Total Recall 8. Un mago di nome Rob Bottin

Per un film speciale, servono effetti speciali… speciali. E la Carolco si accaparra il Re.

Ho già raccontato di come Joe Dante si sia affidato al mago degli effetti speciali Rick Baker per creare i lupi mannari del suo L’ululato (1981). Il problema era che Baker già almeno dal 1973 aveva dato la sua parola a John Landis che si sarebbe occupato dei suoi licantropi, e quando finalmente il progetto di Un lupo mannaro americano a Londra (1981) è partito Baker deve abbandonare Dante. Però gli lascia un suo allievo, un certo Rob Bottin… ed è andata molto meglio del previsto.

Quando ancora va a scuola, grazie ad una compagna di banco Rob Bottin riesce ad incontrare il suo idolo Rick Baker, il quale rimane colpito dal talento del giovane grazie ai lavori che questi gli sottopone. Entrato poi nella scuderia di Roger Corman, Bottin esplode solamente quando si ritrova in mano la responsabilità dei lupi mannari de L’ululato e conquista il mondo. Nel novembre 1980 al festival New York Creation Convention, dove la Avco Embassy Pictures presenta con orgoglio Scanners di David Cronenberg, viene proiettata un’anteprima de L’ululato, una scena in esclusiva con un uomo che si trasforma in lupo. I giornalisti presenti raccontano che la platea è esplosa: nessuno ha mai visto niente del genere, non esiste alcun film precedente che possa anche solo assomigliare a quello visto quel giorno. Gli anni Ottanta sono appena iniziati, e già hanno trovato il loro re indiscusso degli effetti speciali.

Quando Rob Bottin trasformò Picardo in lupo mannaro


Un mago marziano
di nome Rob Bottin

Il giornalista Bill Warren racconta su “Fangoria” dell’agosto 1990 di quando nel maggio precedente è andato nella San Fernando Valley a trovare il tecnico degli effetti speciali Don McLeod: suona il campanello… ma gli apre Rob Bottin, altissimo, con una folta barba nera e una voce profonda particolare che colpì l’attenzione di Peter Weller sul set di Robocop (1987): l’attore definì Bottin «the original wookie». La folta peluria sicuramente completa l’accostamento a Chewbecca.

In tre ore di conversazione Bottin si mostra disponibile e rivela gli unici due obiettivi che si pone nel suo lavoro: 1) sorprendere il pubblico, 2) crescere professionalmente. In quest’ordine.

«Quand’ero un giovane promessa – ora sono solo una promessa, o almeno lo spero – ho sentito parlare di questa cosa di Total Recall, e mi intrigava perché immaginavo come potesse essere. Mi attirava perché mi piacciono le cose strane, e cercai di esserne coinvolto. Però poi ho preferito rinunciare, ed è stato un bene: se non avessi fatto La Cosa (1982), che mi è stato offerto all’incirca nello stesso periodo, probabilmente non mi avrebbero chiamato per Robocop e poi per Total Recall di nuovo.»

Quello che il giornalista scopre è un giovane istruito, che parla in modo appassionato e non disdegna di lanciarsi in imitazioni di gente dello spettacolo, fregiandosi di essere stato il primo ad imitare Joe Dante. La quantità di effetti speciali curati nel film è impressionante, con un esercito di tecnici a propria disposizione.

«Ci sono un sacco di effetti diversi nel film, non mi sono limitato a fare tante trasformazioni, a fare trucchi ed effetti meccanici, o a buttare lì sangue e budella: ho fatto tutto questo. Ho usato ogni trucco. Non ho fatto però tutto da solo, ho una squadra con le persone migliori del mondo.»

Rob Bottin e Sasha Rionda trasformata in mutante marziana
(Foto di Theo Westenberger – da “Fangoria” n. 95, agosto 1990)


Fat Lady

Bottin racconta di quella volta in cui era andato in Messico per raggiungere la produzione e fare dei calchi di Schwarzenegger. Arrivato sul set dove le riprese sono in pieno svolgimento, si ritrova davanti lo spazio-porto marziano letteralmente brulicante di comparse truccate. D’un tratto Paul Verhoeven ferma tutto, tutte le comparse e i tecnici si voltano a guardarlo, il regista si gira ed indica Bottin, dicendo: «Sarà meglio che questa scena sia buona, perché tu mi ci hai portato.»

Ecco la “leggera” pressione con cui il mago degli effetti speciali si è dedicato alla scena con la Fat Lady, come viene chiamata all’epoca dai giornalisti: la scena in cui Schwarzenegger sbarca su Marte nei panni di una donna – interpretata da Priscilla Allen, scomparsa nel 2008 – ma poi un malfunzionamento gli fa “aprire” la testa.

«C’era davvero tanta pressione su quella scena, ma in fondo io uso la pressione in tutto ciò che faccio, quindi sapevo di poterci riuscire. Sapevo però che sarebbe stato un lavoro impegnativo per tutti quelli del mio studio coinvolti. […] Il trucco della Fat Lady è un effetto puramente meccanico, ed avveniva proprio davanti alla troupe che girava. Ci sono voluti mesi e mesi e mesi di tentativi, errori e correzioni per far funzionare tutto.»

Nel copione originale, stando a Bottin, una volta salito sull’astronave per Marte Quaid si limita ad infilarsi un casco speciale: preme un pulsante, fuoriesce del vapore, e quando si toglie il casco ha il volto di un’altra persona. Una roba un po’ troppo sempliciotta per il re degli effetti speciali. Inoltre parlando con il regista gli fa notare che se il personaggio ha la possibilità di cambiare faccia, perché non lo fa più per il resto della storia? No, serve qualcosa che si possa usare una volta sola, e Verhoeven è d’accordo con lui. Bottin ci pensa e ci ripensa e arriva alla convinzione che dev’essere un trucco che si rompe e quindi non può più essere usato: tipo una maschera di carne che va in pezzi. Corre da Verhoeven e gli racconta tutto – una testa di donna che si apre in sezioni e al cui interno c’è la testa di Quaid – e il regista ne è estasiato, ma ha un’obiezione: perché le guardie non saltano addosso a Quaid, una volta capito che è lui? Bottin comincia a pensare in fretta.

«Gli dissi: “Sai perché non gli saltano addosso?” E lui: “Perché? Perché?” con un ghigno sulla faccia. Ed io: “Perché, Paul, la testa… è anche una bomba!” Tirò indietro la testa e cominciò a ridere, perché a Paul piacciono cose di questo genere.»

Preparatevi ad una bella sorpresa!


JohnnyCab

Un altro elemento distintivo del film che porta la firma di Rob Bottin è il taxi automatico. All’inizio – stando al racconto del tecnico – Verhoeven vuole un taxi senza conducente, qualcosa alla Supercar, ma Bottin pressa il regista:

«Se entri in un taxi che non è guidato da qualcuno diventi nervoso, quindi sarebbe meglio se ci fosse un qualcosa di forma umana, una persona generica, tipo Johnny Cat, il logo della marca di sabbia per lettiere. Ecco: JohnnyCab! Un tizio felice e molto amichevole, che offre grandi sorrisi ed è sempre positivo, tanto da rendere accogliente il suo taxi.»

Il mago degli effetti ha nel suo magazzino una perfetta riproduzione di Peter Weller: perché non far diventare il suo busto l’autista JohnnyCab? Verhoeven storce il naso, se la riproduzione è troppo perfetta poi il pubblico pensa che sia un attore mascherato e la magia si spezza. No, dev’essere un pupazzo che sembra vistosamente un pupazzo. Bottin comincia a passare in rassegna gli attori che ha conosciuto: chi è che sembra perfetto per quel ruolo? Chi è che l’ha fatto morir dal ridere? Ma certo, quel Robert Picardo che stoicamente si è sottoposto ad ore di tortura per diventare il primo vero lupo mannaro del cinema, ne L’ululato (1981).

Di nuovo Picardo, ma stavolta trasformato in pilota automatico


Cose grosse dal naso e dalla schiena

Il povero Verhoeven si vede tornare Rob Bottin alla carica. Il re degli effetti speciali ha letto sul copione che in una scena Quaid deve togliersi una piccola cimice dal naso: in pratica vedremmo Schwarzenegger che col dito si ravana nelle narici. A che serve un mago degli effetti speciali in una scena come questa? C’è bisogno di qualcosa che stupisca il pubblico, così Bottin propone di costruire una finta testa di Schwarzenegger da cui estrarre un “cimicione” imponente, tanto da far schifare il pubblico dal piacere. Paul accetta entusiasta.

La perfetta replica di Arnie ad opera di Rob Bottin… con “qualcosa” nel naso

Come si vede, il contributo di Rob Bottin a Total Recall è stato ingente e vitale – altro che Ronald Shusett! – e Verhoeven ha solo parole di elogio per lui nelle interviste.

«Rob è uno dei veri talenti di Los Angeles. Dovrebbe fare un film ed esserne il regista. Se ne esce con elementi che rendono la tua storia più elegante e solida. I suoi contributi arrivano anche nel campo della sceneggiatura, come per esempio Kuato. Sin dall’inizio doveva apparire sulla schiena del tizio, come una gobba. Rob disse che la scena sarebbe stata debole, perché prima vedevamo un tizio poi, giratosi, un altro tizio, più piccolo: dov’era la meraviglia? Così decidemmo di riprenderli entrambi di fronte. Rob è molto creativo.»

Così Verhoeven svela un retroscena di Kuato parlando con Will Murray di “Starlog” (agosto 1990). Mentre nello stesso numero a Kyle Counts l’attore Ronny Cox – che possiede un modellino del suo personaggio di super-cattivo in Robocop – racconta di aver rifiutato una gentile offerta di Bottin: il manichino con le fattezze di Cox che si gonfia nell’atmosfera marziana del finale del film. Non proprio qualcosa da tenere nel salotto di casa.

Lo stunt double Peter Kent al fianco dei manichini di Rob Bottin per il finale del film
(Foto di M.W. Wallace – da “Fangoria” n. 95, agosto 1990)

Nel 1990 dell’uscita del film gli effetti speciali digitali erano ancora all’alba delle loro potenzialità: solamente l’anno successivo James Cameron con Terminator 2 (luglio 1991) e a novembre John Landis con il celebre videoclip Black or White di Michael Jackson, avrebbero incantato il mondo con possibilità mai immaginate, aprendo l’èra del digitale. Rob Bottin è il re degli anni Ottanta, del trucco e degli effetti protesici, dei mostri e dei pupazzi, cioè della verità al cinema: tutto ciò che si vede su schermo, Bottin e la sua squadra lo stanno eseguendo sul serio davanti ad una cinepresa. Ma dopo un decennio di dominio, il mondo sta cambiando, sta esplodendo la realtà virtuale e gli effetti digitali vengono preferiti al “realismo”.

Rob Bottin lavorerà ben poco negli anni Novanta e con i Duemila scomparirà. Total Recall rimane il suo ultimo grande atto d’amore per il cinema degli effetti speciali “analogici” che lui stesso a contribuito a creare: il suo ruolo di “creatore di stupore” non esiste più, perché con l’avvento del digitale, dove tutto è possibile, niente più stupisce. Quindi il grande mago del cinema può tornarsene su Marte.

(continua)


Fonti

  • Kyle Counts, Space-Age Politician, da “Starlog” n. 157 (agosto 1990)
  • Will Murray, In the Catacombs of Mars, da “Starlog” n. 157 (agosto 1990)
  • Bill Warren, It’s Not Over Till the Fat Lady Splits, da “Fangoria” n. 95 (agosto 1990)

L.

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9 risposte a Total Recall 8. Un mago di nome Rob Bottin

  1. Cassidy ha detto:

    Sono anni che mi interrogo su chi mi ricordasse Johnny il tassista, ora lo so, Robert Picardo, non ci sarei mai arrivato! 😀 Ieri sera ho letto la novelization a fumetti del film, mancano abbastanza gli elementi più fisici (se non proprio body horror) del film, o per lo meno non sono esplosivi come nella pellicola, ora è chiaro il perché, è stato Rob Bottin con il suo lavoro a mettere il turbo. “Atto di forza2 è stato il suo campo da gioco, dove ha potuto scatenarsi, alla faccia della CGI moderna che dopo due ore risulta già vecchia. Cheers!

    Piace a 1 persona

    • Lucius Etruscus ha detto:

      Il titolo italiano del film dovrebbe essere “Atto d’amore finale”, quello di Bottin nei confronti dell’immortale cinema horror anni Ottanta, perso per sempre in favore del digitale usa e getta.
      Magari il fumetto era destinato ad un pubblico giovane e i censori avranno imposto dei tagli allo splatter, ma magari è stato scritto prima che Bottin ci desse giù di effettacci 😛

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  2. Willy l'Orbo ha detto:

    Articolo che mi ha lasciato grande nostalgia, per un cinema vero, fatto di artigiani muniti di passione, che ha lasciato il passo al cinema “usa e getta”, al nastro trasportatore del digitale che spersonifica (e alla lunga annoia), a fronte di un Rob Bottin che creava in prima persona il frutto del suo lavoro, poteva identificarsi in esso e trasmettere questo senso di identità allo stesso spettatore…

    Piace a 1 persona

    • Lucius Etruscus ha detto:

      La missione di Bottin era affascinare e stupire il pubblico, e cercava sempre nuovi trucchi per farlo, proprio come i maghi. Il digitale può tutto, che meraviglia può creare? Davvero avere più peli sul petto di Hulk è oggetto di meraviglia? Ma tanto mezz’ora dopo è già roba vecchia…
      The Howling, The Thing, Robocop, Total Recall invece sono eterni.

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  3. loscalzo1979 ha detto:

    Rob Bottin, un vero mito.
    Nient’altro da aggiungere

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  4. Pingback: Total Recall 12. L’uomo d’oro di Marte | Il Zinefilo

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