La porta sbarrata (1967) Il falso Lovecraft

Sul numero di ottobre 1981 della rivista britannica “Starburst” un ampio servizio con intervista ci racconta la vita e le opere di una nuova promessa “tecnica” del cinema: Jon Sorensen, che purtroppo non ha riscosso la fama che quegli inizi di carriera promettevano.
Le molte foto del servizio ritraggono Sorensen sui vari set del film Alien (1979) a sistemare i modellini di astronavi: addirittura una foto lo mostra alla costruzione della raffineria della Nostromo. Eppure il film di Ridley Scott non dedica alcun credito a Sorensen, come anche L’Impero colpisce ancora (1980), Superman 2 (1980) ed Excalibur (1981), dove il tecnico lavora a vario titolo, per non parlare di Flash Gordon (1980) e Atmosfera Zero (1981). Non è chiaro perché Sorensen lavorasse solo per grandi produzioni che lo estromettevano dai titoli di coda.

In questa lunga intervista del 1981 il tecnico confessa anche ambizioni autoriali: nel suo cassetto riposano, in attesa di essere vendute, tre sceneggiature di film tratti da altrettanti lavori di Lovecraft. Il pescatore di Falcon Point, Il colore venuto dallo spazio e La porta sbarrata. Nessuno di questi lavori uscirà mai da quel cassetto, ma Sorensen ci tiene a specificare:

«In questo Paese c’è stata già una versione de La porta sbarrata, nel 1966: un prodotto infelice. Tutti gli elementi di Lovecraft sono stati rovinati o esclusi, sebbene siano andati a girare sulla costa occidentale e ci siano splendide località: con mulini, spiagge, colline ed altri elementi molto gotici. Da quel punto di vista hanno rispettato l’essenza di Lovecraft, ma per il resto hanno infranto la vecchia regola che ciò che non vedi è molto più spaventoso di ciò che vedi.»

Parte una lunga trattazione di come Lovecraft gestiva l’orrore e Sorensen conclude con un’annotazione molto interessante:

«A meno che tu non faccia un film al di sotto del milione di sterline di budget, in questo Paese [cioè l’Inghilterra] non rientrerai mai dei soldi con il solo mercato locale, perciò devi pensare il tuo film per il mercato internazionale, se vuoi almeno rientrare delle spese.»

Questa intervista ci informa dunque che a poco più di dieci anni di distanza non c’è molta stima in Inghilterra per The Shuttered Room.

Una porta che in effetti non andrebbe mai aperta

Presentato a Londra il 27 giugno 1967 (stando ad IMDb), il film può contare sulla distribuzione Warner Bros e il 9 febbraio 1968 arriva sul tavolo della censura italiana, stando ad ItaliaTaglia. Due giorni dopo ne esce con un bel bollino in fronte, “vietato ai minori di 18 anni”, motivato da «numerose sequenze di angosciosa suspence, da talune sequenze di brutale e teppistica violenza nonché dalle scene di tentata violenza carnale». La Warner Bros non ci sta e fa ricorso, ottenendo solo di allungare i tempi: un’altra commissione di censura il 1° marzo conferma il divieto ai minori di 18 anni.
Esce in sala l’11 maggio 1968 con il titolo La porta sbarrata.

Il 21 settembre 1982 il film viene trasmesso in prima serata da un canale nuovo nuovo, chiamato Italia1.
Non ci sono prove di alcuna distribuzione in home video prima che la Sinister Film (Cecchi Gori) lo riesumasse in DVD nel 2010.

Tanta gente a scrivere una storia di cui si poteva benissimo fare a meno

Come già il citato Sorensen credeva, The Shuttered Room è un racconto di Lovecraft, il che non è vero. Dopo vent’anni di piena attività della Arkham House, fondata dopo la morte di Lovecraft per presentarne l’opera ai nuovi lettori, August Derleth cominciava a finire il materiale: perché allora non fare come si fa per i cantanti morti? Dopo vent’anni… puf, esce fuori l’opera inedita.
Ravanando fra le carte di Lovecraft, Derleth fuoriesce con valanghe di spunti, idee, annotazioni, abbozzi, liste della spesa e altro materiale che abbonda sulla scrivania di qualsiasi scrittore, e d’un tratto cominciano quelle che – nel presentarle in Italia nel 1977 – Gianfranco de Turris e Sebastiano Fusco chiamano «collaborazioni postume». Cioè sono racconti di Derleth scritti utilizzando – non si sa in quale misura – spunti e idee di Lovecraft, o così dice Derleth. Che ha campato parecchio grazie alla fama postuma del vecchio amico HPL, e ancora oggi si discute se avesse i diritti legali per farlo.

Dunque August Derleth, fondatore, proprietario ed editore della Arkham House, nel 1959 pubblica un’antologia curata da August Derleth con racconti di August Derleth: se se li fosse letti pure da solo, il cerchio sarebbe stato completo.
Ad integrare queste “collaborazioni postume” con Lovecraft, Derleth chiama amici e nomi noti, oltre a riciclare altri racconti di HPL in persona. Il titolo, The Shuttered Room and Other Pieces, la dice lunga sull’importanza data al racconto che apre l’antologia.

Il racconto, come detto, arriva in Italia nel 1977 grazie a Fanucci e alla traduzione di Alfredo Pollini, per cui diventa La porta sbarrata.

Per ricreare «la campagna selvaggia e solitaria che cìnge il villaggio di Dunwich nel Massachusetts centro-settentrionale» del racconto originale si va tutti ad Hardingham, nel Norfolk britannico: vi invito a cercarla su Google, in pratica è pieno di mulini come quello protagonista del film! Quindi il luogo perfetto per ricreare l’«antica casa annessa al mulino sul Miskatonic, la terra della sua infanzia che adesso usciva dalle nebbie del tempo».
Va sottolineato che Derleth sta scrivendo un racconto fingendosi Lovecraft, quindi va in overdose da citazioni toponomastiche.

Ad Arkham abitava Luther Whateley, nonno del protagonista Abner, prima di morire e lasciare al nipote la «grande, vecchia casa con la ruota del mulino, affacciata sull’acqua»: nel film, l’ambientazione è su un’isola e il protagonista diventa Susannah Whately (Carol Lynley): toh, un nome simile alla Susan Witley del precedente film, come se gli sceneggiatori D.B. Ledrov e Nat Tanchuck avessero continuare l’opera di Derleth nello scopiazzare nomi già usati da Lovecraft.

Cara, quest’estate ti porto in un vecchio mulino di Arkham: sei contenta?

Mike Kelton (Gig Young) accompagna sua moglie Susannah a vedere la casa che ha ereditato dalla morte del di lei nonno, approfittando per fare una sorta di “ritorno alle origini” in una terra natale che però la donna ha fatto di tutto per abbandonare e dimenticare. Appena giunti sul posto è chiaro che il passato di Susannah nasconde più di un orrore, e i buzzurri locali sembrano saperne più di quanto il loro silenzio lasci supporre.
I due coniugi infatti incontrano subito il ras del quartiere, il bulletto Ethan interpretato da un giovane Oliver Reed, perfetto nel ruolo dell’infame.

Incontrare Oliver Reed è il primo segnale che bisognerebbe scappare via velocemente

Il cugino Ethan è convinto che la casa del nonno andrà a lui invece l’arrivo inaspettato della parente, unica citata nel testamento, manda all’aria ogni piano e scatena violenze e vendette, tutte solo supposte. Il desiderio del regista David Greene è solo suggerire scene di sesso e atmosfere che riciclino un po’ d’horror alla buona, come a ricordare agli spettatori che esistono film migliori a cui La porta sbarrata si sta rifacendo.
Chi si nasconde nella soffitta del mulino? È ovvio che ci sia qualcuno, ma qui tutta la storia è studiata fingendo sia un colpo di scena.

La tipica ricca proprietà che scatena la violenza degli eredi!

Il problema principale è che il racconto di Derleth, nel suo tentativo di citare più temi lovecraftiani possibile, immagina che i parenti del protagonista si siano accoppiati con creature adepte di Dagon e quindi in soffitta abbiano il solito pesciforme figlio dell’abisso.
Essendo tutto questo improponibile in anni di cui alla gente di Lovecraft non frega una mazza, gli sceneggiatori non sanno che inventarsi e così… non si inventano niente. C’è una tizia in soffitta che ammazza la gente, pur rimanendo lì incatenata. Ma chi è? Perché lo fa? Chi la spinge? Ci sono degli spingitori di tizie che ammazzano la gente nei mulini di Arkham? Boh, mica l’ho capito. Ho visto il film due volte ma arrivato al finale sono così stufo e mortalmente annoiato che in entrambe le visioni non ho capito chi sia quella tizia, né mi sembra gli autori facciano nulla per spiegarlo.
Sarà la sorella di Bart Simpson cresciuta dai genitori nel buio e quindi carica d’odio, come nel celebre cartone? Facile di sì.

A regazzi’, e mo’ te la brucio ’sta bambola!

Usare un falso Lovecraft e scrollarne via ogni pur vago riferimento al vero Lovecraft la dice lunga sull’interesse generato da questo autore ancora nel 1967, e di come sia improponibile agli spettatori. Eppure la londinese Panther proprio in quegli anni Sessanta aveva iniziato a portare nelle librerie britanniche i suoi racconti, ma come sempre lettori e spettatori parlano linguaggi diversi.

La tipica espressione serena e rilassata di Oliver Reed

Intanto in Italia nel 1966 SugarCo ha portato in libreria Le montagne della follia e Mondadori ha presentato I mostri all’angolo della strada, celebre antologia più volte ristampata che vent’anni dopo comprerò nell’edizione Oscar Mondadori, leggendola a bocca aperta e commentando all’incirca «Ma che è ’sta roba?».
In quel 1968 dell’uscita nei nostri cinema de La porta sbarrata siamo ancora lontani dalla “scoperta” di Lovecraft, quindi produttori e spettatori la pensano ancora come la penserò io.

L.

amazon– Ultimi film da Lovecraft:

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18 risposte a La porta sbarrata (1967) Il falso Lovecraft

  1. Evit ha detto:

    Spingitori di Lovecraft! Su Zinefilochannel!

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  2. Austin Dove ha detto:

    Mostro in soffitta? Jane Eyre roors

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  3. Willy l'Orbo ha detto:

    Pochi hanno la capacità di Lucius di parlare di film poco stimolanti da vedere ma facendolo, di contro, in modo assai stimolante, con post che ci introducono a storie, aneddoti, opinioni, sentori…diciamo che ciò che non entra dalla porta (d’altronde…è sbarrata!!!), rientra dalla finestra grazie al tuo lavoro! 🙂

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  4. Pingback: La porta sbarrata (1967) | IPMP – Italian Pulp Movie Posters

  5. Cassidy ha detto:

    Il vero orrore del film alla fine è Oliver Reed, grande attore con notevole faccia da carogna e leggerissimo problema con la bottiglie che ne ha segnato tutta la carriera, non poteva non finire in zona Lovecraft anche lui, anche se alla fine in questo film, Reed si è ritrovato da solo 😉 Cheers!

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  6. Sam Simon ha detto:

    L’espressione serena e rilassata di Reed è praticamente la stessa del killer interpretato da Bardem in No Country for Old Men dei Coen!

    Il falso Lovecraft lo salto, mi sa…

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  7. Zio Portillo ha detto:

    “Numerose sequenze di angosciosa suspence, da talune sequenze di brutale e teppistica violenza nonché dalle scene di tentata violenza carnale”. E che é sto film?!?! Poi uno lo guarda e si addormenta in attesa di capire chi è la tizia in soffitta…

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Tutta propaganda, lo sbadiglio è l’unica entità che riempie ogni scena del film 😀
      Sarebbe stato un ottimo episodio di una qualche serie del mistero, invece riempire 90 minuti con il vuoto più totale non lascia un buon ricordo.

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  8. Giuseppe ha detto:

    Eh, in qualche modo me lo sentivo che nemmeno questo stava nella lista dei tuoi preferiti 😛
    Non mi sarebbe dispiaciuto vedere anche una versione de “la porta sbarrata” sceneggiata e diretta da Sorensen, a dire il vero. Avesse avuto la possibilità di dedicarsi a Lovecraft, allora si sarebbero forse evitati anni di oblio interrotti solo da roba infima come “Alien Blood”, ma già il fatto di non vedere MAI accreditato il proprio lavoro la diceva lunga sulla sua futura (mancanza di) carriera… 😦

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Sorensen dovrò approfondirlo: quel servizio pieno di foto con lui con la Nostromo mi ha intrigato parecchio! 😛
      Considera che il mio giudizio sul film è cresciuto: la prima volta che l’ho visto, nel marzo 2014, l’ho profondamente disprezzato perché non succede una mazza di niente fino agli ultimi cinque minuti, buttati via senza alcuna spiegazione. Dopo aver leggiucchiato il racconto finto-Lovecraft – perché non riesco a “leggere” robe di pesciformi e oscurità tentacolare – ho capito qual’era la storia e ho potuto apprezzare lo sforzo della produzione di raccontarla togliendo tutto ciò che le dava motivo di esistere, rimanendo con solo Oliver Reed che tocc’e’femmine e fa il teppista, dovendo reggere da solo una storia che non ha più un soggetto. Il risultato mi è sembrato migliore della mia prima visione, perché ho capito l’handicap con cui è partito il gioco 😛
      Dalla terra dei film Hammer mi aspettavo decisamente di più in quanto ad atmosfera e tensione: si capisce quale erano le loro intenzioni, ma per me non basta. Capisco che stavano sgranchendosi dopo un decennio di coloratissimi Hammer Movies e cercavano il piattume cromatico e l’assenza di spessore come nuovo spessore, ma onestamente il massimo che posso concedere al film è un “Ho capito dove volevi arrivare, ma lo stesso non ci sei arrivato”.

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