Jackie Chan Story 1. Introduzione

Inizia il viaggio agli albori della carriera di Jackie Chan, un pioniere del cinema (non solo marziale) che è riuscito a ritagliarsi un suo spazio e a diventare una star internazionale partendo da un ambiente terribilmente competitivo, avendo come unici strumenti delle abilità che in realtà avevano tutti quelli che lo circondavano. Non so se tratterò tutti i suoi primi film o quelli più fondamentali: lo scopriremo durante il viaggio.

La principale fonte da cui ho attinto informazioni è Jackie stesso, mediante la sua corposa autobiografia I am Jackie Chan. My Life in Action, scritta con Jeff Yang e pubblicata da Ballantine nel 1998, eventualmente integrata con l’altra autobiografia Never Grow Up, scritta con Zhu Mo nel 2015 e pubblicata da Simon & Schuster in inglese nel 2018. Sono entrambe inedite in Italia, quindi ogni estratto del testo riportato va intendersi tradotto da me.


Introduzione

31 ottobre 1971. In America si festeggia Halloween, ad Hong Kong si assiste ad un evento parimenti soprannaturale: è la notte in cui il cinema locale cambierà per sempre. È la notte in cui esce The Big Boss [in Italia, Il furore della Cina colpisce ancora], il film con cui una star cinese senza successo in America torna in patria a scrivere con le proprie mani le nuove regole di un intero genere. Che non ha inventato ma di cui sarà il “ragazzo immagine”.

Il pubblico di Hong Kong impazzisce per il film, è una cosa così nuova che tutti i film successivi dovranno pagargli pegno. È per gli spettatori cinesi quello che L’emigrante di Charlie Chaplin è per gli immigrati americani: per la prima volta gli ultimi, gli oppressi, la feccia della terra… viene riscattata. Un popolo storicamente oppresso ed umiliato come quello cinese per la prima volta trova un eroe che non combatte per il signore locale, per il Governo o per gli alti valori di Confucio. Combatte per prendere a calci in culo il padrone oppressore: dovranno chiamare la polizia per calmare il pubblico in visibilio alle proiezioni di The Big Boss.

La prima del film ricostruita per Dragon: The Bruce Lee Story (1993)

Tutti impazziscono per il film… tranne tre giovani amici, che quella sera storcono la bocca in sala. Non hanno pagato il biglietto, sono degli “imboscati”, ma lo stesso esercitano il diritto di giudizio. Chi si crede di essere questo tizio che arriva dall’America a rubarci il lavoro?, comincia a lamentarsi uno di loro. «Ah, quel tizio non è nessuno. Non lo vedi? Combatte un’intera folla ma tutti si fanno avanti sempre uno alla volta». A parlare è uno stuntman di 18 anni di nome Yuen Lo, che un giorno si chiamerà Jackie Chan.

Il pubblico pagante ricostruito per Dragon (1993): Jackie è imboscato più dietro!

Fare il cascatore ad Hong Kong significa rischiare ogni giorno la vita, più volte al giorno, per qualche spicciolo, sognando un giorno di poter interpretare col tuo volto un film: poi arriva questo Bruce Lee dal nulla e diventa quello che schiere di cascatori sognano e non potranno mai neanche avvicinarsi ad essere. Jackie però cambierà velocemente idea, perché capirà che Bruce Lee non ha portato la pace ma la spada: quel giovane cascatore non sa ancora che il terremoto con cui Bruce distruggerà decenni di cinema sarà il trampolino di lancio per chiunque ci sappia fare nell’ambiente. E Jackie è un professionista ad Hong Kong sin da bambino, perché questa storia inizia lontano.


L’inizio di tutto

«Sono nato il 7 aprile 1954, unico figlio di Charles e Lee-lee Chan. Mi hanno chiamato Chan Kong-sang, che significa “Chan Nato ad Hong Kong”. Credo che i miei genitori non siano stati molto originali, in fatto di nomi, o magari volevano semplicemente celebrare il loro sollievo di avercela fatta ad Hong Kong, in quanto sopravvissuti ad una fuga precipitosa dai tumulti della cina continentale. Hong Kong era la terra promessa, un posto che offriva salvezza e prosperità. Un posto dove potevano iniziare nuove vite.»

Il 1954 per il calendario cinese è l’anno del cavallo, simbolo di energia, ambizione e successo. Non sembra il caso di Jackie, che a suo dire è rimasto per ben dodici mesi nel ventre materno, prima che un parto cesareo costringesse il frugoletto di cinque chili e mezzo ad affacciarsi al mondo. «Posso dire con onestà che quei tre mesi extra sono stati la parte più facile della mia vita», perché viveva sereno in un ambiente tranquillo, mangiando quando voleva. Sarebbero dovuti passare decenni prima di provare di nuovo la stessa situazione.

Hong Kong è piena di disperati fuggiti dalla Rivoluzione culturale cinese, con null’altro appresso che i vestiti che avevano addosso: un esercito di poveri che vivrà di stenti per decenni, ma anche quando la nostalgia per ciò che si è perso si farà sentire lo stesso la gioia di aver raggiunto un porto sicuro renderà tutto sopportabile. Chan racconta che negli anni Cinquanta la folla degli immigrati cinesi ad Hong Kong si divise in due categorie: i determinati e i disperati. Una «filosofia non scritta» della città voleva che il lavoro duro venisse sempre premiato, e chi si dava da fare aveva buona possibilità di una vita migliore, rispetto all’estrema povertà che accomunava tutti gli immigrati. Chi si dava da fare nel lavoro era uno dei determinati. I disperati, com’è facile immaginare, si davano alla criminalità.

I genitori di Chan sono determinati e si mettono subito a lavorare, riuscendo a trovare un incarico di alto profilo: papà Charles diventa cuoco e tuttofare dell’ambasciatore francese ad Hong Kong, dove mamma Lee-lee diventa governante. Quando Jackie è nato non si è trovato fra le pericolose strade dei bassifondi, bensì a Victoria Peak, il quartiere ricco della città. La famiglia Chan vive in uno stanzino senza finestre, dormendo in tre nello stesso letto, ma sempre in un quartiere dorato. E pensare che alla nascita l’infermiera aveva fatto una delle proposte più frequenti in città: visto che era chiaro come la coppia non potesse pagare la retta del parto – 500 dollari di Hong Kong, cioè 26 dollari americani! – l’infermiera avrebbe pagato lei se le avessero dato il figlio in adozione. Una proposta frequente e di frequente le coppie povere accettavano. Ma i Chan sono arrivati in città per iniziare una nuova vita, e i numeri parlano chiaro: il bambino è nato dopo dodici mesi e pesa dodici libbre. Nessun cinese ignorerebbe mai un segno simile. E poi, racconterà il padre a Jackie tra il serio e il faceto, se quel neonato fosse cresciuto e diventato famoso… si sarebbe mangiato le mani ad averlo dato in adozione.

Un bambino cinese che cresce in una casa di benestanti francesi, che gioca con i loro figli ed è trattato alla pari, non fa piacere a chi invece soffre e veicola il razzismo, quindi il kung fu che papà Charles insegna al piccolo Jackie non viene usato come strumento di identità morale, essendo un caposaldo della cultura cinese, bensì per fare a botte coi bulli del quartiere. E spesso Jackie vince. Papà Charles però non ne è affatto contento, visto poi che il piacere che il giovane prova a dare (e prendere) botte non è eguagliato dall’impegno scolastico, che si avvicina allo zero. «[Se avessi studiato] avrei potuto essere il dottore più famoso del mondo. Invece sono il paziente più famoso del mondo.»

La scuola non è il posto per Jackie, lo capiscono tutti subito e non passa molto che il giovane venga ritirato. Cosa farci con questo ragazzino pigro, svogliato, disattento, che ama solamente mangiare e picchiare, in quest’ordine? Papà Charles si rivolge ai suoi consulenti fidati, cioè i compagni di bevute, i quali se ne escono con un’idea balzana eppure è l’unica che possa risolvere la situazione. Il lavoro all’ambasciata è ottimo ma non lascia nulla nelle tasche dei genitori, non possono prendersi carico di un giovane che non fa niente nella vita, o peggio combina guai. E mamma Lee-lee sta male, ha bisogno di un intervento costoso. È il momento che qualcun altro si occupi di Jackie, che viene iscritto alla China Drama Academy. Il campo di concentramento per giovani artisti.


L’inferno dell’Opera Cinese

Quando un padre invita un figlio a fare un viaggio insieme, il bambino non chiede la destinazione: va a mettersi l’abito della festa ed è pronto a partire. Così quel giorno Jackie, all’età di sette anni, si infila il suo costume da cowboy – con tanto di cappello e pistole – ed esce con il padre per una passeggiata alla scoperta di posti sconosciuti. Le strade della Hong Kong lontana dal quartiere dei ricchi, il mare, Kowloon, tutte scoperte per il piccolo Jackie. Poi padre e figlio entrano in una struttura e il bambino viene mandato a giocare con altri coetanei mentre i grandi parlano. Jackie si diverte con i ragazzi simpatici che trova, tutti intenti a fare capriole, ma trova antipatico il più bullo di tutti, un certo Yuen Lung. Alla fine della giornata è lui che prende Jackie da parte e gli parla con voce dura:

«Ascolta, cowboy. Puoi pensare che qui sia tutto gioco e divertimento, ma questo è ciò che mangiamo, beviamo e sogniamo. Questa è la nostra vita. Ricorda quanto ti dico: la prossima volta che ci incontreremo, spererai che quelle siano vere.»

Il dito del bambino punta le pistole che il piccolo Jackie ha ai fianchi.

Malgrado questo, l’esperienza affascina Jackie e le volte in cui il padre lo porta ancora all’Accademia è felicissimo. Anche il giorno in cui trova una valigia ai piedi del letto e li padre gli parla di come ora qualcun altro baderà a lui, Jackie è felice: «Basta punizioni! Basta esercizi mattutini! Basta scuola!» È un sogno.

L’inferno delle scuole dell’Opera, ricostruito da Addio mia concubina (1993) di Chen Kaige

All’arrivo alla scuola Jackie è distratto, mentre il maestro Yu Jim-yuen fa firmare il contratto ai genitori: si impegna a sfamare, vestire, prendersi cura ed educare il bambino, addestrandolo nella migliore di tutte le arti – quella dell’Opera di Pechino – e in quel lasso di tempo requisirà ogni guadagno, come pagamento. Ma quale sarà il lasso di tempo? «Quanto vuoi rimanere qui?» chiede il maestro al bambino distratto. «Per sempre!» grida lui, ma il massimo consentito sono dieci anni. Lo scrive sul contratto e papà Charles firma. Mentre sogna la liberà, Jackie è stato appena condannato a dieci anni di lavori forzati. «Da quel momento e per la successiva decade sono stato di proprietà della China Drama Academy e del maestro Yu Jim-yuen.»

Un aiuto a noi occidentali arriva da Addio mia concubina (1993), lo splendido film storico di Chen Kaige che racconta proprio di due bambini addestrati alla scuola dell’Opera di Pechino, anche se la vicenda si svolge in anni precedenti. Un addestramento militare sarebbe considerata una vacanza, dagli allievi: privi di qualsiasi diritto civile e di assistenza sanitaria, o anche solo igienica, eserciti di bambini venivano addestrati alle discipline più dure e picchiati regolarmente se non riuscivano nel compito a loro affidato. E se svenivano per una brutta caduta, dopo cena avrebbero dovuto recuperare il tempo perso “a dormire”. Ogni parte del corpo veniva allenata nel modo più duro e doloroso, spesso con la violenza fisica applicata dai compagni di corso con il benestare del maestro. «Eri felice quando sentivi gli altri bambini gridare», racconta Jackie, «perché voleva dire che stavano torturando qualcun altro e non te».

Le punizioni corporali saranno la costante per Jackie durante tutta l’infanzia

Le pareti della scuola sono l’unico panorama che Jackie ha conosciuto negli anni a venire. Sveglia alle cinque, addestramento con pause pasti, e a mezzanotte si va a dormire facendo il bilancio della giornata: se non si è stati picchiati, è stata una buona giornata. Cinque ore di sonno e si riparte. Anno dopo anno.

Yuen Biao

Tutti i bambini sono affidati per contratto al maestro Yu Jim-yuen, che per vari anni ne è il responsabile e alla firma ribattezza tutti con il cognome Yuen: Jackie diventa Yuen Lo. Dopo qualche tempo entra un bambino e Jackie assiste alla stessa identica esperienza che ha subìto, decidendo di intervenire per fermare i soprusi più smaccati dai ragazzi più grandi, autorizzati dalla catena di comando a fare i bulli. Jackie non ha mai saputo il nome di quel bambino, più piccolo di lui di circa tre anni, sa solo che quando lo ha rivisto – diventato anche lui “uno degli Yuen” – il suo nuovo nome era Yuen Biao, in seguito uno dei più grandi attori marziali di Hong Kong e compagno di Jackie in molti film. Un altro fratello ancora è Yuen Kwai, in seguito noto come Corey Yuen: fra i migliori maestri d’azione di sempre.

Yuen Wah

Nel giudizio di Jackie, Yuen Biao diventerà subito uno degli acrobati più talentuosi della scuola, mentre un altro suo fratello – Yuen Wah, altro grandissimo volto del cinema d’azione di Hong Kong, noto per i suoi lunghi baffoni – diventerà il migliore nelle forme. «Io non ero il migliore in niente», confessa Jackie, «ma ero abbastanza bravo in tutto. Non avevo alcun talento speciale, ed è stata una benedizione. Se fossi stato un bravissimo cantante, gli insegnati mi avrebbero fatto concentrare su quello, così se fossi stato un eccellente attore. Invece ho avuto la possibilità di imparare tutto e fare tutto abbastanza bene.»

Passano degli anni (non sappiamo quanti) e un giorno entrambi i genitori si presentano alla scuola, cosa mai avvenuta prima. Portano da mangiare per tutti (verdure e pesce lesso: ammazza che banchetto!) in vista di una cena d’addio. Jackie si ritrova alle strette: tutto ciò che gli ha permesso di resistere ad anni di torture è stato il sogno di calcare le scene, di diventare famoso: di diventare una star. Ma se ora va via, ripreso dai genitori, perderà tutto. Si può desiderare di rimanere in un luogo così terribile? Mentre questo dilemma morale attanaglia il giovane, inizia la festa ed esce fuori che c’è stato un fraintendimento: l’addio è quello della mamma di Jackie. Andrà anche lei in Australia, con papà Charles.

Ora Jackie è davvero solo, ma le sorprese non finiscono qui, perché prima di andarsene i genitori si mettono d’accordo con il maestro Yu Jim-yuen perché adotti Jackie, e il maestro accetta. È un onore che tutti i bambini della scuola sognano e sogneranno sempre: essere il figliastro del maestro significa essere il principe locale, un’ascesa sociale inimmaginabile per dei bambini. Nel momento più di buio, in cui perde l’amata madre per chissà quanti anni, Jackie si ritrova investito di un’importanza che non avrebbe mai immaginato. E scopre che l’inferno subìto fino a quel momento è stato solo un leggero antipasto.

Non esiste muscolo che non venisse allenato nel più duro dei modi

Il figlio del maestro deve allenarsi il doppio più duramente degli altri, quando sbaglia dev’essere punito il doppio degli altri, e quando qualcun altro sbaglia anche il figlio del maestro è punito, sempre il doppio, perché vuol dire che non ha dato il buon esempio. I mesi di tortura che seguono verranno tutti dimenticati… quando Jackie viene scelto per i Seven Little Fortunes, il gruppo di sette giovani talenti che avrebbe cominciato ad esibirsi di lì a poco. Sono tutti i ragazzi più esperti… e Jackie, che però riuscirà a farsi valere, insieme ad alcune delle future stelle di Hong Kong, come i citati Yuen Biao, Yuen Wah e Corey Yuen, tutti nel gruppo.

Gli spettacoli che rappresentavano il punto d’arrivo dell’addestramento


L’incidente fatale

Ci sono fatalità che cambiano il corso della storia, altre che cambiano il cinema.

Un giorno, durante gli allenamenti, uno del gruppo delle sette stelle fortunate scopre di non essere così fortunato: Yuen Lung – quello che anni prima aveva anticipato al piccolo Jackie che avrebbe sperato fossero vere, le pistole che indossava – cade e si rompe una caviglia. Incidenti càpitano tutti i giorni e le ferite sono il pane quotidiano degli studenti, ma una caviglia rotta è un’altra cosa. Portato in ospedale, il ragazzo dovrà rimanere immobile per un totale di due mesi, altrimenti c’è il rischio di rimanere zoppo a vita.

Yuen Lung è odiato da tutti i bambini più piccoli, è il più bullo della scuola, Jackie ha sopportato le sue angherie per anni, e quando va in ospedale a trovarlo ottiene solo disprezzo dal giovane, che lo scaccia. Nessuno si dispiace per il giovane ferito, che dal nonno continua a ricevere dolciumi per tirarlo su: la fame nervosa e la totale immobilità fanno ben presto perdere la linea a Yuen Lung, motivo in più per il maestro di escluderlo dalle rappresentazioni.

Dopo anni di torture e duro lavoro, aver perso tutto per un incidente è troppo, e sotto gli sguardi allibiti Yuen Lung fa i bagagli e molla la scuola. Ha dei contatti nel cinema e farà lo stuntman, mansione sempre più richiesta: il suo addestramento lo rende migliore di tutti gli atleti in circolazione nel cinema. «Ascoltate, ragazzini, quando deciderete di farla finita qui, cercatemi e vi farò entrare nel business vero, non questa robbetta che il maestro organizza.»

Quello che se ne va sbattendo la porta, pieno di rabbia, frustrazione e chili di troppo, sarà noto come Sammo Hung, uno dei pilastri portanti del cinema di Hong Kong che conquisterà il mondo.

Angela Mao e il bullo Sammo Hung in Mani che stritolano (1972)

L’abbandono di Yuen Lung non è un gran dispiacere per le vittime del suo bullismo, ma quello che ha detto fa capire ai giovani una realtà terribile: gli anni in cui l’Opera di Pechino era l’arte principale dell’intrattenimento sono finiti, è ormai roba da sagra paesana. Per integrare i magri guadagni, il maestro Yu Jim-yuen manda spesso e volentieri i giovani a fare le comparse nei tantissimi film che girano a profusione ad Hong Kong: i giovani sono contentissimi, perché devono stare seduti tutto il giorno a non fare niente, senza nessuno che li picchi. Le acrobazie delle storie epiche e mitiche dell’Opera in quegli anni si sono trasformate in film della Shaw Bros, e le abilità dei giovani sono richiestissime per le scene d’azione.

«L’Opera si era trasformata dal cuore della cultura popolare cinese ad una folkloristica arte tradizionale, apprezzata solo dagli intenditori e dagli anziani. Nella moderna Hong Kong non c’era più spazio per la scuola del maestro Yu». È un Jackie amareggiato quello che ricorda la fine di un mondo, quando cioè divenne chiaro che tutto ciò per cui aveva lavorato duramente per anni stava per naufragare, tanto più che il suo maestro non aveva più la forza e l’attenzione di una volta. Addirittura passavano giorni interi senza che picchiasse qualcuno, segno tangibile del crollo della scuola. Nessun bambino viene ormai più iscritto alla scuola e quelli grandi se ne vanno uno per uno. I lavoretti come comparse nel cinema si fanno sempre più rari.

Tutte le scuole dell’Opera di Pechino chiudono, ondate di ragazzi perfettamente addestrati non altro posto dove andare se non nel cinema, che si ritrova invaso di orde di talenti di altissimo livello: trovare un lavoro anche solo come comparsa diventa parecchio difficile, per eccesso di offerta. Ma Jackie deve provarci, non può affondare con la scuola. Dopo dieci anni, ormai diciassettenne, trova il coraggio di dare l’addio all’uomo che l’ha torturato e addestrato e fatto da padre. «Addio maestro». «Addio, figliolo». Nessuno dei due riesce a dire di più.

I dieci anni di inferno (come li chiama Jackie) per uno scherzo crudele del destino corrisponderanno a dieci anni di Alzheimer nell’ultima parte della vita del maestro Yu Jim-yuen, passati immemore di sé e senza riconoscere i propri familiari. Dopo altri due anni di coma, Yu Jim-yuen si spegne all’età di 95 anni, circondato dall’affetto dei ragazzi che ha addestrato così duramente. Ragazzi che senza di lui sarebbero sicuramente diventati sbandati e criminali, non avendo altra speranza nella vita. Jackie si accerta di sottolineare bene che tutto ciò che ha ottenuto lo deve al maestro:

«Per quel che mi riguarda, Charles Chan è il padre di Chan Kong-sang, ma Yu Jim-yuen è il padre di Jackie Chan».

(continua)


L.

Informazioni su Lucius Etruscus

Saggista, blogger, scrittore e lettore: cos'altro volete sapere di più? Mi trovate nei principali social forum (tranne facebook) e, se non vi basta, scrivetemi a lucius.etruscus@gmail.com
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20 risposte a Jackie Chan Story 1. Introduzione

  1. Cassidy ha detto:

    Se non avessi un’immagine da mantenere piangerei, mi aspettavo l’inizio di un nuovo ciclo grosso per questo venerdì Zinefilo ma questo è un inizio col botto 😀 Fantastico, la storia di Jackie Chan la conoscevo ma mi sono incantato a leggerla così, la parte su Sammo poi è da brividi, lasciatelo dire. Sto già pregustando tutti i titoli che potrebbero arrivare, ci sono alcuni dei miei film preferiti, insomma mi sembra già Natale oggi 😉 Cheers!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Da tempo avevo da parte quella corposa biografia del 1998, che ricostruisce in pratica “tutto Jackie minuto per minuto”, finché mi sono deciso a spulciarla… scoprendo che non riuscivo più a smettere! Avere la versione dei fatti raccontata dall’interessato è una chicca irresistibile!
      Non significa che questa sia la “vera” storia di Jackie, nel suo racconto ci sono alcune discrepanze (per esempio è convinto che Bruce Lee non avesse mai lavorato prima ad Hong Kong, quando invece era un attore sin dall’infanzia), segno che Jackie ci sta raccontando la “sua” versione della storia, da cui Sammo ne esce come una persona terribile – sicuramente lui la racconterebbe in modo diverso! – ma è comunque la versione “ufficiale” che l’interessato vuol far sapere, ed è sicuramente più accurata di vaghe leggende che girano nell’ambiente.
      Avrei voluto ricostruire con precisione la sua carriera iniziale ma, come vedremo, con il cinema di Hong Kong è impossibile: Jackie stesso cita solo qualcuno dei tantissimi film in cui ha lavorato dal ’70 al ’76, il che fa pensare che lui stesso non è che tenesse il conto: solo i fan hanno ricostruito gli elenchi esistenti, molto lontani dall’essere esaustivi.
      Sarà un viaggio che io stesso sognavo da anni ^_^

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  2. Austin Dove ha detto:

    molto interessante
    trovo i suoi film molto belli, riesce pure a spaziare con successo tra commedia e thriller^^

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  3. Willy l'Orbo ha detto:

    Ottimo inizio di viaggio, grande post e bellissima storia. Mi piacciono le biografie ma spesso mi sono concentrato su quelle dei personaggi storici, quindi questo excursus in una biografia cinematografica è graditissimo. Sono stato davvero “rapito” dalla narrazione sia all’inizio quando delineava la cornice storico-cronologica (assai interessante la differenza tra determinati e disperati) sia nel proseguo quando si è insinuata nelle pieghe personali del nostro tra abbandoni, scuole “infernali” ed eventi che cambiano il destino. Ribadisco: bellissima lettura! 🙂

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Considera che dopo aver letto la lunghissima parte che descrive i dieci di inferno (tipo le prime cento pagine del libro!) con questo odioso Yuen Lung che stava sempre lì a torturare il piccolo Jackie, solamente all’ultimo esce fuori che è Sammo! Un vero colpo di teatro dell’autore ^_^
      Sarà un bel viaggio, spero divertente 😉

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  4. Il Moro ha detto:

    Ok, questa storia è così pazzesca da sembrare finta e già così è meglio della maggior parte dei film in cui Jackie Chan ha recitato. Che inizio col botto per questo nuovo ciclo del venerdì.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Eppure quelle scuole sono esistite a lungo e la pedagogia era leggermente diversa da quella occidentale 😀
      Poi però il cinema ha spazzato via tutto, come vedremo, e questo ha permesso ad Hong Kong di avere per i propri film i migliori atleti in circolazione, tutti disoccupati, tutti disperati, tutti disponibili per due spicci. Non stupisce che gli stunt di Hong Kong siano rimasti nella storia!

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  5. Pietro Sabatelli ha detto:

    Jackie Chan un mito, impossibile non volergli bene 😉

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  6. Zio Portillo ha detto:

    La tocco piano: porca putt@na che bomba di inizio! E se il “buongiorno” si vede dal mattino, i prossimi venerdì saranno tantissima roba.

    Sai quando qualche anziano da noi agita i pugni al cielo esclamando “Un po’ di naja ci vorrebbe a questi giovani scansafatiche!”? Ecco, da ora in poi quando mi indignerò contro le nuove generazioni urlerò al cielo “Maledetti giovani! Dieci anni addestrati alla scuola dell’Opera di Pechino e sai come abbassavate le penne!”.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Giustissimo! Ho molto riassunto, ma nel lungo racconto di Jackie dei suoi dieci anni d’inferno davvero un qualsiasi servizio militare sembra una vacanza premio!
      Contento ti piaccia l’iniziativa e spero di riuscire a trovare chicche dietro le quinte dei vari film 😉

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      • Giuseppe ha detto:

        Dei metodi “didattici” della scuola dell’Opera di Pechino ne avevo sentito parlare eccome, ragion per cui non ho avuto difficoltà ad immaginare cosa Jackie Chan avesse dovuto subire sulla propria pelle in quei dieci lunghi, terribili anni. Quello che, invece, mi era del tutto sconosciuto era il passato giovanile da bullo di Sammo Hung (almeno secondo quello che sostiene la versione di Jackie)… un autentico colpo di scena!
        Come post d’inizio di un nuovo ciclo, direi che è assolutamente da incorniciare (come credo lo saranno pure tutti quelli degli altri venerdì a seguire) 😉

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Sicuramente Sammo racconterebbe in modo diverso i fatti, e anzi spero che si decida a sfornare una sua biografia. E’ anche vero che quella Ballantine del 1998 era una biografia scritta principalmente per gli americani, che all’epoca ignoravano Sammo e quindi Jackie poteva sfogarsi tranquillamente: facile che una biografia per Hong Kong direbbe cose diverse.
        Comunque Jackie e Sammo hanno vissuto per dieci anni a strettissimo contatto, hanno dormito nella stessa stanza e, come racconterà Hung in un documentario, hanno sanguinato insieme: questo crea un legame che rimarrà per sempre, anche al di là delle simpatie e antipatie.

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      • Giuseppe ha detto:

        Senza il minimo dubbio. Anzi, agli occhi di un bullizzato occidentale, questo paradossalmente potrebbe apparire come l’aspetto forse più positivo di quella scuola: vittima e carnefice infatti sono messi sullo stesso piano e, di conseguenza, trattati alla pari (la didattica prevede disciplina ferrea, botte e durezze distribuite a entrambi) in modo da compensare in qualche modo le angherie vissute in privato e creare così lo stretto legame di cui sopra. Diversamente un bullo, salvo casi rarissimi (tanto rari da essere praticamente inesistenti) di ravvedimento o chiarimento fra le parti, finisci per odiarlo a vita e basta… come Gastone Moschin nei panni del Don Camillo di Guareschi quando, dopo aver afferrato per il bavero un suo vecchio persecutore dei tempi della scuola che tentava di difendersi con patetiche frasi del tipo “ormai siamo cresciuti, è tutto dimenticato”, gli ricordava giustamente che semmai “Le botte le dimentica chi le ha date, mica chi le ha prese!” ^_^

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        aahaha parole sante, da ripetere tipo rosario ogni volta che chi le dava cerca di riconciliarsi con chi le prendeva 😛

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  7. Lucius Etruscus ha detto:

    Non conosco i manga, di sicuro sono elementi tipici di storie d’ogni nazionalità, immagino perché siano i più “veri” fra gli stereotipi: tutti noi abbiamo avuto un “maestro spietato” a cui però poi siamo grati, così come persone antipatiche che si sono rivelate amici e via dicendo.

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    • SAM ha detto:

      Io no: mai avuto maestri “spietati ” ( men che meno come quello di Jacky, roba da Oliver Twist ), nè nemici che diventano amici ( i miei nemici sono rimasti tali a vita ).
      Se è stata una fortuna o sfortuna, devo ancora capirlo.

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  8. Kuku ha detto:

    Cavolo, devo dire che non sapevo di questi livelli di crudezza. Non pensavo ci fossero punizioni del genere, pensavo che i maestri semplicemente non dedicassero attenzione a coloro che non si impegnavano come avrebbero dovuto e quindi solo chi si impegnava avrebbe raggiunto alti livelli.

    Comunque Jackie la butta subito in esagerazione come i pescatori con la dimensione dei pesci pescati: sono stato 12 mesi nella pancia di mia madre!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Non so se sia possibile una gestazione così lunga, magari è quello che gli hanno raccontato i genitori per fare “numero paro”. Ad Hong Kong sono scaramantici come pochi, la numerologia è una cosa serissima e probabilmente Jackie non ha mai messo in dubbio quel numero, 12, ma noi possiamo dubitare che le cose siano davvero andate così 😛
      Nella Cina degli anni Cinquanta c’era ancora la schiavitù legale, ci racconta Federico Rampini, con documenti ufficiali in cui persone si mettevano in schiavitù o ci mettevano i figli piuttosto che morir di fame, quindi una scuola in cui si prendano a randellate i bambini ci sta tutta. Anzi, visto che lì i bambini mangiavano sicuro un pugno di riso due volte al giorno, era un luogo di lusso! 😀

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