Jackie Chan Story 6. All’ombra dell’aquila

Continua il viaggio agli albori della carriera di Jackie Chan, mediante la sua corposa autobiografia I am Jackie Chan. My Life in Action (1998), eventualmente integrata con l’altra autobiografia Never Grow Up (2015). Sono entrambe inedite in Italia, quindi ogni estratto del testo riportato va intendersi tradotto da me.

Mentre va a tumulare nello sgabuzzino Half Loaf of Kung Fu, il primo tentativo “serio” di commedia marziale, padron Lo Wei è profondamente deluso dal fatto che l’ardimentoso Jackie Chan, il giovane regista Chen Chi-hwa e gli altri sottopagati e sfruttati tecnici della sua casa non vogliano seguire le “orme del maestro”, come lui si considera, e in effetti Jackie nella sua autobiografia afferma di aver imparato molto da Lo Wei: «Poco riguardo alle cose giuste da fare, tanto riguardo a quelle da evitare».

Eppure anche un tipo orgoglioso e rigido come Lo Wei comincia a pensare che c’è del buono nell’idea di Jackie di fondere umorismo e arti marziali, tanto da commissionare un copione per la prima kung fu comedy di Hong Kong, e qui scatta l’Effetto Auricchio.

A sinistra Jackie Chan, con gli occhi al cielo, al centro Lo Wei!

Quando nel caposaldo Fracchia la belva umana (1981) il povero De Simone propone un’idea, il commissario Auricchio gliela boccia e lo prende in giro, poi però si batte con la mano sulla chèpa e annuncia a tutti di aver avuto un’idea geniale: ripetendo identica quella di De Simone e ricevendo gli applausi di tutti. Questo è il sistema che vuole adottare Lo Wei: farsi bello con l’idea di Jackie e presentare qualcosa di innovativo. Ora insegnerà lui a questi ragazzi cosa sia il vero umorismo marziale.


Cinque fantasmi formaggino

Che l’idea di Lo Wei fosse tutt’altro che originale lo dimostra già il titolo scelto: The Spiritual Kung Fu, che ricorda da vicino quel The Spiritual Boxer del titano Liu Chia-Liang che nel 1975 per primo aveva mostrato alcune blande idee di commedia a sfondo marziale.

Non sappiamo quando è stato girato questo film, perché una volta completato Lo Wei ha scoperto che nessun distributore in città era disposto a comprarglielo – e non mi sento di biasimare la scelta – quindi via, anche questo film finisce a prender polvere nello sgabuzzino della Lo Wei Productions, solo per essere rispolverato dal 1978 in poi, con il grande successo di Jackie. E per l’occasione acquisirà titoli demenziali come il britannico Karate Ghostbusters. Jackie non spreca parole per il film quindi possiamo solo immaginare di essere all’incirca sul finire del 1977 o inizio 1978. E Jackie ormai è ampiamente maturo.

Data la storica e nota pigrizia di Lo Wei sul set, abituato a lasciar fare ai suoi tecnici per poi prendersi il merito, non sappiamo di chi siano le idee che vediamo nel film. Per esempio Jackie entra in scena anticipando personaggi che lo renderanno famosissimo in seguito, come lo sguattero costretto a prove fisiche umilianti: è un’idea di Jackie? Visto che la ripeterà identica nei film a seguire, potremmo pensare di sì. Invece, specifica Jackie stesso nell’autobiografia, sono di Lo Wei le trovate ridicole che funestano l’intera pellicola, siparietti comici indegni del peggior teatrino di provincia ma quel che peggio… cinque fantasmi imparruccati che si prefiggono di istruire il protagonista.

Una grande anticipazione del futuro Jackie

Jackie fa lo sguattero in un tempio buddhista, interpretando il solito perdigiorno scherzoso, poi però la situazione si fa seria e dalla biblioteca del tempio viene rubato un prezioso libro, il Manuale dei Sette Pugni: è un grande classico del cinema marziale di Hong Kong l’esistenza di un manuale, più o meno segreto, ambito da tutti perché capace di insegnare tecniche prodigiose. La particolarità assolutamente inedita è che questo libro viene rubato… da un ninja!

Ma… che ci fa un ninja ad Hong Kong nel 1977?

Malgrado non sappiamo quando sia stata girata la pellicola, di sicuro nel cinema di Hong Kong dell’epoca i ninja giapponesi non erano certo di casa: sicuramente giravano i grandi filmoni storici nipponici che raccontavano le imprese dei ninja medievali, sicuramente 007 Si vive solo due volte (1967) era ampiamente noto, ma da qui ad inserire un personaggio degli odiati giapponesi in film di Hong Kong ce ne passa. Purtroppo negli anni Ottanta un numero impressionante di film marziali senza ninja è stata distribuita in Occidente con titoli falsi, contenenti il termine “ninja” senza motivo, quindi è davvero difficile stabilire se nel 1977 o 1978 ci fossero altri esempi di questa commistione, ma sarebbe ancora più interessante scoprire se Lo Wei abbia davvero avuto un’idea così innovativa ed anticipatoria come l’inserire un ninja (all’epoca noto solo come figura storica) in un film marziale, prima che Menahem Golan sdoganasse la pratica dal 1981. E per di più scopriamo che il ladro è una donna, quindi addirittura qui abbiamo il primo caso di kunoichi (“ninja donna”) di Hong Kong!

Imparare il kung fu da cinque fantasmi formaggino

Dopo un inizio assolutamente innovativo e anticipatorio, Spiritual Kung Fu crolla nel vuoto quando Jackie trova un altro antico manuale di combattimento, nascosto in biblioteca, e cinque fantasmi muti con la parrucca variopinta iniziano ad addestrarlo nei cinque stili degli animali, dando vita a siparietti comici in cui però ha riso solo Lo Wei. Allibiti dalla pochezza delle “scene comiche” che funestano una metà del film, i distributori probabilmente non hanno notato la genialità dell’altra metà del film, quella in cui Jackie viene lasciato libero di costruire le scene di combattimento. E crea davvero oro.

Non sapevo che Jackie fosse bravo pure con i tonfa

È incredibile trovare un puro Jackie al 100% in un filmetto giustamente dimenticato: la sua genialità funambolica nel costruire appassionanti scene di combattimento mai banali e mai ripetitive è tutta là, soffocata da un delirante filmaccio di Lo Wei. A caldo verrebbe da dire che il pessimo regista ha impedito all’attore di diventare famoso già anni prima, ma è anche vero che gli ha fornito una palestra per affinare il proprio stile e per capire cosa non fare mai nei film. Basta vedere questi prodotti di Lo Wei in sequenza per capire quanto Jackie stia sperimentando e migliorando anno dopo anno: quand’anche fossero stati film di successo, comunque sarebbe servito tempo all’attore per migliorare il suo stile.

Combattimenti funambolici imperdibili

Jackie crea oro sia nel lungo esame finale per lasciare il tempio sia nel lungo combattimento finale contro Jawes Tien, storico attore dell’epoca più noto in Italia per aver affiancato Bruce Lee in Dalla Cina con Furore (1972) ma soprattutto come co-protagonista de Il furore della Cina colpisce ancora (1971). Ha lavorato al fianco di Bruce anche in Game of Death nel 1972, ma questo l’abbiamo scoperto solamente quando nel 2000 John Little scopre il girato completo dell’opera inedita di Lee.

Imperdibili i combattimenti delle pari opportunità

La parata di splendidi combattimenti, eseguiti nello stile funambolico, circense e frizzante di Jackie, arricchiscono e impreziosiscono almeno metà di questo film, che crolla però quando arrivano i siparietti di Lo Wei. Solo per colpa del regista il film va ad arricchire lo sgabuzzino degli inediti di Jackie, insieme al successivo, “serio”, Dragon Fist: tutto materiale che Lo Wei stesso riutilizzerà, senza scrupoli, una volta diventato famoso l’attore che non ha saputo capire.


Il destino in agguato

Un regista che produce film il cui destino è rimanere sepolti in uno sgabuzzino, perché i distributori non ne vogliono sentir parlare, diciamo che è un regista finito anche se non lo sa. Ma per un autore legato a vecchi schemi come Lo Wei, ce n’è un altro con la voglia di sperimentare, come per esempio Ng See-yuen: così come Raymond Chow ha lasciato il posto di dirigente della Shaw Bros per fondare la Golden Harvest, allo stesso modo Ng See-yuen se ne è andato dalla Shaw per fondare la Seasonal Films. È l’uomo che ha cercato di far sborsare ai fratelli Shaw l’altissima cifra che Bruce Lee chiedeva, senza riuscirci: è l’uomo che ha capito come il cinema di Hong Kong stesse cambiando per sempre ma non è stato ascoltato. Ora, dalla Seasonal Films, ha adocchiato quel giovane che si fa chiamare Yuen Lo e lo chiede “in noleggio” alla casa di Lo Wei per sessanta mila dollari di Hong Kong, per un totale di tre film. Lo Wei è convinto che Jackie non valga la pena, quindi – “spinto” da Willie Chan – accetta che l’attore vada a lavorare per la casa concorrente.

Povero Jackie, passato di mano come un oggetto di scena

Ng See-Yuen non ha certo più soldi di Lo Wei, ma i suoi prodotti sono noti nell’ambiente per essere ben curati, sebbene non abbiano grandi nomi nel cast. Esce fuori che la scelta di chiamare Jackie, giovane ma grezzo, arriva dalla punta di diamante della Seasonal Films, uno stunt coordinator anch’egli allievo della scuola dell’Opera in tempi passati, quindi in pratica un “fratello maggiore” di Jackie. Come tanti altri, nel lavoro ha mantenuto il nome Yuen datogli dalla scuola, quindi ancora oggi in tutto il mondo è conosciuto come Yuen Woo-ping, noto in Occidente per Matrix (1999), La Tigre e il Dragone (2000), Kill Bill (2003) e altri film di grandissimo richiamo in cui ha curato le scene di combattimento. Nel 1978 Yuen è solo l’autore di punta di una minuscola casa produttrice senza molti mezzi, ma ha il naso buono per capire che il vento è cambiato, e l’occhio buono per capire che Jackie può essere la novità che ad Hong Kong tutti stanno cercando.

Yuen Woo-ping (al centro) sul set di Kill Bill con Quentin Tarantino (accucciato)

Il produttore Ng è sin da subito sincero con Jackie e gli espone un piano che è la gioia di qualsiasi attore emergente: «Nessuno meglio di te sa cosa sia meglio per te, perciò non ti dirò cosa ho in mente per te, perché non ho in mente niente: voglio che tu mi dica cosa vuoi. Se io metto Jackie Chan in un film, cosa sa fare Jackie Chan?» Il nostro eroe non può che sciogliersi e raccontare tutta la sua vita e le sue idee al produttore.

«Bruce Lee era il migliore in quel che faceva, nessuno può superarlo: perché allora dovremmo provarci? La gente vuole vedere idee vive, non ossa morte. Bruce aveva successo perché faceva cose che nessun altro faceva, ma ora tutti rifanno Bruce: se vogliamo avere successo, dobbiamo fare il contrario di Bruce.»

Perso nella passione del discorso, Jackie si alza e comincia ad agitarsi davanti al produttore. «Bruce tirava calci altissimi», e tira un calcio alto sulla testa di Ng, «io dico che dobbiamo tirarne di bassi, rasoterra. Bruce gridava quando colpiva qualcuno per mostrare forza e rabbia: io dico che dobbiamo mostrare invece quanto faccia male alla propria mano colpire qualcuno», tira un pugno finto al produttore e poi comincia ad agitare la mano mimando dolore. «Bruce era un superuomo, ma credo che il pubblico voglia vedere qualcuno che sia un semplice uomo, come loro. Qualcuno che vinca ma solo dopo aver fatto un sacco di errori, e che abbia senso dell’umorismo. Che non abbia paura di essere un codardo… Mi sa che questo non ha senso per lei, eh?» Ng See-Yuen invece è rapito e fomentato dalla dimostrazione: «Facciamolo! Facciamo il tuo film!» Prima che all’attore smetta di girare la testa dall’emozione, è nato Snake in the Eagle’s Shadow, il primo film che possa dirsi “di Jackie Chan”.


Il serpente all’ombra dell’aquila

Cosa contraddistingue Snake in the Eagle’s Shadow da un qualsiasi altro film marziale coevo di Hong Kong? Molto poco, ma è quel poco che fa la differenza. Il film è esattamente quello che il pubblico aspettava: qualcosa di noto, qualcosa di classico, qualcosa di canonico ma con un’anima nuova, sferzato da energia rinnovatrice e con tecniche mai viste prima. Mentre tutti imitavano lo stile di Bruce Lee, Jackie aveva creato un suo stile, totalmente diverso da chiunque altro. Per il pubblico occidentale è difficile apprezzarlo, ma quando Jackie su schermo inventa ben due stili – quello del serpente “modificato” e la Zampa del Gatto – il pubblico locale impazzisce. Quel 1° marzo 1978 dell’uscita del film equivale al 1° marzo 1973 in cui in Italia è uscito Dalla Cina con furore: è nato un nuovo canone, e nessuno vorrà più altro.

Il film è un doppio lancio, perché oltre a Jackie protagonista è l’esordio alla regia che il trentenne Yuen Wo-ping aspettava da tempo, e condivide l’entusiasmo dell’attore: bisogna fare qualcosa di mai visto prima. Per esempio, qual è il più classico degli schemi di un film di kung fu “di formazione”? L’allievo sbandato e irruente che chiede a un maestro saggio e posato di istruirlo, così da diventare più forte: bene, si fa tutto il contrario! Si prende un giovane svogliato che non ha alcuna voglia di essere istruito e lo si obbliga a seguire gli insegnamenti di un maestro sbandato, ben poco serio.

Il primo vero grande successo di Jackie

Jackie, tanto per cambiare, interpreta uno sguattero perdigiorno e malmenato dal vice-maestro della scuola in cui vive. Le “scuole rivali” sono un grande classico di questo cinema, e qui le tante scuole di una città sono sempre in lite fra di loro, con gli allievi che si spostano da una all’altra man mano che i relativi maestri si picchiano. Jackie invece rimane nella sua scuola ad essere malmenato dal perfido vice-maestro, ma un giorno salva un vecchio da una rissa e non sa di aver incontrato il suo nuovo maestro. Per l’occasione interpretato niente meno che da Yuen Siu-tin, il papà del regista Yuen Woo-ping!

È così che dormono i veri maestri!

Il vecchio mendicante in realtà è il maestro di una scuola che è stata sterminata dal cattivo di turno e ora si nasconde per evitare di essere ucciso, ma soprattutto che venga dimenticato lo stile del Serpente, che insegna al giovane Jackie, il quale per l’occasione può rispolverare il “serpente con la bocca aperta” che aveva studiato nei precedenti film.

Chi ha giocato a “Tekken 3”, ben conosce questa scena…

La cinematica di Lei Wulong in “Tekken 3” ripete alcune scene di questo film

Visto che il giovane vive in una catapecchia con un gatto, comincia a studiare da solo anche un nuovo stile che chiama la Zampa del Gatto, con cui sbaraglierà il perfido missionario traditore. (Gli occidentali sono sempre infami e bastardi, nei film di Hong Kong!) Alla fine potrà battere il cattivo con una commistione di generi marziali, che lui e il suo maestro decideranno di chiamare il Serpente all’Ombra dell’Aquila.

Lo stile della Zampa di Gatto

La storia è classicissima, ma è lo stile in cui è trattata ad essere totalmente innovativo, senza parlare dell’incredibile perizia tecnica: le coreografie di Yuen Woo-ping unite allo stile di Jackie creano pura poesia marziale su schermo. Scene acrobatiche, inventive ed umoristiche si alternano senza sosta, con siparietti comici sottili che con gusto omaggiano e giocano con tutti gli schemi classici del genere.

«Non era nostra intenzione prendere in giro il genere marziale: con Snake in the Eagle’s Shadow volevamo semmai reinventarlo, per portare umorismo ed umanità in un genere che aveva perso entrambi.»

L’operazione riesce, e il film diventa canone, visto che il kung fu della scodella mostrato da Jackie e il suo maestro lo ritroviamo in un altro capolavoro come I maestri del kung fu (Five Superfighters, 1979) di Lo Mar (John Law Ma).

Segnatevi il kung fu della scodella, perché tornerà!

La scena in cui Jackie cerca di riprendersi la scodella e, senza saperlo, impara le posizioni dei piedi del kung fu del Serpente, sicuramente ispirerà Karate Kid (1984): impossibile non vedere nel maestro Miyagi un’eco occidentale della figura del maestro che Yuen Siu-tin ha creato nel 1978, e che verrà ripetuta più volte.

Una curiosità. Nei momenti di maggior enfasi, parte la colonna sonora “ufficiale” del film, cioè Oxygène II (1976) di Jean Michel Jarre, più nota negli anni Ottanta italiani per essere stata la musica della pubblicità Saila Menta. Avranno pagato i diritti? Vista l’usanza dell’epoca di usare musiche occidentali – Morricone compreso! – senza stare a disturbarsi nel chiedere permessi, mi sento di dubitarne.

Mi raccomando: non fatelo a casa!

Il produttore Ng See-Yuen ha sentito in giro voci di distributori per cui un film con Jackie Chan è un sicuro insuccesso al botteghino, ma non ci bada perché è chiaro che ad Hong Kong non si è mai visto un film come quello. E il pubblico premia l’inventiva.

«Ogni settimana andavamo in ufficio a guardare i numeri dei botteghini, ad Hong Kong, a Taiwan, in Thailandia, a Singapore e Malesia. E i numeri crescevano e crescevano e crescevano.»

Un giorno Ng chiede a Jackie e Yuen Woo-ping quale sia il più grande film della storia di Hong Kong. Dalla Cina con furore risponde Jackie, L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente risponde Woo-ping, ma Ng li corregge: «Sbagliate entrambi, è Il serpente all’ombra dell’aquila» ed alza il foglio dei dati di vendita: il più grande successo della storia di Hong Kong!

Il pubblico impazzisce per le sofferenze di Jackie

Mentre Jackie e Woo-ping festeggiano saltellando in aria, Ng li riporta al lavoro: bisogna dimostrare ai distributori che non è stato un colpo di fortuna, che la nuova formula funziona. Serve un altro film, e i due inarrestabili ex studenti dell’Opera già ci stavano lavorando. Come vuole la regola del seguito, dev’essere uguale al primo ma di più. Quindi più comico, più acrobatico, più veloce, ma soprattutto più dissacrante. Insomma, roba… da ubriacarsi!

(continua)

P.S.
Malgrado nel 1978 in Italia arrivassero ancora molte pellicole di Hong Kong, spacciate truffaldinamente per “film di Bruce Lee”, non esiste prova sia mai uscito questo titolo: per la prima apparizione in lingua italiana de Il serpente all’ombra dell’aquila si deve attendere il 2003, quando alla Columbia sfugge la mano e insieme a film inediti di Jet Li porta nelle nostre videoteche pure un paio di classici di Jackie, in edizioni plastificate dal prezzo che colpisce! Ancora mi fa male il portafoglio, ma oggettivamente sono splendide edizioni.


L.

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30 risposte a Jackie Chan Story 6. All’ombra dell’aquila

  1. The Butcher ha detto:

    Povero Jackie Chan. Certo che gli inizi con Lo Wei sono stati oltremodo tremendi. Almeno da lui ha imparato cosa non fare. Intanto mi fa piacere che abbia comunque cercato di creare un proprio stile e di differenziarsi da Bruce Lee. Già a quei tempi si vedeva che aveva voglia e talento.

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  2. Cassidy ha detto:

    Eccolo qui il titolo che Jackie Chan aspettava da una vita, bellissima la parte su Yuen Woo-ping, per essere un film (come al solito) maltrattato dalla nostra distribuzione, ha fatto davvero storia, “Karate Kid” ha pescato a piene mani e da quanto vedo, anche “Tekken”. Sono già gasato per il prossimo appuntamento, mi preparo qualcosa da bere per arrivare pronto 😉 Cheers!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Tekken è pieno di omaggi al cinema di Hong Kong, almeno fino al 3, poi non saprei che non l’ho più seguito.
      Sembra incredibile fare un film totalmente uguale allo standard dell’epoca eppure riuscire a renderlo così innovativo da creare esso stesso un canone!

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  3. Zio Portillo ha detto:

    Eccoci qua. Tra questo e il prossimo venerdì finalmente le cose diventano divertenti… Pardon serie. Cioè serie coi numeri ma divertenti nelle scene. Chiaro no? Oh, al diavolo! Finalmente Jackie è diventato quello che noi conosciamo ed apprezziamo.

    Uno che la gavetta vera l’ha fatta spaccandosi la schiena (e qualche altro osso…) e ingoiando tonnellate di merd@. Fino a quando la cosa più semplice, la scintilla geniale è stata capita e alimentata. Pare il classico uovo di Colombo, cioè la cosa più ovvia e naturale e ti pare impossibile che nessuno lo abbia mai fatto prima. (un po’ come quando Bud&Terence diedero vita a “Trinità”). E infatti quando i due ingredienti vengono fusi assieme, hanno spaccato i botteghini. Altro esempio? “Trappola di cristallo” o “Arma Letale”…

    Considerazione personale a margine. Alla fine la gente vuole ridere. Sì, ok, anche il pianto liberatorio ogni tanto fa bene e un film drammatico ci sta. Così come l’epica, l’avventura, l’azione, il terrore,… Ma in fondo in fondo tutto vogliono poter ridere a crepapelle per staccarsi dalla realtà. Ma far ridere è la cosa più difficile del mondo perché è qualcosa di assolutamente soggettivo. E anche culturalmente ci sono parecchie differenze. Trovare quindi un taglio comune e universale è difficile al quadrato. I film di Jackie Chan hanno quasi tutti delle trovate così universali che possono essere capite da tutti in tutto il mondo, indipendentemente dall’età e dalla cultura. Ripeto, sarà banale quanto vuoi ridurre tutto ad una commediola, anche scema, ma farla bene e renderla alla portata di tutti è difficilissimo. (potrei collegarmi ad un discorso sull’arte moderna che feci con una mia vecchia professoressa davanti ad un quadro a Berlino ma finirei totalmente fuori tema ed è meglio chiudere).

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Ti ringrazio dell’entusiasmo “artistico” ^_^
      Di sicuro far ridere è una cosa seria, molto difficile a farla bene, e anche nei momenti che sembrano più semplici in realtà serve preparazione e grande talento. E poi dici bene, una cultura così diversa come quella cinese ha saputo lo stesso trovare temi universali e non era facile.

      La cinematografia di Hong Kong era specializzata in commedie e drammoni, il cinema marziale è stata una novità fugace e passeggera, che si stava autodistruggendo con ondate di filmetti simil-Bruce Lee che – Jackie conferma – nessuno voleva vedere e così il genere stava morendo a giusto cinque o sei anni dalla nascita, quando Jackie è riuscito a trovare il modo di liberarlo dall’ombra di Lee e dimostrare che si potevano usare anche altri stili.

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  4. Il Moro ha detto:

    Quanto odio quel Lo Wei, senza averlo mai nemmeno conosciuto… 😄
    spettacolare il trailer di Snake in the eagle’s shadow! Il tipo vestito di rosso con la treccia è l’evidentissima fonte di ispirazione per il personaggio di Tao Bai Bai di Dragonball, un personaggio stramitico!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      In realtà quel personaggio è un canone del cinema di kung fu, lo si può trovare in tantissimi film dell’epoca, quelli “in costume”: l’abito intero e la treccia simboleggiavano nobiltà – credo derivi dai costumi dei Manchu, sempre visti come stranieri invasori – quindi era il perfetto “big boss” per l’eroe di turno, popolano e quindi vestito alla buona. Bruce Lee non l’ha usato perché tentava di “modernizzare” il genere, ma credo appaia in tutti i primi film in costume di Jackie e questo sicuramente l’ha reso famoso.
      Personaggi come il monaco Shaolin coi ciglioni bianchi e la barba a punta sono appunto maschere di Hong Kong come il Pulcinella italiano, quindi le tante opere che le presentano non so quanto stiano citando una fonte unica. Più facile che facciano riferimento ad un panteon ben noto e condiviso. Fermo restando che Tekken dimostra come i primi film di Jackie siano stati di grande ispirazione 😉

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      • Zio Portillo ha detto:

        Interessante… Una sorta di “commedia dell’arte” in salsa orientale. Come noi abbiamo le nostre “maschere” con determinate caratteristiche, gli orientali hanno le loro. Sai che non ci avevo mai pensato? Il mio ragionamento era più terra-terra. Ad esempio l’anziano monaco Shaolin, credevo fosse una caricatura di un qualche personaggio storico realmente esistito (magari preso di peso dalla mitologia cinese). Stessa cosa per il personaggio “nobile Manchu” che accennavi sopra. Credevo fosse un famoso nobile di epoche passate che veniva preso in giro caricaturizzandolo. Ma comunque tutte figure realmente esistite (come se noi avessimo un personaggio ricorrente nei film “peplum” che è la caricatura di Giulio Cesare o di Cleopatra).

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Per i film in costume ci si rifà a quello che hai definito bene “commedia dell’arte”: a volte chiamando in causa personaggi (quasi) storici come Wong Fei-hung, protagonista di centinaia di pellicole, a volte invece rifacendosi a maschere tipo appunto le nostre. Non è che ci domandiamo se sia mai esistito un vero Pulcinella o un Pantalone e via dicendo, ma sono figure del teatro popolare.
        Il cinema di Hong Kong è da sempre dominato dal wuxiapian, genere locale che non ha mai conosciuto crisi, con racconti epici in costume e personaggi sterotipati: il monaco Shaolin dalla barba lunga (e bianca), il signore locale impettito e dallo sguardo cattivo, il maestro rivale, lo sbandato, il ciccione che fa ridere. Sono tutti elementi che nel cinema marziale hanno trovato sublimazione. La rivoluzione di Bruce prima e Jackie poi è stata di partire da quelle basi per andare altrove, per mostrare qualcosa che non fosse preimpostato e tradizionale.
        In Italia questi film sono arrivati male e finiti i Settanta sono ormai ignoti, mentre in America sono ancora distribuiti tranquillamente e fanno parte della cultura popolare: quando Tarantino in Kil Bill mostra un monaco Shaolin cigliuto e dalla barba bianca, sta citando un genere che gli americani conoscono da trent’anni. Invece in Italia è roba mai vista e si pensa sia una geniale invenzione dell’autore 😛
        Anche la recitazione di Hong Kong è impostata, perché deriva direttamente dall’Opera di Pechino, quindi tutti si muovono seguendo regole fisse che non assomigliano a ciò che noi chiamiamo “recitare”, sembrano impostati e poco naturali. Quando sono iniziati ad uscire film in cantonese – la lingua popolana contro il nobile mandarino – di nuovo è stata una rivoluzione. Stephen Chow – purtroppo umiliato in Italia – è diventato famoso proprio perché faceva commedie marziali alla Jackie ma ancora più divertenti e soprattutto ancora più popolane, quindi di sicuro successo fra tutti gli strati sociali della popolazione.
        Sono tutti elementi noti da decenni, ma in Italia sono usciti poco e male e soprattutto l’assenza totale di repliche finiti gli anni Ottanta ha reso centinaia di film materiale esclusivo per appassionati, mentre invece è roba che continua ad essere citata sia ad Hong Kong che in America.
        Se ti ricordi, nel pessimo “Il monaco” con Chow Yun-Fat il giovane Seann William Scott si esercita nel kung fu guardando al cinema un filmaccio marziale d’annata, mentre nei Duemila sono uscite geniali parodie americane che omaggiano grandi film del passato, segno che sono ancora vivi. Da noi invece non c’è traccia di vita…

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  5. Willy l'Orbo ha detto:

    Scorgo effetto auricchio e fantasmi formaggino e già pregusto una lettura serale ricca di soddisfazioni!
    Nel frattempo con un rapido off topic volevo dirti che, seguendo il consiglio, ho dato una rinfrescata a Galaxy Quest e quasi non me lo ricordavo così brillante/carino/divertente!
    Insomma, un prodotto che in ogni modo è molto derivativo da Star Trek mi è piaciuto ma non cantare vittoria ( 🙂 ), finché il mio gradimento viene da un film che spernacchia la suddetta serie mi considero ancora salvo! 🙂

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  6. Madame Verdurin ha detto:

    Di queste cose fatte a inizio carriera non sapevo proprio niente, mi sto divertendo un sacco! Però hanno fatto tutte scuola, così tanto che molte cose, tra mille giri immagino, le ritroviamo uguali in Kung Fu Panda per esempio… Non vedo l’ora di scoprire il resto!

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  7. SAM ha detto:

    E’ palese cmq che Akira Toriyama sia sia ispirato graficamente e narrativamente ai film di JC: primo perché ne era un grande ammiratore ( e JC dei suoi fumetti : tanto che poi si incontreranno in Japan durante un viaggo di lavoro di Jackie ) e secondo perché lo omaggia palesemente in Dragon Ball: vedi il Maestro Jackie Chun e il suo stile di combattimento “ubriaco”….

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    • Charlie Chan Spenser ha detto:

      E Jackie che in uno dei film di bambole e botte combatte vestito da Arale!? 😂

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      • SAM ha detto:

        Infatti Jackie adora Arale, se cerchi l’intervista dell’ incontro tra lui e Toriyama, ne leggi delle belle….

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Aggiungendo il contratto fisso con la Mitsubishi e il mostrarsi vestito da Chun Li in “City Hunter”, diciamo che Jackie ha un rapporto molto stretto con la cultura giapponese, a partire dalla sua imitazione di Zatoichi in “Half Loaf of Kung Fu”.
        Invece Lo Wei era più legato al canone anti-nipponico che ha reso Bruce paladino di Hong Kong: Jackie non è un ribelle o un paladino, e in tempi recenti anche l’amore per il Giappone mi sembra scomparso, visto che con il crescere della potenza cinese è diventato un conservatore patrio…

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      • SAM ha detto:

        Cmq non ho detto che Jackie sia tanto amante del Giappone , quanto dei manga e di Toriyama in particolare : Arale che è comico ma della cultura nipponica ha molto poco , mentre DB prima maniera, quello con Goku bambino per intenderci , ha moltissimo delle storie avventurose cinesi, sia nell’ ambientazione che nella trama ( inizialmente presa dal classico cinese di Sun Wu Kung ).
        Non a caso, DB è diventato subito un classico in Asia, infatti ci fecero pure un live cinese arrivato anche da noi .

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  8. Charlie Chan Spenser ha detto:

    Io il serpente all’ombra dell’aquila L’ho comprato a 2 euro più spedizione perché l’ho trovato in mezzo ad un lotto di roba usata.. ed è in splendide condizioni. Tra l’altro anche se è un po’ meno famoso non lo trovo meno bello del primo Drunken Manster. Ansi ,fatta eccezione per lo stile dell’ubriaco, (che è più divertente) per il resto lo preferisco a Drunken Manster. Proprio per il fatto che i due film sono identici e il mio cervello non riesce a concepirlo… per me è come se Il serpente all’ombra dell’aquila è l’originale e Drunken Manster 1 è un auto plagio. Drunken Manster 2 invece è il top.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Io lo pagai 23 euro nel 2003 e sono state 23 frustate dolorose, ma non ho saputo resistere ad una splendida edizione di un film di cui fino ad allora avevo solo sentito nominare.
      Sì, in pratica con Dunken Master sono due cloni a volte indistinguibili, e per molto tempo ho creduto che il Serpente fosse solo una scopiazzata furba dopo il successo di DM, mai avrei pensato fosse il contrario 😛

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      • Charlie Chan Spenser ha detto:

        Beh dai ci sta. Mi risulta che ancora ora più o meno viene messo su quei prezzi li su eBay e Amazon. Mi sembra che non facciano nuove edizioni da molto e quindi essendo fuori commercio spesso non c’e’ modo di trovarlo a prezzi decenti.

        Sei proprio te l’autore di questi apprendimenti vero?
        Era molto che desideravo sapere cos’è sulle sue bio, ma sciropparmi due libri in inglese non fa per me. Il massimo delle chicche oltre ai suoi film per ora erano state “my stunt” e “my story”. Questi approfondimenti sono veramente strafichi

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Ti ringrazio, i documentari che citi li ho molto amati (My Stunts ho perso il conto di quante volte l’ho visto, all’epoca, registrato da Tele+!) però il formato non permetteva un approfondimento maggiore. Per fortuna la biografia del 1998 è ricca di storie e permette di ricostruire anche questi inizi di carriera, che finora erano stati parecchio nebulosi. In realtà lo sono ancora, perché Jackie ha lavorato ad un numero impressionante di film tra il 1971 e il 1978 ma a quanto pare è lui stesso a non ricordarli (o a non volerli ricordare).
        La biografia del 2015 parla molto meno di lavoro, è più generica (sulla vita), quindi per ora sto seguendo solo la prima.

        Già è un miracolo inspiegabile l’arrivo in Italia nel 2003 del Serpente e dell’Ubriaco, sperare che conoscano addirittura una ristampa è impensabile. Solamente i cinque o sei film portati in Italia da TMC nel 1988 sono stati ristampati non so più quante volte, evidentemente costano due spicci malgrado siano tutti di culto. Gli altri film di Jackie sono finiti in mano a case ben poco interessate a ristampe. E gli inediti di Jackie sono ancora tutti inediti…

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  9. Giuseppe ha detto:

    Lo Wei, un maestro: sì, un maestro nell’arte di appropriarsi delle idee altrui ma senza capirle, visti i risultati! Se non altro, pure quest’altra umiliante parte di gavetta è servita a far maturare Jackie portandolo verso le alte vette che tutti conosciamo. Del resto, lui aveva già indicato chiaramente quale fosse la nuova strada da intraprendere, e con un regista SERIO (cosa che Lo Wei certo dimostrava per l’ennesima volta di non essere, visto come l’aveva di fatto consegnato nelle ben più lungimiranti mani della concorrenza) a disposizione quel brillante connubio fra umorismo e arti marziali avrebbe certo potuto esordire anche prima su grande schermo… Insomma, dopo aver ingoiato così tanta merda, Jackie si meritava di incontrare finalmente un produttore illuminato come Ng See-Yuen! 👍

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Piuttosto che ascoltare Jackie, Lo Wei ha preferito intascare i soldi sicuri del suo “noleggio”, dimostrandosi imprenditore decisamente pigro: dubito fortemente che sarebbe diventato un regista ricco se non fosse stato per il successo di Bruce Lee!

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  10. Pingback: Jackie Chan Story 7. L’ubriaco senza paura | Il Zinefilo

  11. Kukuviza ha detto:

    C’è di tutto in questi post! Sono sempre più affascinata da questa storia di Jackie e delle sue tribolazioni fortunatamente a lieto fine.
    Lo Wei veramente personaggione da film. Comunque non è poco imparare quello che NON si deve fare, vabbè è anche vero che da lui se ne imparavano un po’ troppe di cose da non fare.
    Il trailer piuttosto divertente, (a parte la musica da film horror del primo pezzo), Jackie fa una faccia da Franco Franchi quando il maestro finge di mettergli le dita negli occhi.
    Mitico il titolo autocelebrativo “Directed by the best Hong Kong’s director”! se facciamo le cose, facciamole fino in fondo!
    La pubblicità della saila menta mi ha veramente ucciso. L’avevo rimossa completamente!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Per molto tempo quella canzone della Sailamenta è stata la più nota di Jarre, anche se nessuno di noi sapeva che fosse sua 😀
      Molte volte si pensa che un regista di Hong Kong sia bravo a prescindere, invece anche lì c’erano registi buoni e meno buoni, e purtroppo Jackie è finito solo l’ala del peggiore. Vedrai che l’ombra di Lo Wei sarà più lunga di quanto si pensi…

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