Enter the Fat Dragon (2020) Donnie Yen non è Sammo

Anno 1978. Dopo una lunga e dolorosa gavetta fatta di cadute e botte in un numero sconfinato di film, Sammo Hung ha finalmente l’occasione della vita. Dopo anni di versioni non autorizzate, la Golden Harvest decide di sfidare la cattiva sorte e ripescare dagli archivi il girato del “vero” Game of Death di Bruce Lee, di cui tutti stanno parlando. Non è facile mettere insieme il materiale lasciato da Lee, metri di pellicola inutile fatta di scene ripetute ossessivamente in cerca della perfezione, e per di più tocca lavorare con Robert Clouse, pessimo regista ma nome (immotivatamente) famoso all’epoca.
L’operazione è dolorosa, arriverà in Italia come L’ultimo combattimento di Chen, e Sammo ha tanta voglia di scrollarsi di dosso quella roba: decide che vuole mostrare a tutti il vero omaggio a Bruce Lee. E con un’altra casa gira il capolavoro che lo rende immortale: Enter the Fat Dragon.

Il giovane Sammo Hung in una posa “da duro” alla Bruce Lee

Sammo non è un “clone” di Lee, come quelli che appaiono nel film stesso e che lui prende a calci, sfottendoli. Lui è un proletario che porta giustizia in una città corrotta, che fa a botte nei vicoli dove vive la gente onesta e lavoratrice, costretta a subire le angherie dei ricchi viziosi: questo è Bruce Lee, agli occhi dei suoi connazionali.
E se nel farlo gli scappa qualche urletto e qualcuna delle celebri espressioni da duro di periferia del Maestro, meglio ancora.
Con una grande autoironia ma con tanta passione nel cuore, Sammo conquista il pubblico che aveva riconosciuto in Lee uno di loro: un umile che riscatta gli umili.

Quarant’anni dopo Donnie Yen, la più grande star asiatica vivente, butta tutto nel cesso e fa un film con lo stesso titolo… che non c’entra assolutamente niente!

L’unico motivo del titolo è pura paraculaggine

Il protagonista si chiama Zhu Fu Long. «”Fu” (肥) da “prosperità” [cioè “grasso”!], “Long” [龍, Drago] dal nome di Bruce Lee [il cui nome cinese era Lee Xiao Long, “Lee Piccolo Drago”]» In realtà dichiara di pesare 66 chili, quindi siamo parecchio lontani dalla definizione di fat (grasso), ma magari ad Hong Kong è considerato un peso importante.

Sì, è proprio l’attore della saga di Ip Man!

Una mattina Fu Long esce di casa in tuta e con la giacca dello smoking per andare a farsi le foto in vista del matrimonio, e come al solito finisce in una tipica rapina cinematografica: quelle in cui i ladri non sanno che fra gli ostaggi c’è un super poliziotto che li sbaraglierà tutti… anche se solo con l’immaginazione!

Come il nostro eroe immagina andrà l’azione

Le cose non vanno proprio così, la situazione degenera ma siamo sempre in un film di Hong Kong, quindi parte un’azione mozzafiato con i toni della commedia più leggera. Un inseguimento attraverso tutta la città, stunt spettacolari e botte assortite. Il supercop (per citare una vecchia gloria di Jackie Chan) porta a segno la missione con molti più danni che vantaggi, finendo con un camion impazzito proprio contro la vetrata dell’ufficio di polizia. Il commissario capo non la prende bene.

Perché il commissario s’è arrabbiato? Il camion ha frenato in tempo…

Neanche la fidanzata Song Ke Er la prende bene. Lei fa l’attricetta in produzioni non certo di prima scelta, telenovelas in costume dove il suo personaggio di solito è picchiato e buttato giù dai balconi. (È appena stata candidata al Golden Broom, la “Scopa d’oro”.) Però la donna stringe i denti perché un giorno sarà famosa… poi accende la TV e scopre che tutte le emittenti di Hong Kong mandano in onda le riprese di Fu Long e del suo rocambolesco inseguimento. Le prende una botta da diva e molla il promesso sposo.

Non è una vera casa se non c’è Bruce Lee in TV!

Perso l’amore e il posto da detective, il nostro eroe ritorna con il ricordo a tempi migliori, quando come poliziotto si lanciava in azioni leggendarie. Partono immagini di repertorio da storici film passati di Donnie Yen, però rielaborate in modo da farlo sembrare un pasticcione. L’enorme strizzata d’occhio ai suoi fan arriva quando viene mostrato il mitologico scontro “bianco-nero” di Saat po long (2005), scoprendo che… è andata in modo ben diverso.

Ricordavo uno scontro titanico, invece… è finita a borsate in testa!

Ritrovatosi a fare il poliziotto d’ufficio, sepolto negli archivi, Fu Long si lascia andare alle uniche cose che veramente sappiano consolare un uomo: patatine, merendine, bibite gassate e film marziali!

Ecco ciò che davvero può curare un’anima sofferente!

Ora sì che è pronto per diventare il Fat Dragon!

Può entrare in scena il Drago Grasso

Dispiace in realtà scoprire che la pinguedine del protagonista non ha minimamente peso nella trama, visto che inizia un classico poliziesco di Hong Kong pieno di azione spettacolare, situazioni comiche come se piovesse, un po’ d’amore, un po’ di melodramma e vissero tutti felici e contenti. Che c’entra il peso di Fu Long?
Comunque il nostro eroe deve scortare un prigioniero in Giappone e gli scappa subito, iniziando una lotta contro il nuovo giovane capo della Yakuza locale, senza dimenticare immancabili scene a rimarcare l’annoso “scontro di civiltà” di due popoli che si odiano sin nel profondo dell’anima. Fu Long infatti parla solo ed esclusivamente con cinesi immigrati, perché i giapponesi sono tutti mafiosi: questo atteggiamento mi ricorda qualcosa… tipo gli italiani nei film americani.

Big in Japan

Il resto è pure azione di alta qualità, coreografata come si deve e con un finale molto spettacolare ambientato sulla torre di Tokyo – quella a forma di Torre Eiffel – ma il problema è che si tratta di un prodotto fotocopiato da qualsiasi altro di Hong Kong, quindi è difficile entusiasmarsi.
Se fosse un film americano staremmo già parlando di qualcosa mai visto negli ultimi decenni, ma la qualità di Hong Kong parte già così alta e inarrivabile… che appunto è difficile arrivare a superarla. Non ci riesce neppure il super-finale a colpi di nunchaku!

It’s…

… nunchaku…

… Time!

Quando nei vicoli della Hong Kong povera il ragazzotto di quartiere Sammo Hung sbaragliava i cattivi a colpi di nunchaku era un atto d’amore: lo Strumento d’Elezione del Maestro usato per citare la scena di un suo film. Qui Donnie, che apparentemente sa usare i nunchaku molto meglio di Sammo, li infila in una scena in cui non c’entrano nulla. Non c’è emozione, non c’è citazione, non c’è pathos, semplicemente doveva usarli perché è il Fat Dragon, ma niente di più.
Inutile sottolineare come la celebre tuta gialla di Lee, che si vede in locandina, non appaia mai nel film e non avrebbe senso, visto che questo film non ha proprio nulla a che vedere né con Bruce né con Sammo.

Il vero eroe si fa sempre scudo con la sua bella…

L’aspetto curioso dell’operazione è che Donnie Yen risulta molto più “finto” ad inizio film, quando è ancora “normale”: capelli finti e tre chili di cerone in faccia a mascherare i suoi 57 anni lo rendono un pupazzo di gomma che fa impressione a guardare: molto meglio con la maschera grassa…

Un quartiere di Tokyo ricostruito in studio

Sulle scene d’azione non si discute, Donnie Yen è maestro incontrastato del cinema di Hong Kong “serio”, anche se qui scivola nel territorio dei polizieschi alla Jackie Chan, e il fatto che non ci sia un solo fotogramma “vero” non guasta: nessuno degli attori o delle comparse muove un solo dito senza avere un cavo a sostenerlo, ma questo è l’Hong Kong Style sin dagli anni Settanta e si sta al gioco. Nessun ambiente è vero, tutto è ricostruito in studio o davanti a un panno verde: manco il cane che aggredisce il protagonista è vero, essendo un pupazzo perfetto (mostrato nei titoli di coda). Ma, ripeto, tutto è votato alla creazione di uno spettacolo per gli occhi e il risultato è preso in pieno.

Però da un film che omaggia un caposaldo come Enter the Fat Dragon mi sarei aspettato molto di più di un copia-e-incolla da qualsiasi altro film di Hong Kong. Peccato.

L.

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7 risposte a Enter the Fat Dragon (2020) Donnie Yen non è Sammo

  1. Cassidy ha detto:

    Non sentivo proprio il bisogno di un rilancio di “Enter the fat dragon”, ma per quanto Donnie Yen sia garanzia di coreografie e azione ai massimi livelli, mi é sembrato un modo facilone per strizzate l’occhio a Bruce Lee per “vendere” il film alla massa, quella che non conosce nemmeno Sammo e il film originale (questo spiegherebbe la tuta gialla in locandina). Inoltre Donnie ha dei problemi con la sua età, in “Ip Man 4” é più giovane che mai, quando dovrebbe essere un anziano maestro. Insomma, ultimamente Donnie Yen non mi sta mandando a casa felicissimo ecco. Cheers!

    Piace a 1 persona

    • Lucius Etruscus ha detto:

      Vero, nel quarto Ip Man sembra più giovane rispetto al primo 😀
      Si sa che i divi hanno seri problemi con le rughe, anche se sono asiatici e di solito si vedono poco i segni dell’età. Invece di fare il saggio maestro continua a voler fare l’eroe salterello: l’avrà imparato dagli eroi americani 😀

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  2. Willy l'Orbo ha detto:

    Diciamo che io, essendo “americanofilo”, se proprio devo guardare un film d’arti marziali made in Hong Kong, faccio meglio ad indirizzarmi verso un altro prodotto, pur non essendo questo male, se ho ben capito! 🙂

    Piace a 1 persona

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