Beyond Hypothermia (1996) L’altra Nikita di Hong Kong

Lunedì scorso ho rispolverato Black Cat (1991), il primo remake di Nikita (1990), ma poi mi sono detto: sbaglio o avevo trovato un film di Hong Kong che in pratica raccontava di un’altra Nikita?

Per alcuni anni, dal 2007 al 2012, ogni sabato davanti alla sede del mio ufficio arrivava un mercatino in cui spesso c’era un egiziano che vendeva DVD a tre euro: non aveva idea di cosa vendesse, qualsiasi cosa fosse all’interno della sua cesta lo vendeva a tre euro. Se ti appoggiavi alla sua cesta, facile che vendeva pure te a tre euro!
Ho casa piena di DVD comprati in quei sabati lontani, e dal 2012 non faccio che rimpiangere quell’egiziano simpaticissimo che aveva sempre tanti tesori per me. Uno di questi è proprio “l’altra Nikita”.

Diciamocelo, potevano scegliere un titolo migliore…

攝氏32度 (Sip si 32 dou, “32 gradi centigradi”), o l’internazionale Beyond Hypothermia, esce ad Hong Kong il 18 ottobre 1996 (Fonte: HKMDb), mentre la Moonstone lo fa girare a livello internazionale solo nel 2004: MHE e CVC lo portano in DVD italiano, con il titolo A sangue freddo, nel febbraio 2010. (Altre fonti dicono già dal 2005, ma senza prove.)

«Non sento niente quando uccido gli altri, ci sono solo pallottole e sangue: l’assoluta freddezza era l’unica cosa che provavo. Fino ad ora.»

Una donna misteriosa entra in una stanza refrigerata e comincia a martellare un grande blocco di ghiaccio, finché non ne estrae un fucilone da cecchino. Mi piacerebbe sapere il nome del fucile, ma l’IMFDb (l’archivio delle armi nei film) raramente annovera film asiatici così di nicchia.

Chi è che non ha mai trovato un fucilone nel ghiaccio?

Sappiamo subito che la donna misteriosa (la bella taiwanese Jacklyn Wu) è un’assassina, e già ad inizio film ci regala una splendida scena di cecchinaggio.

Beckett sarebbe orgoglioso di lei!

L’eroina senza nome («quello che serve a un assassino è la vita: il nome è niente») è una Nikita che ha continuato la sua opera, e trovo molto intrigante che in una scena ci venga mostrato il suo passaporto, rilasciato nel 1991: proprio la data del primo remake di Hong Kong del film di Besson.
La nostra protagonista, ci viene raccontato, è stata adottata in Cambogia e sin da piccola ha una particolarità che nessun medico sa spiegarsi: la sua temperatura interna è più bassa di cinque gradi rispetto alla media, ecco quei 32°C che danno il titolo al film. Ci viene lasciato capire che ha vissuto lo stesso tipo di addestramento dell’eroina francese, e da allora la sua vita è vuota e anonima:

«Ecco le regole: non puoi avere foto, non puoi avere un nome, non puoi avere un passato, non puoi avere amici, non puoi avere un’identità, e non puoi rimanere nello stesso posto per più di tre mesi. Puoi solo uccidere.»

Una vita eternamente al freddo…

Una glaciale Jacklyn Wu

… finché non incontra Long (il noto Lau Ching-Wan), un uomo semplice e dalla vita semplice, alla luce del sole, un gestore di un chiosco di ristorazione che la nostra eroina comincia a frequentare: scatta il rito per cui dopo ogni uccisione… si va a mangiare spaghetti da Long.

Il cuoco di strada Long, specializzato in…

… spaghetti all’assassina!

Il cinema di Hong Kong è fondamentalmente un melodramma napoletano molto più esagerato, quindi abbiamo isso (il cuoco Long), issa (l’assassina senza nome) e serve ’o malamente, che arriva subito e si chiama Yat Jing (interpretato dall’esordiente sud-coreano Han Jae-Suk).
Questi fa parte di una famiglia mafiosa che inizia a fare inghippi, per esempio commissionare la morte del proprio capo per una scalata al potere: indovinate chi è l’assassina che fa fuori il capoccia mafioso? Yat Jing non la prende bene e, all’insegna di “la tocco piano”, stermina tutta la sua famiglia e comincia la sua ricerca per mettere le mani sull’assassina.

Di solito è così che finiscono i Natali in famiglia

La nostra eroina, vissuta nella totale assenza di rapporti umani, sogna l’amore ma la sua matrigna e capo – sorella Mei (Shirley Wong, storica attrice di Hong Kong al suo ultimo ruolo) glielo impedisce. Un’assassina è votata alla solitudine più completa, e in una scena tesa e non spiegata ci viene suggerito che è sorella Mei stessa a provvedere alle “esigenze” fisiche della giovane assassina. La cosa finisce lì, forse per non intraprendere derive “perverse”.
È sorella Mei che organizza i colpi e gestisce la vita del suo “braccio armato”, che tiene all’oscuro del suo passato, ma non saprà proteggere dalle mire di Yat Jing: sarà un duello finale tra assassini, e farà parecchio male.

Non sarà un duello onorevole e “pulito”

Patrick Leung non sta lavorando per le grandi case di Hong Kong, palesemente non ha né mezzi né specialisti del celebre action locale, eppure riesce lo stesso a creare un prodotto dignitoso pur avendo ben poco in mano: 80 minuti sparati (è il caso di dirlo) e senza un filo di grasso, cioè senza un solo fotogramma inutile ai fini della narrazione.
Con pochissimi ma sapienti tratti gli autori ci regalano un’assassina che toglie vite senza avere alcuna nozione di cosa sia una vita, nel suo eterno rimpianto di non sapere il proprio nome e nel suo eterno dolore di non avere un passato. Le foto sono per lei il simbolo di una vita che non ha mai avuto, e per tutta la storia le foto saranno un contributo importante alla narrazione.

Una storia d’amore senza passato… e senza futuro

Lo scontro finale non sarà quella parata di azione a cui Hong Kong ci ha abituati, ma il cuore c’è tutto, il dramma sperticato pure, e di pallottole ed esplosivi ce ne sono casse piene. Quindi lo spettacolo non è di serie A ma è lo stesso potente e fa appassionare, e noi spettatori non chiediamo altro.

«Lei è entrata nella mia vita come una pallottola.»

Long non ha scelta, non può che innamorarsi della donna misteriosa, che chiama “fantasma”, la quale a sua volta non ha avuto scelta nel diventare un’assassina… e non ha scelta se non rimanerlo fino alla fine. Quindi A sangue freddo è una storia di personaggi disperati perché non hanno alcuna possibilità di autodeterminazione, inchiodati ad una vita che non hanno voluto ma che è l’unica disponibile.
La dimostrazione che la Hong Kong degli anni d’oro sapeva tirare fuori prodotti splendidi anche quando c’erano pochi mezzi a disposizione.

L.

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6 risposte a Beyond Hypothermia (1996) L’altra Nikita di Hong Kong

  1. Cassidy ha detto:

    Su Isso, Issa e ‘o malamente sono morto, mancava solo una canzone di Mario Merola 😀 Questo film mi manca completamente ma complimenti all’egiziano-tutto-a-tre-euro. Avere 32 gradi fissi deve essere comodo in questo periodo di controlli di temperatura costanti, ma scherzi a parte è anche un modo brillante per cavalcare l’idea dell’assassino a sangue freddo, ah! Quanto erano fighi i vecchi film di Hong Kong pieni di queste trovate 😉 Cheers

    Piace a 1 persona

    • Lucius Etruscus ha detto:

      Ad Hong Kong basta poco per tirar su un film appassionante: un paio di attori e casse piene di esplosivi e pallottole 😛
      Chissà se è ancora lì, l’egiziano: se non fosse a 60 chilometri di distanza ci farei un salto a controllare 😛

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  2. Willy l'Orbo ha detto:

    Insomma, io quando si parte con i mercatini (qui per di più con un mitico egiziano mono prezzo 🙂 ), mi approccio sempre al post con animo leggiadro!
    Se poi il film merita o perché putrescenza Z o perché merita davvero…ancora meglio!
    A proposito di cecchinaggio, com’era la “mia” versione di Sniper? Non eccezionale, vero? (però, alla fin fine, guardabile…e lo farò al più presto!) 🙂

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  3. Giuseppe ha detto:

    Anche quest’altra Nikita hongkonghese non sembra affatto male, no (e i ricordi delle mitiche ceste strapiene di DVD a pochi euro non hanno prezzo) 😉

    Piace a 1 persona

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