The Salute of the Jugger (1989) Giochi di morte

Un anno fa Rutger Hauer se ne andava oltre i bastioni di Orione, lasciandoci un numero impressionante di ruoli che voi umani non potete neanche immaginare.
Insieme a Cassidy de “La Bara Volante” abbiamo deciso di non far perdere quei ruoli nel tempo, come lacrime nella pioggia, e di usare questo luglio 2020 per raccontare altri grandi ruoli dell’olandese che osò andare oltre le porte di Tannhäuser.

Ai fan marziali anni Novanta si scioglie il cuore a vedere il logo della Kings Road Entertainment, la casa che con Kickboxer (1989) dimostrò d’aver capito dove stava per tirare il vento, e seguendo la pista della blasonata Warner Bros cominciò a produrre “film di menare” che hanno arricchito le videoteche dell’epoca.
Oltre ai cinque film di Kickboxer ha dato spazio alla grintosa (ma sfortunata) Kathy Long in Knights (1993) e The Stranger (1995) e altre delizie, prima di chiudere i battenti molto presto. In quel momento di transizione che è stato il 1989, ha fatto a tempo a riallacciarsi a un genere molto in voga per regalarci Salute of the Jugger.

Stando ad IMDb il film – noto anche come The Blood of Heroes – arriva in patria americana solamente il 23 febbraio 1990, quando invece in Italia era già uscito dal 1° dicembre precedente. Infatti l’8 novembre 1989 riceve il visto della censura italiana, con il titolo Giochi di morte e con divieto ai minori di 14 anni.
Poi però nel 1991 esplode il mondo dell’home video e il distributore vuole usufruire del trattamento di molti altri colleghi – che come abbiamo visto più volte si sono visti togliere il divieto in occasione dell’uscita della VHS in edizione economica – e quindi che fa? Via di forbici e mannaia, ma la censura non ci casca: nell’ottobre 1991 conferma il divieto ai minori anche per l’home video. Passa un anno e per magia il divieto decade: cos’è successo? Sono stati apportati ulteriori tagli o hanno convinto i censori? Non si sa.
Uscito in VHS Penta Video (in data ignota), la Eagle Pictures lo presenta in DVD dal 2010.
La prima apparizione TV è su Italia1 nella prima serata del 16 marzo 1992.

«Un genere in crisi» è il commento del consueto Piero Perona su “La Stampa” (2 dicembre 1989): non viene specificato di quale genere parli, ma forse è il segno che il post-apocalittico alla Mad Max stava stancando.
Gli anni Ottanta sono un decennio ad altissima densità post-apocalittica (o post-atomica che dir si voglia), è il decennio della serie A di Mad Max e Alba rossa (1984), della serie B di America 3000 (1986) e Bambola meccanica (1987), e della Z di Stryker (1983) ed Equalizer 2000 (1987), degli italiani I nuovi barbari (1983), Rage (1984), Vendetta dal futuro (1986), Urban Warriors (1987) e secchiate di altri titoli. Dire che il mercato era leggermente inflazionato è dire poco.
Non stupisce che con Cyborg (1989) Albert Pyun riesca a rivoluzionare il genere, contaminandolo con la nascente passione marziale.

Ritaglio del “Radiocorriere TV” del 16 marzo 1992

In Giochi di morte siamo «in un mondo post-apocalittico alla Mad Max», per dirla con le parole di Rutger Hauer stesso nella sua autobiografia All Those Moments (2007). La particolarità principale del film, che a me sembra un difetto, Hauer ce la spiega come un pregio da sottolineare.

«Per me è un film d’avanguardia, perché il linguaggio si è ridotto ad un livello basico: nessuno spreca parole, nessuno dice “Come stai?”. In questo mondo vuoto non c’è alcuno spazio per il linguaggio.»

Detta così sembra anche una bella idea, sicuramente in controtendenza con i personaggi ciarlieri che riempiono i deserti post-apocalittici degli anni Ottanta, intenti a dire per lo più stupidaggini, ma il risultato è che Giochi di morte non è un film che si veda: è un film che si spia. È come spiare dei personaggi che fanno cose di cui non sappiamo nulla, e loro non sanno di essere spiati quindi fanno le loro cose per conto loro e poi se ne vanno, senza che noi abbiamo saputo altro di loro se non ciò che abbiamo visto fare. È uno stile sicuramente particolare, ma non posso dire mi abbia soddisfatto. Soprattutto per via di chi ha firmato il film.

Uno di quei casi in cui gira solo la pellicola italiana

Per essere una regia esordiente, è sicuramente un piccolo gioiello. La valutazione però scende quando si pensa che lo sceneggiatore David Peoples, che ha iniziato la sua carriera mettendo una mano in Blade Runner (1982), era fresco dall’aver firmato Leviathan (1989), che con tutti i suoi innegabili difetti resta un film molto più appassionante e divertente di Giochi di morte, semplicemente perché i personaggi ci fanno l’onore di darci motivazioni per il loro agire, invece di andarsene per fatti loro.
Peoples non farà molto in carriera ma riuscirà a far parlare di sé con Eroe per caso (1992) – film che non cita mai nessuno ma all’epoca se ne parlò moltissimo – con L’esercito delle 12 scimmie (1995) ma ovviamente viene citato esclusivamente per Gli spietati (1992): quando hai un film con Clint Eastwood nel curriculum, sta’ sicuro che citeranno solo quello!
Pare stia lavorando alla versione filmica di Mandrake: possiamo solo tremare…

Una bella sorpresa trovare un giovane Vincent D’Onofrio

David Peoples ha voluto destrutturare il genere spogliandolo di ogni abbellimento estetico o tamarrata di grana grossa e mostrare la disperazione invece che l’esaltazione? Ha preso atto che dopo dieci anni di film sull’argomento non c’era altro da dire e quindi ha volutamente raccontato una storia muta così da esaltarne principalmente i corpi martoriati al posto dei concetti abbelliti? Ha voluto simboleggiare quel profondo mutamento sociale che ha coinvolto il 1989 occidentale, che d’un tratto è stato “colonizzato” dal Giappone (o così ha vissuto la cosa) e quindi ha voluto raccontare il passaggio di testimone dal vecchio eroe biondo in declino alla giovane asiatica in rapida ascesa?
Aggiungete le interpretazioni che volete, sono tutte giuste e tutte sbagliate: davanti al silenzio dell’autore, ognuno può dire la sua.

Lottatori muti che menano nel vuoto

Quel poco che sappiamo di questo mondo futuro è che la vita è misera e nei deserti aridi girano gruppi di Jugger, una sorta di wrestler itineranti che organizzano combattimenti “in piazza”. Arrivano, impiegano ore per costruire un’arena e vestirsi di mille pezze sporche, si menano per qualche minuto e poi se ne vanno.
Il loro gioco assomiglia ad una sorta di football violento con un teschio di cane al posto della palla, ma in realtà è facile fare un collegamento con il Rollerball del film omonimo (1975): non ci sono i roller e non c’è la ball, ma l’idea che il gioco, le sue regole e il suo onore siano l’ultimo baluardo di umanità contro la barbarie incipiente è tutta lì.

Non sappiamo altro del mondo di Giochi di morte, l’autore non ha voglia di raccontarcelo e anzi quando dice qualcosa fa danni, meglio che sta zitto. (La parte finale è quella con più “sceneggiatura” ed è quella più inguardabile, visto che tutti i personaggi si comportano a casaccio senza alcun filo logico.)
Finita la “menata” che apre il film, dalle piantagioni arriva Kidda e si propone di venir via col circo, manco fossimo… ah be’, in effetti siamo ancora negli anni Ottanta!

Joan Chen esce dal nulla e vuole menare pure lei

Non so se i “giovani d’oggi” ricordino Joan Chen, ma l’attrice di Shanghai dopo una breve gavetta televisiva (costituita comunque da grandi titoli come “Mike Hammer”, “Supercar” e “Miami Vice”) è esplosa velocemente in un mondo che stava appena iniziando a conoscere “veri” attori cinesi: non gli attorini che menavano nei film marziali, ma quelli che recitavano in film “normali”.
Dubito che l’insuccesso di Tai-Pan (1986) le sia servito, ma di sicuro L’ultimo imperatore (1987) di Bertolucci è stato un bel trampolino, e dopo Sotto massima sorveglianza (1991) – di nuovo al fianco di Hauer – Joan Chen è pronta a conquistare gli anni Novanta. In realtà dopo Dredd. La legge sono io (1995) l’attrice capisce che l’Occidente non ha molto da offrirle e se ne torna a recitare in Asia.
Qui interpreta un buco di sceneggiatura dagli occhi a mandorla.

Non sappiamo nulla di Kidda, né da dove venga, né dove voglia andare, né cosa pensi, né perché decida di fare tutte le cose strane che farà durante il film. Sappiamo che esce dalla risaia e si unisce al circo degli Jugger menanti.
Parliamo di omaccioni che si riempiono di botte, come può sperare di farcela una ragazzina di dieci chili? Infatti la rifiutano, poi la accettano. Inizia l’addestramento, e… basta, finito l’addestramento: in cinque secondi è nata la più invincibile lottatrice della storia del mondo. Ma cos’ha, dei super poteri? Mi sono seduto sul telecomando ed è partito Supergirl?
Da questo momento Kidda abbatte nemici grandi il triplo di lei con la sola forza della pessima sceneggiatura di Peoples.

Viuleeeeeeeeeeenza!

In un silenzio assordante, si va in giro a menare la gente per gioco, mentre le uniche parole spese ci fanno capire che Kidda sogna la seta. Che vuol dire? Inventatevi una spiegazione qualsiasi, in mancanza di altro va benissimo quella.
Certo sarebbe bello sfidare la Lega, i celebri lottatori della città, ma come fanno quattro gattacci spelacchiati ad arrivarci? No, lasciamo stare, ok andiamo, no non andiamo, ma sì andiamo, non ci accetteranno mai, ci hanno accettati, non potremo mai vincerli, li vinciamo. Fine del film.
Queste citate sono le parole pronunciate in un’ora di film, una prova evidente del disturbo bipolare dello sceneggiatore.

Due ottimi personaggi persi nel vuoto

Ripeto, Peoples regista esordiente dà una prova splendida di sé, con un ritmo invidiabile e un sapiente uso del rallentatore durante i combattimenti: sembra facile saper individuare le scene giuste da mostrare al rallentatore e quelle da lasciare “confuse”, ma non è scontato che un regista sappia riuscirci. Peoples tecnicamente crea un gioiellino di film che non ha nulla da invidiare ai post-apocalittici più blasonati dell’epoca.
Dal punto di vista della sceneggiatura rimane un mistero: non aveva niente da dire e ha scritto controvoglia il film? Oppure è stato volutamente criptico perché se la tirava da autore impegnato? Di nuovo, in mancanza di qualsiasi prova ognuno può pensare ciò che vuole. Però a mancare sono i collegamenti logici tra una scena e un’altra.

Peoples ha scritto la sceneggiatura con una benda sull’occhio!

Kidda accetta una vita di sofferenza, umiliazione e ferite a maciullare le carni piuttosto che una vita da contadina? Sogna l’onore di un combattimento contro l’umiliazione di una vita povera? Ha il mito dell’eroe? Nulla è spiegato, vediamo ’sta ragazzina che un momento raccoglie foglie e il momento dopo è la più fenomenale lottatrice della storia dell’universo.
Riesce a vincere pure i lottatori della Lega, nerboruti lottatori di tre metri che combattono da tutta la vita: lei combatte da due giorni e se li mangia a colazione. E il Capo De Non Se Sa Cosa, perché nulla è spiegato, vuole vendetta, vuole morte, vuole ossa rotte e occhi ciecati, ma poi no, va be’, ’so ragazzi, li perdono e anzi siamo amici più di prima. Di nuovo, Peoples scrittore ha seri problemi di schizofrenia.

Immagini fiche, che però non vogliono dire niente: dovete inventarvi voi un significato

Sebbene nella citata autobiografia Hauer sembri apprezzare il film, non ha altro da ricordare se non che durante le riprese in Australia d’un tratto s’è perso nel deserto, per fare lo scemo e correre dietro ad un canguro: si vede che questa sceneggiatura gli ha lasciato segni profondi nella memoria.
È facile trovare dell’epica in Giochi di morte, ma solo perché è un film muto che non spiega nulla di ciò che mostra, quindi ognuno può dire quel che gli pare: posso anche trovarci il crollo del pensiero filosofico occidentale e la crisi dello Stato moderno, e nessuno mi potrebbe contestare. Non c’è niente, quindi c’è tutto.
Sarebbe invece stato bello se il misterioso e sconclusionato agire dei personaggi – che compiono sempre ed unicamente il contrario di quanto dicono – ci fosse stato spiegato in qualche modo dall’autore stesso. Non dico in modo plateale, ma uno sceneggiatore è anche quello che studia il modo di “dire senza dire”, far capire senza sottolineare. Invece il copione di Giochi di morte probabilmente era pieno di pagine con su scritto “Menàteve”.

A sorpresa, uno dei lottatori è Richard Norton

Un’ultima parola per la piccola apparizione del grande Richard Norton, da dieci anni nel cinema grazie a Chuck Norris e pronto a diventare stella marziale di lì a qualche anno. La curiosità è che all’epoca è già protagonista di film d’azione di serie Z, da Mission Terminate (1987) a Future Hunters (1988), quindi è strano trovarlo in un semplice ruolo di contorno.
Qui interpreta quello che deve massacrare Hauer, lo deve maciullare e sminuzzare in tanti piccoli pezzettini, mangiarli, defecarli e poi spiaccicarli. Visto che in questo film tutti i personaggi fanno l’esatto contrario di quanto dicono, Norton protegge Hauer e si assicura che non si faccia male. Perché? Chiedetelo a Peoples.

Un post-apocalittico autoriale poteva essere la parola “fine” sulla conclusione di un genere ormai alla frutta, invece è solo… un frutto in più.

L.

P.S.
E ora tutti da Cassidy per la sua recensione.

P.P.S.
Dieci anni dopo il film, la locandina dev’essere finita sotto gli occhi di Isaac Florentine, che dev’essersi detto: un rude guerriero biondo a cui si affianca una giovane asiatica che mena con l’asta… Mmmm, mi scappa un film!
Il rapporto tra Dolph Lundgren e Valerie Chow ne Il ponte del dragone (1999) è decisamente scritto meglio di Giochi di morte, e parliamo di un filmaccio di serie Z al cubo! L’inizio, con la giovane lottatrice che sfida il guerriero, strizza troppo l’occhio a Giochi di morte per essere un caso.

Ecco come doveva essere Giochi di morte

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21 risposte a The Salute of the Jugger (1989) Giochi di morte

  1. Zio Portillo ha detto:

    Beh se al posto del Mandrake, il mago, Peoples stesse lavorando sul Mandrake di Proietti forse (forse!) ci sarebbe da divertirsi.
    Scherzi a parte, come ho scritto di là da Cassidy, sto film lo vidi con gli amici probabilmente noleggiato nei primi anni ’90. Lo ricordo perché giocavamo a “Speedball” su Amiga e venne fuori che c’era sto film ispirato al gioco o viceversa. Peccato che del film vero e proprio non mi ricordi nulla!

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  2. Cassidy ha detto:

    Kidda è il Kid di “Mad Max 2” ma senza la voce narrante. In effetti hai ragioni i personaggi non dicono nulla e tutto è lasciato allo spettatore, David Webb Peoples era molto concentrato sulla regia evidentemente. Oh meno male! Non sono l’unico a ricordarsi di “Eroe per caso”, ai tempi era super pubblicizzato 😉 Cheers!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      La regia è davvero ottima, soprattutto per un esordiente, ma è difficile trovarci il Peoples delle altre sue sceneggiature, decisamente più ispirate.
      E’ un peccato perché il cast è davvero eccezionale, ma è inquadrato meglio di quanto è scritto 😛

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      • Giuseppe ha detto:

        La regia c’è, il cast pure… se ci fosse stata anche una storia, però, io non mi sarei offeso 😉
        A queste condizioni, ovvio, del film non poteva proprio rimanermi granché (compresa la voglia di rivedermelo)…

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Se lo sceneggiatore fosse stato il solito signor nessuno, si poteva pensare ad un prodotto veloce in cui si non si credeva molto, ma avere un ottimo autore dà da pensare: forse che l’assenza di trama sia la trama stessa? Forse che il limitarsi ad abbozzare schizzi di storia da far completare agli spettatori sia l’operazione pensata da Peoples? In fondo è una storia estremamente lineare e scontata, forse le ha dato colore non raccontandola. Non lo so, davanti al silenzio totale vale tutto.

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      • Giuseppe ha detto:

        Tutto può essere… Certo che immaginare uno come Peoples intento a lasciare scientemente l’onere dell’intera storia all’interpretazione dello spettatore mi lascia comunque piuttosto perplesso.

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        L’alternativa è che non avesse proprio niente da dire ma gli scappasse un film post-atomico 😀

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  3. Il Moro ha detto:

    replico il commento scritto da Cassidy:
    Ricordo molto vagamente questo film come uno dei tanti cloni di Mad Max che si vedevano all’epoca, ma superiore alla media degli stessi… credo. Ne è passato di tempo…

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Forse è proprio la voglia di distanziarsi da Mad Max che ha spinto Peoples a fare un prodotto completamente diverso: c’è riuscito, ma si è dimenticato che fare qualcosa “anti” è lo stesso che farne una “pro”. Molti film dell’epoca gridavano “Mad Max”, questo invece grida “Anti-Mad Max”, il che è lo stesso.
      E’ un film muto totalmente privo di sceneggiatura, sono personaggi in libertà: se avesse avuto qualcosa da dire, allora sì che sarebbe stato davvero “diverso” da Mad Max.

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  4. Lorenzo ha detto:

    Tantissimi anni fa vidi per caso uno spezzone di un film dove c’era una specie di torneo di lotta postatomico, e nel tabellone degli incontri i lottatori erano rappresentati da delle fiches colorate dentro ad alcune fessure nella pietra. Non ho mai capito di che film si trattasse… Era questo?

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      No, qui siamo a tecnologia ancora più bassa: il “timer” è in realtà un tizio che lancia pietre a una grondaia 😀
      Di giochi post-atomici ce n’erano diversi, temo sia difficile ritrovare quel film a meno di non vederseli tutti… e nessun essere umano dovrebbe 😛

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  5. Willy l'Orbo ha detto:

    E niente, non posso essere “lucido” nel giudicare questo pezzo di cuore, perché per me trattasi effettivamente di ciò: film adorato da mio fratello che mi “costringeva” a sessioni quotidiane di Giochi di morte. Il “costringeva” è ovviamente iperbolico, visto che lo accompagnavo volentieri nella visione. Ricordo ancora i caratteri della scritta sulla vhs consumata, capisci che le parole non bastano, non posso esprimermi se non con affetto, palpiti, sospiri. Oh, stai a vedere che sono entrato a pieno nel clima silente del film!!! 🙂 🙂 🙂

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Esatto, già così hai usato troppe parole per descriverlo 😀
      Per un attimo ho pensato che ti riferissi al fatto che tuo fratello ti costringeva a lottare seguendo le regole del gioco visto nel film, e mi sono preoccupato, invece era solo una “visione” 😛
      Sarebbe stato bello saperne di più sui lottatori, e soprattutto assistere ad un allenamento che rendesse credibile il personaggio di Joan Chen, inspiegabile almeno di tirare in ballo super poteri. I personaggi e la regia sono ottimi, peccato per la sceneggiatura “muta”.

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      • Willy l'Orbo ha detto:

        …perché pensi che poi non ci fosse un seguito lottato pure nella realtà??? 🙂 🙂
        Il Willy di ora concorda che qualche approfondimento avrebbe conferito giovamento alla pellicola, il Willy di allora cercava solo di carpire i trucchi per i super poteri per sopravvivere alla successiva arena familiare! Ahahahah! 🙂

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        ahaha ora capisco: più che un film era un manuale di tecniche di sopravvivenza familiare 😀
        Non è che abbiamo finalmente scoperto il “vero” motivo del tuo nickname? Come Rutger Hauer porti ancora sull’occhio una benda a ricordo di quelle lotte selvagge? 😛

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      • Willy l'Orbo ha detto:

        Ahahahahaha! Preciso! La benda è, tra l’altro, proprio un ricordo di quelle epiche disfide familiari! 🙂 🙂 🙂

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Se avessi conservato un video familiare di quelle lotte si potrebbe organizzare una copia pirata “speciale” del film: quando inizia la lotta, invece di Rutger Hauer vediamo il giovane Willy l’Orbo impegnato nella lotta all’ultimo sangue 😛

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      • Willy l'Orbo ha detto:

        Meglio di no! Da fratello minore non è che ci avrei fatto gran figura! Ahahahah! 🙂 🙂

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  6. Pingback: Giochi di morte (1989) | IPMP – Italian Pulp Movie Posters

  7. loscalzo1979 ha detto:

    Uno dei film di Hauer che ho adorato di più.
    Tra l’altro, il plot si presterebbe benissimo per un Remake o una serie TV/streaming

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