Kill Zone Paradox (2017) Storia di una non-saga

La Blue Swan, collana della Eagle Pictures dedicata al cinema “diversamente americano”, ha deciso di svuotarmi il portafogli e da almeno un anno sta tirando fuori roba da farmi girare la testa. L’altro giorno scopro che è uscito in DVD italiano un film dal titolo Kill Zone Paradox, e mi dico: ah, sì, ce l’ho già, sarà una ristampa. Però quel “paradox” che c’entra?
Provo a leggere la trama e mi dice che è il grande ritorno di Wilson Yip (perché, dov’era stato?) dopo la saga di Ip Man. Boh. Poi leggo che Yip «torna alla saga di Kill Zone»: ma perché, è una saga? Comincio a fare un po’ di ricerche con titoli originali e date e alla fine, per quest’ultimo film (di cui è scattato subito l’acquisto) è necessaria un’introduzione.


La non-saga di Kill Zone


1. Saat po long

Prima del 2008 del successo di Ip Man nessuno in Italia sapeva chi fosse Donnie Yen, il più grande attore marziale vivente che per motivi ignoti la distribuzione italiana ha SEMPRE ignorato. A parte sviste come Highlander: Endgame (2000), Blade II (2002) ed Hero (2002) nessuno dei suoi tantissimi film da protagonista è mai stato doppiato in italiano. (E comunque nei tre titoli citati fa giusto un’apparizione.)

Quando nel 2005 è uscito Saat po long, o semplicemente SPL, la nostra distribuzione ha fatto quello che fa sempre dagli anni Ottanta ad oggi: c’è Donnie Yen? Sì. Bene, il film non esce in Italia. Peccato, perché si tratta di uno dei più grandi polizieschi neri marziali di sempre.

La storia del poliziotto Donnie Yen ossessionato a buttar giù il signore del crimine Sammo Hung viene distribuita nel mercato internazionale con il titolo Kill Zone, ha un successo epocale, diventa un film di culto – citato da Donnie stesso al momento di fare Enter the Fat Dragon (2020) – e in quella landa nuclearizzata che chiamano Italia nessuno ne sa niente. A parte pochi appassionati, come per esempio lo scrittore d’azione Stefano Di Marino, che qualche anno dopo mi fece conoscere il film d’importazione.

Come detto, nel 2008 ai confini dell’Impero, nelle wastelands della distribuzione italiana riesce a fare breccia Ip Man di Winson Yip, regista che subito diventa un nome importante ma di cui pochi avevano scoperto il talento già da White Dragon (2004), piccolo wuxiapian divertente che la Sony Pictures ha portato in Italia nel 2006 probabilmente per errore. (Addirittura con un DVD in quattro lingue: nei DVD odierni devi già ringraziare se c’è l’italiano!)

Sammo Hung vs Donnie yen: puro oro marziale!

Quindi ora, tutti fomentati dall’accoppiata Wilson Yip regista / Donnie Yen attore, si va a recuperare Saat po long e si presenta questo capolavoro agli italiani? Ovviamente no.


2. Kill Zone

Qualcosa si smuove, nasce la collana Blue Swan che sembra specializzata in prodotti asiatici e un bel giorno del 2016 esce in DVD italiano Kill Zone. Ai confini della giustizia. L’anno mi fa arricciare il naso: vuoi vedere che l’uscita di Rogue One: A Star Wars Story (2016) con Donnie Yen ha spinto la Eagle Pictures a cercare qualcosa legato all’attore, in un qualsiasi modo? Chissà.

Saat po long 2 (2015) è una furbata da grandi paraculi, perché non c’entra niente con il primo film, non ci sono né Donnie Yen né Sammo Hung, ma soprattutto non c’è Wilson Yip. Il regista è Cheang Soi (Cheang Pou-Soi), davvero lontano – ma lontano assai – dalla qualità di Yip. Rimane solo il bravo Simon Yam nel ruolo del detective Chan Kwok Chung, ma è un po’ poco: a parte nella Nikita di Hong Kong, Simon Yam fa sempre il detective!

Visto che il primo film si capiva troppo, era tutto troppo chiaro a livello di sceneggiatura, stavolta fanno in modo che non si capisca una mazza fino almeno a metà film, buttando a casaccio secchiate di personaggi che già sono tutti cinesi, se poi non me li presenti neppure… Scherzi a parte, il film è sonnacchioso e totalmente confusionario, ma in compenso… le scene d’azione fanno schifo!
L’uso smodato di cavi rende gli atleti dei meri pupazzi in un teatrino di pupi, ogni scena è assolutamente implausibile e i movimenti degli attori falsi come una moneta da tre euro, quindi ogni “emozione marziale” è negata con grande attenzione.

La storia si snoda tra Hong Kong e Bangkok, e qui il miglior doppiaggio del mondo ci regala oro. I cinesi sono sempre doppiati, ma i thailandesi no: quando parlano tra di loro usano l’italiano, quando parlano con un cinese tornano al thailandese, se no poi non ha senso che usino un dizionario per capirsi. Così già della trama non si capisce una mazza, abbiamo pure gente che cambia lingua a seconda della scena.

Due ottimi atleti totalmente sprecati

Insomma, l’unica particolarità di Kill Zone 2 è dimostrare quant’era mille volte superiore il film del 2005.


3. Paradox

Qualcuno fa come Mario Brega e va a telefonare a Wilson Yip: «Ah Wilson, ’sta saga perde colpi, vieni tu, pure in vestaglia». Yip arriva, tanto era in pausa fra Ip Man 3 (2015) e Ip Man 4 (2019), ma non era l’assenza di un regista famoso il problema del secondo episodio: era una trama totalmente confusionaria e scene d’azione da “teatro dei burattini”. E purtroppo questi due difetti rimangono inalterati in Saat po long: Taam long.

Uscito in patria nell’agosto 2017, la consueta Blue Swan (Eagle Pictures) lo porta in DVD e Blu-ray nell’agosto 2020 con il titolo Kill Zone. Paradox.

Non so se sia davvero un aspetto truce ma tipico della Thailandia, ma dall’evitabilissimo Skin Trade (2014) Tony Jaa si è fatto paladino della questione “trafficanti d’organi”, forse proprio per portare all’attenzione anche dell’Occidente un terribile problema. Quello cioè dei trafficanti di schiavi umani da cui estrarre organi da vendere a ricconi bisognosi di trapianto.

Il precedente film raccontava storie incrociate di bisognosi di trapianto e di donatori d’organi non consenzienti, a volte criminali a volte innocenti, in un guazzabuglio narrativo da sbadiglio. In questo nuovo film si cerca di fare lo stesso, come se ormai la noia e una trama astrusa siano le firme di questa saga. Che poi saga non è, visto che questo terzo episodio non ha ormai più alcun vago legame: non c’è manco più Simon Yam!

Abbiamo un padre di Hong Kong che cerca sua figlia scomparsa in Thailandia, e un investigatore locale che l’aiuta, ma tutto è raccontato per tripli flashback incrociati che non si capisce una mazza, e già a dieci minuti dall’inizio passa la voglia di scervellarsi a capire che cacchio stia succedendo. Si sa solo che ci sono i cattivi trafficanti d’organi combattuti dalla forza congiunta di questo padre di Hong Kong e di questo poliziotto thailandese. Perché il papone cinese sia un drago a menare la gente non è spiegato.

Per combattere bisogna stare comodi…

L’unico motivo per vedere questo melenso drammone mariomerolesco è la piccola parte in cui appare Tony Jaa, che non sembra avere alcun legame con il titolo precedente: lì faceva una guardia di un carcere che scopre che l’istituto usa i detenuti come donatori forzati, qui invece è un semplice poliziotto locale che dà una mano, menando i cattivi.

L’unica posa in cui i cinesi riprendono Tony Jaaa

Mi è cascata la bocca per terra a scoprire che è sua maestà Sammo Hung a dirigere le scene d’azione di questo film, dove proprio la parte marziale è la più carente. Ma forse il problema è che ad Hong Kong non va il “realismo” che impera nelle altre cinematografie, e quindi vedere la gente che vola appesa a un cavo è piacevole. In fondo è il Paese che ha inventato il wuxiapian.
Il problema è che non puoi chiamare un atleta come Tony Jaa e appenderlo in aria a fingere di lottare: è davvero un crimine.

«Mi hai preso per un coglione!» (cit.)

Il risultato è un Tony Jaa più “cinese” che mai, con mosse che neanche per scherzo possono assomigliare a tecniche di combattimento, ma solo a quelle di una marionetta che si agita su un palcoscenico. Purtroppo tocca farci bastare questa miseria, visto che Tony da molti anni ha tirato i remi in barca e non si spreca a fare film marziali, giusto comparsate. Però su un combattimento di cinque minuti con una star thailandese potevano anche ritagliare un po’ di libertà e mostrarlo combattere alla thailandese.


Conclusione

Quella di Kill Zone non è dunque una saga: c’è uno splendido film di altissima qualità e due fetecchie che si fingono seguiti. Non stupisce che solo gli ultimi due siano arrivati nella nuclearizzata Italia.

Per un fan marziale sono comunque chicche da conservare, visto che Hong Kong in Thailandia storicamente ci andava solo per girare in esterni senza spendere troppo e fare una collaborazione è davvero un risultato non scontato. Se vi ricordate, ne Il furore della Cina colpisce ancora (1971) i thailandesi erano quelli brutti e sudati che minacciavano Bruce Lee, tanto per ricordare la “stima” che godono ad Hong Kong.

Riusciremo un giorno a vedere di nuovo Tony Jaa in un film alla sua altezza? Chissà.

L.

amazon

– Ultimi post simili:

Informazioni su Lucius Etruscus

Saggista, blogger, scrittore e lettore: cos'altro volete sapere di più? Mi trovate nei principali social forum (tranne facebook) e, se non vi basta, scrivetemi a lucius.etruscus@gmail.com
Questa voce è stata pubblicata in Arti Marziali e contrassegnata con , , , . Contrassegna il permalink.

7 risposte a Kill Zone Paradox (2017) Storia di una non-saga

  1. Cassidy ha detto:

    Ho visto solo il secondo “KIll Zone” e già la svolta cinese nello stile di Tony Jaa non mi era piaciuta, a questo punto farò le cose per benino e andrò a vederli il primo film, l’unico valido per davvero 😉 Cheers

    Piace a 1 persona

  2. Willy l'Orbo ha detto:

    Interessante ricostruzione, giusto auspicio finale (Tony Jaa torna tra noi e marzialeggia come si deve!), applausi, ironici, e schiaffi alla distribuzione italiana e applausi convinti per la citazione del “mi hai preso per un coglione”! 🙂

    Piace a 1 persona

    • Lucius Etruscus ha detto:

      Quella è una ciliegina citazionista per appassionati 😛

      "Mi piace"

      • Giuseppe ha detto:

        E infatti non tutti l’avranno colta (Tony Jaa, lassù, poteva prenderla e riadattarla in “ma sì, è solo un coglione: lo lascerò andare”) 😛
        Certo rimane un gran peccato che proprio il primo (e migliore) film di questa “non-saga” sia rimasto inedito, pur essendo nel frattempo Donnie Yen diventato meno sconosciuto nelle nostre nuclearizzate lande…

        Piace a 1 persona

      • Lucius Etruscus ha detto:

        Speravo che apparire in Star Wars fosse finalmente il lancio tanto atteso, invece è come per Gina Carano in Mandalorian: il vuoto totale. Anche perché Star Wars è l’universo più chiuso e oltranzista di tutti, quindi mi sa che se non interpreti uno Skywalker sei una nullità.
        Un paio di mesi fa ho scoperto che “Special Id” di Donnie Yen è uscito in DVD italiano, diciamo che esce a sorpresa, ma purtroppo in Italia hanno la precedenza solo i suoi wuxiapian mosci e confusionari. Da noi sempre e solo il meglio del peggio 😀

        "Mi piace"

      • Giuseppe ha detto:

        “Special Id”, eh? Ma sì, in fin dei conti son passati SOLO sette anni, che fretta c’era… 😀

        Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.