Barfly (1987-2005) Cent’anni di Charles Bukowski

Il 16 agosto 1920 in Germania nasceva Heinrich Karl Bukowski junior, noto come Charles Bukowski, per gli amici solo Hank. Il nostro TOM (The Obsidian Mirror) è riuscito a festeggiarlo organizzando un’iniziativa tra blogger: molti sono stati i chiamati, ma pochi gli eletti, come diceva Matteo. (No, non quel Matteo. E neanche quell’altro!)

Non sono un amante di Bukowski, tutt’altro: mi considero un suo ignoratore, nel senso che lo ignoro e quando si parla di lui mi metto a fissare le macchie sulle pareti, ma adoro gli anniversari a blog unificati quindi partecipo anch’io. Povero Hank, di tre che partecipano alla commemorazione dei tuoi cent’anni, uno manco ti ha mai letto!

Festeggiamo dunque con “The Obsidian Mirror” (che ha organizzato l’iniziativa) e “La Bara Volante“.


Mosconi da festival

Maggio 1987, Festival di Cannes, Menahem Golan della Cannon gongola in giro con il petto gonfio dall’avere ben due film in concorso. Uno è I diffidenti (Shy People) di Andrej Konchalovskij, l’altro è Barfly con un Mickey Rourke appena esploso per il successo mondiale di 9 settimane e ½ e pronto a godersi quei due o tre anni di cresta dell’onda che l’aspettano. In realtà i film sono tre, c’è anche Street Smart con il povero Christopher Reeve che cerca di togliersi di dosso il mantello di Superman (spoiler: non ci riuscirà!), ma nessuno lo cita.
Il celebre giornalista cinematografico Roger Ebert si avvicina a Golan e – racconterà nel saggio Two Weeks in the Midday Sun: a Cannes notebook (1987) – gli dice: «Ho sentito che ha deciso di fare questo film perché Barbet Schroeder è entrato nel suo ufficio e ha minacciato di tagliarsi un dito, per poi continuare a tagliarsi parti del corpo finché lei non avesse deciso di produrre il film».

Golan deve aver gongolato ancora di più: è questo genere di storie che rende immortali i produttori. Così risponde: «Ha ottime fonti: la storia è vera. Cos’avrei potuto fare? Non posso avere nel mio ufficio qualcuno che si taglia le dita».

Ebert torna alla carica. «Ma se questa storia inizia a girare per Hollywood, si ritroverà tutti in città che le piombano in ufficio con un trapano, minacciando sé stessi se lei non produrrà i loro film».

Possiamo solo immaginare lo sguardo da Charles Bronson assunto da Golan. «Non funzionerebbe: ho accettato di fare Barfly per una sola ragione: volevo farlo».

Ebert ci informa che il film è stato proiettato lunedì 19 maggio, quando ormai il festival era bello che concluso e la maggior parte degli ospiti e giornalisti già aveva i bagagli che li attendevano nella hall dell’albergo. «I baristi avevano il tempo di contare le mance», nota Ebert: se i bar sono vuoti, vuol proprio dire che la festa è finita. Proiettare un film di lunedì, alla fine di un festival, vuol dire aver già deciso a priori che non vincerà, e infatti non stupisce che non abbia vinto. Comunque già è stato tanto averlo in concorso.

Il più deluso di tutti sembra essere proprio Ebert, giornalista che ci racconta di aver passato del tempo sul set del film a Los Angeles e di aver passato ore a parlare con Charles Bukowski: «un poeta, un filosofo, un ubriacone, un giocatore, è celebrato nell’area di Los Angeles come uno degli ultimi beatnik ancora in attività». Ebert ama il film, ma in platea c’è ben poca gente intorno a lui.

Ebert ricorda la notte che è arrivato sul set e ha visto Bukowski seduto al bancone: subito lo scrittore ha iniziato a spiegargli il film.

© 2010 Ulf Andersen

«Si intitola “Mosca da bar” e parla di me, perché è ciò che sono: una mosca da bar. Dài corda ai maniaci e ti lasci malmenare dai baristi, perché sei il pagliaccio del locale: riempi la vita delle persone con la tua presenza, e magari ogni tanto ottieni in cambio qualche bevuta gratis. Sono diventato una mosca da bar perché non mi piaceva ciò che vedevo dalle nove alle cinque, non volevo diventare un lavoratore ordinario, pagare il mutuo, guardare la TV… ne ero terrorizzato. Il bar era un luogo sicuro in cui nascondersi, per stare lontano da quel gioco. [Get out of the mainstream, gioco di parole che non so tradurre! Nota etrusca]
La mia è stata una decisione inconscia, mentre intanto scrivevo e vendevo racconti a pessime riviste [dirty magazines]. Ho smesso di scrivere, dopo un po’, concentrandomi sul bere. Mi sono rifiutato di accettare la morte vivente dell’acquiescenza. [I refused to accept the living death of acquiescence: decidete voi che significato dare al termine, se “remissività”, “condiscendenza”, “accettazione passiva” o quel che volete! Nota etrusca

Ebert si guarda in giro per il bar e nota come la situazione sia irreale se non paradossale: si beve gratis ma nessuno beve, perché i clienti del locale, tutti abitudinari, sono stati ingaggiati come comparse e se si ubriacano rischiano di perdere la paga, oltre a non apparire in video. Intanto in un angolo c’è Mickey Rourke che sta picchiando Frank Stallone, che a quanto pare non ha il talento del fratello Sly.
Intanto Bukowski si accende una sigaretta piccola e puzzolente, che chiama Mangalore Ganesh Beedies. «le puoi trovare in qualsiasi negozio indiano o pakistano, è quello che i veri poveri fumano in India. Mi piacciono perché non contengono roba chimica o nicotina, e si sposano bene con il vino rosso».

Al che racconta com’è nato il progetto.

«Ho risposto a una telefonata, un giorno, ed era Barbet Schroeder che mi chiamava da Parigi. Stavo bevendo e quindi riagganciai. Mai sentito, questo Schroeder, sicuramente era uno scocciatore. Lui però richiamò e mi chiese se volessi scrivere un film per lui. Gli risposi che odiavo i film, ma poi lui parlò di ventimila dollari e gli chiesi quand’è che iniziavamo.»

Esce fuori che Schroeder da sette anni stava cercando di fare il film senza riuscirci, tanto che la Cannon ormai stava per cancellare il progetto, al che scatta la “leggenda della minaccia di menomazioni”: stando a Bukowski, però, il regista si sarebbe presentato nell’ufficio di Golan addirittura con un taglierino elettrico: iniettatosi della novocaina, si sarebbe infilato il taglierino nella carne del mignolo minacciando di tagliarselo via. Un tocco splatter probabilmente aggiunto dallo scrittore. Comunque Golan ha detto no e Schroeder si è tagliato il dito. Ma forse questa è una versione apocrifa della storia…


Produzione e distribuzione

A Cannes c’era anche il corrispondete del quotidiano “l’Unità”, che il 19 maggio 1987 racconta l’incontro con il cast tecnico del film, non certo promettente. Un giornalista francese chiede a Mickey Rourke se anche lui, come il suo personaggio, creda che la sofferenza sia una condizione necessaria alla creatività, al che l’attore risponde: «Le uniche cose che mi fanno soffrire sono le conferenze stampa».
Invece Lietta Tornabuoni de “La Stampa” (18 maggio) non può fare a meno di notare che ci sono diversi flaconi di medicine sul cassettone della stanza d’albergo dell’attore («Super Stress, Super Vit-a-Day, Energy Plus, ecc.»), ma basta girare lo sguardo per trovare una ragazza italiana circondata da quattro uomini ubriachi: pare siano tutti amici che Rourke si è portato appresso.

«All’inizio, quando ho cominciato, credevo che recitare fosse un lavoro serio, ho faticato, studiato, pensato, mi sono accanito sulle teorie di Stanislawski. Adesso m’accorgo che non serve: puoi essere una star senza fare alcuna fatica. Lavorare è uno scherzo: ti diverti, ti pagano, ma non ha vera importanza. È una maledetta porca buffonata, questo mestiere.»

Salutiamo l’attore e passiamo alle decisamente più interessanti parole del regista, riportate da “l’Unità”, che racconta brevemente la travagliata produzione del film:

«Molti produttori l’hanno rifiutato perché lo consideravano troppo triste. Edward Pressman voleva farlo ma non riuscì a procurarsi il denaro, Ray Stark era d’accordo, ma voleva impormi Kris Kristofferson e trasformare così il protagonista, da scrittore in cantante folk. Poi è arrivata la Cannon, e il film è nato dopo otto anni di sforzi. Io e Bukowski l’abbiamo scritto nel ’79. Anche se la sceneggiatura ha conosciuto almeno cinque o sei versioni.»

Come mai dopo tanti anni la Cannon ha accettato un prodotto che tante altre case e produttori hanno rifiutato? Semplice: perché a quell’epoca la casa dei cugini Menahem Golan e Yoram Globus sta spaccando di brutto, coprendo ogni possibile sfumatura di genere cinematografico. Grazie a film ninja, a Chuck Norris e Charles Bronson, la Cannon sta stracciando tutti i record e da piccole produzioni mediorientali ha ormai conquistato Hollywood con ogni tipo di produzione: il 1987 è l’anno in cui spacca tutto.

  • gennaio – Assassination, con Charles Bronson che spara
  • marzo – Street Smart, con Christopher Reeve giornalista di strada
  • aprile – La bella e la bestia, con John Savage che fa John Savage
  • luglio – Superman IV, con Christopher Reeve che torna mantellato
  • agosto – I dominatori dell’universo, con Dolph Lundgren che fa He Man
  • ottobre – Barfly, con Mickey Rourke che beve
  • novembre – Il giustiziere della notte 4, con Charles Bronson che spara

Segnatevi questa spremuta di intrattenimento di genere, perché negli anni successivi la Cannon non sarà più così ricca di proposte.

Dopo l’anteprima di Cannes, Barfly viene presentato al New York Film Festival il 30 settembre 1987 e dall’ottobre successivo esce nei cinema americani. Il 10 marzo 1988 ottiene il visto censura italiana con il divieto ai minori di 14 anni, che (come sempre) scomparirà al momento di distribuirlo in home video.

Arriva nelle sale italiane il 9 aprile 1988 e il 16 Rourke in persona va a lanciare il film da Raffaella Carrà: momenti di grande televisione…

La Warner Home Video lo presenta in VHS nel maggio 1990 all’imbattibile prezzo di 145 mila lire (mortacci!). La MGM dal 2009 lo presenta in DVD.


Mosconi da bar

«Ubriacone, ubriacone
e non do spiegazione»

Parafrasi da “In prigione, in prigione
di Edoardo Bennato

Come specificato da Neeli Cherkovski nel saggio biografico Hank (1991), sin dal 1979 in cui ha firmato il contratto con Schroeder è stato subito chiaro a Bukowski come procedere: doveva concentrarsi sul periodo della sua vita passato a Philadelphia, negli anni Quaranta, e su quello più recente quando bazzicava Alvarado Street a Los Angeles finita la Seconda guerra mondiale, dove ha incontrato la futura moglie Jane. Bastava prendere storie di vita vera e romanzarle, perché la verità sembra sempre finta. Come quell’editore di rivista porno che gli rifiutò la pubblicazione di un racconto, adducendo come scusa che “nessuno fa così tanto sesso in una settimana e mezzo”: e pensare che Bukowski si era limitato a raccontare la sua esperienza! (O almeno così si vanta con Ebert, a cui racconta l’aneddoto.)

A che serve fare tanto sesso se poi non ci crede nessuno?

Dunque la sceneggiatura di Barfly si presenta come racconto romanzato di veri episodi di vita vissuta e vede il “bukowskide” Henry (Mickey Rourke) sfidare continuamente l’arci-nemico Eddie (Frank Stallone) finché aver mangiato qualcosa a pranzo gli dà l’energia giusta per pestarlo a dovere.
Tra una bevuta e un’altra conosce Wanda (Faye Dunaway), ubriacona e perdigiorno quanto lui, e si mettono insieme. Lo possono fare perché grazie ad un detective l’editrice Tully (Alice Krige) riesce a rintracciare l’autore di racconti così meravigliosi che li vuole per la propria rivista pagandoli a peso d’oro, e trovatolo barbone ubriacone si innamora di lui. Perché tutte le donne si innamorano degli ubriaconi, ha ragione Maurizio Milani, bastano «venti calici bianchi che è la dose minima per stare in piedi con decoro». Il resto del film sembra descrivere proprio il titolo di un libro di Milani: Vantarsi, bere liquori e illudere la donna.

«La donna quando non capisce s’innamora» (Maurizio Milani)

Non ho mai letto nulla di Charles Bukowski e più ne sento parlare, più lo sento lodare, più mi allontano dall’eventualità di leggere mai nulla di suo. Perciò non giudico lo scrittore ma lo sceneggiatore, l’autore di un film che parla di niente usando il nulla come cifra stilistica.
Il protagonista non è un tipico ubriacone, ci viene presentato come uno che anzi avrebbe potenzialità e possibilità di fare una vita migliore ma non vuole: perché? Non si sa. Da qualcuna delle frasi bofonchiate a caso pare di capire che ci sia della critica sociale, il cui simbolo è l’arci-nemico Eddie, fusione di tutto ciò che Henry disprezza. Quindi non è una lotta di classe, non è un rivoluzionario che si scaglia contro la borghesia conservatrice: Eddie è un barista di periferia, sarebbe questo il “nemico ideologico” da combattere?

«Evviva gli sposi!» (tanto in questo film vale tutto!)

Sono più che sicuro che nei racconti di vita vissuta di Bukowski ci siano tante cose interessanti, da cui rimarrò sempre a debita distanza – visto che non provo interesse per le storie di vita vissuta – ma nella sceneggiatura di Barfly non ho trovato nulla che giustificasse anche solo l’esistenza di questo film, figuriamoci la qualità.
Le parti di “vita vissuta” mostrano un tizio che passa il suo tempo a bere e a fare a botte, quindi con un contenuto narrativo davvero scarso, e le parti di “contenuto” non le ho trovate. Ad essere proprio tanto tanto tanto ottimista potrei cogliere nella vincita a botte di Henry, grazie all’aver mangiato a pranzo, un richiamo al contrario del racconto Una bella bistecca (A Piece of Steak, 1909) di Jack London, dove un pugile poverissimo perde l’incontro proprio per la mancanza di energia che avrebbe avuto se avesse avuto i soldi per mangiare una bistecca. Henry invece ruba da mangiare e ha quel tanto di energia in più per battere Eddie. Quand’anche fosse voluto, è un parallelo a scadere.
Tutte le storie “finte” che ho letto/visto che riguardavano povertà, alcolismo, barboni e rifiuti umani valgono mille volte Barfly, che è un racconto vuoto di un tizio che vuole vivere in quel modo senza dare spiegazioni che non siano frasi da Baci Perugina.

Siamo sicuri che Mickey stia recitando?

A confermarmi che questa storia si basa sul vuoto arriva Steve Buscemi, che dopo anni ad apparire in film anche famosi d’un tratto s’è fatto alternativo, e con In the Soup (1992) tutti l’abbiamo scambiato per uno che faceva i film famosi per vivere ma cercava altre forme di espressioni, più di nicchia. In realtà poi è uscito fuori che Steve non aveva gran che da dire, anzi diciamo proprio niente, però lo diceva in modo alternativo e quindi per alcuni anni è stato paladino dei cinefili anti-sistema.

Così l’entusiasmo per l’arrivo del suo Mosche da bar (Trees Lounge, 1996) è stato molto alto, grazie anche ad una distribuzione capillare che, almeno in Italia, puntava parecchio sulla comunità cinefila all’epoca molto folta e attiva. Ci credevamo davvero, noi figli di Smoke (1995) che stavamo lì, accucciati sulle sedie del cinema a sforzarci di trovare un minimo di contenuto nelle storie di Paul Auster, quindi il giovane Steve era sangue fresco che eravamo tutti pronti a portare in trionfo.
Una volta visto il film, mi è stato subito chiaro che Buscemi era poco meno di un cartonato: vai a fare il maniaco in Con Air (1997), va’, che è meglio per tutti.

Chiamare “mosche da bar” il suo film significa che anche i distributori italiani avevano notato l’alta “bukowskosità” della storia, scritta da Buscemi stesso: non ci sono riferimenti diretti, ma è impossibile non considerare il film un remake di Barfly a dieci anni di distanza, quasi a farne un aggiornamento delle tematiche. Cioè l’upgrade del nulla.
Tommy (Steve Buscemi) è un inutile pidocchio – magari fosse mosca! – che rovina tutto nella sua vita per semplice stupidità, vivendo come un derelitto insieme agli altri rifiuti umani con cui passa il tempo al bar, a bere, drogarsi e provarci con ogni donna. Fine del film. Grazie, Steve, avevamo proprio bisogno del tuo contributo.

Il giovane Steve Buscemi che bukowskeggia in giro

La poetica dei rifiuti umani rimane al livello della mera esposizione, non c’è alcun tentativo di dare forma narrativa a persone di cui non ci viene spiegato alcuno stupido agire: quasi a dire “ognuno giudichi”. E allora che senso ha vedere il tuo film? Scendo al bar sotto casa e mi guardo la gente che è lì: avrei un’esperienza molto più ricca di questi film.

Passano altri dieci anni e Linda, la moglie di Bukowski, decide che è tanto che non si mostrano ubriaconi perdigiono “bukowskidi” al cinema, e sponsorizza Factotum (2005), che non posso non considerare un remake non ufficiale di Barfly.
La differenza del titolo mi piace immaginarla perché nel film del 1987 il protagonista non viene mai mostrato a lavorare ma solo a fare niente, qui invece viene mostrato quasi esclusivamente a fottersi i lavori per semplice stupidità.

Questo film del 2005 diretto da Bent Hamer afferma di rifarsi al romanzo Factotum (1975), ma poi ripete assolutamente identiche alcune scene del film del 1987, con Marisa Tomei al posto di Faye Dunaway. Non avendo la minima intenzione di leggere qualsiasi cosa scritta da “Hank”, non so se in realtà entrambi i film siano tratti dallo stesso romanzo – malgrado solo il secondo lo riconosca – o se è un miscuglio di storie che si trovano nelle opere dell’autore. Tanto il discorso non cambia: sebbene con strumenti diversi, sempre di nulla si parla.

A parità di scena identica, è una bella lotta scegliere tra le gambe della Tomei e della Dunaway

Matt Dillon è troppo “pulitino” per mostrare uno sgradevole barbone alcolizzato come Rourke invece riusciva alla perfezione, al massimo mostra un ebete incapace di intendere e di volere il cui agire viene spiegato con bofonchiamenti sbiascicati.

Matt è troppo figo per fare il barbone alcolizzato

Di nuovo tocca assistere a un personaggio che ha scelto di vivere come un rifiuto umano, dimenticandosi che di solito i rifiuti umani non hanno scelto di esserlo, solo perché vuole raccontare la miseria umana o imbarazzanti baggianate simili, che magari nel 1975 del romanzo erano idee di gran moda, mentre nel 2005 mettono solo tanta tristezza. Il protagonista poi in realtà non racconta niente delle miserie umane, si limita a scegliere di comportarsi come quelli che non hanno potuto fare questa scelta.
Camus faceva notare che un omicida non è la persona migliore per raccontare il proprio omicidio: a questo servono gli scrittori (possibilmente di talento), a spiegare ai lettori esperienze che non necessariamente hanno fatto in prima persona ma hanno la capacità di raccontare. E spiegare, possibilmente in modo coinvolgente.

Ecco, mi sento abbastanza ubriaco per scrivere la storia di un ubriaco

Siamo ancora fermi alla confusione di causa ed effetto: Jimi Hendrix si drogava quindi era un drago con la chitarra. No, non funziona così: io posso drogarmi come Jimi Hendrix ma non sarò mai capace anche solo di tenerla in mano, la chitarra. Non è l’alcol o la droga che creano la capacità di comunicare emozioni, sono solo lo strumento con cui si uccide l’artista per scontare il proprio talento.

Tre film che parlano di sgradevoli ubriaconi nullafacenti che sbiascicano giudizi sulla vita: non bastavano i social?

Auguri Hank! ^_^

L.

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24 risposte a Barfly (1987-2005) Cent’anni di Charles Bukowski

  1. Cassidy ha detto:

    Quindi fammi capire, la settimana del Zinefilo comincia con un maestro ubriaco e finirà, con un maestro ubriaco? 😉 Me lo vedo Golan, con la fila di persone pronte a trapanarsi parti del corpo a dire: «Soggetto moscio… Il prossimo!!». Non ho visto il film ne letto il libro, in compenso su “Factotum” la pensiamo uguale e in effetti è vero, Steve Buscemi ha dedicato una carriera ai piccoli film, ma è diventato famoso con i ruoli popolari in grossi film commerciali e serie tv, quando schifi il sistema ma il sistema ti ama lo stesso 😉 Cheers!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      ahaha sai che non ci avevo pensato? E’ un segno che Zio (il dio della Z) voleva che questa settimana si parlasse di ubriachi. 😛
      All’epoca Buscemi, molto ben curato da Tele+, sembrava mostrare l’altra faccia di Hollywood, quella che per lavoro fa filmoni di cassetta ma poi per passione crea piccoli prodotti più “artistici” o comunque con più contenuto. Purtroppo poi i film di Steve si sono rivelati decisamente al di sotto delle aspettative, quindi non rimane che gustarcelo nei filmoni da cassetta.

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  2. Willy l'Orbo ha detto:

    Giorni pieni di anniversari! In verità ero molto più preso da quello di ieri, dato che anche io non sono un estimatore/lettore del festeggiato né tantomeno ho visto i film citati (e non è che frema dalla voglia di vederli); tuttavia la forza dello zinefilo sta anche nella volontà di approfondire e conoscere la “metà oscura” delle nostre preferenze e nel lasciarci stampate in testa immagini esemplari: penserò tutto il dì a quella mitica lista 1987 e avrò tutto il giorno davanti agli occhi il flash di Rourke che picchia Frank Stallone!!! 🙂

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  3. Sam Simon ha detto:

    Io Bukowski l’ho letto pure, ma non mi è mai piaciuto, sinceramente… :–)

    E questi film non li conosco!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Se non ti è piaciuto l’Hank letterario, temo che questi film non potranno interessarti 😛
      Non so se il loro vuoto rispecchia quello dei racconti, se cioè è voluta l’assenza di qualsiasi contenuto o è un effetto di film poco ispirati, comunque li sconsiglio a prescindere 😛

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  4. Zio Portillo ha detto:

    Ahi, ahi, Lucius! Mi tocca insegnarti tutto… Allora, io leggo Bukowski tra una puntata di “Masha&Orso” e l’altra mentre cazzeggio su Instagram. Tra una chiappa e una zinna, le modelle/influencer (non aggiungo altri aggettivi. Fai tu!), tra un mare caraibico e un perizoma che si scosta troppo, le foto pullulano di frasi di Hank. E una oggi e una domani, sono diventato ferrato e pseudo-fan a mia volta.

    Scherzi a parte, ci ho provato a leggerlo ma i temi che tratta, l’essere bohemien, la sua anticonvenzionalità, il voler essere un “proto-alternativo”, il non voler uniformarsi al sistema,… No grazie, non fa per me. Ho un amico però, un signore 65enne, che è stato fortemente influenzato dagli scritti di Bukowski. Parliamo però di fine anni ’70, primi anni ’80. Il vivere borderline, la poesia, il fumo, l’alcol, le donne (poche rispetto a quelle di Hank…), il non voler ostinatamente conformarsi alla massa,… Risultato? C’ha un doppio enfisema, problemi cardiaci, problemi al fegato dopo anni di abusi, una moglie straniera, altrettanto “pazza”, che non ama minimamente, un lavoro orribile anche se sicuro e prossimo alla pensione. La prima volta che passa te lo intervisto se vuoi!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Sai che non sarebbe male intervistare uno che ha applicato la Formula Bukowski per confrontare realtà e finzione? 😀
      Sono contento che Hank avesse un fisico d’acciaio per sopportare decine di litri d’alcol al giorno, cosa che ucciderebbe la maggior parte degli umani, e sono contento che provasse tanto piacere nel fare il barbone, cosa che di solito non è affatto piacevole, ma non provando alcun interesse per quel tipo di vita non ho mai provato alcuna spinta a leggere Hank.

      Temo che una strana mitologia dell’epoca, la ribellione che ci voleva tutti ubriaconi alla Bukowski e girovaghi alla Kerouac – cioè tutti integrati in un conformismo minuscolo che fingeva di essere anti-conformista – abbia reso affascinante qualcosa che non lo era mai stata. Invece che Bukowski da giovane leggevo Dickens, Hugo, Zola e Dostoevskij, tutti autori di grandi storie di poveri, pezzenti, morti di fame e “miserabili” – sia in senso fisico che morale – tutte persone che vivevano esperienza di povertà e abominio morale, al di fuori dalla società perché scacciati da essa: erano storie così appassionanti, dolorose e scandalose che non potevi lasciare la pagina ma MAI ti veniva voglia di vivere in quel modo.
      Invece Bukowski voleva vivere in quel modo, l’ha fatto, e tutti i lettori successivi che sognavano di farlo come lui. Questo onestamente non lo capisco proprio, e comunque non mi interessa.

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      • Zio Portillo ha detto:

        L’hanno già intervistato per il libro “Veneziani (quasi) famosi”. Uno dei 282 profili di locali più o meno folkloristici, ruspanti e famosi della comunità cittadina.
        (si trova facile online sia pagando che no… Sennò ti invio la foto del profilo visto che il libro ce l’ho in casa)

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  5. theobsidianmirror ha detto:

    Hai ragione quando dici che non hai trovato nulla che giustificasse anche solo l’esistenza di questo film. In effetti nella vita di un barfly non c’è un inizio, una fine, e tutte quelle cose che di solito ci si aspetta in un film Ci sono solo piccoli episodi apparentemente insignificanti che solo a posteriori, molto a posteriori, osservandoli dall’alto, si mettono in ordine in quello che sembra essere uno schema. Tecnicamente Bukowski non ha mai scritto romanzi e quello che si suppone lo siano (Factotum, Donne, Post Office), non sono altro che racconti legati da un unico filo conduttore (lavoro, donne ecc..). Praticamente al posto dei titoli dei singoli racconti ci sono i numeri di capitolo, ma la sostanza non cambia. La cosa incredibile, ed è quella che mi piace nei suoi linbri, è in che mezzo a tanto apparente ciarpame, sono buttate lì delle osservazioni di una lucidità incredibile; un uomo che affoga nella merda ma che al tempo stesso riesce a fare a pezzi l’America.
    Mickey Rourke è totalmente fuori parte. Non è neanche colpa sua, poveretto, è solo che non ha la faccia giusta. Vale la pena vedere Barfly solo per godere di quei pochi secondi di Bukowski che appare in un cameo al bancone del bar. Inutile che stia qui a specificare cosa facesse in quel cameo.

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  6. Giuseppe ha detto:

    Nemmeno io sono un amante di Bukowski con annessa relativa filosofia di vita messa su carta, e “Barfly” certo non mi ha fatto cambiare idea (tanto meno spingermi a scoprire la produzione letteraria del nostro barbone per scelta): per dire, a oggi ricordo di più la promozione del film fatta da Rourke nella trasmissione di Raffaella Carrà (televisione altissima) che non il film in sé. Gli altri due remake, sia quello ufficiale che l’apocrifo, li ho saltati a piè pari senza rimpianti… altro che Hank, io al cinema avrei voluto vedere Maurizio Milani 😉

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  7. wwayne ha detto:

    Faye Dunaway ha recitato anche in un film che più Z non si può, Blade Gen: il titolo furbetto vorrebbe farlo passare per un sequel apocrifo di Blade Runner, quando invece l’unica cosa in comune con quel film è l’appartenenza al genere distopico. Ti consiglio di procurarti il dvd, perché è perfetto per un post di questo blog.
    Comunque 145.000 lire è un prezzo assurdo per una videocassetta, soprattutto se consideriamo che è stata distribuita nel 1990: ricordo nitidamente che nei primi anni 2000 perfino le vhs appena uscite non costavano più di 20.000 lire. Probabilmente il distributore avrà voluto approfittare del fatto che Bukowski ha tanti fan che lo venerano come un dio, e quindi sono disposti a pagare qualsiasi cifra per tutto ciò che lo riguarda anche solo minimamente. Del resto gli anni 90 sono stati un decennio pieno di fanatismi come questo: in quegli anni tutto ciò che aveva stampato sopra “Take That”, “Spice Girls” o “Beverly Hills 90210” si vendeva come il pane, e a cifre folli rispetto al reale valore dell’oggetto. Ti vengono in mente altri esempi?

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Sembra assurdo, ma 145 mila lire era un prezzo normale per le VHS: sembra ancora più assurdo, ma malgrado quello il fenomeno è stato di una potenza esplosiva che nessuno si aspettava. Nel 1987 il mondo dell’home video in Europa tirava su cifre che oggi manco Amazon si sognerebbe!
      Poi qualcuno ha avuto un colpo di genio ancora superiore, e nel 1991 è nata la versione economica – forse per contrastare l’altrettanto ricco mercato delle cassette pirata – e così da un raggio di 90-150 mila lire per una VHS si è crollati a 20 mila lire: quanto pagai la mia prima cassetta in versione economica, “Kickboxer” della Silver & Gold (Fox Video). Le varie case iniziarono a sfornare collane economiche con nuove locandine e custodie più piccole, e il mercato riesplose un’altra volta, perché potevi avere i grandi film internazionali a un prezzo che sembrava bassissimo, e di certo lo era rispetto alle 90-150 mila lire delle prime uscite.

      La terza esplosione, anche se credo fosse solo italiana, avvenne nel 1994 (cito a memoria) quando i già morenti quotidiani in edicola cercarono di strappare qualche lettore in più allegando videocassette, scoprendo una nuova vena d’oro. Le cassette da edicola, ancora più economiche, erano una sorta di “terza visione” ed è stato un fiume di film che ha invaso l’Italia: si sono scoperti tutti cinefili!
      Spesso si compravano quei film solo per registrarci sopra, visto che costavano meno delle cassette vergini! 😛

      Con l’avvento del DVD in Italia, almeno dal 1999, i prezzi delle cassette dovettero per forza abbassarsi ancora: nel 2000 pagai 20 mila lire il DVD di “Dalla Cina con furore” in edicola (Legocart) e credo che le VHS appena uscite costassero all’incirca uguale o di meno. Essendo sin da subito interessato solo ai DVD, non le guardavo neanche più le cassette!

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      • wwayne ha detto:

        Grazie mille per questa ricchissima storia della distribuzione italiana! 🙂

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        E’ solo uno sguardo d’insieme a memoria, sarebbe in effetti da tirare fuori i “ritagli” e i documenti d’annata per fare una storia ragionata 😉

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      • wwayne ha detto:

        Potresti farci sopra un post. A proposito, complimenti per i tuoi post su Dylan Dog: dopo aver letto l’ultimo sono andato a ripescarne anche altri più vecchi, e mi sono piaciuti tutti moltissimo. Se lo leggi, mi piacerebbe che tu recensissi anche Nathan Never (che da qualche anno a questa parte è diventato molto più bello di Dylan Dog).

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Ti ringrazio, leggo pochissimo Bonelli, malgrado sia stato un fan appassionato della casa da giovane, e di certo il penultimo Nathan (“I prigionieri dell’isola”) mi è piaciuto parecchio. Chissà che non torni a Nathan, che ho visto nascere e sono stato fra i suoi primissimi fan 😉

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      • wwayne ha detto:

        Io invece ho iniziato a seguirlo nei primi anni 2000, e non amando molto la fantascienza non sono mai stato un suo lettore regolare… fino a quando Dylan Dog non è diventato un cesso: a quel punto mi sono messo alla ricerca di un buon fumetto che lo sostituisse, e Nathan Never mi ha pienamente soddisfatto. Grazie a te per la piacevole chiacchierata! 🙂

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Io invece sono sempre stato amante della fantascienza e delle varie fonti che Nathan Never rubacchiava a piene mani, quindi all’uscita del primo numero ero lì, piantato in edicola! Credo di averlo letto con piacere per due o tre anni, prima di mollare proprio i fumetti in generale.

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      • wwayne ha detto:

        Negli ultimi anni anch’io mi sono disamorato dei fumetti, per un motivo molto semplice: quand’ero piccolo i miei fumetti preferiti (quelli di supereroi) erano sempre autoconclusivi, o al limite erano legati tra loro ma ogni albo era comprensibile anche da solo; adesso invece i fumetti di supereroi sono divisi in archi narrativi di 6 numeri tutti strettamente legati tra loro, e quindi seguire le trame è diventato molto più difficile.
        Senza dubbio ha contribuito anche il peggioramento di uno dei miei personaggi preferiti (Batman), le cui storie dopo la fine del primo ciclo di Snyder e Capullo sono diventate sempre più complicate e sempre più brutte.
        Se non hai letto il primo ciclo di Snyder e Capullo, te lo consiglio caldamente: per Batman è stato uno splendido canto del cigno.

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Non sono mai andato d’accordo coi supereroi, men che meno Batman, quindi passo. Mi sono dovuto sorbire le sue avventure con Alien e Predator per collezione, ma se posso sto ben lontano dal personaggio 😛

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