[Star Trek Western] E venne l’ora della vendetta (1968)

Il western è stato il re dei generi americani, quindi non stupisce che un attore statunitense del secondo Novecento prima o poi nella sua carriera ne abbia interpretato uno al cinema o in TV: il cast della serie “Star Trek” (Serie Classica) non fa eccezione.
Il compianto blogger Beati Lotofagi – ti mando un saluto, dovunque tu sia finito – anni fa dedicò un post ad alcuni film western interpretati dal cast di “Star Trek”, iniziativa che mi piace riprendere a modo mio approfittando che in questi giorni di quarantena mi è capitato di vedere diversi film di questo genere.

Il canadese William Shatner ha una carriera televisiva sterminata e il cinema è solo un piccola parentesi fra una produzione e l’altra. Come per esempio quella volta del 1968 in cui c’è una pausa nella lavorazione della seconda stagione di “Star Trek” e Shatner riceve una proposta che non si può rifiutare: un film western.

Come si può resistere a passare dal phaser alla Colt?

Ruoli western nella sua carriera sono straordinariamente rari, per un attore così prolifico, e poi sono gli anni Sessanta in cui il fenomeno degli spaghetti western ha conquistato il mondo, tanto che l’attore è convinto di interpretare un film italiano: il fatto che si girasse in Spagna e tutti gli attori parlassero spagnolo e il titolo del film fosse spagnolo non l’ha minimamente insospettito. Anche perché i paella western probabilmente erano famosi solo in Italia, dove ne sono arrivati a secchiate, infatti nella sua biografia – Up Till Now (2009) – Shatner sciorina termini italiani perché pensa che l’unico altro western esistente sia quello del Bel Paese.

«Gli spaghetti western di Clint Eastwood erano diventati enormemente popolari e questo era una tentativo di farne una versione più economica. […] Si rivelò essere più un macaroni and very cheesy western

Quando la paella è scambiata per maccheroni

Comanche blanco di José Briz Méndez (sotto lo pseudonimo di Gilbert Lee Kay) esce in patria spagnola il 23 dicembre 1968 ma già il 15 giugno precedente la censura italiana ci si avventa sul film, tagliando ogni scena di violenza, sangue e sesso. E non è che ce ne fossero chissà quante.
Ricevuto il visto il 20 giugno successivo, il 18 luglio 1968 arriva nelle sale italiane con il titolo … e venne l’ora della vendetta.
Rimane anni a girare le sale, poi dal 1981 inizia la sua più che prolifica vita televisiva in piccoli canali locali, dove viene ampiamente replicato per un decennio prima di scomparire per sempre, ignoto a qualsiasi home video italiano.

Il rude pistolero con la faccia da buono

La pellicola si apre con una doppia razione di Shatner. L’attore infatti interpreta due fratelli gemelli di sangue misto: Johnny Moon ha lasciato la cultura indiana della madre ed è diventato in tutto e per tutto un uomo del West, mentre suo fratello Notah non solo è cresciuto come un comanche ma a forza di buttar giù peyote è diventato un santone per il suo popolo. Un santone crudele che spinge la sua gente alla violenza e al saccheggio.
Questo significa che dovunque Johnny Moon vada, tutti lo scambino per il “comanche bianco” e nascano mille problemi, quasi sempre risolti a pistolettate.

Che spettacolo indecoroso…

Ora Johnny è stanco e lancia un ultimatum al fratello: lo aspetterà fra quattro giorni nel paesino di Rio Hondo, e lì risolveranno la questione. Solo uno di loro rimarrà vivo, così che finisca questa triste storia.

Sì, sceriffo: sarà un mezzogiorno di fuoco

A Rio Hondo si ripete il gioco dell’equivoco e tutti credono che Johnny sia il perfido comanche Notah, lo crede anche Kelly (Rosanna Yanni) che dall’indiano è stata violentata: solo la differenza del colore degli occhi convince la donna che Johnny è innocente.

Shatner trova sempre una scusa per rimanere a torso nudo

In città due ricchi imprenditori si stanno facendo la guerra e questo peggiora la situazione, perché ognuno di loro crede che l’altro abbia assoldato Johnny come pistolero.
L’unico onesto in paese sembra essere lo sceriffo Logan (Joseph Cotten), che crede a Johnny e anzi gli chiede una mano per risolvere la situazione esplosiva.

Povero Joseph Cotten, finito in Spagna pure lui

Johnny Moon è scontroso, indifferente ai problemi del paese ma è solo una facciata. Ha sofferto troppo nella sua vita, continuamente attaccato per colpe non sue, ed è abituato a mantenere le distanze da tutto e tutti. Infatti sul momento rifiuta di aiutare lo sceriffo quando i due ricconi trasformano il paese in zona di guerra, ma alla fine si commuove e interviene.
L’unica consolazione dell’uomo è che si avvicina l’arrivo del fratello, così che finalmente si possa regolare i conti una volta per sempre.

Shatner si lancia in tipiche pose western

Shatner sta divorziando dalla sua prima moglie Gloria Rand, da cui ha avuto i suoi tre figli, quindi partire per la Spagna è un’ottima distrazione. Il problema è c’è da cavalcare e l’attore non solo non ne è capace ma lo detesta. L’ha imparato sul set di Alexander the Great, appena girato per la TV (da cui arrivano quei capelli biondi che mostra nel film spagnolo) ma proprio non gli riesce bene: è divertente vedere come l’attore non riesca a governare il quadrupede, nelle scene in cui deve cavalcare. E sì che per i primi piani usavano un cavallo chiama El Tranquillo, che però ripresa dopo ripresa pare si sia innervosito parecchio.
Nella sua citata biografia non sembra conservare un bel ricordo del film.

«È stata un’esperienza davvero terribile. Ero nel bel mezzo del mio divorzio da Gloria, ero l’unico del cast che parlasse inglese, non andavo d’accordo col regista e il copione era orribile.»

Comanche blanco è quello che sembra, un piccolo paella western di bassa lega, in cui la star americana è totalmente fuori parte: se già Shatner che fa il rude pistolero ha bisogno di tempo per essere digerito, a torso nudo e con la fascia da indiano è uno spettacolo troppo imbarazzante per essere accettato.
Eppure per i primi due terzi esce fuori essere addirittura un buon film, con un personaggio azzeccato e buone dinamiche fra i personaggi. Fino alla guerra dei due ricconi è un western dignitoso, oserei dire anche divertente, ma poi arriva il fatidico scontro tra fratelli e tutto crolla come un sacco di patate spagnole.

Sbrighiamoci a duellare, che ’sto cavallo non lo controllo

La lentezza mortale prende possesso della vicenda e si comincia ad allungare il brodo con lunghissime scene totalmente inutili e ripetitive. Il problema poi è che una produzione cialtrona come questa non ha alcuno strumento tecnico per far affrontare due personaggi interpretati dallo stesso attore, e fra le varie soluzioni possibili sceglie la più ridicola: quella di uno scontro a cavallo manco fossimo tornati nel Medioevo europeo.
Proprio quando l’emozione dovrebbe raggiungere il culmine il film muore, soffocato dalla noia, ed è davvero un peccato perché come dicevo i primi due terzi è anche gradevole.

Un faccione troppo da buono per fare il corrucciato pistolero

Shatner non è tagliato per il western, infatti probabilmente ci sono più storie western in “Star Trek” che produzioni in cui abbia dovuto indossare sul serio cappello e stivali.

L.

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9 risposte a [Star Trek Western] E venne l’ora della vendetta (1968)

  1. Sam Simon ha detto:

    Non gli piace andare a cavallo? Io pensavo di sì viste le scene in Star Trek VII: Generations!

    Comunque questo non lo cerco di sicuro… :–D

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Magari poi nel corso degli anni è migliorato e si è appassionato ai quadrupedi 😉

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      • Giuseppe ha detto:

        Ci si è appassionato eccome, e da molto tempo: prova a googlare inserendo “william shatner horses” e vedi cosa ne viene fuori (per non parlare delle dediche che di tanto in tanto riserva agli amati cavalli in seconda di copertina nei suoi romanzi Trek) 😉
        Quanto a questo non splendido western, il comanche bianco di Shatner mi riporta appunto alla mente un episodio della TOS, “Il paradiso perduto”, dove Kirk aveva temporaneamente perso la memoria (rinominandosi “Kirok”) dopo aver ricevuto una scarica d’energia dall’obelisco dei Protettori, posto a difesa di un pianeta popolato da una civiltà praticamente identica ai nativi americani…

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Il richiamo degli indiani era potente in lui 😀

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  2. Willy l'Orbo ha detto:

    Off topic ma non troppo: in tema del mio “poco amato” western, debbo dire che ho visto il remake dei magnifici sette e non mi è dispiaciuto, che mi stia convertendo (no, non credo, sarà stato un caso o allucinazione da quarantena 🙂 ); te l’hai visto Lucius? (in caso affermativo temo, al mio contrario, giudizi severissimi 🙂 )

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  3. Cassidy ha detto:

    William pensava di essere stato teletrasportato in uno spaghetti Western invece si è ritrovato in Spagna 😉 l’idea del gemello puzza, posso immaginare la resa visiva, un’infinità di campi e controcampi per dare l’illusione di due attori, invece di uno in due ruoli. Il cavallo e la sua pazienza sono i grandi eroi di questo film 😉 Cheers

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Ti lascio immaginare l’accuratezza con cui sono gestiti gli indiani: ci sono comparse messicane e giapponesi che eseguono gli ordini di Shatner con la panza all’aria e una fascetta in testa. Cose brutte dal West 😀
      Però al netto dei tanti difetti è comunque un film divertente, il personaggio di Johnny Moon non è male, purtroppo un finale terribile ammazza tutto.

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  4. Gioacchino Di Maio ha detto:

    Pare di capire che all’epoca tutti volevano apparire e recitare in un western (anche le serie tv) ma pochi in un film di fantascienza, quando sarà proprio la fantascienza a rendere Shatner un attore di successo.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Sono gli anni Sessanta, la fantascienza è ancora chiusa nel ghetto: è considerata robaccia da proiettare nei drive-in mentre le coppiette limonano, è roba coi mostri gommosi dallo spazio e gli scienziati pazzi coi capelli dritti. E’ il periodo in cui Philip K. Dick con l’ambizioso (a torto) “Noi marziani” voleva uscire dal ghetto e, parlando di malattie psichiche, arrivare alla narrativa “vera”, scoprendo che l’editoria sparava in faccia a chiunque usasse la parola “Marte”.
      Il western invece è come il football: è gloria nazionale. Non importa se è un fetente filmaccio spagnolo fatto col pongo: se indossi un cappello e impugni una pistola, cavalcando verso il tramonto, sei contento e socialmente accettato.
      E’ un po’ quello che non aveva capito Dan O’Bannon, quando con “Alien” voleva riproporre identici tutti gli asfittici luoghi comuni che tenevano ancorata la fantascienza nel ghetto, mentre intanto il cinema era totalmente cambiato e addirittura giovani talenti stavano attraversando la porta aperta da Kubrick: nel 1977 per la prima volta nella storia si poteva parlare di fantascienza di serie A, da proiettare in vere sale autorevoli, con veri giornalisti a scriverne e veri soldi da incassare. Tutto questo, a due anni da “Star Wars” e “Incontri ravvicinati”, O’Bannon non l’aveva capito, perché lui era l’unico sul set ad amare la fantascienza: Walter Hill e Ridley Scott grasso che cola se avevano visto “2001”, non volevano la fantascienza: volevano la tensione che aveva spaventato il mondo con “Non aprite quella porta” (1974) semplicemente ambientata nello spazio. Due autori dichiaratamente avversi al mondo della fantascienza alla fine ne hanno scritto alcuni dei canoni più seguiti…
      Ecco perché non stupisce che nel ’68 Shatner accettasse con entusiasmo quella che palesemente era una poveracciata: all’epoca il peggior western era meglio del miglior film di fantascienza 😉

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