The Homesman (2014) Tommy Lee Joker

Quando ho scoperto nel palinsesto di Rai4 un western che non conoscevo, per di più con un duo di attori d’eccezione, mi sono fiondato a vederlo… e onestamente la delusione è stata multipla.

La prima delusione è Tommy Lee Jones, che adoro come attore ma come regista proprio non mi va giù. Sto ancora cercando di riprendermi dopo il suo Le tre sepolture (2005) che mi arriva quest’altra tegola addosso: per fortuna fa film ogni dieci anni, che di più non ce la farei a reggerli.
Tecnicamente tira su un prodotto da applauso, con una regia impeccabile e una fotografia che riempie gli occhi, ma il problema è che usa la vuota lentezza come cifra stilistica, e sa far durare dieci ore una scena che non avrebbe motivo di durare più di dieci secondi. Tommy Lee, sei tanto simpatico, ma non sei Kurosawa…

La seconda delusione è che io avevo già visto anni fa questo film, ma con un altro titolo… e con un risultato nettamente superiore. Ma mi spiego meglio.

La sgombra intensità del paesaggio è simbolo della sceneggiatura…

Che The Homesman abbia parecchia puzza sotto il naso e sia tutto tranne che onesto lo si capisce dal fatto che è stato presentato al Festival di Cannes nel maggio del 2014: quella inutile lentezza è chiaro trattarsi di paraculata per tirarsela da “cinema d’autore”. Senza capire che quel tipo di lentezza serve a veicolare un concetto e a lasciarlo sedimentare nel cuore dello spettatore, non a riempire lunghi vuoti di sceneggiatura con bei paesaggi.

Nel novembre successivo viene presentato al Torino Film Festival e alla fine… non sono mica riuscito a capire quando è uscito nelle sale italiane!

Coadiuvato da due scrittorini che dubito avessero la forza di opporglisi, Tommy Lee Jones scrive la sceneggiatura del suo film traendola dal romanzo omonimo del 1988 di Glendon Swarthout, nome importante del genere western (ovviamente scomparso dall’editoria italiana dopo il 1989!) legato anche al cinema: 7º Cavalleria (1956) con il decano Randolph Scott è tratto da un suo soggetto e Il pistolero (1976) con John Wayne è tratto da un suo romanzo.

Non sono molti gli autori western che si siano focalizzati sul ruolo delle sfortunate donne nella Frontiera, quindi in questi tempi di metoogirlpower è naturale che una storia come quella di The Homesman sia balzata all’occhio: una storia perfetta per un film da portare in giro per festival a dimostrare che anche il più maschilista dei generi del più conservatore dei Paesi sa trattare la questione femminile ed è sensibile all’argomento.

Tutto bello, tutto giusto, ma il problema non è la storia: è come la si racconta. E Kevin Sorbo era stato decisamente più bravo…

Mi spiace, ma Kevin Sorbo è riuscito meglio di Tommy Lee Jones

Non risulta alcun riferimento al romanziere Swarthout, ma nel ventennale del citato romanzo esce un film televisivo scritto da Steven H. Berman e diretto da Stephen Bridgewater: La febbre della prateria (Prairie Fever, 2008). La trama è così identica che non posso credere sia semplice coincidenza…

Per una certa concezione maschile è facile dare della “pazza” a una donna. Per esempio nella metà dell’Ottocento quelle larve violente e rabbiose che nella Frontiera stavano costruendo un nuovo mondo di violenza e crudeltà, e che trovo davvero difficile chiamare “uomini”, per moltiplicarsi biblicamente compravano per posta uno strano oggetto, molto più impegnativo del previsto e che spesso malfunzionava e dava mille problemi: pare che quell’oggetto si chiamasse “donna”.
Sul rapporto dei rozzi e solitari uomini del West con quella roba strana che indossa la gonna è stato già ampiamente detto tutto dal film Una donna chiamata moglie (1974) con gli strepitosi Gene Hackman e Liv Ullmann, ma non sembra andasse sempre tutto “a buon fine”: a volte, sembra strano, ma queste donne che si ritrovavano sposate a delle forme vagamente animali, che si ritrovavano murate in una catapecchia di due metri dispersa nel nulla più totale, a guardare il vuoto in attesa che i loro mariti tornassero dai campi per picchiarle e stuprarle… oh, sembra incredibile ma pare impazzissero… La chiamavano “febbre della prateria” (prairie fever).

Neanche Padre Lithgow può salvare le anime dei rozzi uomini della prateria

Entrambi i film, quello del 2008 e quello del 2014 (purtroppo il romanzo è inedito e non ho voglia di leggerlo in inglese!), raccontano la stessa storia. Il prete del paese, che ha organizzato i matrimoni fra le donne forestiere e quegli insetti solo vagamente a forma maschile, è costretto a rimandare indietro tre donne: distrutte dalla vita mostruosa che si sono ritrovate a fare, sono impazzite e i mariti pensano bene di mandarle via. Che ci fanno con oggetti difettosi come quelle donne?
In entrambi i casi il viaggio per portare queste tre pazze è pericoloso e soprattutto vergognoso: nessun bravo cristiano aiuterebbe mai un bisognoso, che siamo matti? Il bravo cristiano è quello che uccide, stupra, ruba, è debole coi potenti e potente coi deboli: non ricordo il passo preciso della Bibbia dov’è specificato, ma sarà lì in giro…

In mezzo a tanti bravi cristiani in paese, solamente due scarti della società accettano l’incarico, e comincia il viaggio delle tre matte e dei due pazzi che accettano di accompagnarle.

Ci vogliono due pazzi per trasportare tre matte

Una trama del genere puoi affrontarla solo in due modi: o usi uno stile leggero così da far capire il succo della questione e lasciare speranza in un mondo migliore, o la butti sul pippone triste e melodrammatico. Sorbo è per sua natura leggero, Jones non so perché ma ama i pipponi tristi.
Nulla di male in entrambe gli stili, la vicenda narrata è fortemente drammatica quindi ci sta un film disperato e crudele, ma il problema è che Sorbo riesce nel suo film leggero, Jones ammorba di noia con un film vuoto che a tre quarti si perde e comincia a girare a vuoto.

Mmm… mi sa che ci siamo persi, nella sceneggiatura

Al netto dell’unica differenza di partenza – nel film del 2008 è Sorbo ad essere incaricato, e strada facendo raccoglie una donna in fuga come compagna di viaggio, mentre nel 2014 è una intensa e sempre bravissima Hilary Swank a prendere l’incarico e a caricare il fuggiasco Jones – il resto della vicenda parte identico per poi lasciar subito capire il vuoto al suo interno.
Se nel film del 2008, un prodotto televisivo per famiglie, c’è l’ottimismo di far capire che in realtà le tre donne sono “matte” solo perché non ci stanno a vivere in quel mondo assurdo, e che invece in altre situazioni potrebbero addirittura essere costruttive ed utili alla società, nel film del 2014 le tre “matte” sono tre matte. E basta. E non fanno altro che le matte. Tre personaggi buttati a peso morto nella storia che non fanno una mazza di niente. Perché so’ matte… Ammazza che scavo psicologico del personaggio!

Tre matte ad appesantire la sceneggiatura

Di nuovo, ci sta tutto, dei velocissimi flashback ci fanno capire che hanno tutte le ragioni di essere impazzite, a vivere in mezzo a quel ciarpame disumano che non si può chiamare “uomini”, però a livello di sceneggiatura sono tre buchi che stanno lì. A creare altri buchi.

Decisamente migliori le tre “matte” del 2008

Il carro dei disperati accenna ad alcune situazioni che gridano John Steinbeck lontano un miglio: il cantore dell’America disperata, dei morti di fame a cui è rimasto solo un sogno che scoprono di non avere manco quello, il viaggio catartico che invece di creare distrugge, che invece di portare a qualcosa porta al nulla della disperazione. Ci sta tutto, ma Jones non si dimostra in grado di usare qualcosa che sta già lì pronto: gli basterebbe strizzare l’occhio a Furore di Steinbeck e tutto il resto verrebbe da sé. Invece ad un certo punto… il matto è lui!

Io so’ Tommy Lee Jones, e ma la canto da matto

Ripeto, non ho letto il romanzo ma sono più che sicuro che ci saranno motivazioni valide per l’agire misterioso del protagonista maschile, mentre invece nel film ad un certo punto succede qualcosa… e da tre quarti in poi il film va alla totale deriva. Scompare ogni parvenza di trama, i personaggi dicono cose senza senso, arrivano altri attori, arriva Meryl Streep che parla a casaccio (mi sa che ha sbagliato film), arriva James Spader che dice cose a casaccio, arriva una ragazzina a piedi nudi, un treno, una zattera, una lapide, una banconota, e i’ ’so pazz’, ah, i’ ’so pazz’… Va be’, però Jones… nun ce scassa’ ’o cazz’!

Ecco Tommy Lee Jones a tre quarti del film…

A tre quarti il film perde totalmente ogni contatto con la realtà e tutti i personaggi scompaiono: rimangono solo vuoti cartonati che non si sa cosa facciano né perché lo facciano.
Mille volte meglio il filmetto con Sorbo, una storia buona e buonista ma con almeno una buona sceneggiatura, con le tre donne che finiscono chiaramente per allearsi con il disperato ubriacone che doveva portarle al manicomio e capiscono che sono tutti emarginati, e proprio come ci insegna Steinbeck non importa quanto sia disperato il nostro viaggio: importa farlo insieme.

Allontanati, o ti leggo Steinbeck una cartuccia alla volta

Invece di porre l’accento sulla mostruosa realtà delle donne vittime di un mondo disumano, quello del “mitico” West, Jones ha preferito lanciarsi in scene dove ballonzola e canticchia, in pratica prendendo su di sé l’intero film per poi sceneggiarsi addosso, in palese stato confusionale. Sul finale poi stenderei un velo pietoso…

Mi serviranno altri dieci anni per riprendermi da questa seconda regia cinematografica di Jones, sperando di cuore che gli impediscano di farne una terza.

L.

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13 risposte a The Homesman (2014) Tommy Lee Joker

  1. Zio Portillo ha detto:

    L’avresti mai detto che a parità di trama e ambientazione un filmetto tv con Sorbo uscisse meglio di uno con Tommy Lee Jones, la Swank, la Streep e Spader! Pare impossibile e invece…

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  2. Cassidy ha detto:

    Riassunto perfetto, il classico film buono per i film festival, il regista che è anche famoso, i famigerati “grandi silenzi” applicati ad un’estetica perfetta, e Hilary Swank che dove la metti fa scintille. Peccato che davvero se non avessi letto il tuo post nemmeno mi ricorderei cosa accade in buona parte del film, che poi è più o meno la stessa descrizione che potrei fare di “Le tre sepolture”, tutto bello ma poi stringi stringi, non resta molto. Sull’argomento viaggio e donne maltrattate nel west molto meglio il televisivo “Broken trail” di Walter Hill, che non avrà avuto tutto il budget e gli attori di cui ha potuto disporre Tommy Lee, ma ha confermato che c’è un motivo se lui è un grande regista, e Jones invece è ricordato come un grande attore. Gli americani di solito dicono: Non lasciare il tuo primo lavoro 😉 Cheers

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  3. Kuku ha detto:

    Oddio, mi sa che qualche pezzo di questo film l’ho visto, ma l’unica cosa che mi ricordo è che mi aveva stupito come finiva il personaggio della Swank, ma non per la cosa in sè che ci poteva stare, ma il fatto che succedesse all’attrice principale quando mancava ancora un bel pezzo di film, se non sbaglio.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Esatto! Non so se fosse già nel romanzo o sia un’idea di Tommy Lee, magari una citazione hitchcockiana, ma in pratica segna la fine della trama e del filo logico: tutto quello che succede dopo non ha assolutamente senso, sono solo scene vuote che vanno a casaccio, con comparsate di attori famosi che non hanno un copione e bofonchiano parole in libertà. Insomma, Tommy Lee Joker puro! 😀

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  4. Willy l'Orbo ha detto:

    Western, Cannes, pippone…raramente vedo un concentrato di anti-stimoli tutto insieme, per quelli che sono i miei gusti. A volte, su certi western ben recensiti, mi prende quasi la tentazione ma…direi proprio che non è questo il caso! 🙂
    Però, oh, vedere l’elogio di Sorbo e il film da festival muto…è una soddisfazione! 🙂

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  5. Pietro Sabatelli ha detto:

    Da me è stato bocciato questo film, non l’avrei mai consigliato..

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  6. Giuseppe ha detto:

    Je so’ pazz, je so’ pazz
    e vogli’dirigere come vogli’io
    ascite fora d’a ‘o set mio
    Je so’ pazz, je so’ pazz
    ho il pubblico che mi aspetta
    io vado lento, non ci sta fretta
    Che non lo so quant’avete ragione
    lo vede bene pure un orbo
    nella vita di frontiera abbiam colto la stessa ispirazione
    ma il film migliore l’ha fatto prima Kevin Sorbo
    je so’ pazz, je so’ pazz
    pecchè lui fila veloce e assai a o’pubblico ci piace
    e a me che me metto d’impegno comm’autore capace
    m’hanno ditto “Tommy, c’hai a tutti scassato u’cazz”! 😀

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