I diabolici che non erano lì (1952-1996)

Nell’immediato dopo-guerra francese due scrittori si incontrano per caso ad una cena, organizzata da una libreria parigina per festeggiare il premio letterario vinto da uno, vinto anni prima anche dall’altro. Conoscendosi e parlando, ai due Pierre – Pierre Boileau e Pierre Ayraud, ma che scriveva con lo pseudonimo Thomas Narcejac – viene un’idea curiosa: perché non scrivono insieme un romanzo criminale, che all’epoca va per la maggiore, che però mini le fondamenta del genere classico?
Le case editrici non amano chi stravolga i generi che vendono, quindi non stupisce che questa loro collaborazione venga rifiutata a lungo prima che una casa la accetti: nel 1952 la Denoël pubblica Celle qui n’était plus (“Quello che non c’era più”), firmato Boileau-Narcejac. Pare che i due l’abbiano scritto senza neanche incontrarsi, limitandosi a collaborare tramite posta.
L’enorme successo di questa prima collaborazione porterà i due a diventare fra i maestri del noir, al che si presenteranno le blasonate case editrici che prima li avevano rifiutati.

Pierre Boileau e Thomas Narcejac

Cos’è che dava fastidio alle case, in quel 1952? Perché quel primo romanzo di due noti e premiati scrittori non andava bene? Forse perché i dettami del noir venivano calati in un’atmosfera “paranormale”: l’unica spiegazione per gli eventi raccontati sfidava la logica del buon senso e portava il protagonista vicino alla follia. Tutto questo non poteva lasciare indifferente Alfred Hitchcock, che prese il loro romanzo D’entre les morts (1954) e lo trasformò nel grande successo de La donna che visse due volte (1958). Malgrado il film sia noto in tutto il mondo, molto poca sembra essere l’attenzione dedicata al romanzo originale di quei due francesi che osavano l’inosabile.
Prima del successo di Hitchcock, però, un altro film aveva dato il via alla carriera dei due autori: un film… diabolico!

Mi è impossibile parlare di un romanzo e delle relative versioni cinematografiche senza svelare il colpo di scena finale, e come cambino con il cambiare del medium, quindi ALLERTA SPOILER: se in un futuro vorrete leggere il romanzo I diabolici o vedere uno dei vari film che ne hanno tratto, fatelo e poi tornate a leggermi, perché sarò costretto a parlare del colpo di scena finale.


Indice:


Il romanzo d’altri tempi

Gli italiani adorano Hitchcock, quindi tutto ciò che è legato ai suoi film – e molti dei suoi film stessi – è avvolto nel più profondo disinteresse. Non fa eccezione questo romanzo di Boileau-Narcejac, che arriva in Italia con quasi trent’anni di ritardo rispetto alla pellicola, destino condiviso con altri romanzi che hanno generato notissime pellicole del maestro del brivido.
Nel 1981 la traduzione di Sarah Cantoni lo presenta come numero 376 della collana “I Classici del Giallo Mondadori”, con il titolo del film: I diabolici.
Purtroppo in Italia di autori francesi ne esiste solo uno, Georges Simenon: l’esercito di altri valenti autori è relegato in una cantina chiusa. Bisognerà aspettare il 2003 perché il romanzo riveda la luce, stavolta tradotto da Francesca Rimondi per Fazi Editore. L’ultima sua apparizione è quella Adelphi del 2014, con traduzione di Federica Di Lella e Giuseppe Girimonti Greco.
Ben tre traduzioni per un romanzo che in Italia non conosce nessuno: solo Simenon, con le sue centinaia di ristampe, ha l’onore dell’attenzione nostrana.

Celle qui n’était plus è un romanzo d’altri tempi, racconta di un mondo ormai dimenticato proprio come i film italiani in bianco e nero raccontano un Paese che gli italiani non vogliono più ricordare: il mondo della vita a basso livello, dei paesini di provincia, di un tenore di vita all’epoca più che degno ma che oggi verrebbe chiamato di “indigenza”. Quando il più benestante del paese deve scendere a fiume a lavarsi i panni, noi lo chiamiamo “povero”.
Fernand e Mireille non sono poveri, vivono una vita dignitosa che però per i nostri parametri assomiglia più al Terzo Mondo che all’Europa. La loro è una vita frugale, di paese, lui fa il rappresentante di commercio di materiale da pesca e gira con una vecchia auto che sa riparare a mano, non importa il guasto. Ci si regola con gli orari dei treni e per telefonare si deve scendere in paese.

Quella di Fernand e Mireille è una storia d’altri tempi, sembrano personaggi del Medioevo, non degli anni Cinquanta, della grande rinascita, del boom economico: espressione che ripetiamo per nasconderci che noi italiani vivevamo allo stesso modo, prima di dimenticarcene.
Ciò che però spinge Fernand è una storia invece sempre attuale: vuole sbarazzarsi di Mireille per stare con la sua amante, la dottoressa Lucienne Mogard. Dal divorzio non ci guadagnerebbe niente nessuno, ma se la moglie morisse Fernand incasserebbe l’assicurazione sulla vita, e allora sì che potrebbe ambire ad un’esistenza meno frugale.

Il romanzo si apre con Fernand e Lucienne che iniziano ad attuare il loro piano criminale, semplice ma geniale, senza alcuna violenza né spargimenti di sangue: nelle prime pagine il marito prepara il sonnifero da far prendere alla moglie, per poi annegarla. Tutto pulito, tutto senza strilli né violenza. Un trattamento di favore perché in fondo Fernand vuole bene alla moglie, un po’ gli spiace… ma Lucienne insiste!
Inizia una storia tagliente dove la descrizione dell’atto criminale e del “piano” si alterna ai sentimenti di due persone così diverse che non sembrano nate per stare insieme: la fredda e calcolatrice Lucienne è perfetto contraltare del distratto e superficiale Fernand, per nulla in grado di gestire da solo una situazione così scabrosa.

L’apice della storia, è quando finalmente dovrà essere scoperto il cadavere di Mireille, ed è lì che Fernand si accorge del titolo del romanzo: quel cadavere non c’è più. Anzi, i suoi amici gli dicono che hanno visto Mireille proprio un attimo prima, quando in realtà doveva già essere morta da un pezzo.
Inizia una pura struttura da doppelgänger, con il protagonista che insegue questa palese “copia”, questo doppione della moglie che si spaccia per lei ma arriva sempre un attimo dopo che questa è andata via, trucco letterario usato un po’ da tutti gli autori di questa narrativa.
La soluzione dell’enigma mi pare più che scontata: ci sono tre personaggi, con due alleati per farne fuori un terzo. Visto che il terzo non è stato fatto fuori… non mi sembra impossibile capire che qualcuno stia facendo il doppio gioco. Ma, ripeto, posso farmi bello solo perché ho visto il film, nel quale non avevo assolutamente immaginato la soluzione.

Onestamente non so dire se Celle qui n’était plus sia un romanzo che funzioni ancora oggi: sebbene sappia descrivere molto bene gli animi dei personaggi e la loro evoluzione durante i terribili eventi, è innegabile che punti tutto sulla soluzione finale dell’enigma, che mi sembra davvero ovvia ma forse è perché ho visto il film. La narrazione è solida ma mi sembra che il cercar di dirottare la spiegazione su un qualcosa di paranormale riuscirà molto meglio ai due autori quando pubblicheranno Pezzi d’uomo scelti (1965), che considero decisamente più riuscito, o comunque invecchiato benissimo.
Però il romanzo alla sua uscita funziona benissimo, e in quel dopo-guerra di commissari Maigret la nuova formula conquista: non solo il nero del crimine, ma anche un piano diabolico da far impazzire. E ritorna la tradizione francese di inizio Novecento (ma nata nell’Ottocento) con i cattivi che la fanno franca, forse la vera grande innovazione del romanzo che magari ha scandalizzato gli editori. Fatto sta che il successo è sufficiente a spingere il cinema ad interessarsi del romanzo.


Il film dal cuore malato

Il problema è di quelli eterni del cinema: come lo porti su schermo un romanzo così famoso… che tutti sanno già il colpo di scena finale? Se lo fai uguale, giusto chi non ha letto il romanzo può apprezzarlo (oggi non ci sarebbe problema, ma negli anni Cinquanta si leggeva parecchio), ma se cambi completamente la trama tutti si lamenteranno, oltre al fatto che serve un bravo sceneggiatore per scrivere qualcosa dello stesso livello del romanzo che però sia totalmente diverso.
La terza soluzione è sempre la migliore: giocare con gli spettatori. Usare le loro aspettative come forza del film. Ed è così che si comporta Henri-Georges Clouzot con il film che scrive e dirige, a partire dal titolo. Tutti in Francia sanno che il romanzo di Boileau-Narcejac finisce con due donne che hanno messo in atto un piano diabolico per uccidere il marito di una di loro, convinto invece di essere lui ad attuare il medesimo piano, e allora sai che facciamo? Il film lo chiamiamo Les diaboliques, “le diaboliche”, giocando proprio su ciò che il pubblico già sa. L’unica a non capire il gioco è l’Italia, che chiama il film I diabolici, ma non è certo una novità.

Un titolo che da solo svela il finale del romanzo

Uscito in patria francese nel gennaio 1955, il 30 aprile 1955 successivo il film finisce sul tavolo della censura italiana, presieduta dal ministro Giuseppe Brusasca, da poco sottosegretario allo spettacolo: mesi dopo, il 5 agosto, il visto viene negato «in quanto esso riproduce fatti e scene che possono essere di scuola ed incentivo al delitto e scene impressionanti», riporta ItaliaTaglia. Il 31 ottobre la commissione torna a riunirsi e, «effettuata la revisione del film francese in edizione originale», esprime stavolta parere favorevole: cos’è cambiato? Perché vedere il film in versione originale dovrebbe far cambiare parere sull’edizione italiana?
Comunque nel luglio 1956 ci sono altri problemi e sembra che il film non debba uscire mai, ma alla fine un accordo si trova ed esce nelle sale italiane dal 30 novembre 1956 con il titolo I diabolici.

Dopo tanta attesa, i diabolici arrivano anche nelle sale italiane

Tanta attesa, però, non è premiata dalla critica. La “Cineguida per lo spettatore” del quotidiano “La Stampa” ci va giù duro, il 1° dicembre 1956:

«Tanto tonò che piovve. E finalmente il film di Clouzot, celebrato come il nec plus ultra del brivido, accede gli schermi torinesi. La più sensazionale sorpresa è che non è affatto quel capolavoro che dicevano. Tuttavia Clouzot è sempre un regista di classe e nella complicata vicenda di questo complicatissimo delitto ha adoperato maestrevolmente, specie riguardo alla descrizione ambientale, la sua spatola nera.»

Bisognerà aspettare venerdì 27 maggio 1983 perché il film sbarchi sul piccolo schermo, trasmesso da Rai1 alle 21,25 nella rubrica “Nero di Francia”. Dopo un paio di repliche finisce nel circuito dei piccoli canali locali, dove nessuno può sentirti urlare.
Si conosce solo una VHS Hobby&Work di data ignota: nel gennaio 2020 la Sinister Film restaura il film in DVD, per regalargli nuova vita dopo decenni di silenzio.

Nei piccoli canali locali nessuno può sentirti urlare

Come dicevo, Clouzot deve raccontare una storia che tanti già conoscono: anche chi non ha letto il romanzo probabilmente ha sentito che il colpo di scena finale parla di due donne che ordiscono un piano diabolico per uccidere il marito. E allora… facciamo che è questo l’inizio del film.
Invece di aprirsi con un marito che insieme all’amante progetta di uccidere la moglie, Les diaboliques si apre con una moglie che cerca di uccidere il marito con l’aiuto della di lei amante. Potremmo discutere a lungo se il rapporto fra le due protagoniste sia cripto-lesbico – e la scelta di una lezzosa moretta femminile a cui fa da contraltare un’alta biodona mascolina non credo sia un caso bensì una maliziosa strizzata d’occhi – ma rimane il fatto che la storia è la stessa solo che tutto è rovesciato.

La moretta e la biondona che stanno sempre insieme: ognuno si senta libero di malignare

Il marito del romanzo è un onesto lavoratore di basso livello, qui diventa bieco direttore di liceo che fa la cresta sulla spesa e fa mangiare cibo marcio a studenti e professori, elargendo punizioni a piene mani. Aggiungiamo che picchia e stupra la moglie, e già che c’è picchia pure l’amante, ed ecco un infame che merita di morire, al contrario della dolce Mireille del romanzo.
Il piano è lo stesso ma l’esecuzione è diversa, tutto è studiato perché lo spettatore si ritrovi spiazzato: niente corrisponde al romanzo… eppure la storia è la stessa, punto per punto. Cambia solo… un aspetto fatale.

Quando il finale di un romanzo diventa l’inizio di un film

Gli amanti delle “maledizioni del cinema” purtroppo sono molto pigri, seguono solo quelle finte inventate per loro dai giornalisti: se nessun rotocalco le cita, è difficile che una incredibile fatalità diventi famosa.
Nel romanzo del 1952 il protagonista Fernand è cardiopatico, ma è giusto una nota: non ha peso nella trama. Il suo corrispettivo filmico, la maestrina di inglese Christina Delassalle, è cardiopatica e sarà proprio questo ad esserle fatale: il piano consiste proprio nel farle cedere il cuore malato.
Per interpretare il ruolo Clouzot non ha dubbi e ci mette sua moglie Véra Gibson-Amado, di origini sud-americane esattamente come il personaggio che interpreta.

Nel 1960, cinque anni dopo l’uscita del film, a 46 anni un infarto porta via Véra Clouzot… proprio come se stesse ancora interpretando la Christina del film.
Un marito che fa morire d’infarto la moglie sul set, per finta, per poi vederla morire d’infarto sul serio cinque anni dopo… be’, non sarà una Leggenda di Hollywood ma è molto più inquietante delle false leggende che girano nell’ambiente. Anche solo perché è una storia vera!

Véra Clouzot, che morì d’infarto per finta cinque anni prima di morirci sul serio

L’atmosfera del film è tesa e splendida. La prima volta che l’ho visto mi ha inchiodato fino all’ultima scena, sia per la storia che per la fotografia molto ricercata. Rivisto, sapendo il colpo di scena finale, lo stesso è stata una visione molto più piacevole della lettura del romanzo.
È un peccato che sia un film praticamente ignoto agli italiani, perché merita di diventare uno dei quei capisaldi del genere noir, malgrado un buonismo posticcio che rifiuta la trovata del romanzo di far vincere il male. L’arrivo in scena del solito vecchio commissario furbone è una trovata di grana grossa che rappresenta il punto peggiore del film, ma basta ignorarla perché rimanga una buona impressione del tutto.


I remake del film

A cadenza ventennale qualcuno pensa di rispolverare la storia, ma attenzione: il romanzo di Boileau-Narcejac non è mai giunto su schermo, sono tutti rifacimenti del film di Clouzot. Al che mi sorge un dubbio: perché nei rispettivi crediti fanno riferimento solo al romanzo e non alla sceneggiatura del regista francese, che viene ripetuta pressoché identica?
È il caso del film televisivo Reflections of Murder (ABC, 24 novembre 1974) di John Badham, trasmesso dalla TV italo-svizzera come Riflessi di un assassinio (23 settembre 1982). Lo sceneggiatore Carol Sobieski prende il film di Clouzot e lo ricopia, parola per parola, scena per scena, e il regista gli va dietro, ricreando tutto identico e limitandosi ad aggiornare la storia in un collegio americano invece che francese.

Definizione di “remake-fotocopia”

A ricrearsi non è solo la vicenda ma anche la maliziosa idea che le due protagoniste siano amanti. Di nuovo abbiamo una donnina femminile e una tosta dai capelli biondi corti – che sembra la sosia di Mia Farrow in Rosemary’s Baby (1968)! – e addirittura viene aggiunta una scena in cui parlano rimanendo sdraiate a letto: di nuovo, nessun elemento della trama lascia supporre alcun rapporto amoroso fra le due, però evidentemente agli autori piace suggerirlo.

Non c’era alcun motivo di fare questa scena, se non per pura malizia

Il preside infame è interpretato da Sam Waterston, divo televisivo sempre associato a personaggi positivi se non addirittura teneroni: la sua prova da ’nfame fracico è perfetta, e mi spiace di non averlo visto di più in ruoli da cattivo.

Sam Waterston nell’inedito ruolo da infame perso

L’unica particolarità da segnalare del film è la trovata geniale di togliere il lieto fine, cancellando il finale con il commissario che coglie sul fatto preside ed amante. Così i cattivi hanno vinto, ma il giorno dopo sembra iniziare di nuovo il gioco messo in atto dai diabolici: la maestrina malata di cuore è “apparsa” a degli studenti… e se fosse un triplo gioco?
Già solo per questa scelta finale – abbozzata malamente già da Clouzot che però non era stato in grado di portarlo a termine – questo remake-fotocopia merita una menzione.

Discorso diverso per House of Secrets (novembre 1993) di Mimi Leder, giunto in Italia come Insieme per vendetta (Rete4, 5 novembre 1999). Andrew Laskos prende sempre il film di Clouzot, neanche stavolta citato nei crediti, ma lo rovescia… come quello rovesciava il romanzo.
Da un collegio per ragazzi stavolta si finisce in un sanatorio, ma il resto è uguale: la differenza è che partiamo dal finale, dalla morte di una donna su cui indaga il sergente DuBois (il noto volto televisivo Michael Boatman, giovanissimo).

Finalmente un po’ di inventiva

Tutta la vicenda è raccontata a DuBois da Evangeline (Cicely Tyson), una signora nera che dà al film un tocco di magia voodoo che tornerà utile: alla fine del racconto – che corrisponde alle vicende prese pare pare dal film di Clouzot – davanti alla vittoria dei diabolici e all’impotenza della legge sarà proprio Evangeline ad evocare gli spiriti giusti e a punire i due criminali.
A parte queste poche differenze, comunque lodevoli, il film è un’altra fotocopia di quello francese, esattamente come sarà due anni dopo l’ultimo remake noto.


Quando Sharon incontra Isabelle

Arriviamo all’ultimo remake del film di Clouzot, il quale addirittura non cita alcun autore fra i crediti se non lo sceneggiatore Don Roos: praticamente, la pellicola non si considera un remake, visto che non cita il film francese che sta fotocopiando.
E sì che è co-prodotto da quella ABC Productions che aveva già fatto la sua versione televisiva della storia, ma evidentemente alla Morgan Creek (grande casa dell’epoca) non faceva piacere far sapere ufficialmente che non era una storia originale. (Oggi IMDb può citare sia il romanzo che il film di Clouzot, ma sono dati aggiunti a mano dai fan: nei titoli di testa del film in questione non c’è alcun riferimento del genere.)

Tanta cura tecnica, ma è sempre una copia

Diabolique di Jeremiah Chechik può contare sull’onda lunga del fenomeno Sharon Stone, grazie a Basic Instinct (1992), ma ha pure la kinghiana Kathy Bates di Misrey (1990) e L’ultima eclissi (1995): mica vorrai limitare quest’ultima alla minuscola parte del commissario? Per l’occasione lo sceneggiatore allunga a dismisura la vicenda così da dare una parte importante alla Bates: l’investigatrice che indaga sul caso e forse ha capito molto più di quanto lascia supporre.
Per il resto, di nuovo una fotocopia. Il collegio, il preside infame che picchia la moglie e l’amante, le due donne diaboliche – di nuovo moretta femminile e biondona tosta – ammiccamenti sessuali lesbici ancora più (immotivatamente) marcati, e tutto il copione già visto. Con l’aggiunta di vari particolari per allungare il minutaggio a 100 minuti, che non passano affatto velocemente.

Per la quarta volta le diaboliche sono “moretta + biondona”

Attenzione, però, perché la novità arriva negli ultimi minuti. D’un tratto le tante (troppe) scene in cui l’autore lascia supporre che le due donne siano più che amiche finalmente potrebbero avere un senso. Sebbene l’ipotetico rapporto lesbico non sia mai ufficiale, visto che il romanzo parla di due donne che compiono un crimine insieme, quando la regola vuole che sia un uomo e una donna (“gli amanti diabolici”), la nascita di una loro supposta relazione aveva un senso: nel film di Clouzot sono di nuovo due amanti diabolici (ed etero) ad organizzare il crimine, quindi ogni riferimento ad un rapporto fra le due donne non ha alcun significato.
In quest’ultimo remake Sharon Stone, non certo nuova all’argomento, si comporta troppo da amante della mogliettina del preside perché sia un caso: quando nel finale cerca di proteggere la donna che invece avrebbe dovuto uccidere, alleandosi con lei di nuovo contro il preside (ma stavolta sul serio), capiamo che forse è nato qualcosa fra le due. Anche se mai espresso.

Altro che malizia, qui si punta al film lgbtq!

Sebbene le novità non siano disprezzabili e il cast è quello delle grandi occasioni, il film ha un difetto principale non certo piccolo: tutti recitano come se stessero facendo un noir anni Cinquanta, non un thriller anni Novanta. Tutto è impostato, finto, esageratamente caricato, la Stone ci mette tutta se stessa nel fare la donna fatale ma è troppo fatale, scadendo in una parodia. Così Isabelle Adjani, che tutta concentrata a fare la mogliettina santarellina sembra stia recitando in Anna dei Miracoli, con quegli occhi sempre fissi nel vuoto.
Tutto è girato come a urlare “va’ che noir“, quindi paradossalmente l’originale del 1955 è molto più moderno di questo rifacimento del 1996, che sembra vecchiume rispolverato.

Diabolique non ha difetti riscontrabili, non lo si può accusare di nulla se non di caricare troppo i toni, il che spezza le gambe all’intera operazione.

Dài, su fate la faccia da femme fatale e santarellina. Ancora di più!

La “regola dei vent’anni” è stata infranta e nel 2015 nessuno ha recuperato la storia di Clouzot: quando torneranno le diaboliche con il loro cadavere che non è più lì?
Quando un’altra piscina sarà svuotata senza trovare alcun cadavere al suo interno, il Zinefilo sarà lì, nel buio… a leggere Diabolìk…


L.

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Informazioni su Lucius Etruscus

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20 risposte a I diabolici che non erano lì (1952-1996)

  1. Zio Portillo ha detto:

    “Ah, come scrive Lucius!” quasi-cit.
    Bravo Lucius, veramente bravo! Quando scrivi di qualcosa che ti è piaciuto lo si percepisce da come butti giù il post perché la passione esce dallo schermo del pc. In sto caso scrivi di un romanzo vecchio di 70 anni, di un film sconosciuto ai più, di un remake televisivo visto (credo) da 10 persone e da un rifacimento con la Stone che se non fosse per la Stone nessuno avrebbe visto (tipo me!), eppure si percepisce di come la vicenda originale ti sia piaciuta parecchio. Bravo!

    Strano che nessuno ci abbia pensato nel 2015. Vuoi non sbattere due donne-lesbiche-toste in un film? Si sarebbe venduto da solo mostrando qualche lembo di pelle (due zizze di un’attrice famosa bastavano e avanzavano per portare la gente in sala. Se poi le attrici famose fossero due legate da una torbida relazione apriti cielo!). A naso, se conosco bene i miei polli, uscirà prossimamente la versione politicamente corretta e in scia al #metoo con due donne che si alleano per ribaltare i soprusi del maschio. Ci scommetto su quello che vuoi!

    Piace a 2 people

    • Lucius Etruscus ha detto:

      Ti ringrazio, non scrivo di ciò che mi è indifferente, quindi sia nel bene che nel male parlo di cose che mi appassionano 😉
      Se non fosse che la vicenda preveda che le due donne siano cattive (anzi, diaboliche), avrebbero già rispolverato la vicenda in epoca metoo: il maschio protagonista è davvero un infame prevaricatore, quindi perfetto per la moda del momento. Chissà che non ne riscrivano una versione politicamente corretta 😛

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  2. Cassidy ha detto:

    Non ho mai visto il rifacimento, ma da un po’ volevo rivedere l’originale e fare doppietta, quindi ti ho letto fin dove ho potuto, ma prometto di tornare come Terminator, questo post é lo spunto che mi serviva per vedere e rivedere i due film 😉 Cheers

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  3. wwayne ha detto:

    La mia watchlist su imdb è composta da oltre 400 titoli. Alcuni film stanno ad ammuffire in quella watchlist anche per anni: di norma sono quei film che non si trovano in streaming da nessuna parte, e quindi per vederli devo per forza comprare il dvd.
    Ogni tanto mi decido a sfoltire quella watchlist, quindi prendo una decina di titoli (quelli che mi ispirano di più) e compro il relativo dvd su ebay. 2 anni fa feci esattamente così, e tra i film che decisi di acquistare c’era anche I diabolici. Il mio intuito non mi aveva tradito, perché è davvero un film straordinario.
    In quel film abbiamo un elemento che adoro, ovvero il colpo di scena finale che ribalta tutto ciò che lo spettatore aveva creduto fino a quel momento. Oltre ai film di Shyamalan (che l’ha fatto diventare il suo marchio di fabbrica), altri 2 film in cui è presente questa genialata sono Repo Men e Serenity – L’isola dell’inganno: te li consiglio entrambi, soprattutto il secondo.
    Se vogliamo è presente anche in Snowpiercer, ma è più attenuata. In quel caso infatti il colpo di scena finale non riguarda l’intera trama, ma soltanto un personaggio che lo spettatore credeva essere buono, e invece si scopre che è in combutta con il cattivo fin dall’inizio.
    Ti vengono in mente altri esempi?

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Il colpo di scena che cambia tutto è un’altra grande eredità del noir classico, dove il criminale protagonista alla fine scopre che le cose non stavano come sembravano, che i suoi amici non erano suoi amici e la sua donna era, appunto, una femme fatale.
      Proprio perché è storicamente un elemento fisso di un certo tipo di narrativa, Boileau e Narcejac ci hanno giocato dandogli una forma inedita, cosa che il film non ha potuto fare proprio per sorprendere gli spettatori che conoscevano il romanzo.
      Un numero impressionante di film di ogni genere usa questa tecnica, è quasi obbligatoria: semmai sono apprezzabili i film che non la usano pur rimanendo con un buon finale 😛

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      • wwayne ha detto:

        In realtà in molti noir le donne ce l’hanno scritto in faccia fin dal primo momento che sono delle femmes fatales. Ad esempio, a una come Rita Hayworth non potevi far interpretare il ruolo della brava mogliettina o della dolce ragazza della porta accanto, non sarebbe stata credibile.
        Anche se deve la sua fama a una sit – com, a mio giudizio anche Sofia Vergara si è rivelata un’ottima femme fatale nello splendido Bent – Polizia criminale. Se non l’hai visto, te lo consiglio caldamente. Grazie per la risposta! 🙂

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        I film di Rita non erano propriamente noir, erano più il classico film per mostrare la bellona del momento. Il noir prima di tutto sono i romanzi francesi, poi i film francesi, poi alla fine sono arrivate delle cose americane che un po’ ci si rifanno. E il bacchettonismo americano di solito stempera molto il ruolo della donna cattiva.

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  4. Willy l'Orbo ha detto:

    Grazie per il suggerimento! In archivio dovrei avere qualcosa tra i remake e immagino di usufruirne, quindi ho rispettato rigorosamente l’allerta spoiler. Poi in futuro, una volta visionato, tornerò in questa sede allegando i ringraziamenti anche per la recensione, dilazionati ma sicuramente meritati! 🙂

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  5. Il Moro ha detto:

    Indagine intrigante come sempre!

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  6. Pingback: I diabolici (1955) | IPMP – Italian Pulp Movie Posters

  7. Conte Gracula ha detto:

    Non ho visto i film, né ho letto il libro (ma l’immunità agli spoiler mi sostiene).
    Detto ciò, appena hai abbozzato il piano del tipo e dell’amante, era chiaro dove volesse andare a parare la storia: è il colpo di scena più ovvio – ma se le motivazioni dei personaggi sono valide (nel senso di “giustificate” dal loro carattere e dai loro desideri, per quanto deviati siano) è anche una svolta logica.
    È decisamente una storia perfetta per Hitchcock! ^^
    Sarei curioso di leggere il libro, anche se il noir non è totalmente nelle mie corde.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Vanno sempre considerati i tanti decenni che ci separano dal romanzo e le tante storie lette-viste nel frattempo: onestamente anche a me sembra che la soluzione sia subito ovvia, ma non vuol dire che lo sia stato per un lettore dell’epoca. Così come io stesso la prima volta che ho visto il film del 1955 non ho trovato affatto scontata la soluzione infatti non ci avevo pensato! 😛

      Piace a 1 persona

  8. Celia ha detto:

    Like sulla fiducia, perché sono sicura che sia un post godibilissimo, ma non posso leggerlo perché ho nella mia readlist proprio I diabolici!

    Piace a 1 persona

  9. Giuseppe ha detto:

    Conoscendo già il colpo di scena finale (riguardo alla pellicola originale e ai vari remake, che l’unico a mancarmi all’appello è il romanzo) mi sono potuto permettere il lusso di leggere il tuo interessante e dettagliato post fino in fondo 😉
    Peccato per “Diabolique”, che alla fine risulta essere il meno convincente dell’intero gruppo: se proprio Chechik era così interessato a riproporre fuori contesto (per un thriller moderno) stilemi noir di quarant’anni prima, forse avrebbe fatto meglio a girare il tutto in bianco e nero…

    Piace a 1 persona

    • Lucius Etruscus ha detto:

      La sensazione è che Chechik abbia infatti voluto omaggiare (forse un po’ troppo a forza) il noir classico ma la produzione lo abbia fermato dall’arrivare a girare un film in bianco e nero ambientato negli anni Cinquanta. Così abbiamo comparse e comprimari vestiti normale, poi arriva la Stone con vestiti assurdi e improponibili che sembra uscita da un film con Humphrey Bogart: ma che senso ha? Perché una squattrinata maestrina di provincia dovrebbe avere un guardaroba da ereditiera di New York?
      Queste forzature per farlo sembrare un filmone d’altri tempi rovinano parecchio quella che invece è una non disprezzabile sceneggiatura, con l’estensione del ruolo della Bates che alla fin fine non è malaccio. E comunque è meglio del commissario appiccicato con lo sputo da Clouzot.

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