Total Recall 9. Cartoline da Marte

Il numero di maggio 1990 della rivista “Starlog” presenta un servizio di Will Murray che racconta la sua esperienza sul set di Total Recall, regalandoci una testimonianza diretta delle riprese in corso.


Cartoline da Marte

Siamo nei Churubusco Studios vicino Città del Messico, Stage 7, e gli attori Arnold Schwarzenegger e Rachel Ticotin, truccati con il sangue finto, si posizionano davanti ad uno schermo blu: la tecnica degli effetti speciali Mary Siceloff della Dream Quest Images dice che c’è qui più materiale per schermi blu che nel resto del mondo, segno che la tecnica è ancora agli albori. (Dal Duemila ogni film di serie A sarà solo uno schermo blu, con la saltuaria apparizione di attori veri.) Arriva il regista Paul Verhoeven e si accorge che stanno spruzzando del sudore finto sugli attori e ferma subito i tecnici: quelle goccioline rischiano di rovinare l’effetto dello schermo blu, quindi gli attori vengono asciugati.

Ticotin trova il suo segno e, con il fucile in spalla, si appende, dondolando nel vuoto. Schwarzenegger si mette in posizione e, appena il regista dà l’azione, comincia a tirar su l’attrice, mentre Verhoeven grida: «Musica!». All’improvviso dal nulla si comincia a sentire una musica in crescendo che accompagna gli attori nelle loro azioni. «Stop!» grida il regista e tutto si ferma. Il giornalista è disorientato, per un attimo ha creduto di stare seduto in sala a vedere un film, invece che sul set a vederlo girare. Gli viene spiegato che la musica aiuta a creare l’atmosfera giusta, aiuta gli attori ad immedesimarsi con la scena tesa: in seguito verrà poi aggiunta la musica di Jerry Goldsmith. Il commento di Murray, giornalista abituato a calcare i set di tanti film fanta-horror, è esplicativo: «Ecco perché Total Recall è diverso».

Un altro tecnico della Dream Quest, Eric Brevig (direttamente da The Abyss), racconta uno degli effetti più sorprendenti per l’epoca.

«Quando Arnold va all’aeroporto attraversa l’area di sicurezza, cioè un enorme fluoroscopio di sette metri. Gli agenti della sicurezza stanno seduti a guardare gli scheletri di tutti e gli oggetti che portano con sé. Abbiamo filmato Arnold e tutte le comparse con questa enorme lastra di vetro, mentre un’altra cinepresa filmava la gente dall’altra parte, fotogramma per fotogramma. Le sequenze verranno usate da una compagnia di grafica computerizzata per creare scheletri digitali basati sui movimenti degli attori. Ad Arnold infileremo quella che viene chiamata “tuta cattura-movimento” [motion-capture suit] così da poter ricreare i suoi movimenti.»

Oggi questa descrizione può farci sorridere, abituati a film girati interamente con una tecnica che nel 1990 è stata usata per pochi secondi di pellicola, ma all’epoca già solo quei pochi fotogrammi mostrati nei trailer fecero infiammare gli spettatori. (Avevo 16 anni all’epoca e quegli scheletri digitali li trovai un capolavoro: dove mai arriverà il cinema?, mi chiedevo.)

Anno 1990: il futuro del cinema è già presente!

Negli otto teatri di posa dei Churubusco Studios vengono allestiti trentacinque set diversi, e appena vengono completate le riprese in uno questo viene smantellato e se ne costruisce subito un altro. Ad un certo punto il giornalista si ritrova in uno stanzone che non sa descrivere se non con la parola “disorientante” (disorienting): una foresta di colonne ricoperte di panno verde. Siamo chiaramente nello scontro a fuoco finale tra Quaid e gli uomini di Richter.

Sotto gli occhi attenti di Paul Verhoeven e del direttore della fotografia Jost Vacano – che insieme avevano già lavorato a Robocop – Michael Ironside sta gridando «fin quasi a slogarsi i muscoli della faccia». Il regista invita gli altri attori, con le divise da guardia armata, a prendere posto, poi comincia a correre da una colonna all’altra, mimando il personaggio di Quaid a favore delle comparse che dovranno sparargli. Fiumi di proiettili vengono sparati, i bossoli riempiono il pavimento, ma Verhoeven non è soddisfatto e fa ripetere la scena: devono sparare con molta più rabbia!

Va bene con questa rabbia, Paul?

Ironside è estasiato:

«È così bello lavorare con qualcuno che sa esattamente ciò che vuole: lui [Verhoeven] è lì, fisicamente, insieme a te, si muove sul set mimando tutte le azioni, e fa “Bang-bang-bang-bang!” e “Takka-takka-takka!”. Una volta ho recitato una scena esattamente come me l’aveva mostrata lui, alla lettera, e lui grida “No, no, no!” Al che gli ho fatto notare che l’avevo fatta con la stessa emozione che mi aveva mostrato, e lui mi ha risposto: “I non so niente di recitazione, il mio era solo un esempio”.»

Rachel Ticotin racconta al giornalista che il giorno prima ha girato la scena in cui l’enorme scavatore sta per triturarla contro una parete di pietra. Parete finta, ovviamente, costruita proprio per crollare e rivelare dietro… L’attrice sorride e si ferma: nessuno sul set può rivelare ad esterni l’ambientazione finale del film. Comunque il problema è stato che una grossa pietra della parete è venuta giù colpendo l’attrice: non è vera pietra, è materiale leggero, ma se un macigno finto cade su un piede… il dolore è vero. L’attrice non racconta questo per denunciare un incidente durante le riprese, ma per raccontare gli occhi estasiati di Verhoeven nel guardare la scena: le è stato assicurato da tutti che quella sequenza finirà nel girato finale, tanto è vera!

Rachel non sa che cosa sta per… caderle addosso!

Nell’aprile 1991 Bill Florence, su “Cinefantastique”, ci racconta tutt’altro tipo di aneddoto dal set. Ricordiamoci che stiamo parlando di americani in Messico, Stato in cui i prezzi più bassi hanno permesso alla produzione di risparmiare milioni di dollari. (Al giornalista Verhoeven racconta che se fosse stato girato a Los Angeles Total Recall sarebbe costato almeno venti milioni in più.) Gli americani adorano il cibo messicano… che però può dare fastidiosi effetti collaterali.

Dopo aver mangiato qualcosa di troppo, una sera Verhoeven è preso da dolori intestinali che lo mettono fuori combattimento: il regista non è più preciso nella descrizione ma credo che possiamo immaginarci che tipo di nottata abbia avuto. La mattina dopo è uno straccio d’uomo che a malapena riesce a stare in piedi: come fermare una macchina multi-milionaria che ha tempi strettissimi? Semplicemente non si può, quindi pur tremolante e dolorante il regista si concede lo strappo giusto di un’ora di riposo in più, sottratta all’agenda giornaliera, per poi tornare a dirigere. La storia raccontata da Verhoeven finisce qua, niente di che… ma poi mi immagino che, andando via, il giornalista venga raggiunto da un’ombra nella notte che ha qualcos’altro da aggiungere: un’ombra chiamata Ron Shusett.

Occhio a quello che mangi, Paul!

Quello che Paul Verhoeven non sapeva è che l’intero suo travaglio grastrointestinale è stato seguito da vicino e spiato da Shusett: ogni volta che il regista emetteva un lamento o si isolava in bagno, Ron era lì, con le orecchie “appizzate” (come si dice a Roma). Al giornalista di “Cinefantastique” il produttore ubiquo – non c’era angolo di set del film dove Ron non sbucasse a dare consigli molesti – racconta di come quella mattina Paul non si reggesse in piedi, di come ci sia stato bisogno di una sedia a rotelle per portarlo sul set, e di come poi sia dovuto rimanere per un’ora chiuso nella sua roulotte.

«Provavano a farlo uscire ma poi lo riportavano dentro, a letto: barcollava, non riusciva a parlare e addirittura non riusciva a vedere bene. Appena finita una ripresa, correva nella roulotte per un’ora. Passando, lo sentivo vomitare.»

Povero Paul, che oltre a stare male non sapeva di avere orecchie estranee che spiavano ciò che faceva nella privacy del suo bagno. L’agonia è andata avanti per dodici ore, e Verhoeven ha dovuto stringere i denti anche per mere questioni monetarie: se si fosse fatto ricoverare in ospedale, come sarebbe stato meglio, tutto si sarebbe fermato per giorni, e l’assicurazione avrebbe pagato solo dal quarto giorno in poi. Per i primi tre sarebbe stata la produzione a dover sborsare circa 150 mila dollari al giorno, a coprire i costi di un esercito di attori e tecnici fermi. Quindi Paul ha stretto i denti – e non solo quelli! – e ha completato la sua lunga giornata lavorativa assomigliando ad un morto che cammina. E con Ron che gli andava dietro ad ascoltare ogni rumore emesso dal suo corpo…

(continua)


Fonti

  • Bill Florence, Total Recall: Behind-the-Scenes, da “Cinefantastique”, vol. 21, n. 5 (aprile 1991)
  • Will Murray, Postcards from Mars, da “Starlog” n. 154 (maggio 1990)

L.

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7 risposte a Total Recall 9. Cartoline da Marte

  1. Willy l'Orbo ha detto:

    Dal capolavoro avveniristico degli scheletri digitali agli effetti collaterali del cibo messicano (con tanto di spiate “latrinevoli”) passando per l’aneddoto che vede protagonista Ironside, tutta la magia del cinema, dalle stelle…alle stalle! 🙂

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  2. Cassidy ha detto:

    Certo che sfruttare anche gli effetti della “maledizione di Montezuma” per provare a far fuori Pólveron, vorrei dire bella merda, ma non mi sembra il caso 😉 In fondo anche Harris on Ford sul set di “Raiders” ha provato la stessa maledizione. Detto questo è tornando per un momento (quasi) seri, vogliamo dire che Atto di Forza é stato l’ultimo grande film realizzato con trucchi fisici? Insomma alla vecchia maniera? Già con “Terminator 2” sarebbe cambiato tutto, anche la possibilità di mostrare la violenza, quindi questa testimonianza è una prova che rafforza la tesi. Cheers!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Indiscutibile! E che l’addio ai “veri trucchi” porti la firma di Rob Bottin è solo motivo di vanto 😉
      Qui il digitale è un valido aiuto per scene memorabili, non la totalità di un film che poi avrà meno spessore di un videogioco. Anche T2 aveva il digitale in minime dosi e sempre per creare scene memorabili. Quando TUTTO il film è fatto in digitale, non c’è niente di memorabile e quindi è tutta roba da dimenticare.
      Invece le orecchie di Shusett non dimenticheranno mai ciò che hanno sentito di nascosto dal bagno di Verhoeven 😀

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      • Giuseppe ha detto:

        Che mai avrà sentito Ron?
        Certo nulla era di buon!
        Paul, pur col cibo messicano
        che sconquassa il deretano
        non si fa ricoverare
        perché il film non può fermare:
        “Devo far tutti contenti,
        quindi stringo culo e denti!” 😉
        Ahh, il digitale degli albori quando i tempi del TUTTO in digitale erano ancora di là da venire…

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        ahaah un’altra ode-capolavoro! 😀

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  3. Sam Simon ha detto:

    Ahahahah! Fantastico l’aneddoto di Ironside con Verhoeven che si lamenta perché l’attore ha recitato come lui! X–D

    Certo se mangiava quello che mangiava l’Arnold del tempo (oggi racconta di essere vegetariano al 99%, forse per far piacere all’amico Cameron) Verhoeven non poteva che sentirsi male…

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