Trieste 2020 – Belli senz’anima (1)

I festival di mezzo mondo stanno chiudendo a grappolo, per via della seconda ondata della pandemia, mentre il Trieste Science+Fiction Festival 2020 ha avuto un colpo di genio: la vogliamo sfruttare quella Rete che dal marzo scorso ogni abitante del pianeta sta utilizzando per comunicare a distanza? Finalmente il futuro arriva anche nei festival dedicati al futuro, e questo mi permette di partecipare al mio primo festival cinematografico, direttamente dalla poltrona di casa mia.

Questi primi giorni di novembre li dedico a raccontarvi le anteprime che ho visto.


Il Festival si è concluso e i vincitori sono stati annunciati: a parte il capolavoro Sputnik, vincitore del Premio Asteroide (forse è il premio principale, non so, di sicuro quello citato per primo), gli altri titoli premiati sono tipici film da festival. Esteriormente belli, stupendi, ma totalmente privi di contenuto. Ve li presento oggi e domani, chiamandoli “belli senz’anima” in omaggio a Cocciante.

Iniziando a vedere l’austriaco The Trouble with Being Born, scritto e diretto da Sandra Wollner, ero parecchio seccato: perché già nelle poche parole di trametta hanno dovuto specificare che la bambina è artificiale? Perché specificare che è una ginoide (in realtà usano il termine “androide”, perché l’errata usanza anglofona è entrata subito nel lessico del Paese più schiavo della loro lingua) rovinando un colpo di scena? E perché ve l’ho rovinato anch’io? Tranquilli, non è così.

Un uomo e una bambina vivono da soli in una casetta in campagna. Potrebbero essere padre e figlia, è la prima cosa che pensiamo, e all’inizio il loro comportamento lo lascia ipotizzare, soprattutto quando la bambina dice che certe cose la mamma è meglio che non le sappia. Quali cose? Il modo con cui i due interagiscono non sembra lasciare dubbi, e più assistiamo (con colpevole curiosità) alla loro vita intima più cresce la seccatura: se il festival non avesse detto subito che la bambina è artificiale la prima mezz’ora di film sarebbe stata una bomba. Perché la fosca storia di un padre che ama sua figlia come nessun padre dovrebbe fare, finisce con lui che le smonta la vagina per sciacquarla nel rubinetto. Una scena semplice, senza alcuna enfasi, mostrata come se fosse una faccenda domestica: il padre spolvera il tavolo, si aggiusta il colletto, sfila la lingua dalla bocca della figlia e la sciacqua insieme alla di lei vagina. La potenza della trovata lascia talmente senza fiato che per un attimo ci si lascia conquistare dal film. Ma dura giusto un attimo.

The Trouble with Being Gynoid

L’autrice si è giocata tutte le carte buone ad inizio partita, i primi venti minuti di film sono un’autentica bomba ma il problema è che ne mancano ancora ottanta alla fine: che si fa ora? Che si dice? Boh, parliamo del più e del meno.
L’estate sta per finire e l’oscuro idillio tra padre e figlia robotica sta per finire: cosa succederà con il ritorno alla “normalità”? Non lo sappiamo, perché la bambina comincia a camminare, e cammina, cammina, cammina, cammina, cammina… oh, svegliatemi quando arriva, eh? Dopo quindici ore di camminata la bambina viene messa sotto da un treno, denotando forse un difetto nella programmazione: le era così difficile spostarsi avendo visto a dieci chilometri di distanza un treno che andava a passo d’uomo?

Si è per caso uccisa? Non lo sappiamo, perché il corpicino viene riciclato e vediamo ora la bambina a casa di una vecchia che la tratta male, poi chiama un tecnico e la fa trasformare in un bambino brutto, che continua a disprezzare. Poi la vecchia cade e si fa male, poi l’ombra cade sulla coscienza dello spettatore e si risveglia dal coma venti ore dopo, quando finalmente il film è finito.

Piccola ginoide, non so dove vai ma di sicuro non arriverai a niente

«Un film poetico e controverso, un’opera che parte da una spunto fantascientifico per presto dirottarsi al di fuori delle coordinate del genere inserendosi in un ambito decisamente “d’autore”.» Da appassionato di film di fantascienza, di film di genere e di film d’autore, sono commenti come questo che mi spingono sempre più a stare lontano da qualsiasi forma di critica cinematografica. Le parole che avete letto sopra sono tratte dalla motivazione del Premio Méliès d’argent dato a questo film, che si stacca da quelle brutte “coordinate del genere” per entrare nel Paradiso del “d’autore”. Cioè smette di impegnarsi in una sceneggiatura logica e si lascia andare all’onanismo a favore di critici. Parafrasando la canzone degli Alpini di Pusteria ai tempi dell’Abissinia, così come Arrigo Petacco la racconta nelle parole del giornalista Paolo Monelli, «or che la pugna diventa pugnetta / i nostri critici accorrono in fretta.» Lì si parlava di generali, ma il concetto è lo stesso.

I critici cinematografici sono i primi a pensare che il “cinema d’autore” sia roba moscia, intellettualoide e soprattutto autoerotica: ho avuto la fortuna di vedere tanti splendidi film d’autore, e questa “ragazzina che cammina” non lo è. È solo vuoto vuoteggiante, come piace ai critici, a quanto pare.
Un film d’autore mette sempre in chiaro l’argomento che sta trattando, non fa il furbetto mostrando immagini vuote così poi le riempie lo spettatore. Di cosa parla questo film? I primi splendidi venti minuti ci mostrano “il problema di essere nati”, cioè le deboli e basse esigenze umane e il bisogno di ricordare (anche in modo falso) di contro alla capacità di un essere artificiale di godersi il presente, misura temporale sconosciuta agli umani. Il resto del film non saprei cosa sia.

Ma le bambine ginoidi sognano il passato?

La ginoide protagonista è immemore di sé, vive un eterno presente e ogni tanto il “padre” le fornisce dei ricordi. Una citazione che amo sempre rispolverare dal film Nelly e Mr. Arnaud (1995) recita «i computer hanno molta memoria ma nessun ricordo». Qui sta “il problema di essere nati”: gli androidi hanno la memoria, gli umani hanno i ricordi. Il padre immette ricordi nella memoria della ginoide nella speranza di renderla più umana, ma lei non lo è, vive nel presente, quindi è impossibile qualsiasi rapporto che non sia parodia di un rapporto d’amore. E non a caso Parodia è uno dei nomi della ginoide di Metropolis.

La Wollner ha creato un ottimo cortometraggio, poi però si è dovuta inventare roba a caso per trasformarlo in lungometraggio e il resto è noia. No, non ho detto gioia!


La vita è sogno o i sogni ci aiutano a vincere premi ai festival? La domanda marzullesca introduce la Menzione Speciale Premio Asteroide, lunga espressione che immagino stia per “Il film è troppo brutto per dargli un premio vero, limitiamoci ad una menzione”.

Lo ribadisco, tutti i film di questo festival sono di una qualità tecnica da togliere il fiato, direi “sopra la media” ma in realtà la media degli anni Duemila è così bassa che anche uno schermo vuoto è sopra la media. Non stiamo parlando delle porcherie che riempiono i palinsesti TV o lo streaming, non sono filmacci Z girati a Bucarest, sono prodotti di una qualità artistica altissima, devastati da un unico difetto comune: non hanno un cazzo da dire. Però lo dicono così bene…
In questo “filone del vuotismo” rientra il canadese Come True di Anthony Scott Burns, che ha in mano tutti gli strumenti per creare un piccolo capolavoro ma li butta tutti nel cesso.

Sarah (Julia Sarah Stone) probabilmente ha dei casini in famiglia, non lo sappiamo con precisione perché nulla è spiegato in questo pseudo-film. Vediamo che aspetta uscire il padre per farsi una doccia, quindi ipotizziamo una situazione poco piacevole: quando la vediamo scappare di casa, la famiglia di Sarah scompare dalla storia prima ancora di entrarci. Poi Sarah si iscrive ad una ricerca universitaria di studio del sonno: perché lo fa? Vedasi la famiglia: nulla è spiegato.
Dopo la prima notte, i giovani scienziati sono tutti eccitati: finalmente. Be’? “Finalmente” cosa? Oh, allora siete de coccio: niente è spiegato!

Sarah fa sogni surreali che Salvador Dalí muto! Noi sfigati sogniamo di correre senza riuscirci, sogniamo di arrivare tardi a lavoro: banali. Lei invece sogna forme geometriche e uomini deformi. Questo manda in estasi i ricercatori, che da anni e anni stavano ricercando. Silenzio. Andiamo, lo sento cosa state pensando, “Ricercando cosa?”, ma avete capito che niente è spiegato quindi vi tocca tenervi la domanda.
Fra i ricercatori c’è Jeremy (Landon Liboiron), che lui è da quand’era piccolo che ricerca, e finalmente ha trovato, che si sa che uno trova se ricerca, e una volta trovato parte per la porta aperta, facendo la sua cosa nella casa perché è in casa che faccio la mia cosa aprendo la porta per chi parte per la porta aperta, e c’è sempre lì quello che parte, ma dove arriva se parte per la porta aperta? Sempre ammesso che parte… Ciao.
Capite perché questo pseudo-film ha ricevuto la menzione speciale?

Ricercatori che fanno la loro cosa nella casa aprendo la porta per chi parte

Dopo il colpo di scena finale, vi giuro che volevo partire per Vancouver e picchiare l’autore con un giornale arrotolato: “Cattivo! Non si fa!” Ma a freddo, armandomi di ottimismo e oggettività, possiamo dire che la trama (ahahah “trama”!) di questo film (ahahah “film”!) verte su un ricercatore ossessionato da un incubo che scopre non essere il solo a fare, ed usa una ricerca universitaria per trovare altri come lui, affetti dallo stesso uomo brutto dei sogni. Quando incontra Sarah, scopre che lei è su un altro livello e potrebbe essere la chiave per… be’, l’ottimismo è finito: qualsiasi sia l’obiettivo della ricerca non viene detto, qualsiasi motivazione spinga i ricercatori rimane negli incubi dell’autore.

Le immagini sono un capolavoro, Come True è pura maestria registica allo stato brado, è una gioia per gli occhi in ogni scena e sa creare atmosfere sottilmente inquietanti come pochi altri: ecco perché dispiace che sia solo un peto in galleria.


«Quale survival horror preferite, Cube o Saw?» Questo è il genere di commenti che si scambiavano in chat gli spettatori del francese Méander di Mathieu Turi, Premio Nocturno Nuove Visioni: in fondo bisognava pur far qualcosa per combattere la noia.

Al primo fotogramma del film, sia io che ogni altro spettatore gridiamo Cube (1997), perché il capolavoro di Vincenzo Natali è un caposaldo e in questo festival della non-originalità ci aspettiamo tutti di assistere a scopiazzamenti. Però basta poco per capire che Méandre non c’entra niente: glie piacerebbe!

Lisa (Gaia Weiss) finisce tra le grinfie di un serial killer, sviene e si risveglia in un cubicolo angusto: ce l’ha messa lui? Un bracciale al polso le indica un conto alla rovescia e per i successivi novanta eterni minuti dovrà superare prove terribili, strisciando in “meandri” letali, pieni di lame, acido, presse che schiacciano, fuoco, aria, terra, sole, cuore e amore. Avrà solo pochi minuti per superare ogni prova, mentre intanto le tornano alla mente brandelli di ricordi del suo scontro con l’assassino. Ma anche ricordi della figlia: la prima immagine che vediamo della bambina è lei che si arrampica per affacciarsi alla finestra… e cadere giù. Lisa dunque era in pieno stato confusionale, per il dolore della perdita, quando è stata presa dal serial killer, e focalizzarsi sulle prove da superare forse è un modo per ritrovare il proprio equilibrio.

Ci sto, la lotta per la vita come simbolo dell’elaborazione del lutto, bell’idea per riempire cinque minuti. E gli altri 85? Semplice: Lisa diventa Awesome Hamster e le sue trappole di cartone!

La noia del film è stemperata solo dal fastidio di scoprire che potrebbe essere una forza extraterrestre ad aver organizzato il tutto: di sicuro questo film non è umano…


Non ha invece vinto niente il britannico Dune Drifters di Marc Price: il fatto stesso che l’autore non sia inseguito dagli spettatori coi forconi è già un premio.

Guardate questa locandina, chi è che non noleggerebbe un film del genere? Se lo vedeste su una piattaforma streaming, non vi sbrighereste a selezionarlo, preparandovi ad una “seratona pizza, birra, fantascienza e rutto libero”? Occhio, che vi andrebbe di traverso la pizza e la birra la tirereste addosso allo schermo.

Adler (Phoebe Sparrow) e altri piloti spaziali si ritrovano al centro di una battaglia, subiscono perdite, e l’unica nave sopravvissuta crolla su un pianeta disabitato. Adler cerca di salvare l’altra pilota superstite ma inutilmente: è sola su un pianeta sconosciuto, inseguita da un cacciatore spaziale.

Detta così sembra roba interessante, pare addirittura un film vero: peccato non lo sia. Perché quando dico “battaglia spaziale” in realtà intendo mezz’ora di primo piano sugli attori seduti su una sedia, con “naufragio su pianeta misterioso” intendo mezz’ora di primo piano sull’attrice in una tenda, con “fuga dal cacciatore spaziale” intendo mezz’ora di primo piano dell’attrice che corre in una pietraia. Il tutto inframmezzato da effetti speciali sulla cui qualità lascio libero spazio alla vostra immaginazione.

Il film è tutto così: un eterno primo piano

Essendo un film di fantascienza, genere volgare per natura, non è stato premiato perché non considerato abbastanza “d’autore”: curioso che un festival dedicato al cinema di fantascienza disprezzi il cinema di fantascienza e premi i prodotti meno di genere. Eppure questo Dune Drifter è abbastanza vuoto da poter ambire a premi importanti.

Mi piace pensare che Ridley Scott si sia morso le mani guardando questo film: con Sopravvissuto – The Martian (2015) avrebbe potuto risparmiare un sacco di soldi limitandosi ad inquadrare la faccia di Matt Damon per tutta la vicenda.

L.

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24 risposte a Trieste 2020 – Belli senz’anima (1)

  1. Conte Gracula ha detto:

    Sai Lucius, ti immagino così, mentre guardi i belli senz’anima

    Alla fine resta un interrogativo: ma lo strabiliante criceto si diverte a girare per i quadri di Super Mario Bros. fatti di cartone?

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  2. Zio Portillo ha detto:

    Porca putt@na che spreco! Allora, hai messo giù due paragrafi di “The Trouble with Being Born” e ti giuro che in due minuti mi è esplosa la testa. Sarebbe stato un corto o un mediometraggio perfetto: due storie parallele su due bambini. Una bimba di 10 anni col padre in vacanza e un nipotino più o meno coetaneo con la nonna anziana. Da una parte giochi, divertimento, luna-park, dall’altra il maschietto accudisce la acidissima e semi-inferma nonna facendo le faccende domestiche, tagliando il prato, portandole la spesa. Il calendario avanza e la routine si ripete per i due bambini mostrati sempre in parallelo. Gioia e spensieratezza da una parte, tristezza e lavori ai limiti dello sfruttamento dall’altra. Le settimane passano e si arriva alla fine dell’estate. Il padre dice alla bimba che dovrà ritornare dalla madre mentre la nonna rimprovera per l’ennesima volta il bimbo rinfacciandogli pure che non vede l’ora che i genitori vengano a riprenderlo visto che non l’ha accudita a dovete. Poi arriva l’immagine terrificante “dell’amorevole” padre che lava i pezzi della figlia e le ricorda di tenere il segreto per lei mentre il maschietto dopo aver salutato la nonna, con lo sguardo vuoto attende solitario il bus che lo riporterà a casa ma proprio in quel momento la nonna cade e si rompe una gamba senza che nessuno possa aiutarla.

    Passa il furgone del “noleggio bambini robot” che ritira i due androidi e sui titoli di coda magari si vede una prima pagina di un giornale dove un Senatore vince una battaglia legale per equiparare i diritti degli androidi a quelli degli uomini.

    Corto di 20 minuti bellissimo ma contemporaneamente agghiacciante. Idea degli austriaci letteralmente da premio.

    Peccato abbiano allungato tutto ad un film di due ore! ‘Tacci vostri…

    Degli altri film non parlo perché non riesco a pensare ad altro se non a mille e più modi per rovinare quell’idea che sta alla base di “The trouble…”. Che voi siate maledetti in eterno!

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  3. Zio Portillo ha detto:

    I Broncoviz! 😍 Credo che il 99% delle persone purtroppo non se li ricorda nemmeno.

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    • Giuseppe ha detto:

      Tengo a precisare che anch’io non faccio parte di quel 99% 😉

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Io sono ancora traumatizzato dal loro film, chi diventa famoso per degli sketch di pochi minuti non dovrebbe misurarsi con un lungometraggio a meno di non cambiare totalmente stile o comunque avere una sceneggiatura d’acciaio. Non è stato quello il loro caso.
        Però film a parte piacevano anche a me 😛

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      • Giuseppe ha detto:

        Se ci pensi, Francesco Salvi è rimasto fregato allo stesso modo con “Vogliamoci troppo bene”: il MegaSalviShow era genio puro anche per la brevità dei suoi sketch, e tentare di allungarne la formula su grande schermo non gli ha detto granché bene (non so se fu per via dello scarso successo del film al botteghino, ma il dietro le quinte del MegaSalvi che doveva partire subito dopo la fine dello show -e prometteva di durare un bel po’- non venne mai più messo in palinsesto)…

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Abbiamo perso un grande artista, quando Salvi è scomparso dallo schermo. Peraltro era anche un attore drammatico più che convincente, mi stupì molto in “La rentrée” (2001): al di là della trama, il suo volto “vissuto” si sposava perfettamente con una vicenda drammatica.
        Sono davvero tanti i comici italiani che sono passati da sketch televisivo-teatrali a film che li hanno allungati a morte, con risultati che personalmente trovo devastanti ma a volta il successo di pubblico li ha premiati. Immagino solo perché una volta spesi soldi per il cinema la gente rideva per puro nervosismo, non perché ci fosse qualcosa da ridere.
        Quanto mi manca il MegaSalviShow…

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      • Giuseppe ha detto:

        A chi lo dici… sia il MegaSalviShow che il successivo (e non meno geniale) Polo Ovest di metà anni ’90 😦

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      • Giuseppe ha detto:

        La mia simpatia nei confronti di Fognabook è pari alla tua, ma questo proprio non posso fare a meno di segnalartelo (sempre a proposito del mitico Francesco) 😉
        https://it-it.facebook.com/groups/34309866749/

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  4. Il Moro ha detto:

    Intravedo una tristezza infinita in questo articolo e non posso non condividerla, soprattutto nella prima parte, quando parli della motivazione del premio: è un festival di cinema di fantascienza e premi un film perché non sembra un film di fantascienza, complimentoni, forse nella vita hai sbagliato qualcosa.
    Vedo che i percorsi per i criceti che mio figlio mi costringe a guardare in continuazione hanno conquistato anche te; sono sicuro che la maggior parte di quei video sia più interessante da vedere della maggior parte di questi film! 🤣

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Ormai sono “contagiato”. Appena la povera protagonista di “Meander” si è ritrovata a dover attraversare un tunnel con delle lame, ho subito pensato al cricetino e quell’immagine non mi ha più mollato per tutto il film 😀
      Penso che il mitico Hamster avrebbe risolto meglio molte delle situazioni del film!

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  5. Willy l'Orbo ha detto:

    Tra meandri, lingue, vagine e quant’altro effettivamente questi film belli senz’anima non suscitano, appunto, sensazioni inneggianti alla visione.
    L’urlo di gioia che lacera la noia è la vittoria di Sputnik del Premio Asteroide!
    Trovo tra l’altro che un premio così appellato sia una romantica e ineffabile gioia per le orecchie! Datemi un Premio Asteroide anche a me! Mi accontento pure del Premio Meteorite o addirittura del Premio Pulviscolo o della semplice menzione! 🙂

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Il Premio Meteorismo va bene uguale? 😀
      Scherzi a parte, ieri ho scoperto che “Sputnik” è la versione a lungometraggio di un corto di pochi minuti dello stesso autore, segno che Egor è un grande e a parità degli altri registi del festival è l’unico che ha capito come si fa un film che appassioni.

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  6. Cassidy ha detto:

    “The Trouble with Being Born” sembra il soggetto perfetto per un corto, gran peccato. “Dune Drifters” mi puzzava di fregatura quando ho letto la sinossi sul programma del festival, poi la locandina bellissima rispetta in pieno la tua regola “locandina bella = film brutto”. Anthony Scott Burns presto riceverà una chiamata dal suo quasi omonimo Ridley secondo me, ha le carte in regola per dirigere un film bello vuoto e senz’anima per la Warner prodotto dallo Scott sbagliato 😉 Cheers

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      ahahaha guarda, non mi stupirebbe affatto trovare uno di questi registi a lavoro su qualche filmone di grande major: tecnicamente sono davvero dei fuori classe, a parte “Dune Drifters” (insalvabile), tutti i film del festival sono dei piccoli capolavori visivi, non ce n’è uno che stia al di sotto del voto 10 in esteriorità. Fossi un produttore americano li chiamerei subito questi ragazzi: il vuotismo a quanto pare piace e quindi meglio assicurarsi questi campioni 😉

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  7. Giuseppe ha detto:

    Già il fatto che per suddetti critici un film di fantascienza debba uscire dalle coordinate del genere per poter diventare “d’autore” la dice lunga riguardo alla loro cultura cinefila (in toto, non solo fantascientifica), fondata sul vuoto pneumatico. Lo stesso vuoto (però sempre “d’autore”, eh) che amano tanto vedere e rivedere su grande schermo… con questo festival avranno fatto una bella indigestione, immagino 😠
    P.S. Di “Dune Drifters” ho avuto un assaggio dei suoi cosiddetti effetti visivi, e mi è bastato quello…

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