In a Shallow Grave (1988) La Luna spezzata

IMDb conferma che almeno nel primo episodio della nuova stagione di “The Mandalorian” sarà presente Michael Biehn, insieme ad un cast che definire stellare è riduttivo: mi sembra il momento giusto per ripassare qualche vecchia gloria di questo attore sfortunato, che ha alternato alcuni film di culto della storia del cinema ad una sterminata produzione di “fantasmi”. Gran parte dei suoi film sono introvabili, per quanto sono minuscoli a livello microscopico.

Cercando qualche vecchio titolo, mi sono imbattuto in foto di Biehn con il volto deturpato: quando mai ha interpretato un ruolo del genere? Ecco il racconto di come ho incontrato la sua Luna spezzata.

Titolo italiano miracolosamente salvato da VHS Penta Video

Trent’anni fa sono stato affetto da una febbre fortissima e profonda: una passione cocente per il cinema di Kenneth Branagh. In anni di pre-Internet trovare sue informazioni era difficile, ma grazie al mio lavoro di intelligence sulle guide TV sono riuscito a beccare i passaggi televisivi di alcuni minuscoli film in cui King Ken ha recitato da giovane. Grazie a questo lavoro di ricerca mi sono imbattuto nello splendido Un mese in campagna (1987) di Pat O’Connor.
Mi affascinò subito la storia del giovane restauratore (interpretato da un ancora sconosciuto Colin Firth) che mentre riporta in vita un affresco del Giudizio Universale di una chiesa di campagna ha modo di conoscere la varia umanità del posto, con peccati e rimpianti nascosti fra gli alberi della splendida campagna britannica. Nel 2013 Fazi Editore ha portato in Italia il romanzo originale del 1980 di James Lloyd Carr, e l’ho davvero adorato.

Erano gli anni in cui le storie ambientate nella sonnecchiosa campagna mi affascinavano, con il loro carico di emozioni soffocate al caldo. Erano gli anni in cui scoprii Oblomov (1980) e Partitura incompiuta per pianola meccanica (1977), con cui Nikita Mikhalkov raccontava di piccola nobiltà (mai d’animo) il cui ozio estivo nasconde sentimenti e risentimenti potenti. Lo stesso dicasi per James Ivory, che con Camera con vista (1985) fece esplodere anche in Italia i romanzi di E.M. Forster che affrontavano tematiche simili.
Ricordo ancora un giorno in cui sapevo che tornando da lavoro sarei stato solo a casa. Secondo voi, un diciannovenne con casa libera, quando passa in videoteca che film noleggia? Be’, io noleggiai Monteriano. Dove gli angeli non osano metter piede (1991), tratto da Forster con Helena Bonham Carter e Judy Davis. Era un periodo difficile della mia vita e avevo un dannato bisogno di visitare la campagna narrativa…

Scoperto che anche Michael Biehn è stato in quella campagna della mente, ho voluto a tutti i costi raggiungerlo. Parliamo di un film invisibile ad occhio nudo, scomparso nel nulla già alla sua nascita; ha ricevuto il visto italiano il 17 agosto 1988 ma non ho trovato tracce di alcuna proiezione in sala; trasmesso un giorno da un emittente locale (su Italia7 il 25 agosto 1993) e poi perso per sempre: per fortuna è uscito in VHS Penta Video e sempre per fortuna i solerti Pirati dei Caraibi l’hanno conservato su YouTube. Che se aspettiamo i distributori italiani ufficiali stiamo freschi.

Ma il Destino non si è limitato a rendermi disponibile un film che in pratica non esiste: addirittura una piccola casa editrice ha portato in Italia il romanzo breve da cui è tratto il film, Come in una tomba (1975) di James Purdy. E sapete quando l’ha fatto? Nel maggio 2020, poco più di un mese fa. Questi sono segni cine-divini che non si possono ignorare: era destino che partissi di nuovo per la campagna, anche se stavolta è americana e non britannica.

Per mia esperienza personale, quindi vale solo per me, non esiste un film che possa essere migliore del romanzo, e ogni volta che ho letto prima il romanzo e poi ho visto il film, il secondo è risultato pessimo perché sembrava un riassuntino fatto male. Tenevo troppo a Biehn quindi stavolta non ho voluto compiere errori e ho adottato la stessa tecnica che, senza saperlo, all’epoca mi ha fatto gustare il giovane Branagh: prima ho visto il film, poi ho letto il romanzo. La storia è la stessa, il regista e sceneggiatore è stato molto fedele, ma lo stesso ci sono differenze che hanno confermato la bontà della mia scelta.

Michael Biehn nel 1984

Oggi possiamo dire che Terminator (1984) è un film epocale, uno di quei titoli di culto che bene o male conoscono tutti, eppure all’epoca ci ha messo un po’ per diventare famoso. Era una piccolissima produzione e James Cameron stesso era più che convinto che non l’avrebbe visto nessuno, quindi il protagonista Michael Biehn poteva benissimo ritenere di poco conto quel ruolo. Visto che durante le riprese di Yado (1985) Schwarzenegger ha fatto vedere una “cassetta pirata” di Terminator al giovane attore asiatico protagonista, possiamo dire che nell’autunno 1985 in cui Biehn è in Inghilterra a girare Aliens (1986) non si sente ancora molto Kyle Reese, cioè l’attore di uno dei personaggi iconici della contemporaneità. Visto poi che su quel set “alieno” è stato chiamato all’ultimo secondo solo per sostituire un attore, diciamo che non sembra proprio un divo di Hollywood.
Nel 1990 o 1991 Biehn è un’altra persona, fa la voce grossa con la Fox perché in Alien 3 (1992) mostrano il suo personaggio ucciso senza averlo avvertito, ed ottiene di essere pagato quanto Aliens (1986), sebbene non appaia su schermo. Quelli sono gli ultimi soldi che riceverà da una grande major, e la carriera dell’attore finisce lì: il resto dei suoi tanti film è prodotto da piccole case, e spesso lui è relegato in piccoli ruoli, anche se ottimi.
Fra l’anti-divo e il divo c’è una via di mezzo, ed è quella del personaggio di Garnet Montrose.

Nell’estate del 1987 Biehn non poteva non sapere che Terminator e Aliens di Cameron erano dei successi internazionali: il fatto di non essere in locandina non sminuiva certo il suo peso in entrambe le storie.
Eppure l’attore accetta di recitare sfigurato e quasi irriconoscibile in una minuscola produzione di neanche un milione di dollari di budget: mi piace pensare perché sia rimasto affascinato dal suo ruolo.

Michael Biehn nel 1987

Siamo nella Virginia del 1944 e Garnet Montrose torna a casa dalla guerra. Si è arruolato all’età di 17 anni e ora ne ha 27: tutto ciò che conosce è la guerra e la morte, ed è stato rifiutato da entrambe. Una bomba ha spazzato via i suoi uomini e lui, ufficiale, ha avuto una sorte peggiore: la bomba ha fatto scempio del suo corpo.
Ad onor del vero il Garnet Montrose filmico ha giusto delle cicatrici da ustione in faccia che addirittura lo rendono più intrigante, sono cicatrici da guerriero, mentre nel romanzo viene specificato chiaramente che chi guarda Garnet poi vomita, letteralmente. Ciò che è tornato dalla guerra è un mostro disumano, un conglomerato di carne viola e ciuffi biondi che nessuno potrebbe giudicare umano, ma che su schermo è rappresentato da Biehn con qualche cicatrice.

Garnet non ha alcun parente in vita ed abita nella casa che gli hanno lasciato i nonni. Per l’occasione il regista ha trovato una splendida casa d’epoca nella fattoria di una centenaria di New Castle (Virginia), noleggiata subito come location.
Nessuno vuole incontrare Garnet, nessuno vuole lavorare per lui, quindi le faccende domestiche sono sbrigate da Quintus (un giovane Michael Beach, in seguito divo del piccolo schermo). Sono gli anni Quaranta, non viene specificato ma i neri sono neri: possiamo anche non chiamarli “schiavi”, ma in pratica è quello che sono. Garnet considera Quintus un amico, ma questo non vuol dire che non lo tratti come un bianco tratta un servitore nero.

Michael Beach è forse un po’ troppo allegro per essere un servo di colore nella campagna bianca

La casa di Garnet Montrose è l’unico mondo che vediamo: la Virginia non esiste se non attraverso le finestre di quella casa. Il mondo stesso non esiste, se non attraverso i racconti dei protagonisti, e questo ci cala subito in una fonte che magari non era nei pensieri dell’autore ma è impossibile non prendere in considerazione: Finale di partita (1957) di Samuel Beckett.
Nel taglientissimo testo teatrale c’è un cieco paralitico accudito da un servitore, ed il mondo esiste solamente tramite le loro parole e la casa in cui abitano: ciò che Hamm sa è ciò che il servo Clov gli dice, e non sono sempre cose vere. Poi arriva qualcosa che potremmo chiamare “sentimento”, nei riguardi di un topolino che si infila in casa… e anche nella vita di Garnet e Quintus arriva un topolino.

Arriva un topolino di nome Patrick Dempsey

Un giorno dal nulla arriva alla fattoria Potter Daventry (un giovanissimo Patrick Dempsey), ragazzo sdentato e irascibile che proviene da brutte esperienze e trova rifugio nella casa di Carnet. Lo vediamo sentirsi male davanti allo sfigurato eroe di guerra, ma in realtà se Biehn è solo leggermente sfigurato anche Dempsey non scherza, visto che al contrario del romanzo ha tutti i denti.
Garnet lo assume per l’unica attività della sua vita, tutto ciò che gli rimane: scrivere lettere d’amore alla vedova Georgina Rance (Maureen Mueller), ragazza che Garnet amava prima di diventare soldato. La morte gli ha portato via tutto, lasciandogli un corpo maciullato, ed ora la vita non è disposta a dargli altro se non lettere d’amore da consegnare ad una donna che non dà alcun segno di interessamento.

L’unica attività che si svolge a casa Montrose

Cosa pensi la vedova Georgina non lo sappiamo, come dicevo il mondo non esiste al di fuori della casa. La storia si focalizza sul rapporto di Garnet e dei suoi due servitori, che pur nella loro apparente indifferenza in realtà si affezionano allo sfortunato padrone.
La casa è piena di vecchi libri appartenuti ai nonni, polverosi volumi che nessuno sa bene da dove arrivino, ma Quintus li legge per Garnet, scegliendo passaggi a caso: la lingua con cui l’eroe di guerra scrive le sue lettere d’amore proviene dalle arcaiche parole ascoltate da Quintus. Di nuovo, per il padrone non esiste il mondo al di fuori delle parole del suo servitore. Mi sembra davvero difficile che scrivendo il romanzo originale Purdy non abbia pensato a Beckett.

Tre disgraziati a rappresentare il mondo intero

Il regista e sceneggiatore Kenneth Bowser coglie esattamente lo spirito del tempo e crea una sorta di “atmosfera di campagna” perfettamente in linea con i titoli che ho citato più sopra: la splendida aria assolata e la natura rigogliosa sono una piacevole coperta da stendere sul dolore e sul rimpianto dei personaggi.
Stavolta però non abbiamo nobili o ricchi, come nelle storie di Forster, ma siamo più vicini al romanzo di Carr, infatti anche stavolta c’è un reduce di guerra con cicatrici nel fisico e nell’anima, interpretato da Branagh nell’altro film. Biehn è perfetto nel mantenere la dignità del personaggio, pur essendo considerato un fenomeno rivoltante da tutti i paesani, e la sua rigidità e tenerezza nel mostrare il dolore è un modo perfetto di dar vita al personaggio letterario.

Tutte le foto di scena risaltano una donna che non esiste

Malgrado nelle foto di scena e in locandina ci sia una donna – perché è impossibile vendere un film senza una donna in locandina! – la vedova Georgina non ha alcun peso nella vicenda se non come simbolo: rappresenta l’ultima idea di vita che rimane a Garnet, tutto ciò che resta di un’umanità distrutta dalla guerra. E quando a forza di mandare Potter a consegnare lettere d’amore Garnet viene colto dal sospetto di star avvicinando la donna che ama alle braccia di un giovane piacente, questo intorbida i rapporti personali in casa Montrose, ma il rapporto con Potter ha più di una sorpresa da regalare.
Il film non ha il coraggio di spingersi dove invece arriva il romanzo, frenando molto la mano soprattutto sul “silenzio di Dio”, per dirla come Bergman. Cosa pensa Garnet di un Dio che l’ha condannato ad una vita di dolore e umiliazione, in cui gli è negato l’amore? Forse l’incredibile rito pagano compiuto da Potter nel romanzo, e assente nel film, ci vuole dire che tutta questa vicenda sfugge alla vista divina. O meglio, che i personaggi si sentono così abbandonati da un qualsiasi dio che devono provvedere da soli ai propri riti scaramantici e cultuali.

Malgrado un certo buonismo (soprattutto nel finale) con cui Bowser stempera sensibilmente le sorprendenti trovate del romanzo, La Luna spezzata rimane una visione splendida, un cinema d’altri tempi quando bastavano tre attori in una vecchia casa a catturarti e ad ammaliarti, potendo contare sulla base solida di un romanzo splendido e crudele.
Biehn è in stato di grazia e fa davvero strano pensare che l’estate successiva è andato sott’acqua per The Abyss (1988), di nuovo di Cameron, e l’autunno del 1989 l’ha passato con Matto Sheen sul set di Navy Seals. Pagati per morire (1990), ruoli davvero abissalmente distanti dal mansueto e sofferente Garnet Montrose, segno che Biehn è un attore completo capace di cambiare completamente recitazione senza bisogno di cambiare fisico (come fanno invece gli attori da Oscar).
È davvero un peccato che la sua carriera l’abbia relegato a produzioni fantasma, spesso introvabili perché prodotte da case infinitesimali: nell’attesa di vederlo in “The Mandalorian” spero di riuscire a recuperare un po’ di suoi titoli meno noti.

L.

P.S.
Questo film, ci dice IMDb, è stato portato in giro per festival americani nell’estate del 1988: chissà se fra quegli spettatori c’era qualche appassionato di fumetti, perché nello stesso momento la Dark Horse Comics aveva inventato il “fumetto alieno”, iniziando con Aliens. Book I, cioè il seguito del film Aliens. Dove protagonista è l’Hicks di Michel Biehn… con il volto sfregiato esattamente come si vede ne La Luna spezzata!

– Ultimi post con Michael Biehn:

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14 risposte a In a Shallow Grave (1988) La Luna spezzata

  1. Cassidy ha detto:

    Neill Blomkamp nel suo Alien ucciso in culla dallo Scott sbagliato, se non sbaglio lo avrebbe voluto con il volto sfregiato. Mai avrei sospettato di un ruolo così per Michael Biehn, che l’anno dopo sarebbe andato a fare il pazzo baffuto sotto sotto il mare per Cameron. Bellissima iniziativa questa 😉 Per altro leggevo che per un po’ Michael Biehn era stato preso in considerazione per il “Dredd” del 2012, ruolo poi andato a Karl Urban, quindi qualcuno con un casco (da Mandaloriano) era nel suo destino di attore 😉 Cheers

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      E’ un attore del destino, di solito avverso.
      Il ritorno di Hicks di Blomkamp avrebbe illuminato l’universo, ma la crudeltà di Scott è difficile da squarciare.
      Non vedo l’ora di vedere un “musone” come Biehn nell’universo mandaloriano ^_^

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  2. Vasquez ha detto:

    Sempre, sempre, vedere prima il film e poi leggere il libro. Il percorso inverso nuoce gravemente alla salute. Che si tratti di uno Stephen King qualsiasi (sì, anche Misery, o Stand By Me), di una splendida ricerca di libri che forse esistono davvero come ne “Il Club Dumas, o di quel magnifico concentrato di cattiveria e bigottismo noto come “Le relazioni pericolose” (Hé bien! La guerre.).
    È un gioco che si può fare all’infinito, ma il percorso da fare rimane sempre lo stesso: prima il film, poi il libro, e chi osa dire altrimenti verrà nuclearizzato all’istante! 😛
    Mi è sempre apparso strano che Biehn si sia visto poco nelle grandi produzioni, e il perché probabilmente va cercato nel suo aver fatto la voce grossa con la Fox; se non ricordo male disse che per quella sua foto sgranata in Alien 3, dove lui è pressocchè irriconoscibile, gli diedero quasi gli stessi soldi che prese per Aliens. E l’ha pagata cara.
    È un vero peccato aver quasi perso per strada questo bravo attore, spero si rifaccia con The Mandalorian.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Contento di non essere l’unico ad aver sposato questa filosofia ^_^
      A volte per i miei cicli inizio da un romanzo, da cui magari sono stati tratti diversi film, trovandoli poi tutti miserelli: dei riassuntini traballanti, quando non proprio sbagliati. Invece vedere prima il film te lo fa gustare, e dopo è sicuro che il romanzo sarà più bello, così ti sei gustato entrambi.
      L’unica eccezione che mi sia capitata nella mia vita è “Il bacio della donna ragno”. Venerando il film, appena arrivò in Italia il libro da cui era tratto me lo sono divorato, scoprendo che era un guazzabuglio di pensieri e di emozioni difficilmente apprezzabili, o comunque troppo dispersivi: la sceneggiatura del film era riuscita a trarne il succo e a presentarlo come si deve. A parte quel caso-limite, il romanzo (o racconto o testo teatrale) per definizione è migliore di qualsiasi adattamento, anche il migliore.

      Non ne ho la certezza, ma ho il sospetto che sia stato quel braccio di ferro a segnare la carriera di Biehn, visto che guarda caso tutti i suoi ruoli maggiori, con grandi case, sono avvenuti tutti prima. In seguito ha fatto tanti ruoli, non è certo uno che sta a casa a girarsi i pollici, ma il problema è che sono tutte case minuscole e i film in questione sono in gran parte introvabili, superato il momento della loro uscita, perché non hanno buoni distributori.
      Vedremo cosa riuscirò a trovare in questa estate di preparazione a Mandalorian 😉

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  3. Willy l'Orbo ha detto:

    Post davvero “affascinante”, sì lo definirei così, a partire dalla storia che ti porta alla visione di questo film, per passare al film stesso (non del “consueto” genere zinefilo), per soffermarsi su riflessioni inerenti il “tragitto” libro-film o viceversa e la parabola attoriale di un Biehn cui sono cinematograficamente legato e che non mi aspettavo in tale ruolo…senza dimenticare i segni del destino che ti hanno condotto a scrivere questo pezzo!
    Un grazie a te che hai suscitato interesse e a youtube che potrebbe consentirmi di soddisfarlo! 🙂

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      E’ stata una sorpresa anche per me scovare Biehn in un ruolo che proprio non avrei mai pensato adatto a lui, e che invece gestisce alla grande.
      E’ stata anche un’occasione per tornare in quella campagna narrativa che non frequentavo da così tanti anni e a cui rimango comunque molto legato: chissà che in futuro non riesca a trovare qualche altra chicca 😉

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  4. Zio Portillo ha detto:

    Dopo che tempo fa ammettesti la passione per “Johnny English”, tra me e me sentenziai che nulla mi avrebbe più sorpreso. Quando mostravi i tuoi tamarissimi montaggi di “donne orientali che si menano a ritmo di musica trance tedesca” in qualche modo riuscivo a giustificarti e a comprenderti. Ora il tuo outing su James Ivory e Kenneth Branagh mi lascia piacevolmente spiazzato… Vuoi che organizzo un thè alle 5 con mia madre? Lei vive per la campagna inglese! Se potesse ci andrebbe a vivere domani. 😀

    Vabbè… Ovviamente il film non l’ho mai visto. E, leggendo il post, non credo incontri i miei gusti ma mai dire mai. Proverò a recuperarlo su YouTube.

    Mi accodo alla sorpresa della sparizione di Biehn. Sarà perché sono cresciuto vedendolo in tv (fino alla particina in “The Rock”), ma il non vederlo praticamente più mi è sempre parso strano. Probabilmente come dici sopra, tutto è nato per i suoi “capricci” con la FOX per Alien3. Tu mi insegni che se metti di mezzo gli avvocati, a Hollywood hai chiuso!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Magari invece qualche noto produttore l’ha trovato a letto con la moglie e la storia di “Alien 3” è tutta una scusa 😀

      Specifico però che della campagna – inglese, americana o russa che sia – mi piacciono le storie drammatiche che vi si intrecciano, sotto il sole e il rigoglio della natura. Storie alla “Sotto il sole della Toscana” e romanticume vario lo aborro! (Semplicemente perché di solito è scritto malissimo)
      Alla fine del post c’è il film intero su YouTube, finché dura: già dai primi minuti puoi capire se lo stile può piacerti 😉

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      • Zio Portillo ha detto:

        Si, si,… Ammettilo che sotto la scorza di marzialista tutto calci rotanti e mattoni spaccati, in realtà batte un cuore di panna!
        Se potessi caricheresti su YouTube una compilation di tramonti campagnoli, letture di libri in veranda e sottofondo di Michael Bolton!

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  5. Sam Simon ha detto:

    Grandissimo Biehn, l’ho sempre ammirato e in ogni progetto in cui l’ho visto mi è sempre piaciuto!

    Il terzo alien di Blomkamp è certamente al primo posto dei film che vorrei vedere ma che non sono mai stati fatti…

    Comunque non è che in realtà stiamo continuando a parlare del simpatico Walter Hill? Che sia stato lui a spezzare le gambe della carriera di Biehn reo di essersi arrabbiato per Aliens3?

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Dubito che Hill abbia avuto così tanto potere, di solito sono le case a segnarsi i nomi di quelli che creano problemi: come Hill, appunto, che per anni è stato su varie liste nere. E magari ci sta ancora 😀
      Per di più che nel progetto iniziale di Hill, quello affidato a William Gibson, Hicks tornava ad essere protagonista – come anche gli italiani hanno potuto leggere qualche mese fa, con l’arrivo in edicola della versione a fumetti dell’Alien di Gibson – quindi tutto lascia supporre che non avesse problemi con Biehn.
      L’attore nel 2012 poi è tornato a rivestire i panni di Hicks nel videogioco “Aliens: Colonial Marines”, con una trama molto bella che addirittura riesce a spiegare i collegamenti fra Aliens e i deliri di Alien 3: un ruolo splendido, anche se solo come doppiatore della propria versione digitale. Sfregiata pure quella 😀
      L’insuccesso del gioco, dovuto al fatto che è un omaggio ad un film che nessun giocatore conosce – né lo conoscono i giornalisti recensori – ha impedito altre opere con Hicks, ma spero sempre in un suo ritorno in qualche forma 😉

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  6. Giuseppe ha detto:

    Ovvero, quando l’arte (letteratura, cinema, fumetto) ti aiuta a sopportare e esorcizzare i colpi bassi della vita, facendoti scoprire delle perle che poi però purtroppo finiscono per sparire dalla circolazione, finendo ingiustamente dimenticate dai più… Ovviamente non conoscevo l’esistenza di questa grande e intensa prova attoriale di Biehn (un Garnet Montrose reduce sfigurato alla pari del Dwayne Hicks fumettistico), che riesce a dare una volta di più l’idea di quale e quanta carriera avrebbe potuto fare, se solo non avesse pestato i piedi alla Fox. Beh, allora vorrà dire che un salto in campagna per andarlo a trovare lo farò anch’io 😉

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