La settima donna (1978) Rape & Revenge all’italiana

Il post di Cassidy su L’ultima casa a sinistra (1972) mi ha portato a viaggiare ancora alla scoperta di un genere che ha cambiato per sempre il cinema, scoprendo una volta di più che gli italiani non solo non avevano niente da imparare, negli anni Settanta: avevano addirittura da insegnare!

Il 13 marzo 1978 inizia il quarto Governo Andreotti, e quattro giorni dopo sul tavolo del nuovo Ministro dello Spettacolo Carlo Pastorino arriva La settima donna della minuscola Magirus Film.
Si comincia con il botto, e il povero ministro democristiano non può che prendere l’accetta e cominciare a tagliare il film: fermo restando il divieto ai minori di 18 anni, 121 metri di pellicola rimarranno sul pavimento della sala di montaggio prima che il film arrivi nelle sale il 13 maggio 1978.

Locandina del 31 maggio 1978 su “La Stampa”

Dopo aver girato per anni nei cinema del Paese, dal 12 novembre 1982 il film inizia ad apparire su piccoli canali locali, scomparendo velocemente nel nulla.
Nel 1989 la AVO Film lo recupera in VHS e nel 2009 la Medusa Film lo presenta in DVD: non so se l’edizione VHS abbia rispettato le imposizioni della censura italiana, ma il DVD – che presenta una copia per il mercato estero riadattata per l’Italia – sembra farlo.

Quando gli italiani anticipavano il cinema americano

Che cosa significa il titolo? Niente. Visto che non esiste alcuna “settima donna” sono molto più onesti i titoli con cui il film è stato distribuito in Francia (La dernière maison sur la plage) e nel mercato anglofono (The Last House on the Beach): una “ultima casa sulla spiaggia” che richiama L’ultima casa a sinistra (1972) di Wes Craven, il vero modello di partenza del film.
Non si tratta di un rifacimento, come L’ultimo treno della notte (1975), né di un blando riadattamento come sarà La casa sperduta nel parco (1980), ma un vero e proprio “passo evolutivo” superiore nella storia del genere Rape & Revenge.

Cinque ragazze isolate: la storia non può finire bene

È lontano quel 1962 in cui il musicista blues Wilbert Harrison pubblicava Let’s Stick Together, nota anche come Let’s Work Together, con voce sporca ed armonica in perfetto gusto blues, poi c’è stato il 1969 del rifacimento dei Canned Heat, che toglie l’armonica e mette la chitarra elettrica; più vicino è il 1976 in cui il britannico Bryan Ferry può sfoggiare la sua splendida rivisitazione, con di nuovo l’armonica a comandare la struttura, aiutata dal sassofono: è questa base che due anni dopo il nostro Roberto Pregadio prende di peso per farci cantare sopra Ray Lovelock e tirar fuori il tema del film, Place for the Landing.
La creatività italiana è sempre bilanciata: per quante idee buttiamo via, copiate da altri, tante ne copiamo a nostra volta.

Con una scelta di regia da applauso, ci viene mostrata una rapina senza alcun particolare ma di cui sappiamo tutto: una manciata di secondi in cui tutto è fuori obiettivo, in cui la cinepresa è puntata sul pavimento ad inquadrare i piedi degli attori quasi cose se l’operatore si fosse addormentato, eppure è di una perfezione bruciante.
La scena fulminante ci mostra pura violenza inutile, ci mostra tre delinquenti disumani che fanno il male solo perché sono cattivi, che sparano all’impazzata anche se hanno portato a termine il colpo e non c’è alcun bisogno di seminare morte. Ma sono cattivi, quindi sparano, e a morire sono solo innocenti.

Tre infami, al di là di che faccia abbiano

Quelli che fuggono a bordo di un’orribile Citroën DS (ho sempre odiato quell’auto!) sono tre mostri armati in cerca di un rifugio.
Noi e il Fato sappiamo già dove si fermeranno: davanti ad una casetta su una collina assolata di fronte al mare, dove una donna (interpretata dalla brasiliana Florinda Bolkan, storico volto del cinema italiano anni Settanta, che Verdone omaggia nel 1983 rendendola madre della fotomodella di Acqua e sapone) sta dirigendo delle prove di una messa in scena dello shakespeariano Sogno di una notte di mezza estate. Nella villa ci sono solo ragazzette… e stanno per arrivare tre demoni.

Florinda Bolkan può ancora sorridere, prima che arrivi la violenza

Essendo tutte le ragazze mascherate per la prova teatrale, i criminali non si rendono subito conto della situazione, ma nel dubbio uno di loro ammazza la cameriera che cerca di svignarsela. E lo fa in un modo che ci fa chiedere: vuoi vedere che Abel Ferrara ha visto con attenzione questo film?
Il crudele Walter (Flavio Andreini) spacca la testa della donna con un ferro da stiro, e quasi a vendicare questo scempio… tre anni dopo la sartina muta di Ferrara spaccherà la testa del suo stupratore con un ferro da stiro, ne L’angelo della vendetta (Ms. 45, 1981).

Una violenza nel 1978 troverà vendetta nel 1981

Non bastasse questo indizio, ben presto i criminali scoprono che non solo la villa è abitata esclusivamente da donne, ma che l’unica adulta è… suor Cristina (la citata Bolkan). È di nuovo Walter a prendere l’iniziativa, a svestire rudemente la donna e ad incitarla ad indossare l’abito talare. Noi non vediamo niente di tutto questo, è tutto lasciato all’immaginazione per poi esplodere con un’immagine che deve aver fatto cadere dalla sedia Abel Ferrara.

Sarà la mia immaginazione, ma per me è un omaggio all’Ecce homo di Caravaggio

Suor Cristina è come se apparisse tutto d’un tratto, senza dire parola, a simboleggiare il silenzio di Dio davanti alla crudeltà umana, ma anche – come il titolo del romanzo del 1997 di Stefano Marcelli – Il dio femmina stuprato nel bosco (Fazi Editore): Ferrara prende appunti, e userà tutto per Il cattivo tenente (1992).

Un’apparizione fulminante, che ricorda il Gesù di Ferrara del 1992

Forse esagero io con il simbolismo, forse sono tutte coincidenze e gli sceneggiatori Romano Migliorini e Gianbattista Mussetto – su soggetto di Ettore Sanzò – non si sono fatti tutti questi voli pindarici, ma è impossibile non notare come alla cena che segue lo stupro della suora (che non vediamo perché tagliato dalla censura), Walter mangi in un sol boccone un uovo sodo: nella cultura cattolica l’uovo è da sempre simbolo di vita, e finora avevo visto solo un personaggio essere così crudele da mangiarne uno a simboleggiare l’assunzione di un’anima. Il luciferino De Niro di Angel Heart. Ascensore per l’inferno (1987) di Alan Parker.
Ma in quel caso Louis Cyphre (cioè Lucifero) non era così volgare da fare anche un rutto, dopo…

Tie’, De Niro: prendi appunti… Ma meno volgare, eh?

Dieci anni dopo, De Niro esegue

Secondo la regola classica del kalos kai agathos, il bello è anche il buono e guarda caso due dei criminali hanno tratti marcati sul volto, facce dure quindi cattive, mentre Aldo (il romano Ray Lovelock, scomparso nel 2017) è biondo, dai tratti delicati e gentile.
Aldo non è d’accordo quando una delle vittime gli dice che un uomo si giudica dalle sue amicizie, e che se frequenta dei criminali è criminale anche lui, e le risponde in modo geniale: «Gli amici di Giuda erano persone per bene».

Ray Lovelock, il buono di cui è meglio non fidarsi

Questo non vuol dire che faccia qualcosa per arginare la deriva criminale senza freni dei suoi due complici, anzi a parte alcuni momenti non sembra mai dare prova di essere il più “buono” del gruppo. Al massimo quello che cerca di limitare i danni, così quando gli altri due decidono di violentare una delle ragazze, Aldo blocca suor Cristina, dicendole una frase terribile: «È meglio una ragazza violentata che una vergine morta».
Anche qui forse esagero con il simbolismo, ma visto l’anno e la situazione italiana dell’epoca, sorge il sospetto sia una frase che denunci l’atteggiamento della società nostrana di fronte alla violenza che la stava attraversando: meglio sopportare danni collaterali, piuttosto che rischiare una violenza ancora più accesa.

La suora stuprata, e Ferrara prende appunti, di nuovo per Il cattivo tenente

Quando ormai tutto sembra perduto, nessuno verrà a salvare le donne e la violenza dei tre criminali non sembra conoscere più limiti, è il momento di mettere via il crocifisso… ed impugnare la pistola. Novello oggetto di culto per gli anni di piombo.
E Abel Ferrara ha un mezzo infarto, dopo di che afferra il telefono e chiama il suo futuro sceneggiatore Nicholas St. John: ségnati “suora assassina”, gli dice, che questa roba spacca!

Nasce l’angelo della vendetta

La settima donna strizza l’occhio a L’ultima casa a sinistra (1972) ma ha una struttura pressoché identica a filmetti americani come Stupro selvaggio (1975), ma con in più un piccolo particolare: la vendetta dopo lo stupro non è più maschile. Non c’è più il padre a vendicare la figlia, il marito la moglie e così via: stavolta è una donna ad armarsi e a colpire coscientemente il proprio aggressore. «Mia è la vendetta» disse qualcuno… che suor Cristina ormai non ascolta più.
Tutto questo nei primi mesi del 1978 è tutt’altro che scontato: solamente a novembre Jennifer Hills agguanterà una pistola e sparerà ad uno dei suoi stupratori di I Spit on Your Grave, quindi siamo davanti ad un’altra gloria italiana di cui altri si sono arricchiti.

Sei mesi prima che Jennifer prendesse la pistola
e rendesse immortale la figura della final girl che affronta i propri aggressori…

… già in Italia delle donne si armavano e si vendicavano nel sangue

La censura può aver tagliato quanti metri di pellicola vuole dalla scena finale, ma non c’è bisogno di vedere sangue e budella: la mattanza con cui si conclude la pellicola è ben chiara e non ha bisogno di fotogrammi in più. Sono le vittime che massacrano il carnefice, è la violenza che risponde ad altra violenza. Cosa c’è di nuovo? Che non ci sono intermediari: non esistono forze di polizia, non esiste giustizia, non esiste religione né morale. Semplicemente c’è stato un rape… e scatta violenta la revenge.

E Matilda Lutz a bordo piscina in Revenge (2017)… muta!

Malgrado già nelle anteprime stampa del gennaio 1978 Prosperi dichiari di non aver voluto in alcun modo collegarsi al movimento femminista, inquadrare durante il film una radio da cui fuoriesce un discorso femminista, all’interno di una vicenda di donne che si ribellano ai soprusi maschili, lascia pensare l’esatto contrario. Ma per far capire che il messaggio è universale, e non legato a “mode” del momento, fa bene “La Stampa” a ricordare una frase di Bertolt Brecht:

«Solo la violenza può servire dove regna la violenza, e solo uomini, dove ci sono uomini, possono dare aiuto».

Questa frase, tratta da Santa Giovanna dei Macelli (1932), ormai non è più valida: ora anche le donne possono aiutare, in un mondo di violenza, con la loro violenza.

Nuove figure si agitano in un cinema che ribolle di nuovi temi

Cinque mesi dopo questo film esce nei cinema americani Halloween (1978), uno studio sulla violenza in generale che esula da riferimenti politici e sociali come la pellicola italiana, ma in seguito la protagonista diventerà famosa come prima eroina ad affrontare il “mostro finale”: noi sappiamo che gli italiani sono arrivati prima. Così come sappiamo che, al solito, non hanno saputo farci niente con questo primato.

L.

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9 risposte a La settima donna (1978) Rape & Revenge all’italiana

  1. Cassidy ha detto:

    Quindi i tre bastardoni non si vedono in faccia fino a film inoltrato, ma è una figata! Ti ringrazio per la citazione e sono ben felice di aver un po’ contribuito, anche perché non conoscevo affatto il film ma ora dovrò vederlo per forza! Di sicuro lo conosceva Abel Ferrara, i suoi primi lavori (sto pensando a cosette tipo “The driller killer”) omaggiavano e pescavano dal cinema di genere, quindi potrebbe davvero essere andata come hai ben raccontato. Grazie per la dritta, questo film è da recuperare 😉 Cheers!

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  2. Willy l'Orbo ha detto:

    Quante cose interessanti in un solo post! Dal genere (che a me piace assai, non dai primordi, l’ho apprezzato “nel tempo”) al film in sé, dal tuo simbolismo, “Willy approved” ( 🙂 ) ai “primati” italici su prodotti ben più famosi, senza dimenticare…(come da te scritto) la nostra incapacità di sfruttarli a pieno! 😦 🙂

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Anche perché a differenza degli Stati Uniti, dove i nostri film giravano assai, nel nostro Paese i titoli italiani sono stati subito seppelliti in magazzini da cui ne sono usciti solo decenni dopo, quindi neanche ora vengono riconosciuti gli oggettivi primati italiani…

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  3. Zio Portillo ha detto:

    Post molto molto interessante, ricchissimo di chicche gustose. Come scrive Willy qua sopra, è veramente assurdo (e cronico!) come arriviamo prima di tutti in molti campi ma poi mandiamo ogni cosa in malora.
    Ora devo per forza recuperarlo.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      E’ davvero un peccato il grado di oblio che patisce il nostro bagaglio filmico, recuperato solo quando ha la firma di uno o due autori famosi: l’esercito di altri prodotti sarebbe già perso da decenni, se non fosse per i solerti Pirati dei Caraibi che sono gli unici interessati a recuperarlo.

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  4. Giuseppe ha detto:

    Interessante analisi su di un caposaldo (dimenticato) del rape & revenge nostrano che dimostra, per l’ennesima volta, quanto fossimo capaci di precorrere i tempi continuando però imperterriti a non rendercene conto noi in primis (lasciando che altri se ne prendessero i meriti)… 😦

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Non so se la cancellazione di un’intera epoca cinematografica sia dovuta al fatto che fosse legata a filo doppio alla violenta vita sociale italiana, che poi si è cercato di dimenticare come non fosse mai avvenuta, o semplicemente per colpa di distributori poco accorti – e pubblico anestetizzato – ma sta di fatto che a parte qualche autore famoso, citato più di quanto il buon gusto prevederebbe, un fiume di film italiani è in pratica perso nel nostro Paese, se non fosse per solerti “video-archeologi”. Mentre all’estero gira tranquillamente anche in digitale ed è noto agli autori che poi lo citano: bella soddisfazione…

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  5. Pingback: La settima donna (1978) | IPMP – Italian Pulp Movie Posters

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