30 anni di Cacciatore bianco, cuore nero (1990)

Il 30 agosto del 1990 usciva nei cinema italiani uno dei più grandi e cocenti insuccessi di Clint Eastwood, un film talmente sbagliato che immediatamente è stato infilato sotto il tappeto e mai più citato nelle rare volte in cui si parla della produzione di Clint in cui non impugni una pistola. Lo stesso, mi piace festeggiarne il trentesimo anniversario.

Dal Duemila inoltrato Clint Eastwood è come la mamma o la propria squadra di calcio: non si discute, si ama e basta. È difficile trovare qualche tipo di approfondimento critico sulla sua opera perché non si può dire altro che bene, su di lui, quindi non si esercita alcuna capacità critica. Una volta il suo rapporto con il proprio pubblico era diverso.
Clint è sempre stato un regista autoriale, che dagli anni Settanta alterna apparizioni come attore a produzioni spesso molto personali, che altrettanto spesso hanno incontrato la totale indifferenza del pubblico, grazie anche ad una distribuzione terrificante: se un film drammatico o di scavo psicologico viene spacciato come “la nuova avventura di Callaghan”, è difficile che il risultato soddisfi.

Allo scoccare del suo sessantesimo compleanno Clint compie un’altra delle sue operazioni personali: prende una sceneggiatura che da trent’anni girava per Hollywood in cui si racconta di un regista particolare, e la trasforma in film. Dando così l’impressione di fingere di parlare di un altro regista quando in realtà sta parlando di se stesso. Ma è davvero così? Non si sa: l’insuccesso tombale di White Hunter Black Heart l’ha immediatamente fatto sparire dai radar dei critici.
Clint ci ha creduto e infatti alla fedele compagna Warner Bros affianca la propria casa, Malpaso Productions. Si parla di un costo di 24 milioni di dollari per un incasso mondiale di soli due: in pratica nessuno all’epoca ha pagato per vedere in sala questo film, in nessuna parte del mondo.
Per fortuna questo disastro esce insieme a La recluta – sempre co-prodotto da Warner e Malpaso – che incassa bene, e dopo un po’ di tempo dietro la lavagna col cappuccio da somaro Clint torna e, sempre con Warner e Malpaso affiancati, sforna Gli spietati (1992) – stavolta 100 milioni di incasso contro 14 di costo! – e Un mondo perfetto (1993), che va in paro in patria ma fa il botto all’estero. Va be’, Clint, sei perdonato.

Come sempre quando si parla di nomi importanti, i più grandi estimatori e fan di Clint Eastwood sono quelli che una volta da ragazzini hanno visto un suo western e ignorano gli altri dove non spara (e sono davvero tanti): il fatto che dopo essere crollato nel baratro con White Hunter Black Heart Clint si tiri su nell’unico modo a lui possibile, cioè con un altro western, è la prova lampante che il film del 1990 ha colto nel segno, come vedremo.
Il film esce in patria il 14 settembre 1990 ma, come detto, l’Italia lo precede ed esce il 30 agosto con il titolo Cacciatore bianco, cuore nero. La Warner Home Video lo porta in VHS nel giugno 1991 ma bisogna aspettare il 1995 perché esordisca sul canale TV a pagamento Tele+1.
È disponibile in DVD Warner dal 2004.

Un buco nero per un regista bianco

Il film è tratto dal romanzo omonimo del 1953 di Peter Viertel (1920-2007), tedesco di nascita ma californiano sin dall’età di otto anni. Il testo è ignoto in Italia (arriva di nascosto nel 1990 per Rizzoli e subito scompare) ma parlando di cinema è molto noto ed amato ad Hollywood, venendo considerato ancora in tempi recenti uno dei migliori racconti per capire il mondo cinematografico nell’immediato dopoguerra.

Viertel era amico e spesso collaboratore di John Huston e nel romanzo racconta l’incredibile avventura che è stata girare il film La Regina d’Africa (1951), grande successo dell’epoca tratto da un romanzo del 1935 del britannico C.S. Forester, noto autore di avventure marinare. Quanto c’è di vero nel romanzo di Viertel e quanto è lasciato alla “licenza poetica”? Non lo sappiamo, ma è facile che le parti più incredibili siano quelle più verosimili, conoscendo gli interessati.
Curioso che l’interesse suscitato dalle riprese in Africa di un film hollywoodiano sia stato ben minore quando situazioni molto simili si sono avute con John Ford e il suo Mogambo (1953), che però non ha avuto alcun cantore.

Il primo problema della vicenda è che all’epoca del racconto John Huston ha 45 anni, con solo una manciata di film all’attivo (oggi tutti titoli di culto ma all’epoca i botteghini erano stati altalenanti) e una pessima reputazione di inaffidabile, insolvibile, fanfarone, eterno ritardatario, spendaccione e l’elenco potrebbe durare a lungo. Clint Eastwood ha 60 anni suonati (li compirà proprio mentre il film viene presentato al Festival di Cannes, quel maggio 1990) ha sulle spalle una carriera sterminata e caratterialmente è l’esatto contrario di Huston, in quanto baluardo di professionalità, serietà e precisione. Perché dunque scegliere di calarsi in quel personaggio così distante da lui?
Il romanziere Viertel stesso (aiutato da James Bridges e Burt Kennedy) scrive l’adattamento filmico dal suo libro, facendo un lavoro discutibile: in pratica si limita ad estrarre i dialoghi più salienti e a farli recitare identici. Questo fa sì che ogni spiegazione si perda per strada, e l’agire dei personaggi sia lasciato totalmente alla personale interpretazione degli spettatori. Se già questa è una bella falla nella nave, il vecchio Clint che fa il “giovane scapestrato” assicura che tutto affondi. Di nuovo, perché scegliersi un ruolo del genere?

Si capisce che sono giovane e scapestrato?

John Wilson (cioè la versione romanzata di John Huston) è un regista d’altri tempi, in cui Hollywood era qualcosa ormai inimmaginabile. Cerco di spiegarmi ai ggggiovani: Huston era l’equivalente di uno sviluppatore per Google dei giorni nostri, cioè un ingranaggio di lusso facente parte di un’entità enorme e ricchissima, da cerca di mungere a profusione, sapendo però che se i risultati non sono adeguati ci si ritroverà in mezzo ad una strada. Se uno sviluppatore ricevesse da Google l’offerta di una vacanza di sei mesi in una località paradisiaca a scelta, tutto spesato, extra inclusi, più un lauto stipendio, a patto solo che sviluppi una semplice applicazione per telefono che piaccia… dubito che rifiuterebbe o farebbe i capricci. Non si porrebbe domande del tipo: “ma la mia app sarà etica?”
John Wilson rifiuta quel gioco: accetta la vacanza, accetta i soldi, ma per motivi che conosce solo Peter Viertel vuole che l’applicazione faccia schifo e che sia un fallimento. Così, perché gli va. Perché gli piace fallire alla grande: non abbiamo altre spiegazioni.

Wilson accetta di girare il film in questione – nella realtà, come detto, sarà La Regina d’Africa – perché questo gli permette di passare sei mesi in Africa, tutto spesato, per dedicarsi alla caccia grossa. Sembra di capire che gli scritti di Hemingway abbiano fomentato lui come in effetti hanno fomentato generazioni di cacciatori, che trovano nella caccia grossa africana un’epica che in realtà non esiste – visto che anche gli animali più grossi e pericolosi non hanno fucili per difendersi a distanza – ma tutto questo, di nuovo, è lasciato all’immaginazione dello spettatore, come ogni altro aspetto di un film già naufragato prima ancora di iniziare.

Qualche mese fa per pura fortuna ho trovato in un polveroso negozietto dell’usato una copia Euroclub del romanzo di Viertel, tutto contento di poterlo leggere in vista di questo anniversario. Arrivato con estrema fatica a pagina cento, ne avevo tipo altre diecimila da affrontare e non ce l’ho fatta. È un romanzo d’altri tempi, quando un dialogo durava dieci pagine e bisogna lavorare di passino per togliere l’abbellimento e cercare di arrivare al succo del discorso. Da questo punto di vista Viertel ha fatto un lavoro titanico per il film, togliendo almeno trecento pagine di chiacchiere e lasciando solo i dialoghi salienti, che però non spiegano nulla. Sono solo dialoghi.
A meno che il personaggio non dica “Voglio andare a caccia per questo motivo”, è l’autore che in qualche modo – direttamente o indirettamente – deve spiegare o far capire al lettore perché quel personaggio voglia andare a caccia. Invece questa è una storia che si spiega solo tramite dialoghi che non spiegano niente: al massimo ci viene detto che Wilson ha la febbre della caccia, e uccide animali perché è un peccato che può commettere legalmente. Che cacchio significa? Quindi Wilson va in cerca di “peccati legali”? La cosa non sembra interessare minimamente né all’autore né al regista.

Guarda laggiù, una motivazione per il mio personaggio: ora le sparo!

L’unico momento in cui sembra di capire qualcosa di tutta questa dispendiosamente inutile operazione è nei primi minuti di film, quando Viertel deve riassumere in dieci minuti le prime cento pagine del libro, limitandosi ad estrapolare intatti i dialoghi e togliere il resto. Così da essere sicuro di non spiegare nulla.
In disaccordo sul finale da dare al film in lavorazione, all’amico scrittore Pete Verrill (un giovane Jeff Fahey che interpreta la versione romanzata dell’autore stesso, Viertel) Wilson spiega che non si può fare un film pensando ai «mangiatori di pop corn» che lo vedranno, non si può scrivere una storia con il pubblico in mente: la si deve scrivere come si sente di volerla raccontare. Se piacerà o meno non ha alcuna importanza.

Un giovane e ancora sconosciuto Jeff Fahey come migliore amico di Clint

Dalle parole che il Clint attore recita, nel film del Clint regista, escono fuori molte similitudini con la carriera del Clint autore. Sin da Brivido nella notte (1971) Clint ha fatto film personali, come li voleva lui, seguendo una propria poetica indipendentemente dal fatto che poi il pubblico lo seguisse, e infatti ogni volta che i film erano troppo personali (o non erano western) non l’ha seguito. Quindi Clint sente un’affinità con il John Huston di finzione della storia? Ci sta dicendo che anche lui, come il suo corrispettivo, si sente un dio crudele che dispone dei personaggi a proprio piacimento infischiandosene degli spettatori anzi spesso per cattiveria nei loro confronti?
Difficile crederlo, visto che dopo ogni film personale che ha creato, Clint è dovuto correre ai ripari girando un sicuro successo, cioè o un western o un altro episodio di Callaghan. Quindi al pubblico ci pensa eccome, e infatti dopo due toppate di fila – questo film e il precedente Bird (1988) – è dovuto correre ai ripari con il solito western, che fa sempre strappare le mutande agli spettatori. Ai mangiatori di pop corn Clint ci pensa eccome, dosando sapientemente prodotti personali (che nessuno vede) a successi facili (che sono i soli che tutti ricordano).

Il cinema è così, amico mio: prima li fai annoiare, poi strappi loro le mutande

Forse l’unico contatto con il personaggio di Wilson è la linearità della storia. Come il John Huston di finzione anche Clint non sembra amare i sottotesti e i vari livelli di lettura, sfornando sempre storie molto lineari: è un suo gusto o pensa che altrimenti perderebbe l’interesse dei mangiatori di pop corn?

Guarda là, un sottotesto: ora gli sparo!

Gli scambi iniziali di dialoghi al vetriolo fra i due amici sono intriganti e mostrano che certe tematiche sul cinema esistono da sempre e non sono mai state risolte. Cos’è più importante, scrivere una buona storia o una storia che piaccia? Se un autore è più che convinto che i personaggi del proprio film alla fine meritino di morire, ma questo significa un insuccesso al botteghino perché agli spettatori piacciono le storie al lieto fine, come si deve comportare?
Non sono questioni filosofiche, anche se così vengono trattate: il cinema è un’industria e come tale il prodotto finito deve vendere, altrimenti è una perdita e molti professionisti saranno penalizzati. Questo cerca di spiegare Verrill/Viertel al Wilson/Huston, che invece considera il ruolo del regista come quello di un dio, che decide liberamente quale personaggio debba vivere e quale morire.
Tolti questi primi minuti, il resto del film è così lineare da diventare noioso. Wilson vuole cacciare un elefante, per motivi suoi, e cento minuti di storia sono persi in allungamenti di brodo poco ispirati su questo unico filo narrativo.

Cento minuti per arrivare a questa scena mi pare un po’ esagerato

C’è una lunga scena in cui volano sull’Africa manco fossimo tornati a La mia Africa (1985). Tutto bello, eh? Bei paesaggi, belle vedute, ma che c’entra con la vicenda? Niente. C’è una lunga scena in cui scendono il fiume su un barcone raffazzonato, manco fossimo tornati a Fitzcarraldo (1982). Tutto bello, eh? Bei paesaggi, belle vedute, ma che c’entra con la vicenda? Niente. Arrivano pure gli equivalenti di Humphrey Bogart e Katharine Hepburn, attoroni viziati e polemici, ora si litigherà della grossa. No, li si vede per cinque secondi e poi scompaiono. Che c’entra con la vicenda? Niente. Bravo, Clint, per raccontare la storia di un fallimento ce la stai mettendo tutta.

Dei perfetti Katharine Hepburn e Humphrey Bogart buttati via senza utilizzarli

C’è tempo di mostrare quanto i britannici siano stronzi, che in un film americano è una tappa fondamentale, c’è tempo per Wilson di fare un lungo pippone a favore degli ebrei che i britannici so’ tutti stronzi nazisti, c’è tempo di buttare via lunghe e imbarazzanti scene a mostrare Wilson paladino dei neri contro quegli stronzi di britannici che sono tutti razzisti, perché invece nel 1950 in America i neri li prendevano a bacetti e carezze.
Insomma, a Clint è partita la brocca: s’è seduto in una panchina del parco e sta gridando le sue convinzioni senza alcun vago criterio né logica né alcuna attinenza con la trama.

Embeh? So’ io er regista e me la comando!

Quando ho visto il film per la prima volta, quel 1995 in cui Tele+1 l’ha trasmesso, sono rimasto molto deluso, oltre che annoiato: ma di cosa parla ’sta storia? Di cinema? Di caccia? Di razzismo? Di amicizia? Un po’ sì, un po’ no, un po’ boh. Temo che Clint stesso non sappia di cosa parli il suo film.

Coraggio… lasciati spiegare!

Di sicuro non parla della lavorazione de La Regina d’Africa, visto che non una sola parola viene spesa su quel film, di sicuro non parla del mondo del cinema, perché dopo il citato dialogo nei primi dieci minuti poi non viene più affrontato l’argomento. L’amicizia fra Wilson e Pete non si capisce su cosa si basi e il comportamento dei due è misterioso e mai spiegato. Insomma, un film che merita l’enorme insuccesso che ha ottenuto, a riprova che quanto dice Wilson è sbagliato: bisogna tenere conto dei mangiatori di pop corn, soprattutto quando si toppa con film come questo.
Su, Clint, ora che hai gridato contro i britannici stronzi è tempo di alzarsi dalla panchina e vestirti da cowboy: c’è l’ennesimo western strappamutande da girare, per farti perdonare.

L.

amazon– Ultimi anniversari:

Informazioni su Lucius Etruscus

Saggista, blogger, scrittore e lettore: cos'altro volete sapere di più? Mi trovate nei principali social forum (tranne facebook) e, se non vi basta, scrivetemi a lucius.etruscus@gmail.com
Questa voce è stata pubblicata in Anniversari e contrassegnata con , , . Contrassegna il permalink.

19 risposte a 30 anni di Cacciatore bianco, cuore nero (1990)

  1. Sam Simon ha detto:

    Come hai scritto te… mai sentito sto film! E secondo me ne hai scritto una recensione più interessante del film stesso, a occhio c’hai pensato più te di Clint a cosa volesse dire!

    Comunque lui per me è davvero altalenante. Ha fatto vari filmoni, ma quando prende le cantonate le prende davvero grosse!

    Piace a 1 persona

    • Lucius Etruscus ha detto:

      Prima dei Duemila la sua attività autoriale ha spaziato tra mille argomenti, con uno stile personale che spesso non ha incontrato il favore del pubblico, soprattutto quando non spara alla gente. Poi è diventato simbolo di unità nazionale e guerra eterna quindi è diventato indiscutibile.
      Questo film nel 1990 è stato pompatissimo, in Italia, ma subito dopo l’uscita non ne ha parlato più nessuno 😛

      Piace a 1 persona

  2. wwayne ha detto:

    Il miglior film di Clint Eastwood è senza dubbio questo: https://wwayne.wordpress.com/2020/06/07/una-brava-persona/

    "Mi piace"

  3. Vasquez ha detto:

    Quando si fanno molti film, è inevitabile che non tutti siano capolavori. Se poi però, per riportare la pagnotta ti tocca fare sempre lo stesso genere di film, qualcosa vorrà pur dire. E qui siamo alla questione: il gusto del pubblico va affinato per adattarsi a quello che un autore vuole esprimere (quando vuole esprimere qualcosa, certo), oppure è l’autore che deve adattare la sua opera ai gusti del pubblico?
    Non ho la risposta. Non ho visto tutti i film di Eastwood, anzi. Quello che più mi è rimasto impresso è Million Dollar Baby, visto una sola volta e poi mai più: troppo straziante, ai limiti del sopportabile.
    Detto questo, il mio film preferito di Eastwood è Space Cowboys, con il personaggio di Tommy Lee Jones sopra tutti. Che vuol dire? 😛

    Piace a 1 persona

    • Lucius Etruscus ha detto:

      E’ una scelta che ogni autore deve fare, se raccontare ciò che ha da dire (se ha da dire qualcosa) o raccontare ciò che il pubblico vuole sentirsi dire. Teoricamente è di questo che parla la storia in questione, di un regista che inizia come dio crudele poi capisce il peso delle proprie azioni e decide di optare per piacere al pubblico, ma il tutto è così confuso e annacquato che non mi stupirebbe che invece Clint abbia voluto dire il contrario!
      Clint recita dagli anni Sessanta e dirige film scritti da lui dagli anni Settanta: se ti è rimasto impresso un film degli anni Duemila, non scritto da lui, è proprio perché molti dei suoi film più personali la Warner non fa gran che per distribuirli ed è estremamente raro che passino in TV. Clint aveva una poetica molto personale e particolare, per nulla dedicata ai “mangiatori di pop corn”, quindi ogni film personale è stato subito dimenticato e si è sbrigato a fare film di sicuro successo, quelli sì ben distribuiti e trasmessi in TV.
      Quindi Clint ha fatto una scelta di mezzo: i soldi che guadagna coi film di sicuro successo li ha usati, anni fa, per fare film molto più personali, di sicuro insuccesso.

      Piace a 1 persona

  4. Lorenzo ha detto:

    Non so se siano stati insuccessi oppure no, ma Gran Torino, Mystic River, Million Dollar Baby, Invictus, J. Edgar, Sully, Changeling, The Mule… a me sono piaciuti tutti, restando nella produzione post 2000. Faccio prima a dire quelli che non mi sono piaciuti, tipo American Sniper o quello dell’attacco al treno.

    Piace a 1 persona

    • Lucius Etruscus ha detto:

      Sui gusti non discute, non è questo il discorso, il problema è chi paga un biglietto in America per vedere Clint al cinema quando esce un suo nuovo film. E prima del Duemila i suoi fan erano molto meno fan del dopo Duemila, soprattutto riguardo ai film in cui Clint non sparava a nessuno 😀

      "Mi piace"

  5. Pingback: Cacciatore bianco, cuore nero (1990) | IPMP – Italian Pulp Movie Posters

  6. Willy l'Orbo ha detto:

    Detto che di Clint mi è piaciuto molto Richard Jewell (dopo alcuni film, a mio giudizio, non all’altezza), il lungometraggio trattato oggi non l’avevo mai sentito, mi era del tutto sfuggito e leggendo il post non stento a capirne il perché. Proprio in virtù della mia non padronanza dell’argomento ho letto la storia e la recensione con molto interesse: dettagli, ricostruzioni, riflessioni fanno sempre la differenza tra un’ignoranza che sfocia in indifferenza e un’ignoranza che sfocia nel suo opposto, l’interesse che fomenta la conoscenza. Lavoro ben eseguito, Lucius 🙂

    Piace a 1 persona

    • Lucius Etruscus ha detto:

      Come sempre consiglio il recupero, anche perché comunque è un film di Clint e quindi merita anche se è un lavoro meno fortunato, ma il fatto stesso che sia poco conosciuto la dice lunga su come sia stato infilato sotto il tappeto con gran velocità. Possibile che la Warner non abbia tentato di recuperare qualcosina mediante una miglior campagna pubblicitaria in home video? Invece ha così paura di “contaminare” il Clint che piace, quello indiscutibile, che preferisce dimenticarsi di questo film.

      "Mi piace"

  7. Celia ha detto:

    Per quanto mi riguarda l’arte ha sempre la priorità sull’industria.
    Detto questo, è ovvio che se vuoi giocartela, anche accettando il rischio di perdere contro i mangiatori di popcorn – e di romanzi un tanto al chilo – senza con ciò valere di meno, dovresti come minimo sfornare qualcosa di valido.

    Piace a 1 persona

    • Lucius Etruscus ha detto:

      Infatti i film indipendenti sono il sale della terra, perché sono spinti principalmente dalla voglia di comunicare, al di là se poi il risultato entrerà in qualche classifica o sarà amato dal pubblico.
      Però Hollywood è un’industria, e Clint è un dirigente d’industria: nessuna produzione indipendente avrebbe trovato 24 milioni di dollari per mandarlo in Africa a girare in esterni, quindi anche se Clint voleva fare un film personale l’ha fatto coi soldi della Warner, industria che non pensa all’arte ma alla distribuzione di prodotti per l’intrattenimento. Diciamo che se il regista non avesse fatto Eastwood di cognome la Warner mai avrebbe fatto nascere questo film, che in pratica ha regalato in perdita ad uno dei suoi dirigenti d’industria più spendibili.

      Piace a 1 persona

  8. Cassidy ha detto:

    Ottima analisi, da una parte abbiamo un autore con piani per la sua filmografia e la voglia di portare al cinema storie anche controverse, dall’altra il mito dei miti, pupillo della Warner che produce tutti i suoi film. Ad ovest dei Western e di Dirty Harry, ci sono film di Clint che amo molto (Bronco Billy, Firefox, Honkytonk Man e Bird, tutta roba spesso ignorata dal pubblico e massacrata dalla critica) che non é stata rivalutata perché é più facile citare Milion Dollar Baby. Ma sul serio io con tutta la passione e la buona volontà “Cacciatore bianco, cuore nero” non l’ho mai capito, devo averlo visto almeno tre o quattro volte in diversi momenti della vita, cerca di essere uno dei personaggi controversi di Clint senza riuscirci, la caccia non é metaforica (non abbastanza), la critica non arriva, insomma parla di bianco e nero, ma resta in una zona grigia che non ho mai capito per davvero, mi consola sapere che non sono il solo, questi auguri a questo stranissimo film ci stanno alla grande 😉 Cheers

    Piace a 2 people

    • Lucius Etruscus ha detto:

      Hai citato film che una volta addirittura potevi beccare in TV, ma ormai sono tutti sepolti sotto il tappeto: vuoi mettere Gran Torino? Curioso che un autore che dal 1971 scrive e dirige film venga citato per film degli ultimi anni, spesso non suoi!
      Pensa che io ho visto Firefox al cinema, bambino di genitori comunisti: quella propaganda era odiata in famiglia… ma quando vedi Clint che sale a bordo del Firefox tutto crolla: è solo il mito che comincia a piegare il cielo!
      Eastwood è stato davvero una mosca bianca ad Hollywood, al contrario di divi di cartone aveva una sua personale poetica e nessuna paura di usarla, anche quando i film spesso finivano ignorati dal pubblico o stroncati dalla critica. (Ti ricordi quando esisteva la critica e pure Clint poteva essere criticato? Tempi lontani…)
      Per questo trovo svilente questi anni Duemila, in cui San Clint è indiscutibile per film che non rappresentano sessant’anni di carriera a testa alta.
      Quando tra cent’anni Clint ci lascerà, sarà purtroppo ricordato per “Million Dollar Baby” e “Gran Torino”, nel migliore dei casi: cioè film che non c’entrano una mazza con ciò che ha raccontato in sessant’anni di carriera.

      "Mi piace"

      • Giuseppe ha detto:

        Ma adoratissimi, ci scommetto, da chi ha sempre snobbato i suoi western e tutti i “Dirty Harry” dal primo all’ultimo per non parlare dei film sopracitati, Firefox in testa… in poche parole, adoratissimi da chiunque sia diventato fan di Clint solo dopo il duemila (comunque epoca di titoli degnissimi anche se, come hai detto sopra, qui giustamente non si sta facendo un discorso sui gusti). Quanto a “Cacciatore bianco, cuore nero” cosa dire, se non quanto mi sia sembrato un film lastricato di buone intenzioni che però oltre a queste non riesce mai ad andare, rendendosi poco comprensibile allo spettatore (quando ti sembra di aver capito che direzione stia prendendo, un istante dopo devi rimettere tutto in discussione)…

        Piace a 1 persona

      • Lucius Etruscus ha detto:

        Può darsi anche sia stata una ricca vacanza spesata in Africa, proprio seguendo l’esempio di Huston, riempita di “trappole narrative” così da far credere di star facendo un filmone quando invece Clint era più che consapevole trattarsi solo di una copertura per la sua vacanza africana con cui ha festeggiato i suoi 60 anni 😛

        "Mi piace"

      • Giuseppe ha detto:

        Può essere, del resto anche Clint avrà pur bisogno di prendersi una vacanza di tanto in tanto 😛

        Piace a 1 persona

  9. Pingback: Riposseduta (1990) 30 anni di Devil in Blue Dress | Il Zinefilo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.