[Film infranti] L’altro Virus letale (1993)

Questa è la rutilante, incredibile storia di un film che è arrivato ad un passo dall’essere girato e che non è esistito per venticinque anni… finché alla fine ce l’ha fatta a nascere: però sotto forma di serie televisiva targata National Geographic: “The Hot Zone” con la ex good wife Julianna Margulies.

Qualsiasi informazione abbiate sentito in giro su questa serie, dimenticatela: ciò che i produttori fanno ai film è pari solo a ciò che l’Ebola fa al corpo umano…

Questa che vi racconto è la lunga, raccapricciante storia di quando Ridley Scott infettò la Fox e fece ammalare tutti di un male terribile, che si chiama “film infranti”.

Torno ad attingere allo splendido saggio Tales from Development Hell (2004) di David Hughes per raccontare un altro grande film che non ha mai visto la luce. Tutto ciò che segue viene dalla sua ricerca, così come dal suo testo vengono le dichiarazioni dei protagonisti.

Questo pezzo l’ho cominciato molto prima che il corona-virus infettasse tutti i telegiornali, quindi qualsiasi riferimento è puramente casuale.


Ebola là,
Buona storia qua

Siamo nel 1992, il 38enne Richard Preston lavora per la rivista “The New Yorker” e scrive saggi di divulgazione scientifica. Sta pensando ad un articolo di grande impatto e si focalizza sui virus: il problema è che sull’AIDS ormai è stato scritto davvero tanto, negli anni Ottanta, e non è più un argomento “caldo”. Servirebbe qualche bel virus nuovo…

Va alla Rockerfeller University di New York, parla con il professor Joshua Lederberg e gli chiede se per caso abbia sottomano qualche ghiotta storia di virus terribili con cui intrattenere i lettori. Be’, ci sarebbe quel pericoloso caso di Ebola di qualche anno fa, vicino Washington. Preston allibisce: uno dei virus più pericolosi per l’umanità… a Washington? Cosa è successo? E perché non se ne è sentito niente in giro?
Il professor Lederberg gli racconta di come l’esercito americano abbia mandato degli esperti virologi, con tanto di tute bianche da contagio biologico, ad ammazzare delle scimmie contagiate con l’ebola, giunte in America perché in pratica non esistono controlli per quella malattia. Non una sola persona è stata contagiata, nessuno è morto, quindi a nessuno è interessata la storia: nessun controllo è stato imposto e in qualsiasi momento possono arrivare altre scimmie contagiate dall’Ebola.

Jerry e Nancy Jaax (da ebolawcta)

Preston ha trovato ciò che voleva e parte a testa bassa, scoprendo che ha davvero trovato l’oro. A gestire l’operazione sul campo, a rischiare la vita gestendo un virus di una pericolosità enorme, c’erano due colonnelli dell’USAMRIID (US Army Medical Research Institute of Infectious Diseases), Jerry e Nancy Jaax. Marito e moglie che combattono fianco a fianco contro una minaccia all’umanità: la storia si scrive da sola.
Nel numero di ottobre 1992 del “The New Yorker” appare la storia di Preston, “Crisis in the Hot Zone“: non ci vuole molto perché Hollywood la noti.

Il 18 gennaio 1993 Preston dice alla babysitter dei suoi figli di non disturbarlo: deve andare in garage, che è il suo ufficio, a scrivere. Sfidando il divieto, la ragazza lo interrompe: c’è al telefono uno che dice di essere un potente produttore di Hollywood…
«Sai chi sono io?» Così esordisce al telefono Arnold Kopelson, produttore di Platoon (1986), Apache. Pioggia di fuoco (1990), Giustizia a tutti i costi (1991) e pronto a far uscire Il fuggitivo (1994). Alla rivista “Entertainment Weekly” spiegherà che ci tiene a che i suoi interlocutori sappiano sempre che stanno parlando con un produttore serio, uno da Premio Oscar. (Il suo Platoon ne ha vinti quattro.) Dopo un cordiale «Chiamami Arnold», il produttore fa sapere che vuole comprare i diritti dell’articolo di Preston apparso sul “New Yorker”, ma mette anche dei curiosi puntini sulle “i”: «L’opinione dei nostri legali è che possiamo fare il film anche senza di te». Mi sembra che la cordialità sia bella che evaporata.

Esce fuori che l’incidente di Washington, con le scimmie uccise, non era passato poi così sotto silenzio, e Kopelson aveva dato mandato agli sceneggiatori Laurence Dworet e Robert Roy Pool di tirare fuori un qualche soggetto: trattandosi di eventi di pubblico dominio, tecnicamente non ha bisogno di chiedere il permesso per farlo. I due sceneggiatori però sfornano risultati deludenti, così la Warner Bros – casa per cui Kopelson gestisce il progetto – ingaggia Ted Tally (che si è fatto notare nel 1991 per la sua sceneggiatura de Il silenzio degli innocenti) perché scriva un thriller mozzafiato sulla vicenda. Sarebbe bello se Preston salisse in barca come consulente, così che il suo articolo risultasse come la base da cui poi parte la finzione. Spiega il produttore:

«L’articolo non è un film, è solo uno sfondo. Parla di cento scimmie che poi finiscono tutte ammazzate: mi ritroverei gli attivisti per i diritti degli animali alla gola, poi non c’è né un inizio, né uno sviluppo né una fine.»

Lynda Obst

Preston sta per mettersi d’accordo quando arriva un terzo giocatore nella partita: Lynda Obst, produttrice che ha iniziato la carriera con Flashdance (1983) e dimostrerà di avere il tocco magico: da La leggenda del re pescatore (1991) a Insonnia d’amore (1993), da Contact (1997) a Interstellar (2014), dove Lynda passa crescono dollari. Quando si rende conto che il colonnello Nancy Jaax è una normale madre di famiglia e casalinga… che per lavoro salva il mondo… comincia ad emettere il suono di un registratore di cassa.
Per conto della 20th Century Fox acquista da Preston i diritti del suo articolo per 100 mila dollaroni, sui quali ne verranno sovrapposti altri 350 mila non appena inizierà la produzione effettiva del film. Kopelson è comprensibilmente scocciato e si lamenta che non ha avuto la possibilità di rilanciare, che Preston e Lynda si sono messi d’accordo per conto loro estromettendolo dal gioco, ma tant’è.

All’improvviso i progetti in corso d’opera sono dunque due: Lynda Obst con la Fox lavora a The Hot Zone con la consulenza di Preston, mentre lo scornato Kopelson continua con la Warner a lavorare ad un progetto che non sembra avere una buona sceneggiatura, dal titolo provvisorio Pandora. Ed è la stessa identica storia, infatti quando il giornalista e la produttrice si presentano dai colonnelli Jaax per farsi raccontare meglio la loro avventura, scoprono che Kopelson e i suoi sceneggiatori sono appena andati via, cacciati in malo modo dalla padrona di casa per motivi non chiari. Probabilmente l’atteggiamento da big di Hollywood non ha aiutato.
Lynda intanto ha bisogno di qualcuno che scriva la sceneggiatura, così chiama James V. Hart, che ha appena firmato Hook (1991) e Dracula di Bram Stoker (1992). Hart però ha un grave problema: con la stessa produttrice per due anni e mezzo ha scritto la sceneggiatura di un film che non ne vuole sapere di uscire, Contact, e l’ha fatto per la Warner Bros al fianco del noto divulgatore scientifico Carl Sagan e sua moglie, ma il capo della major ha odiato quella sceneggiatura e ha immediatamente licenziato lo scrittore, che comprensibilmente ora teme possa ripetersi lo scherzetto. Lynda riesce a mettersi d’accordo con Hart, e infatti le cose per Contact poi si sistemeranno, e riesce anche a convincerlo a scrivere The Hot Zone.

Dalla Fox arrivano solo tre raccomandazioni per Hart. La prima è che nella storia il buono deve vincere, e già questo è ridicolo. «Ogni virologo con cui ho parlato», racconta lo scrittore, «dirà che non si vince mai: puoi solo rimettere il genio nella lampada fino alla prossima volta in cui salterà fuori». La seconda raccomandazione è che la storia deve mettere una paura fottuta al pubblico: il virus dev’essere come lo squalo nel film di Spielberg. E per finire la terza raccomandazione: «devi consegnare il copione in fretta: questa è una corsa contro un altro progetto dal titolo Outbreak».


La corsa contro “Virus letale”

Hart inizia le sue ricerche nell’aprile 1993 con dieci settimane di tempo per consegnare un copione alla Fox, e dev’essere dannatamente buono perché non c’è tempo da perdere in infinite revisioni e riscritture: non bisogna lasciare tempo alla Warner di fare il suo film.
Intanto Preston, non pago dei soldi presi per il suo articolo, capito che la questione è scottante decide di trasformare la sua ricerca in un saggio divulgativo: nel 1994 il suo libro The Hot Zone sarà record di vendite, e arriverà anche in Italia per Rizzoli come Area di contagio (con la traduzione di Maria Barbara Piccioli).

Intanto siamo ancora agli inizi del 1993 e Hart è disperato: due virologi che ammazzano cento scimmie è la storia meno cinematografica che esista, e le rivendicazioni di prevenzione immunologica dei due colonnelli non aiutano. Gli Jaax, contattati ripetutamente dallo sceneggiatore, mettono l’accento sul fatto che non è stata presa alcuna misura, né preventiva né difensiva, e un qualsiasi contagio potrebbe spargersi per gli Stati Uniti in 72 ore. E non è questione di “se”, ma di “quando” questo avverrà. Tutto però si scontra con il più grande dei difetti: nessun americano è morto di Ebola, quindi a nessuno frega niente dell’Ebola. Sono ancora lontani i tempi della Mucca Pazza, dell’aviaria o della Sars: la virologia “non tira”.

Karl Johnson (da ebolawcta)

Hart vola in Montana a trovare Karl Johnson, uno dei più famosi virologi del mondo nonché scopritore dell’Ebola, e questi gli fa sentire dei nastri che lui e sua moglie hanno inciso in Zaire durante l’epidemia del 1976, quando erano circondati da uomini, donne e bambini che morivano sanguinando da ogni orifizio. Era proprio ciò di cui lo sceneggiatore aveva bisogno.
Hart può inventare ciò che vuole ma rifacendosi sempre alle serissime ricerche di Preston: non può inventare una cura per l’Ebola, ma può usare ciò che chiama una “pallottola magica” (magic bullet). In questo caso una suora che era stata in missione nello Zaire contagiato del 1976 e, contratta l’Ebola, l’aveva sconfitta: i suoi anticorpi potevano in qualche modo creare un vaccino per la terribile malattia.

«La suora esiste davvero, Karl Johnson me ne ha parlato. Hanno ancora i suoi campioni di sangue conservati alla USAMRIID o CDC. Ora è morta, ma è vissuta a lungo, così come ci sono altre due o tre persone sopravvissute, e tutti i loro campioni di sangue sono stati riportati negli USA nel 1976.»

I tempi si allungano un po’ rispetto al previsto, ma il 9 ottobre 1993 Hart consegna la sua sceneggiatura, che si apre con un prologo su Karl Johnson che nel 1976 visita il villaggio dello Zaire colpito dall’Ebola. La scena dura una decina di minuti, poi ci si sposta nel 1989 e troviamo Nancy Jaax che scopre la malattia in una serie di scimmie da laboratorio, insieme al marito ex militare, ora chirurgo veterinario: siamo a Reston, Virginia, ad una ventina di chilometri da Washington, D.C.
Una trentina di pagine dopo Nancy contatta Johnson per chiedergli aiuto e insieme affrontano il virus. Intanto però l’Ebola passa dalle scimmie a un tecnico del laboratorio, che essendo ignaro va al cinema e tossisce infettando tutti.

A detta di Hart il suo copione riscuote grande entusiasmo.

«Lo studio era contento, le persone che avevo intervistato erano contente, Lynda era contenta e io ero contento perché quello era un modo per rifarmi di essere stato trattato così male per Contact

Siamo a dicembre 1993 quando la versione definitiva della sceneggiatura viene firmata da Jodie Foster: il ruolo dell’eroina virologa Nancy Jaax richiede un nome di primo piano e con un progetto così ambito – con tutta Hollywood in poltrona per vedere come finirà la gara – è facile ingaggiare la celebre attrice.

Jodie Foster è pronta a calarsi nei panni della grintosa virologa Nancy Jaax

Per la regia si pensa subito a Wolfgang Petersen, che si è conquistato l’interesse del cinema americano con U-Boot 96 (1981) e ha sfornato film immortali come La storia infinita (1984), ottima fantascienza per palati fini come Il mio nemico (1985), ottimi thriller purtroppo dimenticati come Prova schiacciante (1991) con Tom Berenger e ha appena finito Nel centro del mirino (1993) con Clint Eastwood.
Petersen è più che disposto a lavorare alla storia “virale”, ma c’è un grosso problema: come dichiarerà lui stesso ad “Entertainment Weekly”, «entrambi i copioni mi sono arrivati sulla scrivania lo stesso giorno». Fare The Hot Zone per la Fox o fare Outbreak per la Warner? La storia è la stessa, ma per motivi non dichiarati – probabilmente un lancio di monetina – Petersen sceglie il secondo.

Il regista che scelse l’Ebola della Warner

Nel cercare un altro regista, si viene a sapere che la Paramount si era interessata all’articolo originale di Preston, non riuscendo però a comprarne i diritti, e l’ha fatto su consiglio di Ridley Scott: vogliamo sentire se lo Scott sbagliato è disponibile? Non è più il regista disperato che avrebbe diretto pure il Treno di Stallone, Thelma & Louise (1991) ha conquistato tutti, Blade Runner (1982) è tornato in sala nel ’92 in Director’s Cut e tutto il mondo è impazzito per un film che ha ignorato per dieci anni, 1492. La conquista del paradiso (1992) è una spernacchiata inutile ma comunque Scott rimane sulla cresta dell’onda… e si fa corteggiare dalla Fox.
La major non può però perdere troppo tempo, perché la Warner è più che contenta della sceneggiatura di Neal Jimenez e sta per iniziare la produzione di Outbreak, malgrado Preston affermi che quel copione è «Curioso come George incontra Andromeda».

Siamo al febbraio 1994 e finalmente Ridley Scott firma per la regia di The Hot Zone: quando lo Scott sbagliato firma per il film sbagliato, succede subito qualcosa di sbagliato… e infatti all’improvviso il progetto perde il proprio sceneggiatore. Un bel giorno esce fuori che il produttore Michael London sta chiamando varie agenzie per farsi mandare degli sceneggiatori, e questo secca parecchio Hart, che all’inizio aveva parlato chiaro a Lynda Obst: dopo la scottatura di Contact, non voleva sorprese o fregature. Lui aveva fatto tutte le ricerche, lui aveva tutti i contatti con i veri virologi, che impazzivano per come aveva trattato la questione e per come aveva padroneggiato i vari elementi scientifici: lui doveva rimanere come sceneggiatore. La produzione non la pensa così, si sa che ad Hollywood gli sceneggiatori ne usano a chili – così da essere sicuri di rovinare ogni singola buona idea – quindi James V. Hart saluta e se ne va in vacanza in Florida con la famiglia.

Il primo effetto devastante dell’entrata in scena di Ridley Scott.

James V. Hart saluta e lascia il palco

Scott non si preoccupa, perché lui si porta dietro Tom Topor, lo sceneggiatore esploso con il film-scandalo Sotto accusa (1988) – quello che stupì il mondo degli anni Ottanta perché dimostrò che le donne non hanno piacere ad essere stuprate: nessuno ci aveva mai pensato prima! – un autore che viene subito incaricato di riscrivere completamente dall’inizio un film che l’anno precedente andava fatto di corsa. Tom legge il saggio di Preston e ha una bella pensata: perché una storia funzioni al cinema non dev’essere legata alla scienza…
In pratica ogni sforzo del giornalista Preston e dello sceneggiatore Hart per rispettare la verità dei fatti viene spazzato via. Ma a nessuno importa, tanto Robert Redford ha appena firmato per il ruolo dell’esperto Karl Johnson, pronto a snocciolare supercazzole scientifiche da due soldi. Il problema è che il contratto del celebre attore prevede sia un compenso di otto milioni di dollari di compenso sia l’approvazione della sceneggiatura: e quella roba che Topor sta scrivendo non gli piace proprio.

Redford nel 1992

In una riunione con Lynda Obst, Topor viene mandato a casa perché Redford vuole uno sceneggiatore di fiducia: Richard Friedenberg, con cui ha appena lavorato per In mezzo scorre il fiume (1992), che non è proprio un film memorabile. Appena Friedenberg sale a bordo viene inondato da appunti su dove la storia dovrà andare: tutti appunti che contrastano l’uno con l’altro. La produttrice Obst, il regista Scott, l’assistente di Scott, il ragazzo della pizza: tutti gli lasciano note su come dovrà essere The Hot Zone e ovviamente è impossibile mettere tutto insieme in forma coerente. Le indicazioni principali, quelle che contano più delle altre, sono di Redford che vuole il suo personaggio espanso: non un semplice virologo chiamato in aiuto ma un vero protagonista, degno dell’attore.
Friendenberg scrive e presenta il suo copione in una riunione dove sono tutti presenti. Lynda Obst lo adora così come lo adorano tutti… tranne Mimi Polk, che è l’assistente di Ridley Scott. «È merda», pare sia stato il suo illuminato giudizio. D’un tratto, senza motivo, tutti gli altri cambiano opinione e ora il copione è merda. Stando ai testimoni, Lynda ha chiesto scusa, si è alzata, è andata nel proprio ufficio e si è sdraiata: il progetto comincia a far male. Male sul serio.

Dopo altre settimane di lavoro, Friedenberg comincia a sperare che lo licenzino, che proprio non ce la fa più. Approfitta di una riunione, dove gli vengono date ulteriori assurde indicazioni, per mettere in atto un suo insano proposito: «dare [ai produttori] tutte le ragioni per licenziarmi: hanno avuto pietà di me e mi hanno lasciato libero.»
In Florida, Hart riceve una telefonata: non è che tornerebbe a lavorare al copione di The Hot Zone? Lo sceneggiatore chiama Friedenberg e si fa spiegare l’accaduto: «Usa pure tutto ciò che vuoi: sono così felice di essere fuori da tutto questo» è il commento dell’uomo disperato.


Il ritorno di Hart

Quella che Hart trova al suo ritorno è una produzione in sfacelo. Ridley Scott ha messo persone a lui vicine in posti di potere così da controllare il tavolo delle trattative: dev’essere chiaro a tutti che questo sarà un film di Ridley Scott, fatto come vuole lui. Dall’altra parte ci sono Jodie Foster e Robert Redford, due attori di enorme fama che non ci stanno ad essere trattati come zavorra dal regista britannico. E in mezzo c’è Lynda Obst, che una volta era il motore stesso del progetto, la produttrice-scrittrice che sa parlare sia agli autori che agli attori, e che ora si limita a prendere schiaffi da tutti.

Lynda Obst

«Come Atlante sentivo di dover tenere sulle spalle tutti i problemi del film: il regista che non si fida dello studio, lo studio che non si fida del regista, e tutte le nostre paure riguardanti le potenti star – Robert Redford e Jodie Foster – che in qualsiasi momento potevano spazzarci via.»

Come se non bastasse tutto questo, sopra a tutti c’è la Fox che mette pressione perché vuole vincere la gara del film con la Warner Bros: solo che alla Warner sembra andare tutto giù liscio, la major sa come vincere queste gare visto che vi partecipa da sempre.
La fila dei problemi è chiusa dalla stampa, che appena sa della gara comincia a martellare entrambe le produzioni per sapere di scricchiolii e cedimenti, pronta a ballare sulla tomba del progetto che crollerà per primo.

Arriva finalmente la prima bomba. L’agente di Redford è amico di Lynda Obst e quindi la chiama per avvertirla: la Warner Bros ha appena contattato l’attore perché faccia il protagonista del loro film, Outbreak. «Ora sì che sono fottuta» è stato il commento della produttrice. Redford però rifiuta, dicendo che mantiene gli impegni presi e poi preferisce dedicarsi ad un’opera che esplori nuove tematiche piuttosto che al solito film d’azione.
Redford è fedele al progetto… non alla sceneggiatura, che Hart assicura essere qualcosa di unico ed eccezionale. Così il celebre attore porta nel progetto Paul Attanasio, ancora sconosciuto ma pronto a ritagliarsi un posto d’onore nel cinema anni Novanta con una sequela di film apprezzati: Quiz Show (1994), Rivelazioni (1994), Donnie Brasco (1997) e Sfera (1998).

Hart per la seconda volta si vede scalzato da una sceneggiatura che considera pura poesia: dice di aver creato un personaggio gigantesco per Robert Redford… ma l’attore vuole altro, e l’attrice si indispettisce perché da protagonista si ritrova a fare semplice moglie dell’eroe. Incontrata ad una festa a New York, Jodie Foster dice ad Hart che molla il film. Lo scrittore telefona subito a Lynda Obst, che va su tutte le furie. Però il loro rapporto rimarrà saldo: dopo vari altri guai, la Foster lavorerà nel film di successo Contact (1997), scritto da Hart e prodotto dalla Obst.

Pronto, Lynda? Mollo Ebola ma prendo Contact

Nel maggio del 1994 Hart presenta il suo copione-minestrone con brani di Friedenberg, Attanasio, Redford, Scott e vari altri nomi, un testo per il quale prima si è scusato con la famiglia di Jerry e Nancy Jaax: la loro storia di eroismo e virologia si era trasformata in una storiellina d’amore, con tanto di triangolo con l’entrata in scena del virologo Karl Johnson. E meno male che Redford voleva una storia “diversa dal solito”! Si è ritagliato il ruolo dell’affascinante seduttore che con una mano salva il mondo e con l’altra concupisce la protagonista.
Hart consegna le sue 154 pagine e dice: «Ecco qua: io me ne vado». E per la seconda volta taglia la corda.

Persa la Foster, a soli 18 giorni dall’inizio delle riprese Lynda chiama Meryl Streep, convincendo i suoi agenti che sarà un’ottima idea ricreare la coppia da Oscar Redford-Streep de La mia Africa (1985). Però per lei toccherà un po’ rivedere il personaggio di Nancy: non c’è problema, Ridley fa chiamare Tom Topor per una veloce riscrittura dell’ultimo minuto – l’ennesima – ma è importante che lo sceneggiatore parli con la Streep per essere sicuro di come lei voglia il personaggio.
Stando al racconto di Topor, la conversazione telefonica con l’attrice è stata amabile e proficua, ma il gelo crolla nel momento in cui la donna chiede quando si inizierà a girare… e Topor è costretto a confessarle che sta appena iniziando a scrivere la sceneggiatura. Meryl richiama subito Clint Eastwood ed accetta di partecipare a I ponti di Madison County (1995), che sarà un grande successo della Warner Bros.

Pensa, Clint, che per poco non mi beccavo l’Ebola

Poi Topor passa a parlare con Redford, facendogli notare che dovrebbe mettersi d’accordo con Ridley Scott: il regista sta impostando il film con un duetto fra due personaggi protagonisti, mentre l’attore vuole essere l’unico eroe in scena. «Io scrivo tutto ciò che volete, ma devo avere l’accordo fra la visione del regista e quella dell’attore». Topor ha compiuto un altro miracolo: Robert Redford il 12 agosto abbandona ufficialmente il film. Chissà se per quello che gli ha detto lo sceneggiatore o per quello che eventualmente gli ha detto Scott.
Intervistato dal “Time”, Richard Preston afferma che è come vedere al rallentatore un treno che deraglia.

Mentre The Hot Zone perde tutti gli attori, da Outbreak arrivano notizia che la Warren abbia consultato le pagine gialle delle star: Dustin Hoffman e Rene Russo protagonisti, nel ruolo di un colonnello e della sua ex moglie – la versione Warner dei coniugi Laax – Kevin Spacey e Cuba Gooding jr. come personale dell’unità virologica, infine Morgan Freeman e tie’, pure Donald Sutherland. Ma sì, abbondiamo.
Questo non vuol dire che alla Warner la sceneggiatura sia proprio un gioiello. Una volta consegnata quella a quattro mani di Laurence Dworet e Robert Roy Pool – che ancora oggi sono i nomi riportati dai titoli di testa – c’è una fila di sceneggiatori ingaggiati per metterci lo zampino, compresa la compianta Carrie Fisher da poco impostasi come autrice grazie a Cartoline dall’inferno (1990) basato sulla propria biografia. Tutti a lavoro con ricchi stipendi mentre la sceneggiatura cambia forma ogni giorno. Almeno la Warner non ha una troupe che in California dal 13 luglio 1994 gira sequenze di scimmie… in attesa che si trovi una sceneggiatura e degli attori per il film!

Nell’agosto del 1994 la Fox tira lo sciacquone su The Hot Zone, ed è un sollievo per la Warner che può rallentare e prendere fiato: la lavorazione di Outbreak è un disastro ma non poteva farlo sapere troppo in giro, finché c’era una gara in corsa. La parata di sceneggiatori ha fatto solo danni, anche perché i vari scrittori devono prendere la base scritta da Pool e Dworet e infilarci dentro scene rubate dichiaratamente al film della Fox, di cui la Warner ha potuto leggere ogni singolo copione presentato.

Solamente il 10 marzo 1995 Outbreak uscirà nelle sale americane – in Italia, Virus letale (in DVD Warner) – sarà un successo ma sui giornali le polemiche saranno accese. Preston, autore del saggio originale, e Hart, autore di un vasto numero di sceneggiature per il film, ridono di gusto: Outbreak è una stupidaggine, se The Hot Zone fosse riuscito ad arrivare in sala l’avrebbe battuto tranquillamente.

Intanto il 21 aprile 1995 “Entertainment Weekly” riporta per intero la lettera di Robert Roy Pool in cui afferma una volta per tutte che non ha copiato nulla da The Hot Zone, malgrado quanto vadano dicendo in giro tutti quelli che hanno lavorato ad Outbreak: già nel novembre 1992 gli era stata proposta la storia di quell’incidente di Washington D.C. e l’aveva rifiutata. Invece aveva scritto con Dworet una storia che si rifaceva a tutt’altro virus (la Febbre di Lassa in Nigeria) e a cui lavoravano già addirittura dal 1982.

Però alcune scene – tipo il tizio che tossisce al cinema e contagia tutti – sono fotocopie troppo perfette di scene scritte per The Hot Box per non pensar male.


Nella fine,
un nuovo inizio

Per tutti gli anni Novanta Lynda Obst ha tenuto “in caldo” il progetto di The Hot Zone, e fra il 1998 e il 2002 si è di nuovo arrivati vicino a vedere la luce, con l’arrivo di nuovi produttori. Ogni volta che la Obst lo chiamava, lo sceneggiatore Hart metteva bene in chiaro che aveva già preso troppe fregature nell’ambiente: semmai il film avesse visto la luce, il suo nome doveva risultare fra gli sceneggiatori, visto quanto tempo vi aveva dedicato e visto che era stato il primo a scrivere la storia in cui poi tutti hanno messo le mani. Non importa se in prima o in terza posizione, nei titoli di testa, ma il suo nome doveva esserci. Il tempo di metterlo in chiaro, che il progetto è evaporato di nuovo.

Da good wife a good doctor

Il saggio di Hughes è del 2004 quindi si limita a lasciare in sospeso futuri sviluppi del progetto, che infatti vede la luce finalmente nel 2019, sotto forma di serie televisiva prodotta dalla National Geographic.
Finalmente prendono vita la grintosa virologa Nancy Jaax e il marito veterinario Jerry, ma soprattutto Hart ha avuto soddisfazione di tanti anni di sofferenza e ha il nome nei crediti.

Non ho alcuna intenzione di vedermi una serie ansiogena sull’Ebola, anche perché questa rubrica si basa sui progetti infranti, non su eventuali loro “vere” apparizioni. Mi basta aver raccontato uno dei virus più terribili di Hollywood: Ridley Scott!

Pronto, Ridley Scott? Prrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrr

L.

– Ultimi “film infranti”:

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24 risposte a [Film infranti] L’altro Virus letale (1993)

  1. Cassidy ha detto:

    Frase conclusiva che ha provocato un’esultanza sul bus (storia vera) ma in generale un altro super post! 😉 “Virus Letale” era una cosina ma con questo film sono riusciti a fare ben peggio, anzi a non fare nulla lasciando campo libero al film con Dustin Hoffman che invece tutti ricordano. Le corse contro il tempo tra case di produzione, per sfruttare un soggetto prima della concorrenza sono la normalità ad Hollywood, dove le idee sono così rare che bisogna combattere per accaparrarsele verrebbe da dire 😉 A volte i film escono (“Armageddon” vs. “Deep Impact”) a volte no, mi viene in mente “Alexander” (2004), il progetto dei sogni di Oliver Stone, arrangiato in fretta e furia per battere sul tempo l’equivalente diretto da Baz Luhrmann con Leonardo Di Caprio, che però ha fatto la fine di “The Hot Zone” e non è mai uscito. Cheers!

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  2. Zio Portillo ha detto:

    Ne avevo visto la pubblicità incalzante su Sky e memore del buon lavoro svolto da quelli di National Geographic con “Marte” (mix di fiction e documentario) decisi di registrare la serie per guardarla in seguito (spoiler: a tutt’oggi devo ancora vederla…).

    “Virus Letale” credo di averlo visto al cinema all’uscita e poi a spizzichi in qualche passaggio tv. Nulla di memorabile tranne che per la sempre guardabile Renè Russo.

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  3. Sam Simon ha detto:

    Continuo a pensare che Ridley Scott abbia fatto più danni della grandine al cinema, ma è considerato come un dio in Terra da tutti quindi sto zitto nel mio angolino…

    Posso dire che di Virus letale ho solo dei vaghissimi ricordi televisivi?

    E soprattutto che sto riguardando Friends con la mia amata e la puntata su Van Damme e il virus letale l’abbiamo vista proprio ieri? X–D

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Era un segno del destino!!!! 😀
      Non può essere un caso che quella puntata vista ieri, “Virus letale” trasmesso da La7 sabato scorso e il mio pezzo oggi siano tutte coincidenze… Voglio una puntata di Giacobbo sulla questione 😀
      Scherzi a parte, dovremmo fondare un club di disistimatori di Scott!

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      • Sam Simon ha detto:

        Pochi ma buoni! :–D

        E… Giacobbo! Quanti ricordi! C’avevamo soprannominato un compagno di casa che raccontava una marea di storie inverosimili sulla sua vita una quindicina d’anni fa… X–D

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      • Giuseppe ha detto:

        Eh, ma ormai siamo parecchio in ritardo sulla tabella di marcia: quel poco che ancora fa Giacobbone nostro in tv ormai è semplice divulgazione/documentarismo senza più nessun’ombra di qualsivoglia mistero… quindi, come il film del post, “rebus sic stantibus” considerala una puntata che non vedrà mai la luce 😀
        Certo che, pensando a tutte le vicissitudini -RidleyScottiane e oltre- che hanno impedito a “The Hot Zone” di uscire (ma il discorso si potrebbe allargare a tutti i film infranti), perché mai a Hollywood hanno sempre tralasciato di aggiornare l’Academy inserendo nuove categorie di premiazione tipo “Oscar al miglior film NON realizzato”, da affiancare magari al già esistente “Oscar al/alla miglior attore/attrice NON protagonista” (appunto per via del fatto che non puoi essere protagonista di un film mai girato)? 😉

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Idea geniale, dovrebbe lanciare una petizione internazionale: solo che il premio andrebbe tutti gli anni a Ridley Scott! 😀

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  4. Willy l'Orbo ha detto:

    Post impegnativo ma interessantissimo nelle premesse nella cui lettura mi cimenteró in serata: Preston, ebola, virus letale, film infranti…ingredienti gustosissimi (che mi stuzzicano al di là della stretta attualità che anzi mi lascia sbigottito nelle evoluzioni ma è un discorso lungo e non è questa la sede!)!

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  5. Il Moro ha detto:

    Grande articolo!
    Ricordo di essere andato al cinema a vedere “Virus letale”, e anche di essermi chiesto perché diavolo l’avessi fatto una volta uscito dalla sala.

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  6. wwayne ha detto:

    Per me In mezzo scorre il fiume non è soltanto un film memorabile, è proprio il mio film preferito in assoluto.
    Non condivido neanche la tua disistima per Ridley Scott: l’ho apprezzato anche quando ha diretto i suoi film più detestati, come The Counselor. A mio parere è un regista così bravo che, anche quando è al minimo della forma, riesce sempre a tirare fuori qualcosa di buono. Neanche dei registi come Clint Eastwood e Martin Scorsese possono dire altrettanto – e infatti, pur amandoli entrambi, devo riconoscere che ciascuno di loro ha diretto uno dei film più brutti che abbia mai visto (rispettivamente Lettere da Iwo Jima e The Aviator). Molti dei film di serie Z che hai recensito qui sono oro, se paragonati ai 2 film in questione.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      L’ego di Scott è già abbastanza grande: se scopre che per te è migliore di Eastwood e Scorsese l’universo non sarà più sufficiente 😀
      Tecnicamente è un grande regista, il problema è che vuole fare tutto, avere il controllo su tutto e fa scelte devastanti, creando enormi insuccessi al botteghino che dimostrano come la maggior parte di chi lo adora non va a vedere i suoi film. Se anche solo un millesimo delle persone che lodano Scott in Rete poi spendesse dei soldi per vedere i suoi film al cinema… non sarebbero quasi tutti degli insuccessi commerciali, negli ultimi vent’anni.

      Se Scott si limitasse a fare il regista, avremmo tanti splendidi film con la sua firma, invece vuole comandare sulla Terra e sui terrestri e quindi abbiamo tanti brutti film con la sua firma: non perché siano brutti tecnicamente, ma sono strapieni di brutte scelte.
      E’ come se un bravo pizzettaio volesse controllare il mercato del grano, imporre i prezzi del pomodoro e gestire l’impianto idraulico cittadino: oh, sei un pizzettaio, per favore limitati a fare il tuo lavoro! 😛

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      • wwayne ha detto:

        In verità la stragrande maggioranza dei registi ha dei fan come quelli di Ridley Scott, dispostissimi ad elogiargli aggratis su Internet, ma non a pagare qualche euro di biglietto per vedere i loro film al cinema. Per riprendere gli esempi di prima, perfino Clint Eastwood e Martin Scorsese sono in questa situazione: infatti l’ultimo film di Clint e il penultimo di Scorsese sono stati entrambi dei flop (immeritati, ma flop). Forse gli unici registi con dei fan così accaniti da essere disposti a fiondarsi in sala il giorno stesso dell’uscita del film sono Tarantino e Woody Allen. Grazie per la risposta! 🙂

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Stiamo però parlando di misure parecchio diverse: quando Scott ha iniziato l’attività Eastwood e Scorsese erano già Eastwood e Scorsese, e i mille problemi che Scott ha vissuto – a volte per colpa sua a volte per colpa di altri – hanno fatto sì che la sua produzione sia imparagonabile a macchine da cinema come Clint. Che i risultati piacciano o non piacciano sono gusti personali, ma siamo su un’unità di misura parecchio diversa.
        Curiosamente come produttore Scott è un drago, ha inanellato così tanti successi che fa specie poi come regista faccia scelte diametralmente opposte…

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      • wwayne ha detto:

        La tua roboante affermazione sul fiuto di Ridley Scott come produttore mi ha incuriosito, quindi sono andato a vedere su imdb i film che ha prodotto: onestamente non ci ho trovato niente di memorabile, ma va detto che non ho visto molti dei film in questione. Me ne consigli qualcuno?

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Uno che ha prodotto serie come “The Hunger”, “Numb3rs”, “The Good Wife” e “L’uomo dall’alto castello” puoi solo che applaudirlo, così come è riuscito nell’impossibile: “Jean-Claude Van Johnson” è un capolavoro, e associare Van Damme a questa parola è un miracolo 😀
        La produzione televisiva mi sembra comunque nettamente migliore di quella cinematografica.

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      • wwayne ha detto:

        Ah, ecco perché non ero al corrente del suo fiuto come produttore: le serie tv le bazzico pochissimo. Grazie mille per la chiacchierata, piacevole come sempre! 🙂

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      • wwayne ha detto:

        Errata corrige: elogiarli.

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