Jackie Chan Story 2. Raccolto d’oro

Continua il viaggio agli albori della carriera di Jackie Chan, mediante la sua corposa autobiografia I am Jackie Chan. My Life in Action (1998), eventualmente integrata con l’altra autobiografia Never Grow Up (2015). Sono entrambe inedite in Italia, quindi ogni estratto del testo riportato va intendersi tradotto da me.


Alla conquista di Hong Kong

È il 1971, Hong Kong sta esplodendo come una delle capitali dell’Asia e i due suoi primi super-ricchi – Run Run Shaw e Runme Shaw – sono nel mondo del cinema: la loro casa è la Shaw Bros, la regina dell’intrattenimento asiatico. Chiamarla però “casa cinematografica” è fuorviante: campo di concentramento cinematografico forse è meglio. Non è molto diverso dalla scuola dove Jackie è cresciuto.

Il mitico e mitologico logo della Shaw Bros.

La casa possiede interi quartieri di Hong Kong adibiti ad una fabbrica eccezionale di varie decine di film all’anno, quasi tutti wuxiapian: cavalieri erranti, principesse guerriere, guerrieri svolazzanti e un esercito di lavoratori per curare vestiti, trucchi e oggetti di scena. Palazzi-dormitorio ospitano gli attori, non perché gli Shaw pensino a farli stare comodi, ma perché vogliono averli sempre sotto mano. I divi appaiono sulle riviste, vanno alle trasmissioni TV di richiamo, hanno eserciti di fan adoranti che vanno a vedere i loro film, ma per il resto sono semplici impiegati: la Shaw Bros li paga 200 dollari di Hong Kong al mese più un premio di 700 dollari per ogni film interpretato. Gli attori non sono divi, sono stipendiati della fabbrica. Non importa che film facciano, che ruolo ricoprano o quanto tempo o importanza avranno in video, non importa a nessuno: loro sono lì a disposizione, quando li chiamano arrivano sul set, fanno quello che devono fare e se vanno. Senza avere avuto la benché minima idea di che ruolo abbiano appena interpretato.

Intorno a loro un nugolo di tecnici, poi un esercito di cascatori e per finire l’ultima ruota del carro, la forma di vita inferiore sul set: gli stunt boys, i giovani cascatori e comparse che sono lì solo come carne da cannone. Se c’è qualcuno da far cadere dalle scale sullo sfondo, si chiama il primo ragazzetto che si trova in giro e lo si fionda in aria. Questo è il lavoro di Jackie Chan a 17 anni.

Jackie (a sinistra) nel mitico Lady Kung Fu, o Hapkido (12 ottobre 1972)

Sveglia alle otto, un lusso per uno cresciuto in un regime para-militare, poi viaggio in autobus agli studi – non è così importante da aver diritto ad un alloggio alla Shaw Bros – poi lunghe ore di attesa insieme a frotte di cascatori e comparse in attesa che qualcuno lo chiami per una scena. Si gira fino alle dieci di sera, tanto la paga è sempre la stessa, non esistono straordinari, e Jackie fa appena in tempo a tornare a casa e passare a trovare la sua ragazza. Finché questa una sera gli dice che non possono continuare a vedersi, per il motivo più banale e insormontabile di tutti: la differenza sociale.

Il giovane Yuen Lo, lo squattrinato stunt boy che passa la giornata ad aspettare qualche spicciolo dalla Shaw Bros, riceve un colpo al cuore che lo distrugge, quella sera. «Odiavo Yuen Lo», ricorda Jackie. «Il pigro, perdente Yuen Lo. Mi resi conto che volevo la sua morte. Se volevo riuscire ad essere ciò che volevo, dovevo uccidere Yuen Lo. E diventare qualcun altro».

All’incirca così una donna ha spezzato il cuore di Yuen Lo, che diventerà Jackie Chan

La determinazione tira fuori da Jackie un coraggio più vicino all’incoscienza. Il giorno dopo aver avuto il cuore spezzato dalla ragazza, un regista grasso e vanesio sta litigando con il coordinatore degli stuntman perché vuole una caduta senza cavi, più fluida e naturale. Appena il coordinatore afferma che nessuno dei suoi professionisti è così pazzo da accettare… il piccolo e sconosciuto Yuen Lo alza mano: lui vuole tentare. In pochi attimi ha studiato la scena e calcolato i tempi di caduta, per roteare in tempo da atterrare in piedi e non di testa. Gli infilano il vestito del protagonista, il cattivo finge di dargli un calcio e il diciassettenne Jackie vola da un balcone cadendo per cinque metri. Finita la scena, tutti corrono a vedere se è ancora vivo, e scoprono che il ragazzo non si è fatto niente. È solo dispiaciuto per un piede mosso male: se gliela fanno rifare, stavolta verrà meglio. La scena non verrà rifatta, ma è appena nato uno stuntman professionista. Peccato che il mestiere offra ormai poche possibilità, vista la sterminata concorrenza.

Un diciassettenne che vive solo in una città piena di vizi, con in tasca più soldi di quanto sa gestirne, significa scivolare in un attimo nel gioco d’azzardo, macchia nera di Hong Kong, ma “per fortuna” l’enorme concorrenza rende il lavoro così scarso che alla fin fine non ci sono poi così tanti soldi da sperperare. Così la sera di un giorno senza lavoro Jackie si ritrova nel bar frequentato dei cascatori a bere da solo, valutando se sia il caso di abbandonare la professione appena intrapresa, quando sente una voce alle sue spalle: «Guarda un po’ se quello non è il principe». È Yuen Lung, il bullo che ha torturato il piccolo Jackie per dieci anni.

Al centro, Yuen Lung (Sammon Hung), sempre da Lady Kung Fu (1972)

In quel bar, Yuen Lung ricorda a Jackie quanto già aveva detto alla scuola.

«Se hai bisogno di lavoro, fammi sapere. Se no a che servono i fratelli maggiori? Sono in buoni rapporti con questo stunt coordinator, gli ho salvato il culo un sacco di volte, mi deve parecchi favori, quindi trovo lavoro ogni volta che voglio e così tutti quelli che gli mando, capito? Tu fa il mio nome e sei assunto.»

Jackie è allibito, il ragazzino che più ha odiato al mondo ora sbuca dal nulla a salvargli una professione che non sembra più avere sbocchi. Non può che ringraziare Yuen Lung, che dice però di non chiamarlo più così: non si trovano più a scuola. «Sono un vero stuntman, ora, non uno scolaro. I ragazzi mi chiamano Samo: quello è adesso il mio nome». Visto che Samo (che poi in inglese diventerà Sammo) è il nome di un personaggio buffo (sam mo, “tre capelli”), la cosa è parimenti buffa.

Sammo è un duro, spesso lo si trova impegnato in risse da bar e le notti spese insieme a Jackie e ad altri cascatori sono all’insegna di sbornie seguite a volte da atti vandalici. Ma di base è un uomo di cuore e d’onore: aiuta chiunque possa, ma poi si aspetta in cambio lealtà e gratitudine, anche più di quanto l’interessato sia disposto a darne. «Per me era dura», racconta Jackie. «Non mi piace baciare il culo di qualcuno, e quello di Sammo era particolarmente grande da baciare. Per lui poi io ero sempre “il ragazzino” e lui il “Fratello maggiore”. Prima o poi avrei dovuto trovare la mia strada. Da solo».

I futuri tre moschettieri del cinema di Hong Kong

Nel gruppo arriva un altro ex allievo dell’Opera di Pechino, Yuen Biao. Quando il maestro Yu Jim-yuen ha chiuso la sua scuola per trasferirsi a Los Angeles da alcuni parenti, aprendo lì una palestra, Yuen Biao l’ha seguito per provare ad entrare nel cinema americano: così ha scoperto la proverbiale chiusura xenofobica locale. E ha scoperto che gli stranieri chiamavano lui straniero. Tornato ad Hong Kong e trovati gli ex “fortunati”, i tre giovani – Biao (14 anni), Jackie (17) e Sammo (18) – diventano un gruppo affiatato. Di giorno aspettano di volare da qualche parte sul set, di sera si ubriacano, di notte dormono al bar, e via così. Sognando in futuro di poter cambiare un cinema in cui non si riconoscono.

Un giorno i tre si fanno una promessa: il primo di loro che riesce a girare un film, lo farà insieme ai suoi fratelli. «All’epoca pensavamo di star scherzando, eravamo solo dei cascatori, alla fine della catena cinematografica. Non sapevamo cosa il futuro ci avrebbe portato, e l’idea che un giorno avremmo potuto essere stelle del cinema… era semplicemente pazzia.»


Il raccolto d’oro

Mesi dopo la loro promessa, il piccolo Yuen Biao è diventato “apprendista cascatore”, Jackie è così famoso e apprezzato che è il coordinatore a chiedere a lui il giudizio sulle cadute da fare, ma soprattutto Sammo viene promosso a stunt coordinator, firmando con l’unica casa di Hong Kong tanto folle e coraggiosa da fare concorrenza all’inattaccabile Shaw Bros: la Golden Harvest. Nel 1970 Raymond Chow, alto dirigente della Shaw Bros, si stufa della micragnosità dei fratelli Shaw e si mette in proprio, aprendo una società che distribuisce film di case indipendenti: certo, per avere un lancio degno di nota servirebbe una star di prima grandezza, e quella arriva nel 1971: si chiama Bruce Lee. Che però prima era andato a bussare alla Shaw Bros, dalla quale avrebbe avuto solamente la paga minima, come si usava dai fratelloni. I quali negli anni successivi si saranno mangiati le mani milioni di volte, come i milioni guadagnati dalla Golden Harvest per i film di Bruce.

Raymond Chow e il cavallo di razza della sua nuova scuderia

Nella sua nuova mansione, Sammo chiama subito Jackie per un lavoro da stuntman. È un film in costume ambientato durante l’occupazione giapponese della Cina, una storia di vendetta tra scuole marziali, ci sono dozzine di cascatori da far volare ovunque: se vuole, Jackie può avere uno degli stunt del film intitolato Dalla Cina con furore (uscito nei cinema di Hong Kong il 22 marzo 1972). Ah, però protagonista è Bruce Lee. Al telefono, Jackie bestemmia e Sammo sghignazza.

Due ex fratelli della scuola dell’Opera di Pechino come comparse nel film:
Yuen Wah (a sinistra), controfigura di Bruce,
e Yuen Kwai (a destra), in seguito maestro d’azione con il nome di Corey Yuen

Quando Jackie si presenta sul set alla Golden Harvest, scopre che ogni cascatore della città è riuscito ad infilarsi nel film. Trova l’amico Yuen Biao e dopo tanto tempo ritrova il vecchio compagno Yuen Wah, addirittura ingaggiato come controfigura personale di Bruce Lee. A dirigere l’azione è Sammo: l’unico della Golden Harvest ad essere stato così pazzo da fare a botte con Bruce Lee. Non ci sono testimoni, dobbiamo fidarci della sua parola che lo scontro sia finito in parità…

Le riprese procedono e Jackie si può vedere casualmente inquadrato fra gli studenti della scuola di Chen.

Il destino del giovane Jackie è di essere picchiato dalle attrici!

Poi arriva il finale, e davanti ai cascatori intorno a lui Bruce Lee mima il combattimento che dovrà far volare il cattivo Suzuki per venti metri. Chi è disposto a mettersi un cavo alla vita, a venir spinto all’indietro per venti metri e poi a cadere in terra senza protezioni? Solo Jackie è così pazzo da alzare la mano, e a dire al nuovo divo di Hong Kong che farà lui questo salto, basta che si inizi a girare che la cosa sta diventando noiosa. Il tono smargiasso dev’essere piaciuto a Bruce, noto sbruffone, tanto che prima della ripresa sussurra a Jackie «Buona fortuna, ragazzo».

Il calcio più iconico della storia marziale: non è chiaro se sia Jackie quello a sinistra

La spinta all’indietro toglie il fiato a Jackie, ma per fortuna il suo radar (così lo chiama) lo avverte quando è il momento di toccare il suolo, così da mettersi in posizione tale da proteggere testa, collo e arti.

Vola, Jackie: vola, vola, vola…

… vola, vola, vola…

… vola, vola, vola!

L’impatto è durissimo, una nebbia rossa gli invade la vista, riesce a non gridare perché ogni cascatore sa che se grida poi dovrà ripetere la scena: probabilmente perde i sensi per qualche attimo, perché quando apre gli occhi vede tutti intorno a lui, con Bruce Lee che gli dice «Buona la prima!» (That’s a print!)

Yuen Lung (Sammo), Yuen Biao e Yuen Wah ne I 3 dell’Operazione Drago

A Jackie è stato detto – ma non giurerebbe che sia vero – come Bruce Lee si sia ricordato di lui e lo abbia richiesto espressamente in mezzo all’oceano di cascatori ingaggiato per I 3 dell’Operazione Drago (uscito ad Hong Kong il 26 luglio 1973, con Bruce già morto!), in cui il nostro è picchiato per ben due volte dal protagonista.

Un umile cascatore che riesce ad agguantare la star marziale!

Prima viene “strizzato per i capelli”…

Il destino del giovane Jackie è di prendere sganassoni da tutti!

… poi si ritrova ultimo fra gli aggressori di Bruce nelle segrete di Han. La scena prevede che Jackie arriva, Bruce finge di colpirlo con il bastone che sta brandendo, lui cade e la scena è finita. Partono le cineprese, Jackie entra e in scena e… bang, riceve una bastonata da competizione in piena testa. Crolla a terra cercando disperatamente di non mugugnare perché se no tocca rigirare la scena, ma sta davvero agonizzando. Appena spenta la cinepresa Bruce corre verso Jackie, scusandosi per essersi lasciato prendere dalla scena, e per tutto il resto del giorno fra una scena e l’altra tornerà a visitarlo. Jackie racconta che fra tutte le cose che ha fatto Lee, quella sua attenzione per un cascatore che non contava niente è il gesto che più ha apprezzato della grande stella di Hong Kong.

L’agonia vera di chi è stato appena bastonato sul serio

Finisce qui il rapporto fra Jackie e Bruce, due che nei decenni a venire la stampa (soprattutto quella che non capisce niente) amerà vedere come uno l’erede dell’altro. Per tutti loro, nell’autobiografia la risposta è una sola:

«Io non volevo essere il nuovo Bruce Lee: io volevo essere il primo Jacke Chan.»

(continua)


L.

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18 risposte a Jackie Chan Story 2. Raccolto d’oro

  1. Zio Portillo ha detto:

    Due puntate una meglio dell’altra. Spero che sta rubrica non finisca mai! 😀

    Piace a 2 people

    • Lucius Etruscus ha detto:

      L’autobiografia di Jackie del 1998 è un tesoro di primizie, 400 pagine dettagliatissime: l’unico difetto è che non riporta una sola data manco per sbaglio, quindi – come spigherò la prossima volta – non ci aiuta a portare luce in una cinematografia totalmente nebulosa.

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  2. Cassidy ha detto:

    La citazione a “Il silenzio degli innocenti” della didascalia la considero un regalo, un po’ come questo splendido post 😉 Applausi per tutto in particolare per il finale, l’idea di film marziale di Jackie Chan era molto distante da quella di Bruce Lee, anche se ho sempre pensato che Jackie Chan fosse posseduto da una sorta di “Death Wish” (per dirla all’amerigggana) che al cinema aveva avuto solo il Paul Kersey di Bronson, solo che lui era un personaggio dell’immaginario, invece Jackie ha reinventato se stesso, forgiato a colpi di mazzate, solo ricevute dal più grande Maestro di sempre, anche se Jackie non lo ammetterebbe mai. In ogni caso, il venerdì è sempre bellissimo con questa rubrica 😉 Cheers!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      In un mercato pieno di vendicatori marziali, l’istrionismo di Jackie era la ventata di novità che tutti aspettavano, ma sarà dura per il nostro riuscire a farsi notare, e passeranno fin troppi anni prima che Yuen Lo diventi Jackie Chan, come vedremo.

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  3. armiere guns ha detto:

    belli ma purtroppo i film di arti marziali sono tutti uguali:)

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  4. Sam Simon ha detto:

    Mi piace come riesci sempre a trovare un fil rouge in una storia che porta da A a B in maniera lineare ed interessante pescando in un mare di informazioni possibili. Grande post! Non sapevo di questo legame tra Lee e Chan!

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  5. Willy l'Orbo ha detto:

    Applausi. Per la traduzione, per la narrazione e per la passione con cui scrivi. Perché la storia di per sé è interessantissima tra incroci, persone che si ritrovano, le “follie” di Jackie, le sbornie, le attenzioni di Bruce, la frase finale…ma raccontata come fai tu acquista un sapore ancor più speciale! 🙂

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Devo telefonare a Jackie e farmi mandare una percentuale sull’acquisto dei DVD italiani dei suoi vecchi film 😀
      Da tempo volevo fare questo viaggio e scoprire il racconto di Jackie in prima persona è stato un grande aiuto, per evitare di parlare di leggende metropolitane 😉

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      • Giuseppe ha detto:

        E infatti stai dimostrando alla grande quanto si possa costruire una narrazione epica partendo dalle testimonianze dirette del protagonista (Jackie) che quell’epica, a partire dal gradino più basso (come anonimo stunt-boy, forte però del durissimo addestramento scolastico ricevuto), l’ha vissuta e plasmata sulla propria pelle… e allora non c’è nessun bisogno di rincorrere leggende o dicerie che comunque, con ogni probabilità, sarebbero senz’altro molto meno interessanti della sua vita vera 😉
        Tra l’altro, giusto l’altro ieri mi sono rivisto “I 3 dell’Operazione Drago”: adesso, perlomeno, so quanto Jackie abbia realmente sofferto in quella scena 😀

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Spero sempre che qualcun altro nell’ambiente tiri fuori una biografia, così da confrontare le dichiarazioni, ma sebbene il cinema Hong Kong sia fatto di titani noti in tutto il mondo, abbiamo la parola scritta solo di Jackie.

        Prima o poi dovrò decidermi a parlare dei tagli di Enter the Dragon: non solo quelli riattaccati dalle belle edizioni in DVD e Blu-ray, ma anche quelli… finiti in altri film 😛

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  6. Il Moro ha detto:

    Io non so se sei tu o è la storia in sé, comunque questa serie di post è appassionante da morire.

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  7. Kukuviza ha detto:

    Sono veramente sconvolta da questa storia. E’ un miracolo che Jackie Chan sia vivo.
    Che cavolo, Bruce ti dà una randellata sulla zucca e tu ti meravigli perché viene a vedere come stai? Da lì si capisce gli standard di comportamento in quell’ambiente. Pazzesco.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Forse era dovuto ad un eccesso di manodopera qualificata, ma ancora oggi ad Hong Kong e nel cinema asiatico in generale non c’è molta attenzione alle norme di sicurezza, semmai esistano norme. Tutti gli attori occidentali che hanno fatto film ad Hong Kong hanno testimoniato di aver ricevuto un numero impressionante di colpi veri: la stessa Cynthia Rothrock – nei cui confronti ci si aspetterebbe un po’ di cavalleria – è stata pestata come l’uva sul set dei suoi film di Hong Kong! Mentre gli stuntman accanto a lei man mano venivano portati all’ospedale…

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