Black Horror (1968) Le messe nere di Lovecraft

La AIP (American International Pictures) ormai non crede più in Lovecraft: va bene sfornare filmacci Z di ogni sorta, ma a tutto c’è un limite. Però se la londinese Tigon British mette insieme qualcosa che ad uno sguardo distratto potrebbe addirittura assomigliare ad un film, non ha problemi a distribuirlo su suolo americano.
Nel cinema è raro che esistano le coincidenze, essendo un covo di comari pettegole in cui tutti sanno tutto, quindi che nello stesso dicembre 1968 escano due film che parlino di messe nere ai due lati opposti dell’Oceano Atlantico mi sembra molto strano.

È dal marzo del 1967 che si sa (visto che il “Los Angeles Times” ne parla) di come il celebre William Castle, maestro dell’horror di serie B, produrrà per la Paramount la resa cinematografica di un romanzo che ha appena sbancato le librerie: si chiama Rosemary’s Baby e il film sarà diretto niente meno che da Alfred Hitchcock. Alla fine Hitch mollerà, che lui ha naso per certe cose, e subentrerà un ragazzetto strano, un certo Roman Polanski, che all’uscita del film – 24 dicembre 1968 – porterà a New York la natalità horror più esplosiva della storia.
Dall’altra parte dell’Oceano c’è una minuscola casa londinese neonata, che ha già all’attivo filmacci horror con star appannate, tipo Il killer di Satana (1967) con Boris Karloff e Il mostro di sangue (1968) con Peter Cushing, roba legata ancora al “vecchio modo” di fare horror: il satanismo sta per cambiare tutto. Perché non dedicare un film da fare uscire esattamente insieme a Rosemary’s Baby, e che parli di messe nere e sètte sataniche? (Va ricordato che la quasi totalità di film che nel titolo italiano hanno termini come “satanista”, “satanico” e via dicendo sono stati importati dopo il film di Polanski, e spesso è un titolo falso.)

Il satanismo sta per conquistare il mondo e la piccola Tigon British è in prima fila… a fare pernacchie con le ascelle.
Curse of the Crimson Altar esce in patria britannica, come detto, nel dicembre 1968 (stando ad IMDb) e nel giugno del 1969 finisce sul tavolo della censura italiana, che gli affibbia subito un bel divieto ai minori di 18 anni (del tutto immotivato) e una quantità di tagli immorale.
Quel poco che rimane del film, forse mezz’ora, esce in sala dal 12 giugno 1969 con il titolo farlocco Black Horror – Le messe nere, destinato ad apparire nei più minuscoli cinema d’Italia. Il 12 febbraio 1979 c’è l’unico suo passaggio TV sicuro, su un piccolo canale locale, prima dell’oblio.

Viene riesumato quando Pulp Video lo presenta in DVD, nell’ottobre 2004, poi Sinister Film lo ristampa dall’aprile 2018.

I colpevoli del reato

La sceneggiatura è firmata da Mervyn Haisman ed Henry Lincoln, più noti per il loro impegno nella fortunata serie “Doctor Who”, i quali non sanno gestire l’incarico visto che palesemente non hanno la benché minima idea di cosa sia il satanismo, o come si svolga una messa nera: era un territorio ancora vergine, non super-mega-inflazionato come negli anni Settanta.
Visti i rapporti con la AIP, i due si rifanno ad una nostra conoscenza: quel Jerry Sohl che ha adattato male Lovecraft per La morte dall’occhio di cristallo (1965): oh, è uno bravo, eh? Mi raccomando che quello ci capisce…

Sohl è commosso, lusingato, ringrazia, ma avverte i due scrittori che anche lui non ha la minima idea di cosa sia il satanismo. Così alla fine gli autori decidono di ripiegare sui classici: perché non parliamo di streghe? La roba vecchia fa buon brodo e ci sono almeno dieci anni di film a cui ispirarsi. Tutti applaudono. Si siedono e Haisman e Lincoln aspettano che Sohl passi loro un soggetto che parli di stregoneria. Dopo qualche minuto di silenzio, Sohl prende la parola e dice: perché guardate me? E io che ne so di stregoneria? Mai visto uno di quei filmacci, mica so’ scemo!
Si grattano un po’ la testa finché non arriva l’idea giusta: e se copiassimo da Lovecraft? È un autore che non si fila nessuno, male che vada la AIP ne possiede ancora i diritti cinematografici… e a noi che ci fanno?

Edizione Panther 1968

Con una dissolvenza alla “Batman” tutti si fiondano in libreria a prendere un qualsiasi libro di Lovecraft, trovandolo appena stampato dalla londinese Panther, At the Mountains of Madness and Other Novels of Terror (1968), antologia di sei racconti fra cui scegliere, offerti come sempre da August Derleth, e a pagina 113 zac, una storia di streghe. The Dreams in the Witch-House. Abbiamo il film!
La Sugar aveva già portato in Italia quel racconto l’anno prima, nell’antologia La casa delle streghe e altri racconti, pronto ad essere ristampato fino alla nausea. Tanto è gratis, in Europa HPL è di pubblico dominio… e a noi che ci fanno?

La storia ha per protagonista Walter Gilman che, nella solita Arkham, di cui ha frequentato la Miskatonic University, si è messo a studiare le “basi del mestiere” («aveva già carpito allo spaventoso Necronomicon di Abdul Alhazred, al frammentario Libro di Eibon e agli Unaussprechlichen Kulten di Von Junzt, impubblicabili per legge, più di un’inquietante informazione») e aveva scoperto «che potesse esistere una relazione tra la matematica e le vecchie storie di magia». La sua ricerca parte da Keziah Mason, una strega bruciata nel Seicento proprio dove ora sorgeva la piccola stanza in cui lui vive, e una tesi per cui si possa viaggiare fra le dimensioni: trovare l’espressione «continuum spazio-temporale» in un racconto del 1932 è una bella sorpresa, per noi che abbiamo scoperto il concetto con Ritorno al futuro (1985).

Gilman si impegna così tanto che si ammala, è preso da febbri e da strani episodi di sonnambulismo: gli amici che entrano nella sua stanza di notte (ma che scostumati!) non lo trovano. Dove va girando in pigiama di notte? E come mai i sonni agitati che fa cominciano ad avere inquietanti eco nella realtà? «Le preghiere contro il Caos Strisciante si stavano trasformando in un urlo di assurdo trionfo… Parole ironicamente attuali fendevano i vortici di quel sogno febbricitante. Iä! Shub-Niggurath! Il Capro dai Mille Cuccioli…»
Nei sogni più vividi il protagonista si ritrova al cospetto della strega e viene pressato per «firmare il Libro di Azathoth con il proprio sangue», al che i tre autori non hanno più bisogno d’altro: prendono tutti questi spunti, se li mettono sotto le ascelle e cominciano a spernacchiare una sceneggiatura.

Il film più visto dai giovani bene di Capri

Il motore della storia è Robert Manning (Mark Eden, un altro coinvolto in “Doctor Who”), che non ha più notizie del fratello e inizia ad indagare. Si dirige a Greymarshe, dove la sua famiglia abitava e dove il fratello ha dato l’ultimo segno di vita, ritrovandosi d’un tratto in un film di Totò.
Siamo nel 1968, c’è la rivoluzione sessuale, i giovani non vogliono più seguire l’esempio dei genitori, i costumi castigati non vanno più di moda e infine il problema più grosso di tutti: gli adulti non sanno né capire né raccontare tutto questo. Quindi in quegli anni abbiamo film in cui i giovani raggiungono vette elevate di demenza semplicemente perché chi lavora nel cinema non è giovane e non sa come altro raccontare quel fenomeno inarrestabile.
Dunque Robert Manning finisce in una festicciola insieme al gagà Dodo, la snob Giulia Sofia (ciao Franca!), la Poppy, il Poldo e il cane Bubi che movde: in pratica siamo finiti in Totò a colori (1952), perché i giovani sono sempre stupidi, quando sono ritratti dagli adulti.

Se al posto della pendola ci fosse stato un Picassò, sarebbe stato perfetto!

Non si sa perché ci siano stati presentati i giovani dementi di Greymarshe, visto che non hanno alcun motivo d’essere nella vicenda, forse perché appunto all’epoca piaceva mostrare la perdizione giovanile, in mano a sesso, droga e rock and roll. Poi il protagonista sale di livello come nella pagoda di Bruce Lee e incontra Morley, un altro dei mortalmente inutili ruoli che Christopher Lee sfornava a pacchi da cento.
Il noto caratterista sta lì, con la morte negli occhi e nel cuore, ben deciso a fare quello che dal Dracula del 1966 ha deciso di fare e farà per tutto il resto della sua carriera: niente. Sta fermo e guarda nel vuoto. Tanto è sempre il mitico Dracula, perché sforzarsi negli altri millemila film fatti?

Non riesco a capire quale sia Christopher Lee, se il bassorilievo a destra o quello al centro

Dette due frescacce a caso, negli occhi di Lee parte il salvaschermo e noi saliamo di un altro livello, così da incontrare un nemico più forte: Boris Karloff, di nuovo su sedia a rotelle. Lui sembra ancora vivo, sebbene abbia sempre la stessa espressione da decenni: pure lui s’è abbastanza stufato.
Offre un brandy delle grandi occasioni agli ospiti e solo allora scopriamo che nella stanza è entrata una ragazza. Ma chi è? Boh. Comunque lei il brandy lo rifiuta, così da offrire a Karloff l’occasione di regalarci imbarazzo: «Brava ragazza: il buon brandy con le donne è sprecato». Eh, il becero maschilismo di una volta non lo fanno più…

Sono Boris Karloff, dite a questo jettatore alle mie spalle di andarsene?

Mentre caratteristi entrano ed escono dalla stanza come fossero al supermercato – ma non si usano le porte a Greymarshe? – scopriamo che il protagonista è venuto ad indagare sul fratello proprio in una notte speciale, quando in paese si segue l’usanza di festeggiare una strega lì bruciata secoli prima, nota come Lavigna. Per l’occasione tutti corrono per le strade gridando: «Viva Lavigna, che Satana la benedigna». O almeno così ho capito io.
Arriva dunque il momento di passare al fatidico terzo piano della pagoda, quello con il super-cattivo finale, l’imbattibile: e infatti nulla può contrastare il vuoto negli occhi di Barbara Steele truccata da gallina faraona.

Le era stato detto: questo sarà un film sobrio e di classe…

Dissolvenza alla “Batman” e vediamo i tre autori che si spremono le meningi: tocca buttare lì roba di stregoneria che sembri satanica, e mica è facile. Provateci voi! Cominciano così a buttar giù idee che sembrino talmente squinternate da piacere ai giovani drogati della loro epoca e scandalizzare i relativi genitori.
Mettiamoci una donna nuda con un gallo in braccio. Si capisce il riferimento? Una popputa col cock fra le mani, roba di classe!

Una ragazza col cock tra le mani: questa è sottilissima!

Si sa che il diavolo è cornuto, che cucina con proprie pentole (ma senza coperchi) e che è tentatore: mettiamoci un fabbro cornuto in mutande di pelle che cucina la bruschetta!

Bella gioia, ce la vuoi una strusciata di salsiccia sulla bruschetta?

Qualcuno fa notare che pure le capre so’ parecchio sataniche, e poi Lovecraft stesso cita il Capro: e mettiamoci pure la capra!

«Capra! Capra! Capra! Capra!» (cit.)

Tutta questa imbarazzante corte dei miracoli è comandata da Lavigna, che si presenta come «Io sono Lavigna, madre di ogni mistero, custode del segreto nero», da cui l’usanza paesana di festeggiarla ogni anno gridando in coro: «Lavigna, facce vede’ er segreto nero!»
Fatale fu il giorno in cui Steele accettò La maschera del demonio (1960) di Mario Bava: l’esagerata fama del film l’ha incastrata in ruoli horror di cui il mondo poteva benissimo fare a meno.

No, il coccodrillo volante in altro a destra noooooooooo!

Toccando (male) tutti i temi citati del racconto di Lovecraft, Robert “Bruce Lee” Manning sale la sua pagoda di mostri sempre più ridicoli e insopportabili fino a scoprire che forse è tutto un delirio indotto dalle droghe – altre grandi protagoniste degli anni Sessanta – ma di sicuro c’è qualcuno che uccide in nome di Lavigna, e si sa che tira più una magia di Lavigna che un carro di capre.
Nella gara “Occhi Vuoti 1968” tra Lee, Karloff e Steele perdono tutti, in special modo gli spettatori. Neanche le grazie della bionda e disinibita Virginia Wetherell – nel ruolo di Boh, l’attrice che non sapeva che parte aveva – riescono a regalare altro che pernacchie ascellari al film. E pensare che c’era il serio rischio di poter cavalcare la moda del satanismo che stava per conquistare il mondo, invece ci si è persi fra le capre.

«Capra! Capra! Capra! Capra!» (cit.)

Non stupisce che poco dopo il regista Vernon Sewell si sia ritirato dal cinema e non ne abbia voluto sapere più nulla per i successivi trent’anni di vita.

Guarda, ecco il titolo: “Cinquanta sfumature di cremisi”

Comunque il Crimson Cult – come recita il suo titolo alternativo – non rimarrà inascoltato. Qualche mese dopo questo film, sulle riviste della Warren Publishing nasce il fumetto di Vampirella, personaggio che nei primi anni affronterà gli adepti del terribile culto del Caos, amante di messe nere e satanate varie: lo chiamano anche Crimson Cult perché nasce dal misterioso libro noto come Crimson Chronicles. Mi piace pensare che il fumetto si diverta a citare uno dei primi film finto-satanici della nuova èra.

Anche il Dracula di “Vampirella” legge
“Cinquanta sfumature di cremisi”

L.

amazon– Ultimi film da Lovecraft:

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27 risposte a Black Horror (1968) Le messe nere di Lovecraft

  1. Sam Simon ha detto:

    Ahahah! X–D

    Il salvaschermo di Christopher Lee, lo jettatore di Karloff e “W la vigna” (sempre W la vigna, da lì viene l’uva e quindi il vino!) sono tutte trovate splendide. Così ritorno al lavoro post vacanze con energia, grazie! :–)

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  2. Cassidy ha detto:

    Morto, non sacrificato dal culto, ma dal ridere leggendoti, il segreto nero di Lavigna ha richiesto una pausa risate tutta sua (storia vera). Grazie ne avevo proprio bisogno, del film invece decisamente meno 😉 Cheers

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Durante la visione ho avuto i crampi e forza di ridere, è uno dei migliori film involontariamente comici che ho avuto il piacere di vedere: e più Lee, Karloff e Steele fissano il vuoto, più la sceneggiatura spernacchia con le ascelle, più si ride della grossa.
      Povero Lovecraft, non è proprio destinato alla grandezza in sala 😀

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  3. Celia ha detto:

    Eccellente (il post) e surreale (il film… ma è poi un film o lo scarabocchio di un bambino ritardato?).

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  4. Il Moro ha detto:

    Post divertentissimo, il film… diciamo che non mi interessa!

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  5. Willy l'Orbo ha detto:

    Ahahahaha! Come realizzare un post leggendo il quale l’interesse, le nozioni e le risate vanno di pari passo! Da tutto ciò che è legato a Lavigna, al “capra!” di sgarbiana memoria senza dimenticare la finissima ragazza nuda col cock tra le mani….chi l’avrebbe detto che da Lovecraft si potessero trarre spunti così comici (d’altronde l’inettitudine Z fa miracoli e tu la trasformi in ironia impagabile 🙂 )!!! 🙂

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  6. Zio Portillo ha detto:

    Lucius, questo post fila in cima ai tuoi migliori e più ispirati lavori. Mi spiace perché di solito in cima ci sono pezzi seri frutto di ricerche certosine e minuziose ricostruzioni. Ma davanti a cotanta comicità c’è solo da levarsi il cappello!

    Oh, e meno male che con Lovecraft tutti aspettavamo articoli cupi, tetri, zepi di misteri e di terrore. Invece ogni lunedì c’è da sbellicarsi dalle risate! Sai che da oggi in poi nella mia testa riecheggerà per sempre un “Cthulhu movdilo!”.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      «Sèmo: è finto!» 😀
      Quando i temi lovecraftiani sono trattati in modo cupo, tetro e misterioso da chi non è capace di farlo, c’è solo da farsi grasse risate. Visto poi che nei Sessanta siamo parecchi lontani dal Maestro dell’orrore come tutti ultimamente lo considerano, quindi abbiamo Lavigna tra le capre che ci regala oro! ^_^

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  7. Giuseppe ha detto:

    Vorrei anch’io poter dire qualcosa di umoristico su questo film, se non fosse per il fatto che non ne ricordo assolutamente NIENTE, nemmeno un singolo fotogramma: sarà per il fatto che, quando ci sono miei attori/attrici di culto (Karloff, Lee, Steele) in scena solo per venire presi per il culto in questa maniera, allora cala automaticamente un velo pietoso sulla memoria per ridurre le sofferenze (per non parlare di come, leggo, abbiano fatto in modo che dell’originale “The Dreams in the Witch-House” non rimanesse nemmeno l’ombra)… Insomma, stando così le cose, non credo di aver voglia di riguardarmelo: meglio gustarsi un buon succo d’uva di vigna, foss’anco un po’ asprigna, che farsi venir la tigna rimirando le pessime arti occulte di Lavigna, fattucchiera portatrice di gramigna 😜

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Mi sono letto il racconto originale di Lovecraft proprio per capire come fosse possibile che un film del genere potesse anche solo lontanamente esservi accostato – sebbene sia una scopiazzata, visto che il nome di HPL non risulta nei crediti – ed era tutto lì: gli elementi salienti del racconto sono tutti presi e si trovano nel film, rovinati quasi a farne una triste parodia.
      Non ci rimane che fare come gli Spartani in Lacogna, e gridare… Evviva Lavigna ^_^

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  8. armiere guns ha detto:

    interessante…..

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  9. Conte Gracula ha detto:

    La faccenda della matematica e della stregoneria rivela un vecchio pregiudizio degli statunitensi: le donne che avrebbero problemi con la matematica (mi pare ci sia una Barbie parlante che si lamenti di quanto sia difficile. Fece un po’ di rumore, ovviamente).
    Probabilmente, Lavigna fu messa ad arrostire perche capace di fare il calcolo differenziale, doveva essere per forza una strega, secondo le concezioni di allora!

    il look della strega con le corna è figo: pensala nei Masters of the Universe, sarebbe perfetta!

    Un pezzo davvero divertente, anche per i finissimi doppi sensi XD

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Evil-Lyn era una signora di gran classe, quelle piume in testa non se le sarebbe mai messe 😛

      Nel mio viaggio alla scoperta della traduzione italiana del “nightmare” di Shakesperare ho scoperto Maria Gaetana Agnesi, famosissima matematica italiana settecentesca considerata la nostra Ipazia, così famosa che infatti gli italiani la ignorano. Ma all’estero era famosissima per i suoi studi su una curva geometrica chiamata “versiera” (dal latino vèrtere, girare). I traduttori inglesi si spaccarono la testa: come si traduce la Versiera di Agnesi? Vanno a vedere i dizionari italiani e scoprono la traduzione, ma non si accorgono che una stessa parola aveva due significati: in alcune accezioni la Versiera era considerata la moglie del Versiere, contrazione di Avversiere, cioè colui che avversa: chi avversa Dio? Il diavolo. Quindi l’Avversiere è il Diavolo e la Versiera sua moglie. Quando Shakespeare usò nightmare (parola che lui, come ogni altro inglese prima di lui, ignorava) gli italiani capirono che si riferiva a quel demone che opprime il sonno e lo tradussero “Versiera”, così gli inglesi fecero lo stesso ma in senso opposto, fraintendendo la curva geometrica con la diavolessa. Quindi la povera matematica italiana è famosa per The Witch of Agnesi. Ecco quindi una donna matematica trattata da strega 😛

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  10. Evit ha detto:

    Tra articolo e commenti è un compendio di risate inaspettate, e per l’ennesima volta mi ritrovo a dovermi alzare dal letto e andarmelo a leggere in bagno (se interrogato dirò che è la prostata) per non dar fastidio ai fortunati dormienti per via delle mie risate trattenute alla maniera dei soldati romani quando in Brian di Nazareth sentivano nominare Marco Pisellonio e sua moglie

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Quel famoso post prostatico su La7 ha aperto la via: quando molli il compagno di letto, la scusa è sempre la prostata 😀
      Come vedi Lovecraft tira sempre fuori il peggio da registi e sceneggiatori, ma ci regala anche tanta allegria.

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      • Evit ha detto:

        Penso sia più spassoso l’articolo che il film e mi fermerò lì. Io generalmente sono allergico ai film sui satanismi perché da buon ateo non mi basta vedere una capra per provare un brivido di rimando, figuriamoci quando non riescono neppure a fare un film sul satanismo come si deve e ripiegano sulle povere streghe mentre dicono DROGATI!!! (cit.) ai beatik.

        (Il giorno che soffrirò davvero di prostata dirò che sto recuperando gli articoli di Lucius)

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Anche “Rosemary’s Baby” a parte un paio di scene forti non aveva nulla di “satanico”, il trucco sta nel creare una buon atmosfera e avere una buona trama: ecco perché i film satanici in media sono spazzatura 😀

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      • Evit ha detto:

        Infatti se ci fosse una buona trama mi coinvolgerebbero pure i film satanici a prescindere dalle mie credenze o meglio non credenze, purtroppo non ce l’hanno quasi mai perché sanno che al pubblico timorato di Dio basta vedere una tavola ouija e già si cacano sotto, quindi perché sforzarsi oltre? A quel punto meglio End of Days con Schwarzy

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Schwarzy negli anni Novanta mette molta più paura di Satana, per la mostruosa bruttezza dei suoi film 😀
        Non bisogna credere per forza, altrimenti non avrebbe senso vedere la fantascienza! Si vede un film per intrattenimento, al di là del credere: se il film è fatto bene lo si può apprezzare con piacere, soprattutto se non si crede.

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      • Evit ha detto:

        Del resto non credo neanche agli alieni e Alien è il mio film di fantascienza preferito 😄

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  11. Pingback: La vergine di Dunwich (1970) Lovecraft, l’infilmabile | Il Zinefilo

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