Android (1982) Molto più che umano

Nietzsche ci ha insegnato che a studiare i mostri si rischia di diventare mostri noi stessi, e il giovane Aaron Lipstadt avrebbe dovuto tenere conto di questo monito, quando decise di lavorare ad una tesi di laurea sulla casa produttrice New World Pictures, specializzata in film di serie B (ma che arriva tranquillamente fino alla Z), visto che poi ha finito con l’entrare nel suo organico. A forza di scrutare l’abisso, Lipstadt ci è caduto dentro.
(«Tutti rimasero impressionati della sua conoscenza della compagnia, incluso Roger che finì per assumerlo», racconta la produttrice Mary Ann Fisher nell’estate del 1982 alla rivista “Starlog”.)

Dal 1983 ad oggi Lipstadt è un regista e produttore di serie televisive di grande successo, ma in quei primi passi nel rutilante mondo del cinema – raccontati all’amico e collega Jim Hillier nel saggio The New Hollywood – il trentenne del Connecticut si ritrova niente meno che alla corte di sua maestà Roger Corman proprio nel momento in cui se n’è appena andata Gale Anne Hurd, quasi un braccio destro per Corman che ora ha deciso di iniziare una propria carriera come produttrice insieme ad uno dei valenti giovani tecnici della casa, un certo James Cameron.
Lipstadt vorrebbe prendere il posto della Hurd ma invece si ritrova a rispondere al telefono e a fare compiti da segretario. Dopo l’inevitabile gavetta riesce comunque a mettere il piede in alcune produzioni storiche di Corman, fino a dirigere alcune scene di Forbidden World (uscito nel maggio del 1982): una delle versioni New World Pictures di Alien (1979).

L’esperienza gli piace e pressa Corman per diventare regista, ottenendo il film Alien Sex Shocker, da girare in velocità utilizzando gli stessi fondali di Forbidden World. La produzione però non va a buon fine e Lipstadt viene dirottato su un altro film, proposto a Corman da due dei suoi carpentieri, sempre da girare al volo negli stessi ambienti già disponibili: il titolo stavolta è Android.

Quando anche il film più minuscolo sfoggiava una grafica del titolo

Non è facile dirigere il proprio film d’esordio, ma lavorare in una casa nota per prodotti di pessima qualità aiuta molto: è facile fare bella figura, quando si compete con i peggiori registi in circolazione. Quando guarda il girato giornaliero, Lipstadt è già contento se l’immagine è messa a fuoco: non è lì per creare il capolavoro dell’anno ma per imparare. Anche perché il budget di 500 mila dollari è uno scherzo e tutti sono lì solo per passione. A partire da James Reigle e Don Opper: ora sceneggiatori, prima… carpentieri della casa. E visto che non si trova un attore protagonista, perché non risparmiare e far recitare lo sceneggiatore stesso Don Opper? Alla New World Pictures tutti devono saper fare tutto, dai lavori in legno alla recitazione.

Dopo una proiezione di prova nell’ottobre 1982 e alcuni viaggi all’estero, Android esce in patria americana il 5 novembre 1983, presentato al Chicago International Film Festival: in Italia però era già da mesi che girava.
Finisce infatti sul tavolo della censura italiana il 30 maggio 1983 ed ottiene il visto, senza alcun divieto, il 10 giugno successivo. Giusto in tempo per essere presentato in anteprima al Taormina Film Festival, dove viene proiettato nella notte inoltrata del 28 luglio 1983: i giornalisti non apprezzano l’ora tarda e non recensiscono il film, che nei giorni precedenti era molto atteso.
Finita l’estate, dal 29 settembre Android. Molto più che umano arriva nelle sale italiane, destinato a rimanerci giusto un paio di mesi. Fenomeno misterioso vuole che nell’agosto 1984 il film sia lanciato di nuovo come fosse una prima visione!

Nel 1985 arriva in VHS Warner Home Video, e da allora scompare dalla distribuzione italiana.
Italia1 lo trasmette nella seconda serata di giovedì 11 dicembre 1986.

Gli unici due residenti di una stazione abbandonata

15 ottobre 2036. Stazione spaziale UL-C53. Il giovane Max (interpretato, come detto, dallo sceneggiatore Don Opper) come al solito non ha nulla da fare, alla sua postazione di controllo che non ha nulla da controllare: ne approfitta per studiare software di educazione sessuale e poi una partitina ad un videogioco straordinariamente rozzo per essere il terzo millennio…

Ammazza che grafica pezzente, per essere il 2036!

Da un’altra parte della stazione c’è il dottor Daniel (un titanico Klaus Kinski) che riceve brutte notizie: il suo Progetto Cassandra, composto da «esperimenti illegali e pericolosi», dev’essere soppresso per mancanza di fondi, anche perché degli androidi sono ancora fuggiaschi dopo la Ribellione di Monaco. E qui dobbiamo parlare dell’elefante elettrico nella stanza…

Lo sguardo rilassato e sereno di un dottore allo sbaraglio

Android è la versione Z di Blade Runner? È noto che Roger Corman ha sfornato diversi Alien-cloni, quindi per anni questo film è stato considerato il “fratello povero” del titolo di Ridley Scott. Però Blade Runner è uscito nei cinema americani il 25 giugno 1982, mentre Don Opper e Jim Reigle registrano i diritti della loro sceneggiatura di Android il 23 giugno: due giorni prima. È vero, la trama del film di Scott era nota da mesi, ci voleva poco ad inventarsi una qualsiasi storia che prevedesse persone artificiali da far uscire nello stesso periodo, ma mi piace pensare che Android non sia derivativo da Blade Runner, malgrado la ribellione di Monaco assomigli parecchio alla fuga dalle colonie.
Mi piace pensare che entrambi i film nascano… dal potere delle parole.

Pronto, Terra? Qui parte lo spiegone: passo e chiudo

I tanti appassionati lettori americani di fantascienza hanno grande confidenza sin dagli anni Quaranta con parole come robot e android: gli spettatori invece ne hanno solo un vago sentore. La fantascienza al cinema vive in un ghetto da cui raramente ha la forza di uscire, finché negli anni Settanta un gruppo di giovani registi audaci e talentuosi finalmente la porta alla luce dei grandi cinema, e la gente comincia a sentire parole come “androide” (storpiata in Star Wars, pronunciata chiaramente in Alien). Non esageriamo, però, è sempre roba “specialistica”, nessun film oserebbe usare una parola del genere nel titolo, con il rischio di non essere capita da molti, ma poi arrivano gli anni Ottanta ed è il momento di sperimentare.
Se Scott può inventarsi i replicants, Roger Corman può usare una parola antica ma in pratica inedita al cinema: e usarla come titolo, imponendosi anche ai non appassionati della fantascienza scritta.

Ok, lo spiegone è finito, posso riaccenderti

Quando sulla stazione spaziale arrivano tre criminali che si fingono viaggiatori, la situazione si fa tesa. Sia perché potrebbero essere gli androidi ribelli di Monaco, sia perché loro invece capiscono che è Max ad essere un androide e infine perché uno dei loro è una donna, Maggie (Brie Howard). E il dottor Daniel è mooooolto sensibile al fascino femminile, non a caso è interpretato da Kinski.

Se c’è da fare il mollicone, Kinski è sempre in prima linea

Uno dei criminali, Killer (Norbert Weisser), capisce che sulla stazione spaziale stanno portando avanti progetti illegali, così come Max capisce che il suo amato dottor Daniel, una figura paterna per lui, ha deciso di smontarlo perché è un progetto non più utile, visto che sta studiando qualcosa di molto più complesso. In questo clima teso si instaura il gioco dell’androide: chi fra questi personaggi è davvero umano? Visto che invitando a pranzo Maggie il dottor Daniel si guarda bene dal mangiare, neanche lui è al di sopra dei sospetti.
A condire il tutto, il melomane Max mette su un disco di James Brown: This is a Man’s World, questo è un mondo a forma d’uomo. E androide significa appunto “a forma d’uomo”…

L’ottima cultura cinematografica di Max

«L’uomo ha fatto la luce elettrica per portarci fuori dall’oscurità», canta James Brown nel 1966 mentre Max si gusta Metropolis (1927) di Friz Lang, «ma non sarebbe niente, niente, senza una donna», ed appare la più celebre ginoide dell’immaginario occidentale: una delle rarissime donne artificiali create da una donna. Come si chiama? Nessuno lo sa, infatti ogni tanto le forniscono un nome inventato, per questo mi piace risalire alla fonte e lasciare la descrizione alla sua autrice, Thea Von Harbou:

«Futura… Parodia… come preferisci. Oppure: Delusione… In breve, è una donna. Qualsiasi scienziato maschio creerebbe una donna. Non credo alla storiella del primo uomo. Se il mondo è stato creato da un Dio maschio allora ha di certo creato la donna per prima, in uno slancio di amore creativo.»

Nel 1926 la moglie di Fritz Lang aveva già tracciato il solco che poi sarebbe stato seguito da tutti gli autori maschi di donne artificiali: il dottor Daniel non fa eccezione. Ed essendo un dio capriccioso, il suo capolavoro, il misterioso Progetto Cassandra, è appunto… una donna.

Occhio, Cassandra, che Kinski c’ha le mani lunghe…

«Cos’è un androide?» «Una specie di robot». I dialoghi testimoniano come ancora nel 1982 entrambi i termini fossero troppo nuovi al cinema per essere padroneggiati con criterio, per cui risultano ancora legati ad un’idea ben nota da decenni in narrativa: il robot è lo scassone, il bidone buffo che ondeggia, tipo il Robby di Pianeta proibito (1956), mentre un androide è – nelle parole di Max – «un robot che possiede tutte le caratteristiche fisiche di un essere umano, fino ai più piccoli dettagli».

«Cassandra, tu sei una donna perfetta: tu sei un’androide»

Insomma, nessuno potrebbe scambiare un robot per un essere umano, invece è possibile ingannarsi con un androide. Che la lingua inglese, l’abbiamo visto più volte, considera un termine neutro, ignorando il significato originale.

«Ho creato il prototipo della perfetta classe lavoratrice, per non parlare di una magnifica donna.»

Così il dottor Daniel si riallaccia sia al significato originale di robot, cioè “servo della gleba”, ma coglie anche l’accezione moderna delle donne artificiali: oggetti di piacere.

A dotto’, e mo’ te le taglio, ‘ste mani

Come regola vuole, la creatura si ribella sempre al creatore, soprattutto ad un dio crudele come il dottor Daniel, che per liberarsi dei criminali cambia la programmazione dell’ingenuo e sognatore Max… trasformandolo in Terminator con due anni d’anticipo! Avete presente quel fiume di titoli di cui il film di Cameron è debitore? Aggiungetene uno…

’Sta mano po’ esse fèro e po’ esse piuma… oggi è fèro! (quasi cit.)

Don Opper è bravissimo a cambiare totalmente registro e a trasformarsi in macchina di morte, oltre in pratica a reggere sulle proprie spalle gran parte del film: una prova eccezionale, da chi tecnicamente doveva fare solo lo sceneggiatore!

Da androide sognatore a Terminator il passo è breve

Di cosa parla Android? Di androidi che sognano la vita degli umani? Della contrapposizione fra persone artificiali morali e umani immorali? Delle grandi compagnie cattive che cercano di spersonalizzare la forza lavoro? Forse tutto questo o forse niente: serviva una storia al volo sul tema del momento, gli artificiali assassini – basti ricordare lo splendido Saturn 3 (1980) – e la coppia Reigle-Opper ha dato il massimo. Sapendo che a condire il tutto ci sarebbe stato l’uomo odiato allo stesso modo da umani e androidi: Klaus Kinski.


Kinski sul set

Quando il giornalista Ed Naha si presenta sul set nell’estate del 1982, per scrivere un pezzo che poi apparirà su “Starlog” n. 63 (ottobre 1982), la prima cosa che nota è che Kinski fra una ripresa e l’altra attacca bottone con qualsiasi donna trovi sul set, malgrado nessuna gli offra altro che un sorriso di cortesia.

«Non si scatena mai, non si infuria, e se occasionalmente salta una battuta aggira il problema presentando una ragione apparentemente lucida perché quella battuta dovesse comunque essere cambiata.»

Kinski sul set, da “Starlog” n. 63 (ottobre 1982)

L’attore gigioneggia con la troupe, quando preme un pulsante finge di rimanere incastrato gridando e ridendo. Fa il simpatico, ma poi durante una scena in cui dovrebbe soccombere agli attacchi di Cassandra… non ne vuol sapere: solo alla terza ripresa si decide a fingersi battuto, come vuole il copione.

«Ho fatto questo film perché penso che la storia sia buona.»

L’attore mente, sapendo di mentire, aggiungendo poi che l’ha fatto anche perché suo figlio piccolo voleva vedere il padre in un film di fantascienza. Sin dagli anni Sessanta Kinski accetta esclusivamente film che paghino bene («non mandate copioni, mandate assegni»): difficile credere che abbia accettato questo per altri motivi. Però con il giornalista di “Starlog” dichiara amabile:

«Mi piace il film, non è come una storia alla Frankenstein o qualcosa del genere: è simpatico. Simpatico. Aaron è un buon regista, puoi parlare con lui, dare suggerimenti. Ad alcuni registi non piace, sono molto arroganti e non puoi parlare con loro. Ho lavorato ad un film, l’anno scorso a Londra, con un regista impossibile: tutto quello che diceva era sbagliato. Io volevo dire “Guarda, ti spiego perché questo non potrà funzionare”, ma non voleva starmi a sentire. Così alla fine gli ho detto “fanculo“. Non potevo aiutarlo, se non mi ascoltava.»

Il film in questione probabilmente è Venom (1981).

«Come puoi fare un film quando devi lottare per ogni singola scena? Come puoi discutere con qualcuno che crede di avere sempre ragione, anche quando puoi provare che ha torto? Dopo tanti anni nell’ambiente semplicemente certe cose le sai, senti come il tuo corpo viene messo davanti all’obiettivo e capisci se la posizione è sbagliata. Allora dici: “Cosa stai facendo? Ti piace guardarmi il culo da questa posizione? Se ti piace, perché allora non ti limiti a fotografarmi il culo?” Mi sono fatto una brutta nomea semplicemente perché vedo come i registi rovinano un film e cerco di evitarlo. Ma questo… questo è simpatico.»

Non è facile trattare con Kinski, anche perché l’attore ha un grave difetto: ha ragione. I suoi “capricci” sul set creano poi scene memorabili di filmucoli dimenticabili, i cui registi spesso non sanno cosa stanno facendo o non hanno voglia di farlo, e se non fosse per Kinski, che invece è consapevole della potenza che sprigionano le sue inquadrature, il risultato sarebbe drammaticamente inferiore.

Gli attori che cercano di placare Kinski…

Finita la chiacchierata, Kinski è chiamato sul set. Si siede davanti al computer ma prima che inizi la ripresa si sbottona la camicia fino quasi a mostrare il petto nudo. Il regista gli fa segno di riabbottonarsi, ma l’attore risponde: «Siamo alla fine della giornata, il dottor Daniel… è stanco.» Lipstadt sfoggia un sorriso che, nelle parole del giornalista-testimone della scena, mostra sia divertimento che disperazione. Alla fine Kinski gli viene incontro e si riabbottona quasi fino al collo. Il dottor Daniel non è poi così stanco.

È quel momento della sera in cui ti sbottoni la camicia

Ed Naha passa poi a parlare con Kendra Kirchner, la giovane che ha saltato gli esami scolastici per partecipare ad un doppio film: il suo primo e il suo ultimo. Non lavorerà mai più, ma in quel 1982 è più che emozionata di interpretare Cassandra.

«Quando mi hanno detto che avrei fatto un film della New World mi sono detta: “Oh oh! Vestitini trasparenti, poppe al vento e corse inseguita da qualche mostro schifoso”. Quando poi invece ho letto il copione ne sono rimasta deliziata. È un film con uomini e donne forti, niente del tipo “poppe e mostri allupati”: è una storia profonda con anche dei messaggi.»

Cassandra: il primo ed ultimo ruolo di Kendra Kirchner
(© 1982 Metro-Goldwyn-Mayer Studios)

Stando al citato saggio di Jim Hillier, Android è piaciuto alla critica ma ha avuto poca fortuna al botteghino: «Corman non sembrava sapere cosa farci con un film che sembrava più “artistico” che “di genere”». In Italia Sauro Borelli sul quotidiano “l’Unità” (26 agosto 1983) ne parla tutto sommato bene:

«È una piccola, sorridente moralità stemperata sul filo tutto concettuale di una temibile degenerazione dell’uomo in automa avido e violento, proprio mentre creature artificiali, gli “androidi”, sono ormai tese alla conquista della loro più piena dignità “umana”.»

Alla fine i diritti del film sono stati venduti per l’home video a 50 mila dollari quando ancora quel mondo non era “esploso”: se avessero aspettato anche un solo anno, tutti oggi sono convinti sarebbe stato un grande successo di cassetta.

Se la casa di Corman non ha guadagnato nulla dal film, Lipstadt in pratica gli deve la sua carriera. Intorno al 1983 Michael Mann vede Android in una proiezione londinese e vuole assolutamente lavorare con quel regista: chiama Lipstadt e gli offre la regia di alcuni episodi di una serie che sta producendo, dal titolo “Miami Vice”. Lipstadt è l’ennesimo “figlio di Roger Corman” che spicca il volo e diventa farfalla lontano dal maestro oscuro.


Fonti

  • Jim Hillier, The New Hollywood (1992)
  • Ed Naha, The Making of “Android”, da “Starlog Magazine” n. 63 (ottobre 1982)

L.

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26 risposte a Android (1982) Molto più che umano

  1. Cassidy ha detto:

    Roger Corman li ha svezzati tutti, davvero maestro oscuro. Kinski che definisce “simpatico” il film sembra uno che trova uno schifo la cena, il locale e il servizio, però carina la tovaglia. Per non essere un film di poppe e mostri allupati il vestito dell’attrice è piuttosto trasparente 😉 Però è vero, altro che creare l’uomo Adamo, ogni creatore per prima cosa, costruirebbe una donna! Cheers

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Sarà pure vero che sfornando cento film bene o male qualche gioiello lo tiri fuori, ma è anche vero che Corman ha dato a tanti grandi l’occasione di iniziare e di impratichirsi, il che non sempre succede con le grandi case. Magari non sempre Corman forse capiva il proprio genio, magari sparava a caso azzeccando qualcosa per caso, ma rimane comunque un grande del cinema, anche solo per i suoi “figli” ^_^

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  2. Evit ha detto:

    Me lo devo recuperare. Mi hai molto incuriosito con questa recensione. Sembra un film per me

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Contento di averti incuriosito ^_^
      E’ un film troppo buono per essere Z, troppo raffazzonato per essere A: diciamo che è un’onesta serie B con più spunti di riflessione sparsi nella vicenda.
      E lo sceneggiatore che si improvvisa attore è molto più bravo degli altri attori professionisti 😛

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      • Evit ha detto:

        Sembra un film… Onesto. Come del resto alcuni Corman lo sono.

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      • Giuseppe ha detto:

        Una perfetta definizione sia di questo gioiellino di B-movie che del talento dello sceneggiatore/attore (riguardo ai compari, un po’ di comprensione per Killer: Norbert Weisser, dopo anni di teatro alle spalle, era appena esploso -letteralmente, essendo il pilota dell’elicottero norvegese- ne “La Cosa”) 😉
        E che dire di Kinski, qui? Non si sarà scatenato né infuriato, d’accordo, ma alla fine sappiamo che la testa l’ha persa comunque… 😛

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        ahaahah verissimo 😀

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  3. Conte Gracula ha detto:

    Mi hai incuriosito.
    Certo che lavorare con Kinski dev’essere stato uno stress: va bene dare consigli, ma alla fine è il regista, a dare il via libera. O lo era, oggi sono spesso avvocati e addetti al marketing 😛

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Il problema è che nei film di serie Z in cui Kinski lavorava di solito il regista era solo il primo tizio di passaggio, magari esordiente, con conoscenze teoriche e poca pratica: un caratterista con decine di film all’attivo, anche di firme eccellenti, poteva dare sul serio consigli preziosi, che raramente (se non mai) i registi ascoltavano, solo perché Kinski era Kinski.
      Qui Lipstadt non stava dirigendo, stava facendo uno stage di regia: ascoltare uno come Kinski, con all’epoca più di 100 film nel curriculum, provenienti da tutto il mondo e da tutte le mode, dagli anni Cinquanta in poi, sarebbe stata un’idea assennata.
      In una produzione più costosa, magari di una major, il discorso sarebbe diverso, perché entrano in ballo molti fattori che non sono noti agli attori – tipo appunto il marketing e le marchette – ma i film di Corman si basano esclusivamente sull’iniziativa personale, quindi ascoltare gli attori non guasta.
      Infatti la scena del dottore con la camicia sbottonata è perfetta, perché è un momento di grande emotività: il progetto della sua vita è stato appena cancellato e il personaggio dovrà prendere decisioni molto importanti, mostrarlo “dismesso” è un’idea ispirata e rende viva la scena.

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  4. Austin Dove ha detto:

    ciao
    sapendo che usi un sacco di fonti, cosa ne pensi della rivista specialistica Asylum?

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  5. Willy l'Orbo ha detto:

    Faccio parte anche io del nugoli di “incuriositi”, penso anche io di recuperarlo, avendo tra l’altro scoperto di avere una fonte che potrebbe passarmelo 🙂
    Dunque, debbo ringraziarti per lo spunto, d’altronde noi seguaci della Z possiamo leccarci i baffi anche per una B onesta! 🙂

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  6. Zio Portillo ha detto:

    Mi accodo agli incuriositi. Esci il link Lucius! 😀

    Detto questo, Kinski avrà avuto 1.000 e più difetti, ma era uno che respirava cinema. Uno che sapeva come muoversi davanti all’obbiettivo e dare vita ai personaggi. Bucava lo schermo! Ovviamente se sul set quasi tutti volevano farlo fuori (e ci sono le prove!) passarci insieme dei giorni doveva essere stato tutt’altro che facile, ma vedendolo “dal di qua” confermo che aveva un fascino magnetico difficile da ignorare.

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    • Zio Portillo ha detto:

      Ma come c@zzo ho scritto sto commento?!?! Scusatemi, sono fuso…

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Sono ormai a quota 73 film recensiti per l’ipotetico futuro saggio “Klaus-tro-fobia”, e in quasi tutti i casi si tratta di filmacci immondi che non avrebbero superato la mezz’ora di notorietà se non ci fosse stato Kinski. E in moltissimi casi neanche la sua presenza basta, visto che parliamo di roba italiana che meriterebbe di finire in tribunale…
      L’essere di solito l’unico vero attore nel cast dei film, circondato da eserciti di figuranti incapaci, sia davanti che dietro la cinepresa, ha dato giustamente un senso di superiorità a Klaus che si è unito ad un carattere inadatto alla vita umana. Al di là però del carattere, l’unico motivo per cui veniva chiamato è che la sua faccia bucava il video e vendeva il film, quindi un po’ di vanteria da parte sua ci stava 😛

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  7. wwayne ha detto:

    Nel libro “Fedele a me stesso” Clint Eastwood ha dichiarato di aver iniziato a fare il regista esattamente per il motivo che diceva Kinski: una volta aveva avuto un’idea brillante su come girare una scena, il regista non lo ascoltò, e questo gli lasciò così tanto amaro in bocca da indurlo a decidere che da quel momento doveva mettersi in proprio. Considerato quanto sono belli i suoi film (in particolare gli ultimi 2), dobbiamo ringraziare in eterno la cocciutaggine di quel regista…

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      A differenza degli attori “inascoltati”, cioè tutti, Clint aveva anche una sua concezione di cinema che ha iniziato subito a curare, sin da quegli anni Settanta in cui il suo nome era così famoso che anche un piccolo film con la sua regia poteva sperare di farcela. In realtà molti dei suoi film – intendo quelli fatti come lui voleva – non avrebbero mai convinto nessuno se Clint non fosse stato Clint, in quanto erano pompati da grandi case che li spacciavano come film “con” Clint, non “di” Clint, e la differenza purtroppo c’è. Il fatto che di Eastwood si ricordino gli ultimi film, quelli della vecchiaia, e non quelli degli anni Settanta e Ottanta, che lui ha fatto perché ci credeva, la dice lunga: non sono film che onestamente meritano di essere ricordati, e se l’autore non avesse avuto quel nome non sarebbero mai nati.

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      • wwayne ha detto:

        Puntare sulla notorietà di un attore del cast è effettivamente una strategia di marketing molto diffusa quando bisogna promuovere un film. A mio giudizio è moralmente accettabile farlo quando il volto noto in questione è il protagonista del film; se invece ricopre solo una particina a quel punto è scorretto sbandierare la sua presenza in lungo e in largo, perché i suoi fan si aspetteranno di vederlo giganteggiare dal primo all’ultimo minuto, e quindi si sentiranno giustamente fregati quando scopriranno che il suo ruolo è poco più di un cameo. Ricordo che abbiamo discusso di questo proprio di recente, quando abbiamo analizzato quel gran buco di culo che è diventata la carriera di Bruce Willis. A proposito di attori caduti in disgrazia, giusto ieri ho dedicato un post a uno di essi… spero che ti piaccia! 🙂

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Per fortuna Clint è sempre stato protagonista sin da inizio carriera e ci hanno risparmiato i “film-truffa”, che invece sono toccati a tanti attori.

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  8. theobsidianmirror ha detto:

    Certo è che Kinski non se ne faceva mancare nemmeno una di boiata. Non stento a credere che la frase “niente copioni, solo assegni” sia vera… Ho un piccolo dubbio invece sulla sua capacità di dare consigli di regia.. ricordo che Paganini, da lui diretto, fu mortale.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      La frase è verissima, l’ha ripetuta lui stesso nelle interviste: che poi l’abbia detta davvero ai registi e/o produttori questo lo sa solo lui 😛
      Avere un’idea di come sia giusto e fare e poi fare giusto temo sia molto diverso. E il Kinski di Paganini è ormai un rudere vivente (ancora per poco, vivente). Però siamo sempre lì, è un uomo che vive di spettacolo dal primo secondo della fine della guerra fino al 1991, con più di 100 film che esistono solo perché c’è lui: quando si ritrova sul set con un Aaron Lipstadt qualsiasi, che non ha alcuna esperienza, non esito a pensare che Klaus abbia qualcosa da consigliargli. Non dico sia tutto giusto, ma merita di essere ascoltato.

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  9. Kukuviza ha detto:

    Un film che dalle premesse sembrava fatto quasi a caso e invece un suo senso ce l’ha.
    Beh, se il dottor Daniel è stanco, è stanco. Il regista poteva concederglielo. Forse aveva paura di perdere le redini. Può essere che Klaus volesse sbottonarsi per far colpo sulle donne presenti! 😀
    Mario Bregaaaaaa! La puntura l’ho fatta signò

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