristiani: ci portiamo sia la ragazza che il bambino, così non scontentiamo nessuno.

Già negli anni Settanta uno degli episodi del “Monty Python’s Flying Circus” ha insegnato al mondo che strizzare troppo l’occhio fa diventare ciechi, ribadendolo anche dal vivo. A forza di ammiccare, di dare gomitate, di strizzare l’occhio, di suggerire, di insinuare e ciriolare, il senso di fastidio raggiunge l’eccesso. Così i due comici cercano di mascherare da commediola natalizia una fin troppo palese opera politica, infilandosi in una carovana di profughi alla volta dell’Italia dai porti chiusi, con tanto di messaggio buonista finale. Tutto bello, tutto giusto, ma ho già visto il film di Aldo Baglio e non m’ha fatto ridere manco quello: forse perché il drammatico tema “fuga per l’Italia” viene sempre annacquato con commedia demenziale. Possibile nessuno abbia pensato a metterci un po’ più di mordente, in questo canone che si ripete identico?

Arriva Checco Zalone a ripetere identico per la terza volta in un anno il canone – che però, abbiamo visto, è nato almeno nel 1994 con Pozzetto (e magari anche prima ma non ho trovato esempi) – e il suo film è anticipato da un irresistibile videoclip-trailer che purtroppo è mille volte meglio del film, perché dice cose cattive (quelle che pensano tutti gli italiani) in modo sarcastico, al contrario del film in cui dice solo cose buone in modo banale.

Stanco di aver toccato temi inediti per il cinema italiano – sfido altri autori nostrani ad aver parlato di terrorismo in una commedia! – Zalone pensa bene di ripetere quanto fin qui detto, in pratica girando un remake di Mollo tutto del 1994 ma chiamandolo Tolo Tolo (2020). Il piccolo imprenditore (o supposto tale) che usa la via di fuga craxiana ma gli dice male, il viaggio di ritorno in Italia, il bambino che fa tenerezza, la bona di colore, il barcone, tante lezioncine di vita… oh, non ne ha saltata una! E la religione? Quella rimane allo spettatore, che bestemmia ogni cinque minuti.

Da castigatore di costumi Zalone si è trasformato in dispensatore di buone novelle, come San Francesco che parla al lupo: il problema è che gli parla di agnellini, e fa venir fame. Parla di immigrati ad un Paese profondamente razzista, che li vorrebbe tutti impiccare al primo albero: aprire blandi siparietti dove finge di avere “attacchi di fascismo” è una trovata onestamente indegna per un comico che ha dimostrato ben altro spessore, altrove. Serviva una dose di cattiveria come nel citato videoclip, serviva parlare alla pancia del Paese proprio come lui stesso faceva (con sarcasmo) nei precedenti film: invece si è limitato a fare il terzo film identico sullo stesso canone, sbagliando dove hanno sbagliato tutti gli altri. Gomitata gomitata, wink wink, say no more, say no more.

Capito? Capito? In realtà sto parlando dell’immigrazione, capito?
Faccio vedere quant’è brutta la vita degli immigrati così la gente poi li ama
Occhiolino occhiolino, gomitata gomitata, say no more say no more

«Ero straniero e mi avete accolto», dice Gesù nel Vangelo di Matteo (25,35): visto? Ci vuole un attimo a fare bella figura coi buoni sentimenti. Il problema è costruirci su una sceneggiatura, e finora non è stata un’impresa riuscita.
Da Gesù scendo giù e arrivo ad Alessandro Bergonzoni, che da anni si sgola esortandoci a comprendere anche senza esperienza diretta: non ho bisogno di fare a piedi il viaggio degli immigrati per capire che è terribile ed empatizzare con loro, se non ci riesco… nessuna commediola buonista mi farà cambiare idea. Torno così a Gesù, ma stavolta quello di Jesus Christ Superstar (1973): «Per comprendere la morte… non dovete far altro che morire».

Chiudo con il razzismo e Ali Wong, strepitosa comica americana di origine sino-vietnamita. Suo marito è metà giapponese e metà filippino. Uno penserebbe che far parte di quattro etnie asiatiche apra la mente verso l’integrazione e la tolleranza, invece la comica racconta che a casa con suo marito… «Spaliamo merda sui coreani!»
Il razzismo è come un diamante: è per sempre.

L.

Informazioni su Lucius Etruscus

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47 risposte a Immi(in)grati: da Craxi a Zalone

  1. redbavon ha detto:

    Applausi! Applausi! Analisi chiara e schietta di questi film e dei temi. Quando si dice che gli italiani non sono razzisti è un’ipocrisia poiché è oggi che l’immigrazione ha raggiunto una massa critica per cui a scuola c’è la “seconda generazione”, ma poi “seconda” di che? Il banco di prova è oggi e gli italiani non la stanno superando. In USA che è da sempre una nazione multi-etnica (e i coloni erano “gli emigranti”) non hanno ancora del tutto risolto il conflitto. E se è difficile per loro che ci sono nati, figuriamoci per noi che lo stiamo veramente vivendo oggi. “Gli italiani non sono razzisti”, oltre a essere in frase ipocrita, denuncia anche arroganza e presunzione, che non sono certo i presupposti per confrontarsi con il razzismo, anzi ne sono delle “ottime” basi. Il “buon selvaggio” è talmente vecchio come escamotage cinematografico (e non solo) che vederlo riciclato oggi, da’ la cifra della miseria di queste produzioni, che puntano a fare solo soldi aiutandoci a spegnere il cervello e il cuore. E non se ne sentiva il bisogno. Bravo Lucio! Bravo!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Ti ringrazio. Uno spera sempre che i film di buoni sentimenti aiutino a generare buoni sentimenti, ma l’esperienza dimostra che non è così: 75 anni di opere anti-fasciste non hanno ottenuto una mazza di niente: forse è il caso di dichiarare la loro inutilità e cercare altri temi e stili.
      Sono circondato da persone che si professano contrarie al razzismo, prima di dire che una data etnia andrebbe spazzata via col fuoco: forse non è chiaro cosa voglia dire “razzismo”…
      Al di là di questo, ho adorato i precedenti film di Zalone perché sapeva dire cose cattive con umorismo, sapeva additare i più meschini difetti italiani sapendo però poi costruirci sopra una sceneggiatura: vederlo cadere nel buonismo banale e di maniera è stata per me una grande delusione.

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      • redbavon ha detto:

        La comunicazione sociale è cambiata radicalmente dall’avvento dei social network e della messaggistica istantanea, inutile opporvisi o non essere d’accordo. È un dato di fatto. Anche i film devono fare i conti con una diversa disponibilità di “attenzione” da parete dello spettatore, considerando anche la concorrenza dei network di streaming che è sta diventando anche diretta (leggi: Netflix che offre The Irish Man in contemporanea alle sale). Non amo Zalone al cinema, concordo che abbia una capacità di lettura graffiante della società, ma non vale un quinto di quanto è riuscito a fare Villaggio con il ragioniere Fantozzi. Non regge la durata di un lungometraggio, il suo graffio perde di forza ed è troppo diluito. Non mi sorprende che su un tema così complesso, sia caduto nel banale.
        La comunicazione è cambiata e purtroppo tra chi dovrebbe guidare il Paese l’unico che l’ha capito è proprio uno che rientra nel canone di “razzista che si professa ‘non razzista’.”.

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Villaggio ha ripetuto per 40 anni identici gli sketch degli anni Sessanta: non lo considero una pietra di paragone del sarcasmo, sebbene i primi sketch e film fossero ispirati.
        L’aver ripetuto un film del 1994 identico non credo si possa definire uno specchio dei tempi social, e anzi Zalone al contrario degli altri comici non ripete in film gli sketch televisivi, ma la voglia di fare i buoni con gli immigrati ha rovinato ben tre film contemporanei, segno che non hanno nulla da dire. Forse una storia sarcastica e cattiva sull’Italia dei social sarebbe stata meglio 😉

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      • redbavon ha detto:

        Chiaramente non intendo le stanche reiterazioni di Fantozzi della fine. I primi film hanno degli elementi ancora di attualità. Zalone non mi ha mai convinto, ma è questione soggettiva, chiaramente.
        Non hanno nulla da dire o hanno paura di dire qualcosa che non sia gradito alla “pancia” e ne risentirebbero gli incassi. Insomma, gli immigrati sono utilizzati per fare soldi da più di quanti ci si immagina.

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        La forza di Zalone era proprio di rappresentare la Pancia degli italiani, di ridere dei loro difetti e avocare su di sé ogni male italiano, così che lo spettatore ridesse e poi dicesse… ah, ma veramente anch’io faccio così!
        Empatizzare con gli stranieri non lo fa nessuno, quindi si è messo al di fuori della Pancia ma senza una sceneggiatura buona che glielo consentisse.
        Gli altri due film non provano nemmeno a creare qualcosa: sono tipiche commediole italiane usa e getta che nessuno ricorda mezz’ora dopo averle viste. Non critico la voglia di raccontare una “buona novella”, critico il modo con cui è stato fatto.

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      • Biker ammazza easta ha detto:

        “ho adorato i precedenti film di Zalone perché sapeva dire cose cattive con umorismo, sapeva additare i più meschini difetti italiani sapendo però poi costruirci sopra una sceneggiatura”
        Ma fammi il favore… i film di zalone fanno TUTTI schifo!!! Fanno schifo loro come fa schifo lui come comico (i momenti peggiori di Zelig), cantautore e persona.
        Tutta merda retorica, banale, scontatissima con personaggetto-macchietta irritanti e vuoti che non vogliono dire nulla; scenette e battutine che non strappano neppure un mezzo sorriso, BUONISMO a palate come se non ci fosse un domani (mica e da ‘sto tolo tolo in poi che lo è diventato), presunzione, pretestuosità e nessun talento.
        Suvvia, è fin troppo chiaro che zalone milita per la sinistra pro-ong, porti aperti e pro crimine di odio quando a subirlo sono i bianchi da parte dei “colorati” (di cui NESSUNO scappa da NESSUNA guerra, son TUTTI criminali in fuga dalle leggi dei loro paesi); lo è sempre stato e lo sarà sempre, e a lui non capiterà mai di venir pestato a sangue per due spiccioli, di avere la figlia stuprata, mutilata e cannibalizzata da dei nigeriani spacciatori, di vedere ciò che costoro lasciano in giro perchè lui se ne sta bello tranquillo con gli “artisti” come lui nella sua torre d’avorio.
        A conti fatti ancor più che impiccare questi invasori, di cui mi contenterei solo di una bella REimpatriata a casa loro, impiccherei proprio zalone e soci, quelli si!!!
        A ‘sto punto meglio ma MOOOOOLTO meglio i cineppanitonni di boldi&desica (non credevo l’avrei mai detto) che non vogliono dare insegnamenti e fare moralette alcune e (soprattutto) fanno sempre incazzare ‘sti intellettualoidi sinistroidi; almeno sono solo delle commediacce stupide e senza cervello che fanno moli meno danni e sono perfino più oneste.

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Queste sono tue opinioni e le rispetto come tali, sebbene non le condivido minimamente, ma hai appena dimostrato perché il tre film citati non hanno funzionato: i toni forti che usi contrastano con il tenero buonismo che le relative sceneggiature tentano (malamente) di veicolare. In un’Italia sempre più estremista servirebbe satira ancora più estremista, per dare un’idea della pericolosissima china che stiamo prendendo.

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      • Celia ha detto:

        Ah, non lo so.
        Il gioco al rialzo funziona quando, estremo oppure no, hai il cervello acceso.
        E mi pare che il problema stia a monte…

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  2. Zio Portillo ha detto:

    Oggi pomeriggio allungo un po’ il commento. Mi permetto solo di segnalarti un’appendice: BORAT di Cohen che con la scusa del giornalista che va in America da “immigrato” (perché all’inizio doveva fare un servizio ma poi alla fine ci resta veramente trovando l’amore) mette alla berlina ogni cosa con cinismo e cattiveria, sbattendoci in faccia quanto schifo faccia la cultura occidentale.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Ecco, sarebbe stato meglio quel tipo di approccio sarcastico, più sferzante, anche se con gusto magari più sottile rispetto a Cohen. In fondo lo Zalone dei primi film era così: puntava il dito sui difetti italiani con umorismo ma anche con cattiveria costruttiva. Darsi al buonismo come fanno tutti – fallendo dove falliscono tutti – proprio non me l’aspettavo.

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      • Zio Portillo ha detto:

        Eccomi come promesso. Allora, parto dall’elefante nella stanza e cioè il film di Zalone che, personalmente, mi ha deluso profondamente. Non fa ridere come i precedenti, non fa piangere e non fa nemmeno riflettere. Ne ho capito le intenzioni perché Zalone credo volesse fare una sorta di suo personale “La vita è bella” dove dramma, risate, amore, coraggio,… Si fondono in un prodotto unico. Purtroppo nè è uscito un film zoppicante dove in nostro, rispetto al passato, lavora col freno a mano tirato. Anzi tiratissimo.

        SPOILER! SPOILER! SPOILER!

        Poteva mostrare il dramma dei lager libici dove i prigionieri in attesa di imbarcarsi vengono torturati, uccisi o le donne (o i bambini…) violentate. Poteva mostrare i giornalisti che paiono esporsi in prima persona, umani e vicini ai profughi. Ma alla prima occasione mollano baracca e burattini e se ne tornano indietro al sicuro in un hotel 5 stelle. Potevano mostrare l’amico che li tradisce per un’auto di lusso da poter rivendere (unica scena pregna del film: le lacrime dell’amico traditore in auto che prova a urlare le sue scuse). Il dramma dei barconi? Una farsa dove Zalone prima fa il pagliaccio e poi canta una canzone che dice che pure gli stronzi galleggiano! Perfino il finale metacinematografico (o neorealista giusto per restare in tema) perde mordente con la canzone sulla cicogna. Almeno sul finale mostra gli attori che vengono caricati per essere rimpatriati! E invece ciccia pure qua.
        Le cose sono due. O il tema era troppo pesante e non se la sono sentita di andare a briglia sciolta affondando le mani nel politicamente scorretto, oppure Luca Medici ha fatto il primo passo falso della carriera. Umano e ci può stare. Io sono per la prima ipotesi perché tutto ciò che ho detto sopra viene mostrato nel film ma annacquato e col nostro che prova a fare il buffone ma palesemente un pesce fuor d’acqua (la gag con la crema anti età? Ma dai…). Eppure l’inizio con il signorotto della guerra africano che irrompe nel villagio e compie una strage con bombe e morti mi aveva fatto ben sperare per un film che centrasse il bersaglio. Se non faceva ridere ma faceva un film drammatico mi sarebbe andato benissimo ugualmente!

        Il resto delle pellicole le ho tutte viste o intraviste (tipo quello di Ficarra e Picone). Tutta roba leggera o dimenticabile compreso “Lamerica” di Amelio che, se non ricordo male, è una blanda denuncia sulle leggi italiane sullo sfondo di un’Albania alla sbando (e il viaggio in nave è solo alla fine e non il centro del film). Eppure, avendoli visti tutti mai avevo notato la somiglianza nella trama. Complimenti Lucius! Anche se, come dice Cassidy, il nostro è “un paese senza memoria” e io ne sono l’esempio più lampante!

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Anch’io penso che sia il primo vero grande errore di Zalone, autore che consideravo invincibile perché riusciva ad avere uno sguardo inedito su difetti e vizi italiani raccontati con tanto umorismo ma anche sarcasmo. Il videoclip di Tolo Tolo era proprio questo: parlo alla pancia del Paese perché si sappia che ciò che viene detto fa parte della pancia.
        Invece poi ha voluto parlare al cuore, dimenticandosi che siamo cinture nere di razzismo. Per fortuna un altro difetto italiano è che sa fare solo vuote parole, quindi il 99% di chi vuole dare fuoco agli altri non lo fa, ma la politica di questi anni dimostra che più del 30% di chi vota è razzista, gli altri semplicemente buttano via il voto. E chi non vota è un vile, tanto per citare Lui e rimanere in tema 😀
        Non è proprio l’ambiente per buoni sentimenti, non con quello stile: invece fare un’opera cattiva, sarcastica, che faccia ridere e poi sentirti in colpa, e che finisca con il buon sentimento allora sì che avrebbe avuto effetto. Così invece hai solo parlato di niente nella Casa del Nulla.
        Non so se hai visto “Land of Mine”, un film crudele che ottiene il risultato assurdo di empatizzare con i nazisti: una storia crudele ma umana che dimostra che sotto la divisa siamo tutti esseri umani. Un messaggio buonista ma veicolato da un’opera cattivissima e di potentissimo impatto. Che in Italia non s’è cagato nessuno perché non c’erano polemiche da fare…

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      • Giuseppe ha detto:

        Io non sono razzista, ma (ma niente, con quel “ma” ti sei già contraddetto da solo)…
        Io non ero razzista, mi ci hanno fatto diventare (tranquillo, che lo sei sempre stato, ti mancava solo di trovare il bersaglio/immigrato adatto per farlo sapere a tutti)…
        Mussolini ha fatto anche cose buone (e alla domanda “quali” si rischia sempre più spesso di NON sentirsi rispondere “lasciarci la pelle”)…
        Aiutiamoli a casa loro (così poi non vengono più a rubarci tutti quei lavori per i quali non faremmo mai la fila, sia chiaro, ma si sa, è una questione di principio)…
        E potrei continuare all’infinito su di una caterva di temi vari ed eventuali, ovviamente (purtroppo). In cotanto italico clima sociopolitico, c’è davvero ancora spazio per film realmente graffianti? E, soprattutto, quanto pubblico residuo rimane disposto ad essere “graffiato” sulle proprie incoerenze e/o ipocrisie (politiche, razziali e quant’altro)? Se il Craxi/Favino di Amelio costituisce una delle poche valide eccezioni attualmente in circolazione, gli altri (Aldo Baglio, Checco Zalone, Ficarra e Picone) sembrerebbero aver gettato la spugna, salvo future e per il momento non prevedibili smentite. Sempre che, mi ripeto, ci sia ancora pubblico sufficiente ad aspettarle…
        Ah, parlando del titolo del post, avevo intuito che ci fosse dietro qualcosa (molto) di più e, infatti, non sono rimasto per niente deluso 😉

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Proprio quei perfetti esempi che hai fatto dovrebbero far capire il senso di colpa latente su cui un comico bravo dovrebbe saper lavorare. Se io fossi un razzista orgoglioso di esserlo, non direi “ma”: se lo dico è perché so che non dovrei provare quei sentimenti, malgrado comunque li provi, e cerco giustificazioni farlocche: materiale perfetto per chi sappia graffiare.
        Se già non sembra esserci più chi vuol graffiare, va ricordato che se tocchi certi tasti il graffiato reagisce male. “Camerieri” (1994) è il film definitivo sugli italiani, come popolo e come cultura, una commedia apparente che in realtà è un atto d’accusa crudele e spietato su un popolo crudele e spietato: il fatto che non sia stato mai nominato nelle filmografie dei grandi attori protagonisti e che sia lui sia il regista siano velocemente scomparsi fa capire che non sia stato molto piaciuto. Forse perché era uno specchio così perfetto e millimetrico che ha dato fastidio, più che graffiare.
        Non pretendo un capolavoro di cattiveria come quello, che distrugge una carriera perché dice la verità a chi non vuol sentirla, ma almeno una commedia alla Checco Zalone (quello dei precedenti film) si poteva chiedere. Ora non più.
        Per finire, che belli i tempi in cui si essere razzista significava avercela con i neri: almeno c’era un solo “nemico”. Poi il velo di ipocrisia si è strappato e sono uscite fuori non solo nuove etnie (albanesi, quando c’erano, romeni, indiani, arabi, pakistani e via dicendo), con tutti i loro colori, ma anche “prodotti nostrani”: napoletani, milanesi, calabresi, siciliani… insomma tutti! E pensare che nel 1995 aveva già detto tutto Luca Carboni con il suo “Inno nazionale“…

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      • Giuseppe ha detto:

        Ecco, proprio “Inno nazionale“, facente funzione di specchio tanto quanto il film dell’ormai definitivamente normalizzato Leone Pompucci. Ricordo che ebbe l’onore di venire citato sul leggendario settimanale satirico Cuore, il quale sollevò a Carboni una singola obiezione leggermente di parte (ovviamente sinistra): secondo la redazione, infatti, ma quando mai in Italia saremmo “stati tutti troppo comunisti”? Magari… 😉

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  3. andreaklanza ha detto:

    Bellissimo articolo ma manca il film di Antonio Albanese sugli immigrati, Contromano. Dacci un occhio se l’hai perso, Lucius https://youtu.be/dfiB-t8Txdc

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  4. Austin Dove ha detto:

    E la religione? Quella rimane allo spettatore, che bestemmia ogni cinque minuti.

    LOL, capolavoro.

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  5. Evit ha detto:

    L’unico sito dove gli acchiappaclic non sono mai una delusione!

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  6. Cassidy ha detto:

    Un Paese senza memoria, che guarda sempre gli stessi film e odia sempre gli stessi immigrati. Il post più incazzato del Zinefilo (non che uno dei migliori), perfetta analisi un tipo di incazzatura che approvo in pieno. Cheers!

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  7. Il Moro ha detto:

    Grande articolo! Merita tutti i click che acchiapperai col titolo! Avevo notato anch’io questo continuo ritorno di un tema già raccontato da pozzetto anni fa, ma tu ne hai parlato come io non avrei mai saputo fare!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Ti ringrazio e sei modesto: da fan del tuo blog sono sicuro che ne avresti fatto un gran post ^_^
      Sicuramente ci sono altri film italiani simili, ma è curioso notare come ne siano nati ben tre in contemporanea e proprio durante i festeggiamenti del ventennale della “via di fuga”…

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  8. Lorenzo ha detto:

    Non sapevo che i film da te citati avessero tutti la stessa trama, non avendoli mai visti. Non che adesso mi sia venuta voglia di guardarli, però almeno mi sono divertito a leggere il tuo post 😉

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  9. Willy l'Orbo ha detto:

    Cogli un aspetto, della società odierna, che a me fa un po’ “specie”, e parlo in generale: non si entra ormai più nel merito delle questioni o della tipologia di programma, film, argomento cui richiamerebbe il “titolo” o il “genere di partenza”. Sanremo = musica? No, polemiche su frasi di Amadeus magari debitamente calcolate per far parlare. Musica: chissene. Elezioni in Emilia Romagna = politiche del territorio? No, Gregoretti, Bibbiano, sardine dentro o fuori dal PD. Politiche del territorio: chissene. Zalone = risate? No, prima polemiche a sinistra (trailer razzista!) poi a destra (film anti-sovranista, radical chic e buonista!). Risate: chissene (motivo per cui non ho la benché minima intenzione di vederlo).
    Ora, è vero che Sanremo è sempre stato fucina di polemiche e di tutto ciò che ci gravita intorno, che le politiche regionali servono sempre da cassa di risonanza nazionale, che i film commedia rispecchiano anche tematiche impegnate sotto un’altra luce, ma mi pareva che in passato si conservasse un po’ il senso di partenza. Qui, io non vedo più senso, solo pretesti per altro, fuori tema, fuori fuoco, tematiche importanti ma gettate alla rinfusa, sovrapposte ad altro, banalizzate: mi passa la voglia di vedere Sanremo (oddio, mai avuta tanta), di votare, di vedere Zalone (come detto).
    Non di seguire i tuoi post però che argomentano (argomentare, questo sconosciuto)…salvando dall’accusa di clickbait! 🙂

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Non so se dipenda dal gisto degli “autori” o del pubblico, o di ciò che gli autori pensano sia il pubblico, sta di fatto che nessuno entra nel merito perché non esiste il merito. Nessuno parla di cose di sinistra perché non esiste più nulla a sinistra, idem per la destra, idem per la musica, idem per il cinema: esistono slogan e tweet, vuoti e intercambiabili. Il problema non è chi dice stupidate, il problema è chi l’ascolta. Se il vuoto viene votato, vuol dire che è un valore per chi lo vota e quindi chi vuol essere votato deve puntare sul vuoto degli elettori.
      Il cinema, come la musica, è un potente veicolo di messaggi, ma se ti rivolgi al vuoto il messaggio non può che essere vuoto. Quindi per vendere ti servono le polemiche.
      Zalone ha sempre fatto ottimi film che puntavano il dito sui difetti scherzandoci sopra: la parte umoristica è crollata (una paio di battute carine ci sono ma è poca roba) il sarcasmo è minimo e il buonismo esagerato. E le altre due opere sono pure peggio. Da lui mi aspettavo di più del banale che regna in un popolo che culturalmente è tornato all’età dela pietra. Negli anni Ottamta chi si diceva comunista era chi leggeva e studiava: oggi cantano Bella Ciao solo perché l’hanno sentita ne “La casa di carta”…

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      • Willy l'Orbo ha detto:

        Condivido talmente tanto le tue, amare, riflessioni, che spero in una tua prossima candidatura. Iniziamo a contarci e scavalchiamo le sardine: se loro occupano le piazze e Grillo i blog, noi prenderemo di mira i cinema. Ho anche lo slogan: “Ribaltiamo questa Italia, dalla A alla…Z” (la nostra amata Z 🙂 )
        Ovviamente la parte in cui affermo di condividere le tue riflessioni è seria, poi l’ho buttata sul ridere perché se non lo fa Zalone ci proviamo noi e perché, sennò, a essere seri, c’è da piangere. E parecchio!

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        ahaahah “Z: l’orgia del potere”, c’è pure il film 😀
        Scherzi a parte, è amara la situazione, dove siamo in campagna elettorale da dieci anni senza un solo partito in lista: è una gara di rutti dove noi siamo sotto a beccarci gli schizzi….
        Una vecchia barzelletta russa diceva che il popolo sovietico preferisce avere cattivi politici, perché così almeno può raccontare barzellette su di loro. Io stesso ho più volte detto che preferisco vedere brutti film così mi diverto a prenderli in giro. Invece mi sembra che da tanti, tanti, tanti anni abbiamo in Italia cattivi politici, cattivi film… ma senza barzellette…

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      • Willy l'Orbo ha detto:

        Almeno, rispetto alla politica, sui nostri film Z possiamo sorridere, prendere in giro, indignarsi…senza controindicazioni! La Z applicata alla politica fa arrabbiare e sdegnare, applicata ai filmacci è l’esatto contrario, per fortuna, lunga vita a questi ultimi ordunque! (e breve alla prima inteso come tendenze pseudo-politiche) 🙂

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  10. Celia ha detto:

    Veramente un ottimo post, molto ben costruito e pensato.
    Prendo le distanze sul piano politico, ma concordo in toto su quello cinematografico.
    Mi ha fatto sorridere notare il nome del “barcone” (in realtà nave) di Amelio: Partizani 😉

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  11. Emanuele ha detto:

    A me ‘sti film con la morale buonista che cerca di umanizzare lo spettatore, stanno tutti sui coglioni!
    Salvo il primo perché adoro Pozzetto e l’ho visto tantissime volte 😍 ma con un altro attore…
    Poi sicuramente sono di parte io (xenofobo, non razzista, anche se mi piace far pensare anche questo… come dicevo qualche giorno fa da Cass, Eddie Murphy è stato il mio attore preferito per tutta l’infanzia, oggi resta nella top 5).
    Lasciamo perdere gli asiatici, per la precisione i giapponesi, che i “salviniani” di oggi possono solo lustrare loro le scarpe 😅

    p.s. ma il Zinnefilo quando torna? Mi manca 🐷

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Conosco persone che adorano i neri ma darebbero fuoco ai napoletani: abbiamo travalicato il concetto di “razza” e siamo razzisti contro tutto e tutti. E’ contro questa intolleranza generalizzata che un film anti-razzista dovrebbe parlare, e se a farlo è un comico allora dovrebbe usare una satira tagliente. Purtroppo così non è stato, in questi tre film similari recenti.
      P.S.
      Malgrado si pensi di vivere in tempi “libertini”, il materiale è scarso e di qualità non sufficiente 😛

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    • Celia ha detto:

      Sottoscrivo la prima frase: amen.

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  12. Sam Simon ha detto:

    Finalmente qualcuno che mi ha spiegato seriamente cosa sia questo Tolo Tolo, perché tutti ne parlino, e perché il mio istinto mi dice da settimane di starne alla larga.

    G R A Z I E !!! :–)

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  13. Unviandante ha detto:

    La cosa peggiore di questi film (se così si possono definire), è il fatto di presentare un ritratto degli immigrati TOTALMENTE irrealistico ed immaginario. Per essere più precisi, ci avete mai fatto caso che in tutti, ma sottolineo TUTTI, i film (televisivi e non), fiction, miniserie, telefilm ecc. italiani l’extracomunitario di turno, specialmente quando è un non-bianco, viene sempre presentato O come la povera vittima di un razzismo violento e razionario dei “cattivi” diavoli bianchi locali, O come l’amicone/compagnone simpatico, bonario e sempre propenso a scatti di gentilezza verso il prossimo o pronto ad aiutare, e tutto senza mai chiedere nulla in cambio… ?!
    Non esistono MAI personaggi che siano negri, marocchini, tunisini, zingari, mestizos sudamricani (lo scrivo per distinguerli da quelli bianchi), filippini, pakistani, bengalesi o cingalesi che siano anche solo odiosi, boriosi, antipatici, arroganti, molesti, stupidi, ignoranti o sgradevoli; neppure le comparse, figuariamoci ad identificarli come delinquenti anche pericolosi, non sia mai!
    E chiaro che dietro tutto questo ci sia una precisa macchinazione a scopo politico, perchè altrimenti non avrebbe senso; i bianchi vengono sempre identificati come gli individuo perfidi, spregevoli, meschini e sgradevoli mentre invece i non-bianchi vengono epurati da aspetto negativo sembrando tanti agnellini di latte.
    Non viene mai posto l’accento sul disagio e il malessere che l’immigrazione incontrollata provoca agli indigeni, mai… viene sempre presentata quell’idea di immigrati e immigrazione che gli intellettuali di sinistra hanno in mente, quello che LORO si IMMAGINANO e VORREBBERO, ma non che effettivamente è!!!

    Per fare un esempio, quando uscì “Tre uomini e una gamba”, ricordo che tutti noi guardavamo con odio e disprezzo i muratori marocchini abusivi in una delle rarissime volte in cui venivano caratterizzati come arroganti e presuntuosi in un film nostrano degli anni 90.
    Difatti non solo non rendevano la gamba ai protagonisti rivendicandola come loro (nonostante il tentativo diplomatico di Giacomo di riaverla indietro), ma in oltre giocavano sporco, baravano per tutta la partita e dopo aver ottenuto l’appoggio della polizia (ma guarda un pò) avevano pure l’ardire di fare i “superiori” con quelli che erano i vERI proprietari dell’oggetto in questione.
    E’ più che evidente che quando iniziarono a girare Così e la vita qualcuno fece presente la cosa al trio: che i marocchini dell’ultima volta erano gia da considerarsi troppo “politicamente scorretti”, che il pubblico li aveva presi in antipatia e che bisognava ASSOLUTAMENTE ricordare a tutti quanto gli extracomunitari fossero importanti e dovessero essere adorati dal pubblico… Così, via; ci inserirono il personaggio di Gaber (???) lavapavimenti marocchino del condominio che sta per essere cacciato via (con tutta la famiglia) dal “cattivissimo” romanaccio Pannoffino senza motivo alcuno, e dato che questo personaggio non era abbasatanza inseriamoci pure un negretto prodigio dall’altisonante nome di Platone che gia a 10 anni legge Schopenhauer mentre invece gli “stupidi” bimbi italiani leggono SOLO Topolino; personaggio ggrottescamente ridicolo degno di uno spot della UNICEF.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      E’ per lo stesso motivo per cui gli italiani sono tutti mafiosi nei film americani: gli “indigeni” (cioè gli americani) si sono visti invadere da un’orda di ignoranti sporchi con il coltello in mano che ha creato mille problemi di criminalità a chi abitava lì, ed è nato un luogo comune vivo ancora oggi.
      E’ ovvio che se la storia del film dev’essere buona non può mostrare immigrati cattivi, così come se il protagonista è buono non può compiere atti sgradevoli: non è un “piano politico”, è una delle regole della narrativa.
      Anche perché già è pieno di italiani – e mi sembra che ne hai appena dato una dimostrazione – che considera brutti e cattivi gli immigrati, peggio che mai se “scuretti” – quindi non c’è alcun bisogno di mostrarne altri al cinema: anzi, servirebbe far vedere che non sono tutti uguali, non sono brutti e cattivi, altrimenti finiamo come gli americani che ci considerano tutti mafiosi.
      Questi film fanno bene a stemperare il razzismo violento che permea l’Italia, il problema è che usano modi discutibili per farlo: con una sceneggiatura migliore avremmo avuto tutt’altro risultato. Fermo restando che parlare di immigrazione in un Paese sempre più violentemente razzista non è proprio una buona idea: ottieni solo l’effetto contrario, come è sempre più palese…

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