Black Cat (1991) La Nikita di Hong Kong

Nel suo viaggio tra le donne toste del 1990, mercoledì scorso Cassidy ha parlato di Nikita (1990), un film leggermente fondamentale nella storia della narrativa moderna.

Prima della serie TV americana Nikita (2010), prima della serie TV canadese La Femme Nikita (1997, replicata in Italia fino allo sfinimento), prima del remake americano Nome in codice: Nina (1993), prima del remake marziale Nome in codice: Alexa (1992), prima di tutti… è arrivata Hong Kong ad omaggiare Luc Besson, raccontando identica la vicenda, ma cambiandola profondamente secondo il gusto asiatico.

L’assassina dalla doppia vita e dal nome in codice maschile ha avuto subito gli occhi a mandorla: il 21 febbraio 1990 esce in Francia il film di Besson – ad agosto poi arriva in Italia, buon trentennale! – e il 17 agosto 1991 arriva nei cinema di Hong Kong 黑貓 (Hak mau, o Hei mao, “Gatto nero”) di Stephen Shin, distribuito a livello internazionale come Black Cat.
Mi sembra scontato dire che è inedito in Italia.

Per noi i gatti neri portano sfortuna, invece sono il simbolo di Nikita!!!

Ricordate l’inizio di Nikita? Una rapina finita male, arriva la polizia e una fumatissima Nikita spara al poliziotto. Ad Hong Kong invece piace che l’eroina sia più positiva, così la vediamo fare la cameriera in un bar americano, frequentato dai tipici americani di Hong Kong: occidentali grandi, grossi, cattivi e con le boccacce sempre pronte.
Le molestie sessuali di un camionista fanno scattare la cameriera che ne approfitta per una forchettata citazionista bessoniana.

Anche ad Hong Kong le “gallinelle” reagiscono male

Una rissa da bar si trasforma in un massacro, perché ad Hong Kong tutto è sempre di più, e quando arriva il poliziotto si becca la sua pallottola per sbaglio. In prigione non va meglio, visto che le secondine (ovviamente americane) pestano la camerierina che alla fine reagisce, massacrandone una.
Una corsa rocambolesca finché la donna non viene uccisa per la strada. È il 6 marzo 1990, ci viene specificato, e la ragazza senza nome esce di scena.

«Moi, je m’appelle Nikità» (quasi-cit.)

Quella che si risveglia in un letto di una stanza spoglia è Black Cat, nome in codice scelto per lei per via del chip Black Cat inseritole nel cervello: ora è possibile “telecomandarla”, ma la misteriosa agenzia internazionale che ha inscenato la sua morte non vuole robot, bensì soldati d’élite. Va subito messo in chiaro che questa cosa se la perdono per strada: forse usano il chip per localizzare la donna, ma non viene specificato, sembra più un pezzo di sceneggiatura di cui tutti si sono dimenticati in fretta. Che sia un omaggio alla Robocoppa cyborghessa di Robotrix (1991)?

Cos’è che m’avete messo in testa? E che c’ho scritto in fronte, Robocop?

A gestire la nuova agente speciale arriva il Tchéky Karyo asiatico, il bel tenebroso dai modi decisi ma empatici: cioè Simon Yam. A vederlo non sembra, ma è fra i più apprezzati e noti divi di Hong Kong, e credo che in quanto a fascino sia davvero il corrispettivo locale di Tchéky. Bisognerebbe chiedere ad una spettatrice locale dell’epoca.

Dalla faccia non sembra, ma è il Tchéky Karyo della storia

Come dicevo, Black Cat non è la fotocopia di Nikita, è identico ma diverso: in pratica è la stessa operazione fatta dal Total Recall del 2012, la riproposizione identica ma diversa dell’originale. Tutti conoscono il film di Besson, inutile ripeterlo uguale, ma questo rimane un remake (sebbene non dichiarato) quindi i personaggi, la trama, lo sviluppo è identico: eppure riesce ad essere diverso. Perché lo stile cinematografico cinese è sempre quello di reinterpretare invece che copiare.

Sembra uguale… ma è diverso!

Gli autori sanno che tutto il pubblico di Hong Kong ha già visto il film di Besson, come fare a raccontare una storia che crei una qualsiasi emozione quando è nota l’intera vicenda? Ecco che così gli ingredienti di Nikita ci sono tutti, ma sono messi in ordine diverso, sparso, reinterpretati, adattati al gusto asiatico e studiati in modo che proprio quando la gente si aspetta che la donna dia lo schiaffo al maestro di karate… lei invece gli ammolla un calcione negli zebedei. E poi pure uno schiaffo!

Invece di uno schiaffone, prima un calcione, e poi uno schiaffone

Tutti sappiamo che quando il suo superiore le darà il permesso di uscire sarà invece una missione, e quindi… qui Black Cat viene lasciata uscire, scappa, prende un aereo e sembra finalmente libera. Mentre lo spettatore si chiede ora che si inventeranno per far tornare la storia nei binari, ecco che arriva la comunicazione: deve uccidere un uomo su un aereo. Tranquilli, è solo una simulazione al computer: gli addestratori di Hong Kong non sono pezzenti come quei quattro tizi francesi, qui ci sono strutture fantasticose. Invece sulle armi sono più simili.

Mi sembra più “fighettoso” il fucile di Hong Kong, ma in fondo sono simili

La vacanza veneziana diventa giapponese, e la cena della prima missione («È un uomo importante, devi ucciderlo con due colpi», ripeteva il trailer del 1990 che ho visto miliardi di volte) diventa un matrimonio mafioso: le sparatorie in cucina diventeranno un rinfresco in giardino… parecchio esplosivo.

Besson non era mica così pirotecnico

Proprio perché l’attrice deve saltare ovunque, sfondare vetri e rotolarsi tra spari ed esplosioni, neanche ad Hong Kong se la sono sentiti di lasciarle lo storico tubino della Parillaud: va bene che lì se gli attori non agonizzano vuol dire che non si impegnano, ma a tutto c’è un limite. Quindi le lasciano sempre una giacca, probabilmente a mascherare le protezioni, e lo storico tubino lo intravediamo solo in pochi fotogrammi.

L’unica apparizione dello storico tubino della Parillaud

Come Nikita sarebbe stato impossibile senza Anne Parillaud, Black Cat non avrebbe avuto alcuna speranza senza un’interprete da applauso: Jade Leung.
Nata ad Hong Kong nel 1969, a sedici anni molla tutto e va in Svizzera a vivere dai parenti: torna in patria nel 1990 per partecipare al concorso di Miss Asia, dove arriva alle semifinali. Fa la cameriera, la cantante, la fotomodella, finché la D & B Film si rende conto che è perfetta per Black Cat: ha un corpo sodo, capace di rendere credibili le rutilanti scene d’azione che dovrà gestire, e un’espressione ribelle irresistibile.

La facciuzza di chi sta per farti male

L’attrice è bravissima – non a caso per il film è stata premiata come miglior esordiente all’Hong Kong Film Awards – soprattutto nel passare da uno sguardo duro ad un’espressione di grande empatia, visto che ad Hong Kong non ci vanno leggeri come in Francia e il personaggio dovrà subirne di tutti i colori, perdendo anche amici solo perché l’hanno riconosciuta per strada. Per non parlare dell’uomo di cui si innamora e che tenterà di proteggere dalla sua doppia vita. Non ci riuscirà, visto che finiranno a completare un colpo insieme.

Questa vacanza si è fatta un po’ problematica

Gli asiatici sono mariomeroleschi di natura, quindi sono abituati a vedere un film d’azione esplosiva prendersi lunghe parti che sembrano uscite da un drammone napoletano, e questo Black Cat non fa eccezione: in novanta minuti c’è di tutto, dal drammone all’azione, tutto sapientemente dosato in modo che non stanchi mai.
A sorpresa c’è pure una citazione (credo involontaria) al nostro cinema. Black Cat e il suo fidanzato si incontrano al cinema – dopo che lei ha appena ammazzato un tizio – e sul cartellone… c’è Marcello Mastroianni! Chissà com’è la versione di Stanno tutti bene (1990) di Giuseppe Tornatore doppiata in cinese.

Galeotto fu Tornatore e il suo Mastroianni!

Un film veloce e schizzante in pieno stile di Hong Kong degli anni d’oro, con una storia che sebbene identica a quella di Besson, saprà sorprendervi per la sua reinterpretazione. E se pensate di conoscere il finale… sbagliate di grosso. Ai cinesi quello di Besson non è piaciuto, anche perché avevano già in tasca il copione di Black Cat 2, quindi con una trovata spettacolare – un gesto d’amore finale – il film manda tutto all’aria e riscrive il finale storico di Nikita. Anche perché qualche sceneggiatore si ricorda che la donna ha un chip in testa e non può andare da nessuna parte.

Quello francese è stato un film epocale perché inseriva una donna in un campo tipicamente maschile, in un’epoca in cui le “tipe toste” stavano esplodendo sempre più all’interno di un medium cucito su schemi maschili; ad Hong Kong di donne forti in ruoli da protagonista ne esistevano da sempre, e sparavano ai maschi almeno dagli anni Ottanta, per tacere della grande ondata del pinky violence asiatico degli anni Settanta. Quindi Black Cat non cambia nulla dello stile locale, ma rimane comunque un ottimo film d’azione da riscoprire.

L.

– Ultime donne toste:

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15 risposte a Black Cat (1991) La Nikita di Hong Kong

  1. Cassidy ha detto:

    Quando parti con queste iniziative sei da applausi a scena aperta, cinque altissimo! 😀 Non avrei mai avuto il tempo di recuperare una copia del film per scriverne, inoltre non lo avrei fatto così bene quindi sono ben felice di aver trovato la gatta nera sul Zinefilo questa mattina 😉 Dici bene i cinesi non copiano, adattano alla loro sensibilità, infatti questo film dimostra di aver capito Besson meglio delle tante serie televisive secondo me. Vado subito ad aggiungerti come link e grazie per la citazione! Cheers

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  2. Celia ha detto:

    Il gatto rosso sul titolo all’inizio m’è parso un canguro…

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  3. Sam Simon ha detto:

    Tanta roba, questo me l’ero perso! Nikita invece lo vidi in una VHS che mi fu presentata come roba devastante ed epocale a metà anni 90 dai miei fratelli più grandi e… avevano ragione!

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  4. Willy l'Orbo ha detto:

    Aridaglie! 🙂
    Come ieri, altro prodotto interessante assai però manchevole di una traduzione che non guasta mai!
    A questo punto spero non ci sia il due senza tre perché il mio paio di mani me lo sono già mangiato! 🙂 🙂

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  5. armiere guns ha detto:

    Fantastico l aug nella foto

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  6. Giuseppe ha detto:

    O.K., me l’hai venduto alla stragrande! Parto immantinente per il recupero 😉

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