La morte dall’occhio di cristallo (1965) Brit-Lovecraft

Come abbiamo visto, negli anni Sessanta la AIP (American International Pictures), specialista in piccoli prodotti di genere, è impegnata a distribuire ogni sorta di film, meglio se con qualche attore famoso nel cast. Dopo aver infilato una grande serie di successi ispirati ai lavori di Edgar Allan Poe, con regia di Roger Corman e spesso la sceneggiatura del giovane Richard Matheson, la AIP pensa di fare il colpaccio comprandosi i diritti di Lovecraft (sebbene quei diritti ancora non si sa bene a chi appartengano): mal gliene incolse.
Il primo film tratto da Lovecraft, La città dei mostri (1963) è un monumento nazionale alla totale indifferenza del pubblico verso le tematiche lovecraftiane. Avete presente quelle che oggi TUTTI dicono di amare? Ecco, quelle: al pubblico sono rimbalzate panza-muro muro-panza.

Una che non molla anzi le molla, di tutti i colori!

Nella sua autobiografia Vincent Price ci informa che il film non è stato visto da nessuno, in America, così la AIP dev’essersi detta: abbiamo scelto il Paese sbagliato. Dove lo portiamo ora ’sto Lovecraft che non piace a nessuno? Be’, visto il grande successo della Hammer, l’Inghilterra sembra un Paese più adatto.
Così di nuovo la Alta Vista Productions crea un film per farlo distribuire alla AIP ma stavolta è un prodotto più “britannico”, che negli anni Sessanta è uno stile che tira parecchio. (Addirittura i tedeschi all’epoca fanno film spacciandoli per britannici!) Il risultato è Die, Monster, Die! del regista esordiente Daniel Haller, uno dei “figli di Corman” che però passerà ben presto alla televisione.

Un titolo leggerissimamente ammiccante, e ovviamente falso

Pur essendo britannico fino all’osso, il film esce prima negli USA (27 ottobre 1965) e poi in Gran Bretagna (20 febbraio 1966), stando ad IMDb, mentre per il suo arrivo in Italia bisognerà aspettare il 3 marzo 1971, ottenendo già il giorno dopo il visto censura con però un divieto ai minori di 14 anni, perché «si tratta di un tipico film dell’orrore e come tale può ferire la sensibilità dei minori suddetti», ci racconta ItaliaTaglia.
Appare nelle sale italiane con il totalmente inspiegabile titolo La morte dall’occhio di cristallo almeno dal 6 settembre 1971, rimanendoci fino al 1975. Mercoledì 18 ottobre 1978 arriva già in TV su un piccolo canale locale (G.R.P.), in prima serata. Dopo qualche replica negli anni Ottanta, il film scompare nel nulla, ignoto al mondo delle VHS.
Torna alla vita solo quando nel 2011 la Sinister Film (Cecchi Gori) lo presenta in DVD.

Chissà se quegli sparuti spettatori italiani di questo film hanno riconosciuto che la storia è liberamente ispirata a Il colore venuto dallo spazio (1927), uno dei racconti che nel 1963 “Urania” (Mondadori) ha presentato nel numero 310, provando (senza molto successo) ad importare nel nostro Paese un autore che solo un decennio dopo diventerà famoso.

Ogni collegamento con Lovecraft è puramente vago

Marzo del 1965, il giornalista Michael Parry si aggira per la campagna nei pressi di Oakley Court per raggiungere il luogo delle riprese del film, su cui scriverà per la rivista “Castle of Frankenstein” (n. 7) di quell’anno. Arriva davanti alla grande casa dove stanno girando, un tempo abitazione di un ambasciatore, e nota che si trova a poca distanza dai Bray Studios dove sono stati girati tanti film della Hammer.
«È una pubblicità delle sigarette!» dice divertito Nick Adams, il biondo attore americano protagonista del film, riferendosi alla intensa nebbia con cui i tecnici hanno avvolto la zona davanti alla casa. Il giornalista non incontra Boris Karloff, che ha finito di girare le sue scene e si trova a Dublino già impegnato sul set di un altro film, ma fa in tempo a notare un signore distinto, James Nicholson, che – gli viene detto – ogni giorno in qualità di presidente della AIP fa il giro del set per informarsi sui progressi della lavorazione.

Non è un horror se non c’è una casa avvolta nella nebbia

Durante una pausa Parry si siede con il regista Haller e gli fa qualche domanda, per esempio se sente che Lovecraft sia trattato in modo diverso da Poe nei film. «Sì, un film da Lovecraft è più contemporaneo e c’è maggiore enfasi sull’aspetto scientifico». Davvero una risposta sorprendente, riguardo ad un autore morto trent’anni prima e che non affrontava aspetti scientifici.
Dall’intervista scopriamo che Haller non può più lavorare con l’amico Roger Corman come faceva prima perché quest’ultimo ha firmato con la Columbia: sarà per questo che la AIP ha ripiegato su Haller, promuovendolo da art director a regista?

Ogni Paese ha la sua Arkham

Visto che il lovecraftiano paese di Arkham ricostruito in America non è piaciuto, stavolta lo spostiamo nell’amata campagna britannica. Qui arriva un biondo americano con tanto di impermeabile che lo identifica come tale, infatti il primo del posto che lo vede lo chiama “americano”.

Nick Adams: un americano in Gran Bretagna

Il visitatore scopre ben presto che gli abitanti locali cambiano faccia e atteggiamento quando dice loro che deve raggiungere Villa Witley (chiamata nel racconto originale Landa Maledetta). Nessuno gli offre un passaggio o un mezzo di trasporto quindi deve farsela a piedi.
Appena giunto sul posto, il nostro eroe Steve Reinhart (Nick Adams) scopre che la maleducazione è una costante, ad Arkham, infatti il proprietario lo caccia subito: si tratta del vecchio Nahum Witley (un Boris Karloff ammiccante), che sostituisce il Nahum Gardner originale.

Quella tipica accoglienza della campagna britannica

Qui la sceneggiatura di Jerry Sohl (autore di episodi di serie famose, da “Alfred Hitchcock Presenta” a “Star Trek”) se ne va per affari suoi e con la manina fa “ciao ciao” a Lovecraft.
Steve è arrivato ad Arkham dall’America per incontrare Susan (Suzan Farmer), ragazza conosciuta all’università e di cui è chiaramente innamorato. Malgrado l’opposizione del vecchio Nahum, Steve rimane ospite di casa Witley e ha modo anche di conoscere la mamma di Susan, Letitia (Freda Jackson, ma tanto non si vede mai!), la quale esorta subito il giovane a portarsi via la ragazza e a salvarla dalla maledizione che opprime la casa.
Quello che segue è un’oretta di atmosfera, con Karloff che karlofeggia e scene che sembrano strizzare l’occhio allo stile Hammer senza però arrivarci mai.

Ciao, ti va di hammerare in giro per la casa maledetta?

Sohl si limita a togliere da Lovecraft tutti quegli elementi che probabilmente non sembravano adatti al cinema, senza però sostituirli con altro, quindi abbiamo una trama che forse sarebbe bastata per una delle serie del mistero per cui in effetti lo sceneggiatore scriveva, ma non per un film: anche per un minuscolo prodotto AIP di 75 striminziti minuti.
Steve si limita a passare il tempo girando per casa, giardino e serra alla ricerca di una soluzione delle misteriose attività di Nahum Witley, che rimarranno sempre misteriose e principalmente lasciate alla fantasia dello spettatore.
Arrivano pure i mostroni tentacolari a forma cthulhica, ma niente Grandi Antichi: sono solo creature mutate dal meteorite cascato nel giardino dei Witley, che da anni sta mutando tutto il mutabile.

Come rendere male delle creature a forma di Grandi Antichi

La dimostrazione che Sohl ha in mano dei temi di cui è chiaro non freghi niente a nessuno (non ancora, almeno) arriva quando Steve finisce nella biblioteca di casa Witley.

Non c’è casa maledetta che non conservi libri maledetti

Qui trova un antico volume misterioso: “Il culto degli spiriti” è la resa del doppiaggio italiano di Cult of the Outer Ones.

Il Culto di Quelli Che Non Ci Sono In Questo Film

Abbiamo anche l’incipit. «Maledetta è la terra dove vivono le Forze delle Tenebre, chi vi si introduce sarà distrutto».

Ammazza che caratteri grandi, ma ’sto libro è scritto per ipovedenti?

Che c’entra un libro che puzza di spiritismo con la vicenda di un meteorite che muta piante e animali? Semplicemente Sohl sta buttando sul tavolo carte di vario colore lovecraftiano (Grandi Antihi, Arkham, libri misteriosi) sperando che per puro caso esca fuori una combinazione vincente. Mi spiace, non esce fuori niente, neanche una coppia di due.

Anticipando di decenni una triste pratica del Duemila, il film è pieno di jump scare, la tecnica del “salto sulla sedia” a cui ricorrono i pessimi registi: non sapendo generare paura, cercano almeno di ottenere spavento. Non c’è un solo punto de La morte dall’occhio di cristallo (ma dov’è quest’occhio di cristallo? Che c’entra?) in cui ci sia una qualsiasi atmosfera che funzioni, che sia di paura o altro, semplicemente ci sono cose che succedono a caso, spesso senza motivo, studiate unicamente per creare uno spavento momentaneo, incapaci come sono di creare paura. Per esempio Nick cammina e zac, incappa in uno scheletro: perché lo scheletro è lì? Paura, eh?

Non rimane altro da dire dell’ennesima prova di come Lovecraft non funzionasse minimamente al cinema, semplicemente perché non è ancora famoso e non gode ancora del PAP (Piacere A Prescindere) di molti altri prodotti successivi, nessuno di successo ma nati in anni in cui basta dire “Lovecraft” perché tutti svengano dalla goduria.

L.

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29 risposte a La morte dall’occhio di cristallo (1965) Brit-Lovecraft

  1. Austin Dove ha detto:

    Il colore dello spazio era il mio racconto preferito dalla raccolta…

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  2. Il Moro ha detto:

    Il colore venuto dallo spazio è il mio preferito tra i racconti di lovecraft, quelli che ho letto almeno (meno di metà, credo, ma sto recuperando con gli audiobook su youtube). Ma sono sicuro che non ci fosse traccia di Antichi grandi o piccoli né di occhi di cristallo. 😁

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Per questo ce li aggiungono spesso, gli autori moderni. Pure “Dampyr” ha ricreato quel racconto, aggiungendoci secchiate di altre robe che se no era troppo poco 😛
      Finora è il racconto più citato di Lovecraft, probabilmente l’unico ad essere veramente letto. Infatti è l’unico che ricordo dalle mie letture giovanili dell’autore, subito accantonato: avevo King sotto mano, scusa HPL ma non c’è confronto con il Re dei primi Novanta 😀

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  3. Lorenzo ha detto:

    Penso che il titolo si rifaccia all’Uccello dalle piume di cristallo di Dario Argento, che mi pare sia uscito un anno prima: solita tattica dei titoli assonanti.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      In realtà il film di Argento è del 1970, quindi addirittura sarebbe ipotizzabile il contrario, cioè che sia stato il Dario nazionale a citare questo film!
      Sicuramente il titolo di questo è una furbata di qualche sorta, approfittando anche degli occhi bianchi di Karloff in copertina, inventati di sana pianta dal grafico.
      Non mi stupisce che i distributori siano truffatori, è il loro mestiere, quello che mi stupisce è che nessuno degli spettatori si sia chiesto: ma che dov’era quest’occhio di cristallo? Ah già, per lamentarsi bisognerebbe conoscere il film, e i distributori hanno fatto di tutto perché questo in Italia non accadesse 😀

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  4. Cassidy ha detto:

    Visto la prima volta solo per la presenza del grande Boris, il film non mi era piaciuto. Rivisto tempo dopo con più consapevolezza dei racconti di Lovecraft, mi é piaciuto ancora meno, tanta roba ammucchiati e poco del racconto originale, in ogni caso il titolo originale lo ha reso abbastanza famoso come film, i Misfits negli anni ’90 fecero un intero disco, con solo titoli di horror classici tra cui questo, quindi a livello di cultura popolare, almeno nei paesi di lingua inglese il film un pochino é ricordato, anche se quelli più che Grandi Antichi sembrano un’ insalata di polpo 😉 Cheers

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  5. Evit ha detto:

    Anche l’adattamento italiano vedo che ci mette del suo a buttare cose a caso: il culto degli spiriti. Così, a caso. E quel titolo maledetto dovrebbe finire di diritto tra i miei “titoli italioti”, una rubrica che non riprendo da tempo

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Avresti materiale per decenni, grazie alla grande creatività italiana 😀
      Già il film in sé cercava malamente di ingannare gli spettatori con temi spiritici inesistenti, ci si mettevano poi pure i traduttori nostrani a fare danni…

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      • Evit ha detto:

        Quindi aveva un senso quello “spiriti” buttato lì, dopotutto. Mi sto facendo una cultura di Lovecraft a partire dai tuoi articoli. È la serie di articoli che aspettavo perché sono ignorante in materia Lovecraft; dagli anni 2010 improvvisamente lo ritrovo ovunque con gente che ne parla come se fosse conosciuto da sempre e io per non passare da ignorante annuisco ripromettendomi che un giorno leggerò qualcosa dell’autore.

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Chi ama Lovecraft “da sempre” probabilmente lo conosce meno di te, quindi vai tranquillo 😀
        Io l’ho conosciuto una trentina d’anni fa, quando era sempre citato da “Dylan Dog” così per curiosità mi sono comprato qualche sua antologia. L’ho letto e ho detto: “Ah, questo è Lovecraft? Grazie, ma no grazie”.
        Per questioni burocratiche in Europa le sue opere sono (o sono state) di pubblico dominio quindi ristampate oltre ogni buon gusto, tipo Edgar Wallace: molti vedono in giro Lovecraft dappertutto e pensano che sia un nome figo, ma quelli che lo hanno letto veramente sono pochi, e quelli che hanno dato prova di aver davvero apprezzato una scrittura datatissima con lo stile degli anni Venti e Trenta sono ancora meno.
        Quindi annuire davanti a chi parla di Lovecraft è sempre cosa buona e giusta, perché sarebbe inutile iniziare qualsiasi discussione. Verrebbe fuori una discussione come del sarchiapone: nessuno sa cosa sia ma tutti ne parlano 😀

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      • Evit ha detto:

        Porterò Lovecraft sul treno in un paniere dicendo che morde.

        Prima o poi leggerò qualcosa ma non ho molta fretta dopo la tua presentazione 😄 ho ancora la collezione Conan da affrontare, sta lì che mi aspetta dal 1998.

        So che forse non è la sede giusta ma parlerai anche dei videogiochi? Perché ho il vago sospetto che siano stati quelli negli anni 2010s a far partire il “ahhhh Lovecraft, l’irreprensibile Lovecraft” ancor prima di film e romanzi.

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Di quelli si occuperà l’esperto Moreno di “Storie da birreria”, il 20 agosto del HPL DAY.
        Però posso testimoniare come già dal 1990 Lovecraft spaccava, a parole, con la Fanucci che sfornava a getto continuo antologie su antologie. Anche perché la narrativa horror in Italia era esplosa potente ma i pochi autori di grande richiamo (King, Barker, Campbell, un po’ di Koontz) costavano un botto, mentre Lovecraft era gratis: vai di ristampe!!! 😀

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  6. Willy l'Orbo ha detto:

    Altro articolo molto interessante, mi confermo assai felice per questo ciclo!
    Poi, vedo dai commenti che Il colore venuto dallo spazio è uno dei racconti preferiti del nostro, condivido questa opinione e non vedo l’ora di poter visionare Color out of space con Nicolas Cage, datevi una mossa, doppiatori italiani!
    E in anni addietro mi son visto anche La fattoria maledetta (pure essa ispirata al racconto citato), insomma, si capisce che mi è piaciuto (il racconto più che le rese filmiche, al momento)??? 🙂

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  7. Zio Portillo ha detto:

    Ottimo post a cui non corrisponde un “ottimo film”. Mi sa che l’ho beccato in qualche canalaccio regionale anni e anni fa perché Karloff, il libro maledetto e il piattume più assoluto mi sono sinistramente familiari. Persino i mini Cthulhu mi rievocano qualcosa…
    La foga nel recuperare più titoli Hammer possibile mi è passata da mo’, ma pure se l’avessi ancora addosso non so se vorrei recuperare questo titolo che li scopiazza.

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  8. Giuseppe ha detto:

    Ah, anche stavolta vedo che parli di un altro mio piccolo cult personale, dallo spirito britannico fino al midollo… sì, britannico, perché qui più che al lovecraftiano “Il colore venuto dallo spazio” (trattato molto ma mooolto liberamente da Sohl) la mia mente corre alle minacce spaziali affrontate da Bernard Quatermass, vedi il meteorite che induce mostruose mutazioni negli esseri viventi, non poi così dissimile in fondo dall’entità aliena che in “The Quatermass Xperiment” trasformava progressivamente l’astronauta Victor Carroon in qualcos’altro (una delle creature del serraglio sembra quasi Carroon all’ultimo stadio della mutazione!).
    Il grimorio, a conti fatti, non ha nessuna valenza magica qui se non quella attribuitagli dalla superstizione incapace di interpretare un fenomeno di natura extraterrestre (NON extraterrena)…
    Tra gli interpreti, poi, si fa notare anche la stessa Suzan Farmer che interpreterà la fidanzata di Paul Foster, Tina Duval, nell’indimenticata serie U.F.O. 😉
    P.S. Non vorrei che anche Lovecraft finisse per subire la “maledizione di Tarantino”: quando autori/scrittori/registi ecc. vengono riscoperti o rivalutati successivamente, da quel momento in poi non trovi più NESSUNO disposto a credere che tu li abbia conosciuti e apprezzati già prima della loro riscoperta/rivalutazione…

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      I personaggi famosi sono sempre spinosi, soprattutto quelli diventati famosi diverse decine di anni dopo essere morti nella totale indifferenza. Il pericolo che indichi è serio e concreto, e temo che sia impossibile da evitare con personaggi considerati “padri” a posteriori tanto da non conoscere altri autori. Per questo bisognerebbe sempre ignorare la fama data da altri e sincerarsi di persona, spingendosi anche a detronizzare chi non si considera degno 😛

      Ti ringrazio per il collegamento con Quatermass, ed è inquietante che sia il secondo in pochi giorni. Sai chi altro mi ha stupito con un collegamento a quei mitici film? Ridley Scott! Nel commento-audio di “Prometheus” d’un tratto se n’esce fuori dicendo che molte di quelle tematiche – antiche forme di vita scoperte sottoterra – si trovavano già in Quatermass, precedente al celebre saggio del 1973 in cui nel mondo anglofono diventava famosa la tesi che la vita è arrivata dallo spazio. Solo l’ultima delle dimostrazioni che Ridley Scott non abbia mai sentito parlare di Lovecraft 😀

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      • Giuseppe ha detto:

        Beh, se non altro ha dimostrato di conoscere l’ottimo “Quatermass and the Pit”: presumo infatti che, riferendosi a quelle antiche forme di vita scoperte sottoterra, stesse parlando dei malvagi insettoidi marziani rimasti sepolti per milioni di anni nella loro letale astronave vivente, poi rinvenuta durante gli scavi dell’underground londinese 😉

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Proprio quello! Nel suo audio-commento sembra che il regista stia assistendo al film di un altro, perché d’un tratto comincia a dire “Questa cosa della razza rimasta lì per millenni l’ho già vista in un altro film”, ed è strano visto che durante la pre-produzione Scott doveva pur aver letto la sceneggiatura di “Prometheus” 😀
        Da buon britannico non stupisce che citi esclusivamente opere britanniche – come il Lawrence d’Arabia che fa vedere a David ma soprattutto “Il servo” (1963), film che fa vedere a Fassbinder per spiegargli come vuole che interpreti l’androide – quindi è facile che Lovecraft non sappia neanche come si scriva. La prova è che ammette di averci impiegato parecchio tempo a riuscire a pronunciare la parola “Prometheus” (non riusciva a pronunciare il “th”), curiosamente lo stesso problema che nelle interviste sul set del 1979 coinvolse il “Necronomicon”, che non sapeva pronunciare visto che non aveva idea di cosa fosse, prima che O’Bannon glielo spiegasse.
        Dubito fortemente che Quatermass fosse tra le fonti di Jon Spaihts, l’unico autore di Prometheus prima che arrivasse Damon Lindelof a proporre di non far capire un cazzo della storia, resta da vedere se pensasse a Lovecraft o al celebre saggio del 1973 (molto noto agli anglofoni) che insieme ad Alan Sorrenti proponeva che siamo tutti figli delle stelle 😀

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