La ballata di ’Gator Bait (1973-1988)

Aveva 19 anni Mary Eileen “Mimi” Chesterton quando ha posato per la rivista “Playboy”, e una volta che le sue foto sono uscite sul numero del novembre 1969 ha fatto suo il nome d’arte di Claudia Jennings, pronta a diventare una Queen B: una regina del cinema commerciale. Per quei pochi anni che aveva ancora da vivere.

Dieci anni dopo, nell’ottobre 1979, a bordo della sua Volksvagen sfreccia per le colline californiane quando un incidente la cristallizza nei suoi 29 anni. Stava passando per Laurel Canyon, proprio quando un’altra Laurel – quella protagonista di Halloween (1978) di John Carpenter – veniva acclamata da alcuni critici come la prima donna in un film ad affrontare il “mostro”. La rozzezza dei suoi prodotti ha impedito alla Jennings di rivendicare il suo primato: già nel 1973 lei era una “donna tosta” che trattava gli uomini come solo le eroine di anni successivi faranno.

La giovane Queen B su “Playboy” (novembre 1969)

I coniugi Ferd e Beverly Sebastian erano specializzati in filmacci veloci che facevano la gioia dei drive-in, il luogo d’elezione americano dove gustarsi quello che ancora veniva chiamato “cinema di serie B”. E a ragione, visto che parliamo di capolavori in confronto alla Z di oggi.
Con la casa Sebastian Films Limited i due coniugi producevano e distribuivano i loro prodotti, prendendosi libertà che il cinema di serie A, quello delle grandi major con limitazioni censorie molto rigide, non potevano concedersi. Per esempio i due coniugi potevano presentare qualcosa di improponibile… come la storia di una donna che vive sola, indipendente e spara agli uomini che se lo meritano.

Claudia Jennings nell’incredibile ruolo di una donna libera

In un mondo in cui nelle storie d’azione, fantascienza e horror le attrici ricoprono solo ed esclusivamente ruoli da donna IES (Inciampa E Strilla), l’arrivo di ’Gator Bait poteva essere una bomba… se qualcuno l’avesse notato.
Distribuito solo in Texas nell’ottobre 1973, e poi nel resto degli Stati Uniti l’anno successivo, della rarissima distribuzione italiana parlerò più sotto.

Il film che fu un successo dopo che altri lo copiarono

Credere che la rossa Claudia Jennings, sempre perfettamente pettinata e senza il minimo “pelo superfluo”, viva nella natura selvaggia delle paludi della Louisiana è un bello sforzo di immaginazione, ma il cinema di genere è fatto anche di questo.
Ciò che conta è il concetto: Desiree è una donna indipendente, che vive la sua vita senza alcun bisogno di uomini che se ne prendano cura, senza bisogno delle istituzioni autoritarie né di altre strutture mentali delle donne dell’epoca. E questo è un affronto per tutti, uomini e donne.

Una donna pericolosa, perché indipendente

A rincarare la dose, tutti gli uomini della vicenda sono buzzurri preistorici, classici provinciali ignoranti che si accoppiano con le sorelle e vivono una vita animale. Il problema è che anche sceriffo e vice-sceriffo, cioè l’autorità costituita, sono della stessa pasta.
Quando il mentecatto vice-sceriffo incolpa falsamente Desiree della morte di uno dei Bracken, la famiglia di simpatici decerebrati bifolchi parte subito a caccia della donna nel labirinto delle paludi, e insieme allo sceriffo si prepara a gustarsi un massacro.

Le gagliarde forze dell’ordine della palude

Non so se i coniugi Sebastian avessero in mente il Chato (1972) di Michael Winner – che a sua volta è così simile al romanzo Rambo (1971) da far nascere qualche sospetto – comunque l’effetto è lo stesso: l’estraneo, l’outsider, chi vuole vivere libero dalle regole di una società in cui non si riconosce diventa l’obiettivo di un gruppo di uomini violenti, la cui caccia è perfetto simbolo della violenza che nasce quanto l’integrazione e l’omologazione vengono messe a rischio.
Proprio come in Chato i violenti raggiungono prima i parenti del loro obiettivo, in questo caso la sorellina di Desiree: i Sebastian non hanno ancora il coraggio di Wes Craven e del suo L’ultima casa a sinistra (1972), la cattiveria è ancora a livelli molto “teneri”, ma il bifolco che spara una fucilata fra le gambe della povera ragazza è comunque una scena molto intensa, e fa il paio con il coltello piantato nell’intimo della vittima de L’ultimo treno della notte (1975), che di Wes Craven era la fotocopia.

Com’è facile immaginare, Desiree scatena una guerra che non te la sogni neppure, teoricamente anticipando il Rambo filmico di dieci anni ma in realtà facendo ben poco. Siamo agli albori delle donne forti al cinema, non si può chiedere troppo ad un personaggio che in pratica si sta muovendo in un territorio inesplorato: a parte giocare d’astuzia per far sì che i cattivi si uccidano a vicenda, non fa molto altro. Ad essere proprio onesti qualche atmosfera anticipa I guerrieri della palude silenziosa (1981) di Walter Hill, ma molto alla lontana.
Comunque due azioni della protagonista sono indicatrici dell’esplosivo decennio che sta nascendo.

La guerriera della palude silenziosa

La prima è quella che subito salta agli occhi: dopo decenni di donne IES (Inciampa E Strilla), Desiree non inciampa, non strilla… e spara ad un uomo. Sembra poco, siamo tutti cresciuti con film con donne e uomini che sparano in egual misura, ma è una conquista recentissima: basti pensare a che inutile sacco di carne frolla sia la protagonista de La notte dei morti viventi (1968) di George A. Romero per capire il livello dei ruoli femminili.
I rari recensori che hanno trattato ’Gator Bait hanno archiviato velocemente la trovata come una rivendicazione femminista – detto a mo’ di insulto – e in pratica la storia è una scopiazzata di I Spit on Your Grave: se i recensori avessero guardato le date di uscita dei film, si sarebbero accorti che era esattamente il contrario.
Quando nel novembre 1978 Jennifer Hills spara all’uomo che l’aveva violentata – un mese dopo che Laurie Strode accoltella l’uomo che la voleva uccidere – cinque anni prima quel gesto era stato sdoganato da Desiree, la guerriera della palude silenziosa.

Le donne fatali di alcuni noir d’annata hanno già sparato agli uomini, non è certo una novità, ma quelli sono personaggi negativi che infatti nella vicenda vengono sempre puniti: sono criminali perché osano fare violenza in generale, e ai maschi in particolare. Desiree, Laurie e Jennifer no, sono tutte eroine per cui lo spettatore parteggia: sono donne stanche di subire e pronte ad alzare la testa. Questa è la novità che conquisterà i decenni successivi.

Jennifer che fa nel 1978 quello che Desiree ha già fatto nel 1973

Il secondo gesto che rende Desiree unica nel suo genere è nel finale, quando l’ultimo dei suoi persecutori, pa’ Bracken, si gioca la carta che George Lucas si giocherà quasi dieci anni dopo: «Desiree… sono tuo padre!»
Il padre è la definizione precisa di autorità, soprattutto al cinema: un medium che pretende sin dalla nascita che i personaggi femminili siano sempre e comunque sottomessi all’autorità paterna. Chi ha seguito il mio ciclo sulle Jungle Girl ricorderà che l’unico motivo accettabile perché una una donna si metta in viaggio da sola è per ritrovare il padre disperso. La figura paterna è l’autorità costituita per eccellenza, e la donna le si deve sempre sottomettere.
Desiree però sta cambiando per sempre le regole del linguaggio cinematografico, e di questa rivelazione non sa che farne. Volta le spalle all’uomo, lasciato a morire nel labirinto delle paludi, pronunciando una frase che da sola distrugge ogni precedente ruolo femminile al cinema: «My father is dead». Non esiste più figura paterna che tenga, per le donne che vogliano essere indipendenti. Nessuna autorità sceglierà più per loro.

La libertà passa sempre dall’uccisione del padre

Beverly Sebastian ha scritto soggetto e sceneggiatura di ’Gator Bait con in mente un atto di rivolta per l’emancipazione della donna filmica mediante l’uso di strumenti maschili come le armi? Non si sa, la fama di “autori di serie B” ha fatto sì che nessuno si interessasse a loro, né a questo film considerato robaccia da drive-in. (Però guadagnò 500 mila dollari in qualche settimana, e dopo 18 mesi di programmazione ha incassato 15 milioni.)

Il messaggio comunque rimane sottopelle e cresce: nel 1976 Walter Hill scrive un copione con una donna forte di nome Ripley che, armata, affronta il cattivo finale; nel 1977 il romanzo The Howling ritrae una donna intraprendente che, armata, affronta il cattivo finale; nell’ottobre 1978, come detto, Laurie accoltella il cattivo e il mese dopo Jennifer spara al suo stupratore; nel 1979 Squilli di sangue ritrae una donna assassina seriale con fucile e gli anni Ottanta non fanno che raccogliere, anno dopo anno, gli insegnamenti di Desiree, anche attraverso protagoniste tutte all’opposto di lei, come la sartina muta de L’angelo della vendetta (1981) che si arma e va in cerca dei propri stupratori.
Nel 1986 Aliens butta giù l’ultima parete: le donne forti armate (da cui nascerà il genere GWG, Girls With Guns) sono ormai irresistibili… e finalmente i coniugi Sebastian si chiedono: e noi chi siamo, i figli della serva?

Mentre piccoli canali locali dal dicembre 1987 mandano in onda Esca per alligatori, cioè il film del 1973 che arriva in Italia con forte ritardo solo per scomparire nel nulla dal 1996, nel dicembre 1988 un altro film ci riporta nelle paludi infestate da coccodrilli affamati e grintose donne armate: esce ’Gator Bait II: Cajun Justice.
Non ho trovato tracce né di uscita nelle sale italiane né di passaggi televisivi: l’unica distribuzione italiana è una VHS CIC Video del 1989 dal titolo Vendetta nella palude, che per fortuna qualche Santo Pirata ha riversato su YouTube. (Approfittatene, prima che lo cancellino!)

Che i tempi siano cambiati lo dimostra il fatto che a distribuire questa nuova produzione Sebastian ci siano l’autorevole Paramount e CIC Video, cioè due grandi case dell’epoca, ma che il film rimanga un “prodotto Sebastian” lo dimostra anche la protagonista, interpretata dalla bionda Jan MacKenzie, nata Jan Duncan, che dopo questo film sposa il figlio di Ferd e Beverly, diventando Jan Sebastian.
Le intuizioni che i Sebastian avevano avuto con anni d’anticipo rispetto al cinema di serie A ormai sono lontani ricordi, la creatività ha lasciato spazio alla banalissima fotocopia: ’Gator Bait II è solo il brutto rifacimento “morbido” di I Spit on Your Grave (1978), quindi i temi della violenza che tratta non risalgono al film del 1973 dei Sebastian ma a un film che paradossalmente ne seguiva la strada.

Un ritorno noioso e inutile

Angelique (Jan MacKenzie) sposa il “paludaro” Big T (Tray Loren) e va a vivere felice con lui in una tinozza dispersa nella palude: quando c’è l’amore…
La donna non sa che la famiglia del marito da sempre è in lotta con una famiglia rivale – quella che, ci viene detto, dieci anni prima ha aggredito Desiree – e mentre Big T. è a piazzare trappole per coccodrilli dei baldi buzzurri gli entrano in casa e rapiscono Angelique, con scene vuote ma immotivatamente lunghe.
Quando alla fine, dopo noiosi giri su e giù per la palude, Angelique subisce violenza… è una triste scena che ricopia fedelmente quella subita da Jennifer nel 1978, con tanto di ragazzo disagiato che non vorrebbe ma è obbligato dagli amici cattivi. Solo che il tutto è in salsa “morbida”, niente che possa offendere gli spettatori delle videoteche a cui questo film è rivolto.

Tante belle pose da cartolina, ma nient’altro

Liberatasi grazie all’aiuto di uno dei cattivi, che è meno cattivo degli altri, Angelique scappa e per un’altra noiosa metà di film vediamo i tizi correre per le paludi: ogni tanto appare la donna e crea un incidente, o spara un colpo di fucile, per poi sparire nella vegetazione come Predator.
La blanda vendetta muta della donna, che smette di parlare a metà film, conosce un momento d’enfasi solo nel finale, quando uccide un cattivo legandogli in testa una sacca piena di serpenti: un gesto che stride fortemente con il resto del film, che mostra violenza da pomeriggio in famiglia.

Nella fuga dai violentatori ha fatto in tempo a trovare un cappelletto

I Sebastian non hanno più niente da dire e sorge il sospetto che le potenzialità del primo ’Gator Bait fossero casuali e a loro insaputa. Con questo seguito non solo dimostrano di non aver capito ciò che rendeva unico il loro film, ma anche di non essere in grado di copiare bene un altro grande piccolo film rivoluzionario come Non violentate Jennifer.
Angelique non è libera, è una donna costretta a vivere in un ambiente estraneo perché lo vuole il marito, viene liberata da un uomo (paradossalmente uno dei suoi aggressori) e alla fine sta per soccombere ma viene salvata dal marito: dov’è la libertà ed autodeterminazione che ha reso forte Desiree nel 1973? Angelique è semplice vittima degli eventi, non una vendicatrice.

Più che una vendicatrice sembra una turista in gita

In quindici anni la natura della guerriera della palude silenziosa è stata completamente cambiata, da donna libera a vendicatrice da cartolina: per fortuna il seme lanciato dai Sebastian, a loro insaputa, ha germogliato a lungo in ben altri prodotti.

L.

Fonti:

  • Ari Bass, Claudia Jennings: Lost Highway, da “Femme Fatales” (volume 9) n. 2 (21 luglio 2000)

– Ultime “donne forti”:

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21 risposte a La ballata di ’Gator Bait (1973-1988)

  1. Cassidy ha detto:

    Urca che bellezza Claudia Jennings e che bellezza questo post! Le donne toste scalpitavano per emergere e questo titolo é stato anticipatore, inoltre i film sulle paludi non hanno mai abbastanza visibilità, ironicamente restano “paludati” anche loro. Cheeers!

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  2. armiere guns ha detto:

    Ottimo il winchester mod.1873 il fucile che conquistò l’west

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  3. Zio Portillo ha detto:

    Urca che gnocca la Jennings! Vabbè, commento tecnico a parte, film rivoluzionario passato sotto silenzio. Nulla di sorprendente. Come sono cambiate le cose in una manciata d’anni…

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  4. Sam Simon ha detto:

    Molto interessante! In mezzo a tutta la Z che ti sorbisci per sollazzare noi lettori a volte trovi delle perle rare! Mi unisco al coro del Che gnocca la Jennings e ammiro anche la storia così anticipatrice!

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  5. Conte Gracula ha detto:

    La Queen B aveva proprio un bel viso, la metterei nella stessa lega di un’altra attrice morta giovane, Sharon Tate.
    Riguardo al fatto che la protagonista fa ammazzare i tizi tra loro, che genere di trucchi usa? Le furbate mi piacciono molto, nelle storie.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Roba grezza, tipo farli scontrare con le barche. Ucciderne uno con una fucilata è il momento più alto del film. Come dicevo è un prodotto grezzo, che non sfrutta bene nessuna delle sue potenzialità semplicemente perché non sa di avere delle potenzialità: se negli anni a venire non fossero esplose le donne forti al cinema, questo sarebbe rimasto un filmettino da drive-in con una roba strana tipo una donna che spara agli uomini.

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  6. Willy l'Orbo ha detto:

    Non so davvero cosa chiedere di più a un post: in questo trovo la bellezza della protagonista, spunti filmici interessanti e a me sconosciuti, uno sguardo attento all’aspetto “rosa” della storia cinematografica, citazioni, neologismi (suppongo) come le donne IES…standing ovation per Lucius! 🙂 🙂 🙂

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Sì, quello delle donne IES è stata un’ispirazione del momento, per indicare il fastidioso stereotipo che le ha viste protagoniste in tutto il cinema precedente ai Settanta. Oddio, in realtà esiste ancora in tanto cinemaccio horror dozzinale, ma almeno in seguito ci soon state alternavie.
      E’ un gran peccato che i coniugi Sebastian non si siano resi conto dell’ottimo materiale che avevano sotto mano, perché elementi di questo film faranno il successo di altre pellicole successive, fatte decisamente meglio.

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      • Willy l'Orbo ha detto:

        Il bello dello zinefilo è anche questo, recuperare, spolverare, rielaborare, mettere in vetrina, elementi/aspetti/personaggi/film in parte dimenticati in parte sottovalutati in parte ripresi in altre pellicole 🙂

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  8. Giuseppe ha detto:

    Il personaggio (in anticipo sui tempi) della tanto bella quanto sfortunata Claudia Jennings in “La ballata di ’Gator Bait” si può definire una donna IES di categoria decisamente diversa e superiore: non più “Inciampa E Strilla”, no… qui è “Indipendente E Spara” 😉 Qualcosa di davvero rivoluzionario, per l’epoca, ma i coniugi Sebastian non sapevano né capivano di starla facendo davvero, la rivoluzione, e la loro carriera successiva mi pare l’abbia dimostrato…

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