La regina degli scacchi (2020) e le sue sorelle

Questo testo lo dedico al Custode, il più grande appassionato, studioso e collezionista d’Italia di opere narrative a sfondo scacchistico, che per quindici anni mi ha onorato della sua attenzione: nel marzo scorso il Covid-19 gli ha dato scacco matto.

Questo testo lo dedico anche a tutti quelli che sono ancora vivi, ma negano che il Covid-19 sia un pericolo.


Non è un gioco per donne

Il gioco degli scacchi non ha mai avuto restrizioni di genere, finché in epoche recenti il razzismo è arrivato anche lì: come succede in ogni aspetto culturale, nel momento esatto in cui si stabilisce un’autorità morale, nascono in automatico leggi razziali che escludono qualcuno.

«Questo è il tuo Re: è il pezzo più importante della scacchiera, e lo sa. Ma le sue mosse sono limitate, una casella alla volta: è appesantito dal fasto e dalla responsabilità. La Regina è molto più agile: è coraggiosa, è furba e lei può muoversi quanto le pare. Il tuo avversario avrà un’enorme paura di lei.»

Queste le splendide parole con cui il giovane Alexander viene introdotto al gioco degli scacchi da sua madre, nel film La difesa di Luzhin (2000) tratto da un romanzo di Nabokov. Sin dalla notte dei tempi è stato noto a tutti che il Re è solo il “ragazzo immagine” del gioco, il vero potere è gestito dalla Regina, il pezzo più potente dell’intera scacchiera.

Nel 1555 Sofonisba Anguissola dipinge le proprie familiari che giocano a scacchi

La narrativa medievale ci illustra che uomini e donne giocavano a scacchi senza alcun problema culturale, poi però – ci fa notare Tommaso Pincio nel 2007 – le cose cambiano con la nascita del giocatore professionista e l’idea che il “nobil giuoco” sia una scienza. Come dicevo, nel momento esatto in cui si infonde autorità morale, in contemporanea si stilano leggi razziali: nel momento in cui si elevano gli scacchi a scienza e il giocatore professionista a geniale scienziato, si escludono le donne, perché loro non sono tagliate per la scienza. Dimenticavo, gli ottusi pregiudizi fanno parte del “pacchetto”.

Una partita a scacchi dipinta nel 1530 da Giulio Campi

Questo però non ha mai fermato gli artisti dal fascino irresistibile di ritrarre donne alla scacchiera, bastava ambientare la vicenda in epoche passate. Nel 1871 il drammaturgo Giuseppe Giacosa si impose sulla scena letteraria con un poema ispirato da leggende trecentesche, vere o presunte tali. Una partita a scacchi racconta in rima di un signore che non riesce a convincere la figlia a sposarsi così da ampliare la famiglia, ma quando una sera arrivano degli ospiti fra cui un giovane, le parole trascendono e ne nasce un’idea curiosa: una partita a scacchi che in palio ha la mano della figlia, ma la morte come contropartita. Iolanda è una scacchista abilissima e non sa che il giovane, ben poco pratico, ha messo in ballo la propria vita. Giocando nasce l’amore e, capito che per salvare l’uomo che l’ama deve perdere, Iolanda accetta lo scacco matto: perché la vera gloria è vincere «senza gridar vittoria».

«È il destin che ci unisce nella sapienza sua;
Guarda, due mosse ancora e la vittoria è tua.»

Giacosa non solo ritrae una campionessa di scacchi imbattibile, seppur donna e figlia succube dei desideri paterni, ma la rende superiore proprio nel fingere di perdere, proprio come ogni Regina sulla scacchiera finge di essere sottomessa al Re.

Dipinto di Gerolamo Induno del 1881 probabilmente ispirato all’opera di Giacosa

Se negli anni Venti del Novecento si tiene il primo campionato femminile di scacchi, a testimonianza che di giocatrici ce n’erano parecchie, il luogo comune si autoalimenta e gli scacchi al femminile sono al massimo una curiosità, anche perché la percentuale di giocatrici è pressoché infinitesimale rispetto ai giocatori. La stessa percentuale si trova in altri giochi, dove gli uomini sono mosche bianche, ma non fanno notizia: non esiste parità dei sessi neanche quando c’è da indignarsi.

Partita a scacchi dipinta nel 1508 (circa) da Lucas van Leyden

Il romanzo Scacco alla regina (1967) di Renato Ghiotto, trasformato due anni dopo nel film omonimo di Pasquale Festa Campanile, dimostra che la Regina della scacchiera piace come simbologia, al di là del gioco in sé. Infatti nel 1983 destò più scandalo che interesse il romanzo The Queen’s Gambit di Walter Tevis: come si permetteva l’autore di parlare di realtà inesistenti come una donna in grado di battere i più grandi campioni? Questo il tono di una recensione apparsa sul “New York Times” (riportata da Tommaso Pincio).

Solamente nel 2007 il romanzo arriverà nella distratta Italia, con il titolo La regina degli scacchi, e chissà che a stimolare la Minimum Fax sia stata una scelta della Einaudi, che l’anno precedente ha pubblicato il delizioso La giocatrice di scacchi (La joueuse d’échecs, 2006) di Bertina Henrichs, da cui il film francese Joueuse (2009) con Sandrine Bonnaire, che in tanti anni non sono ancora riuscito a trovare in una qualche lingua comprensibile.

La diga è crollata e non fa più scandalo parlare di giocatrici di scacchi, anche se è chiaro si tratti di eventi talmente rari – per semplice disinteresse delle (dis)interessate – che fanno subito scalpore. Così La regina bambina (The Queen of Katwe, 2012) di Tim Crothers arriva subito in libreria per Piemme e diventa il film Queen of Katwe (2016) addirittura targato Disney: appena una donna si siede alla scacchiera in un romanzo, inevitabilmente finisce al cinema.

Cos’è successo fra il 1983 in cui una giovane campionessa destava lo scandalo dei lettori e le altre giocatrici del Duemila? Ce lo racconta Yuri Garrett nella post-fazione proprio del romanzo di Walter Tevis, che ho avuto il piacere di comprare nel momento esatto della sua uscita italiana: uno scontrino al suo interno mi ricorda che era il 13 settembre 2007.

Judit Polgar

Garrett, fondatore e direttore della casa editrice Caissa Italia, ci racconta che qualche anno dopo l’uscita del romanzo di Tevis lo psicologo ungherese Laszlo Polgar mise in atto un incredibile esperimento sulla cui etica forse ci sarebbe da discutere: sin dalla nascita addestrò le sue tre figlie a vivere, respirare e mangiare esclusivamente scacchi. Addestrate sin da subito da grandi maestri, le tre ragazze servivano a Polgar per dimostrare senz’ombra di dubbio che non esisteva alcun impedimento “naturale” alla donna scacchista, così da abbattere ogni stupido pregiudizio. Il risultato? Tre campionesse di scacchi. Magari non hanno avuto un’infanzia spensierata, ma di sicuro hanno raggiunto traguardi scacchistici di altissimo livello: Garrett definisce Judit Polgar «senza ombra di dubbio la più grande giocatrice di scacchi di tutti i tempi».

Forse l’esperimento estremo di Polgar mal si presta alla narrativa, non sembrano esistere romanzi sulla questione da trasformare in film, mentre spot televisivi e cartelloni pubblicitari a lungo ci hanno mostrato Carmen Kass, efebica fotomodella estone che ha pubblicizzato per anni il profumo J’Adore (Dior), e che “segretamente” nel 2004 è stata presidentessa della Federazione Scacchistica Estone.

Carmen Kass, fotomodella e scacchista

Se una super-model internazionale può essere anche grande scacchista, è chiaro che dal Duemila ogni pregiudizio passato dovrebbe ormai crollare. Peccato che i pregiudizi possano solo nascere, mai morire.


Le regine degli scacchi

Non è facile essere un giocatore d’azzardo, un alcolista, frequentare i locali più malfamati della città e scrivere anche tanti romanzi: Walter Tevis non è stato un autore prolifico, ma ogni volta colpiva nel segno.

Oggi forse non è più l’autore famoso di un tempo, ma quando il film Lo spaccone (The Hustler, 1961) con Paul Newman conquistò il mondo Tevis ottenne successo e dannazione: successo perché il suo romanzo d’esordio del 1959 (in Italia, Giumar 1961; Mondadori 1964) è diventato immediatamente un bestseller, dannazione perché dare il peso della fama e tanti soldi ad un giocatore d’azzardo alcolizzato non è mai una buona idea, per la sua salute.

Togliete il biliardo e mettete gli scacchi, la storia non cambia molto

Lo scrittore morirà cinquantenne nel 1984, l’anno in cui esce il crepuscolare The Color of Money, dove torna il personaggio del giocatore di biliardo Fast Eddie che aveva lanciato la sua carriera e vive un’ultima cavalcata verso il tramonto. Purtroppo dal romanzo ne è stato tratto un film nel 1986, con Paul Newman ad interpretare di nuovo il personaggio dello “spaccone”: il film è bello, ma non c’entra assolutamente nulla con il romanzo. Visto che i film vincono sempre sui libri, l’ultimo messaggio di Walter Tevis si è perso nella pioggia di celluloide.

Dei pochi romanzi dell’autore l’unico altro di grande successo è L’uomo che cadde sulla Terra, scritto nel 1963 subito dopo il successo del suo esordio e che arriverà in Italia solamente nel 1990, in un “Urania” (Mondadori) che conservo ancora. Il film omonimo del 1976 con David Bowie sicuramente è amato dai fan del cantante, ma non so quanto sia entrato nell’immaginario fantascientifico.

Come racconta Tommaso Pincio nell’introduzione de La regina degli scacchi (Minimum Fax 2007), è impossibile non vedere in Beth Harmon un po’ dello “spaccone” e un po’ dell’“uomo caduto sulla Terra”, ricordando poi come Walter Tevis bazzicasse anche i circoli di scacchi e abbia avuto Gran Maestri ad aiutarlo nella stesura del romanzo.

«La regina degli scacchi è un libro di dolorosa bellezza sul prezzo del talento, il tema attorno al quale Walter Tevis ha girato per tutta la sua breve e tormentata vita. Anche gli altri due suoi romanzi più noti, Lo spaccone e L’uomo che cadde sulla Terra, raccontano della discesa agli inferi cui gli esseri dotati sembrano irrimediabilmente condannati. Non per nulla, tutti e tre i romanzi evidenziano un movimento verso il basso: si passa dagli scantinati delle sale da biliardo alla Terra su cui cade l’alieno, per finire nel seminterrato in cui Beth Harmon scopre gli scacchi, un specie di antro degno dei fratelli Grimm con tanto di caldaia e bidello grosso come un orco. In fondo a questi pozzi i talenti di Tevis trovano sempre la stessa cosa, l’alcol.»

Lo scorso ottobre 2020 Netflix ha presentatola serie La regina degli scacchi (The Queen’s Gambit) di Scott Frank ed Allan Scott, dove bisogna avere occhi buoni e prontezza di riflessi per leggere che è tratta (anche abbastanza fedelmente) dal romanzo omonimo di Tevis. Sebbene la giovane Anya Taylor-Joy sia più impegnata a sgranare i suoi occhi alieni e a dimostrare che è lei ad essere caduta sulla Terra, non Bowie, lo stesso l’atmosfera è quella della caduta mediante il successo che si trova nei romanzi di Tevis e nella sua vita.

Gli occhi alieni della protagonista sono più inquadrati degli scacchi

La struttura è la stessa dello “spaccone”, anche se la mummificata Taylor-Joy non è Paul Newton, e il fatto che tematiche scottanti come l’indipendenza femminile siano oggi le stesse del 1983 dimostra che queste opere non servono a nulla, visto che non si fa un solo passo avanti. Forse il problema è nello stile.

Non sembri una critica, ma è davvero facile per Beth Harmon riuscire ad “emanciparsi”, non avendo alcun legame se non pochi deboli legacci che si sfaldano subito, e la lotta contro il perbenismo e il moralismo viene risolta sbrigativamente.
Situazione del tutto diversa per Eleni, la quarantenne madre di famiglia impiegata come cameriera in un alberghetto greco: ha così tanti legami che le è impossibile liberarsi. Eppure il romanzo della Henrichs (da cui il film omonimo) è così irresistibile che ci porta a conoscere una passione segreta che d’un tratto rappresenta per la donna una rinascita, una seconda giovinezza morale che però la porterà ad affrontare quei famosi pregiudizi di cui si parlava, che non provengono solo dagli uomini. L’idea che una donna per bene non debba partecipare a un campionato di scacchi, battendosi contro uomini, sarà sicuramente nata dagli uomini stessi ma è veicolata anche dalle donne. Non sarà facile per Eleni combattere contro la famiglia, il paesino, la nazione e l’intera società, in una partita a scacchi di cui quella sulla scacchiera è solo la parte finale.

Discorso ancora diverso per Phiona, la bambina africana che insieme alla famiglia deve lottare per la semplice sopravvivenza, figuriamoci se può perdere tempo alla scacchiera. Per questo il suo viaggio è appassionante e il romanzo di Crothers è una splendida lettura: ci si dimentica che teoricamente è una storia vera perché principalmente è una storia edificante. Si parteggia subito per la “regina bambina”, da che una situazione di estrema povertà osa sfidare i grandi al “nobil giuoco”.

Quando una partita a scacchi simboleggia molto più d’un gioco

Per Beth Harmon non si può parteggiare, è troppo antipatica – perfettamente interpretata dagli occhi alieni di Taylor-Joy e la sua boccuccia sempre in posa plastica – troppo piena di sé e dei propri difetti, non c’è nulla di edificante nella sua vicenda, e quel che peggio non ci viene spiegata la sua forza: cos’è che la rende migliore di ogni altro scacchista al mondo? Se è nata con quel talento, non c’è alcun merito: il mondo degli scacchi è pieno di donne che non vincono campionati internazionali, in quale modo questa storia le rappresenterebbe? Invece è pieno di donne incastrate in una vita familiare che non consente loro uno sfogo non socialmente accettato, così come è pieno di donne la cui lotta per la mera sopravvivenza impedisce qualsiasi sfogo: ecco perché i romanzi di Henrichs e Crothers sono edificanti mentre questa Regina Aliena sembra decisamente un fenomeno modaiolo da cavalcare a dorso di metoo.

Molto bella la parte dello scantinato, peccato duri solo una puntata

Con ciò non voglio dire che non sia un’ottima visione, mi sono divorato i sette episodi in un’unica sequenza e la consiglio caldamente, ma ho anche capito perché dalla lettura del romanzo di Tevis non mi è rimasto un solo ricordo, neppur vago. Non c’è molto da ricordare, c’è Beth Harmon che vince a scacchi. E tematiche femministe vagamente accennate, mai affrontate.

Secondo me il vero adattamento cinematografico del film di Tevis è quello… apocrifo!


La Beth Harmon italiana

All’alba del nuovo millennio pieno di donne e scacchi, Claudia Florio scrive e dirige il piccolo La regina degli scacchi (2001), titolo che all’epoca non era ancora così inflazionato. Florio ha avuto modo di leggere il romanzo di Tevis, all’epoca ancora inedito in Italia? Credo proprio di sì, perché la prima metà della vicenda ha così tanti punti in comune che è impossibile sia solo un caso.

La giovane protagonista Maria è interpretata dalla slovacca Barbora Bobulova: visto che il film è prodotto con i soldi di quei pochi che ancora pagano le tasse, essendo (immotivatamente) riconosciuto di rilevanza culturale nazionale, possibile non ci fosse una sola attrice italiana da mettere in quel ruolo? Possibile che per un personaggio che passa mezzo film seduto a muovere dei pezzi non c’era una sola attrice italiana in grado di affrontare la sfida? Evidentemente no, meglio che un film pagato con le tasse italiane sia interpretato da una che non parla italiano, così che il doppiaggio stoni clamorosamente con le voci degli altri attori. È la grande creatività italiana.

A parte questo, Maria è una campionessa di scacchi che almeno ci dà la soddisfazione di farsi vedere sempre intenta a studiare, così da rendere plausibile la sua bravura. Arriva ad affrontare il campione italiano, e questi prima della partita si pettina i capelli. Guarda a volte la combinazione, è lo stesso gesto che fa uno degli avversari della Beth Harmon di Tevis, sia nel romanzo che nella serie.

«Entrò Sizemore, pettinandosi i capelli rapidamente, con nervosismo. Dalle sue labbra sottili penzolava una sigaretta. Come lui allontanò la sedia, Beth sentì crescere in sé la tensione. “Pronta?”, chiese Sizemore con voce aspra, rimettendo il pettine nel taschino.»

Una delle prove che Maria è la Beth italiana apocrifa

Questo è solo un particolare, la struttura del personaggio di Maria è palesemente ripresa dal romanzo di Tevis, almeno nella prima metà. Dopo di che gli scacchi scompaiono e parte una trama sulla genitorialità con tocchi di thrilling all’italiana forse un po’ troppo tirati per i capelli. Rimane comunque spettacolare la partita “alla cieca” giocata tra Maria e Sterlizia (il compianto Toni Bertorelli), personaggio di cui non rivelo nulla: consiglio caldamente la visione del film per capire la potenza di quella partita.

Una piccola partita, con grandi poste in gioco

La Beth Harmon italiana non conosce il lusso dei viaggi all’estero e dei campionati negli hotel di lusso, rimane in una Osimo (Ancona) ritratta perennemente piovosa, ma invece d’essere schiava dell’alcol è schiava degli scacchi, grazie ai quali può combattere i propri demoni.
Con tutte le dovute proporzioni, la preferisco alla patinata corrispettiva di Netflix.

Non posso chiudere questa rassegna di regine degli scacchi senza pensare ad Eva Henger, la pornodiva ungherese che prima ancora del film di Florio si è impegnata in una versione ben diversa di Beth Harmon, in Scacco alla regina (2001) di Riccardo Schicchi. Con delle pedine in tinta con i propri capelli, gioca nel doppio ruolo di bionda e mora, a simboleggiare la partita interiore di una donna perennemente divisa nell’animo. Un testo parecchio ambizioso per un film porno.

Eva bionda gioca contro Eva mora: chi vincerà???

Sembrerà strano, ma i giocatori in questo film fanno tutto… tranne giocare a scacchi.

L.

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40 risposte a La regina degli scacchi (2020) e le sue sorelle

  1. Sam Simon ha detto:

    Quanti riferimenti!!

    Stanno parlando tutti di questa serie con la Regina Aliena (dovrebbe piacerti definita così, no? :–) ma io naturalmente non ho visto niente. Alla povera Anya fanno fare sempre la stessa parte della perfettina antipatica ultimamente, mi pare.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Più me la consigliavano e meno voglia avevo di vederla, ma poi essendo un malato di narrativa scacchistica ho dovuto cedere. E’ una serie che scorre piacevolmente e sono 7 puntate velocissime, ma onestamente è davvero poca roba. C’è Beth che vince tutti a scacchi, fine della trama. Ogni altro tema è solo vagamente accennato, mai affrontato.
      In 25 anni di passione ho letto decine di romanzi a sfondo scacchistico, e bene o male li ricordo tutti: se “La regina degli scacchi” di Tevis non mi ha lasciato in benché minimo ricordo ci sarà un motivo 😛
      Invece ti consiglio le altre opere citate, nettamente superiori.

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  2. Cassidy ha detto:

    Ti stavo aspettando su questo argomento che so starti molto a cuore, la serie non l’ho ancora vista, ma dubito che mi piacerà come questo post 😉 Cheers

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      La voglia di mostrare il Girl Power su Netflix ha spinto a scegliere una sceneggiatura che in realtà ha poco a che vedere con l’argomento: si vede in un lampo, che sono solo 7 puntate, ma non lascia molto. Più intrigante la versione italiana apocrifa 😉

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  3. Lorenzo ha detto:

    L’unico libro a tema scacchistico che ricordo di aver letto è “Le pedine di Marte” (The chessmen of Mars), della serie di John Carter.
    Non pensavo che quella serie su Netflix avesse elementi fantascientifici. Ma non credo la guarderò, anche se sono 7 puntate ci vuole tempo da dedicarci, e non posso dedicarlo tutto alla TV 😉

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Forse mi sono espresso male, non ha alcun elemento fantascientifico: chiamo “Regina Aliena” la protagonista perché l’attrice punta tutto suoi suoi occhi strani ossessivamente inquadrati 😀

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      • Lorenzo ha detto:

        Haha non avevo capito niente 😛

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      • Giuseppe ha detto:

        Ma forse è proprio questa l’origine della sua abilità scacchistica non spiegata: Anya Taylor-Joy dev’essere un’ibrida umana/aliena (stile Ripley in Resurrection), e in una prossima miniserie la vedremo giocare direttamente con uno xenomorfo 😀
        Post sugli scacchi al femminile e relativi stupidi pregiudizi altamente professionale ed approfondito (poi sì, sull’esperimento di Laszlo Polgar credo ci sarebbe non poco da obiettare, eticamente parlando) nonché pieno di interessanti consigli romanzeschi e filmici…
        P.S. Eva Henger e gli scacchi, mmh… chissà come CAZZO avranno mai giocato 😛

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      • Conte Gracula ha detto:

        E come avranno giocato? Ammucchiata! Tutti a papparsi la regina! Come in un certo film…

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Peccato che Eva giochi solo contro se stessa: chissà chi ha vinto 😀
        Tutti i romanzi/film citati sono consigliati, da tenere per ultimo la Regina Aliena!

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  4. Il Moro ha detto:

    Splendido articolo pieno di approfondimenti interessanti. La serie penso che la eviterò, quegli occhioni mi inquietano… 😅

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  5. Conte Gracula ha detto:

    Degli scacchi so giusto come si muovono i pezzi, saper giocare è già un’utopia, per me 😛
    Passando al lato narrativo dello sport, non credo di aver mai letto o visto nulla a tema scacchistico e non sapevo che questo gioco fosse visto in un modo così maschilista. Sarà un allungamento dei pregiudizi su donne e matematica (altro ambito in cui faccio schifo a bestia, la matematica… a seguire i pregiudizi altrui, forse divrei farmi chiamare Contessa Gracula?) mi sa che i ragionamenti da fare sono dello stesso tenore.

    Però, proprio ieri sera ho visto un film francese, Madame: carino fino a cinque minuti dalla conclusione, poi finisce senza annodare alcun filo, cosa che mi ha deluso non poco.
    Comunque, c’era una brevissima scena -il film non parla di scacchi – in cui due riccone (una sull’orlo della bancarotta, ma non lo sapeva) giocavano su una scacchiera molto grande e si scambiavano dotte citazioni arroganti sul gioco.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Grazie della dritta, immagino parli del film con Toni Collette, che ho intravisto nel palinsesto ma ho ignorato. Recupero subito!
      Di citazioni scacchistiche in film e romanzi ne esistono a migliaia, trovare una trama che abbia a che vedere con gli scacchi è più difficile, ma ce ne sono e alcune sono capolavori. Ne parlerò più spesso qui, per far scoprire gioielli dimenticati 😉

      I pregiudizi si trovano in ogni ambito, è uno sport comune che non conosce mai crisi 😛

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      • Conte Gracula ha detto:

        Se ti interessa la sola scena scacchistica, sarà un minuto e mezzo al massimo, non continuativo, perché si passa dalle due giocatrici ad altri due personaggi in continuazione (non ti dico perché, magari vorrai vederlo con calma, un giorno) 😛

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Mi vedo con piacere il film, che non conosco. Nel mio CitaScacchi ho citazioni anche più brevi, ne raccolgo di tutti i tipi da anni, e spesso sono solo brevi scene, basta che ci sia qualcuno a giocare 😉

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  6. Vasquez ha detto:

    Parlerai anche de “La variante di Lüneburg”?

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Che io sappia non ne hanno tratto un film, quindi no, malgrado rimanga uno dei primi e più cari romanzi scacchistici letti, più di vent’anni fa. Purtroppo di tanti ottimi romanzi in cui gli scacchi hanno una parte importantissima non è stato tratto un film, quindi semmai li citerò in altri discorsi.

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      • Vasquez ha detto:

        È vero! Non c’è il film. E sì che fanno il film di qualunque cosa stia abbastanza ferma da poter essere letta!
        Va be’, io me lo rileggo lo stesso 😉

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Non essendoci una donna scacchista, l’interesse del cinema è poco 😀

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      • Vasquez ha detto:

        Eh! Però: una scacchiera (forse) automatizzata, i nazisti, una sfida che dura anni e anni, un omidicio…possibile che non basti a trarne un film? L’esistenza stessa di questo blog dimostra che più spesso che no riescono a fare film con la centesima parte di quello che c’è nel romanzo di Mauresing. Che fra l’altro è pure corto!
        Trasformate l’omicidio in donnicidio e il gioco è fatto! Ma che, ve lo devo dire io, ve lo devo?!? 😛

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Se fosse stato un autore straniero sicuramente sarebbe già un film, ma l’essere italiano lo mette alle strette: è un’ottima storia, quindi non va bene per i film nostrani, che prendono soldi statali solo se è roba moscia che non incassa un soldo 😀
        Scherzi a parte, scacchi e nazisti è un argomento molto trattato dai romanzi scacchistici, molto meno lo si vede al cinema, ed è davvero un peccato.

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      • Vasquez ha detto:

        Sì, l’ho sempre pensato anch’io, che l’essere italiana tagliasse le gambe a questa bellissima storia.
        Pensare che ci starebbe anche un bel training montage scacchistico! Non ho idea di come potrebbe venire fuori, ma l’idea mi manda ai pazzi!

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  7. Willy l'Orbo ha detto:

    La dedica iniziale e la prima parte storica…applausi a scena aperta. La cosa bella dei tuoi post tra le tante è che spesso e volentieri imparo cose nuove. E questo mi piace molto. E se in conclusione mi piazzi pure una Henger anche il mio lato più “CUL” e meno “TURALE”…è appagato! 😋😀👏

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Ti ringrazio, ed è davvero curioso come gli scacchi appaiono spesso in quell’ambiente + cul – turale. Non so cosa ci sia nel “nobil giuoco” che abbia intrigato più di un’autore porno 😛

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      • Conte Gracula ha detto:

        Azzarderei il fatto che la gioventù scapestrata del 1800/inizio ‘900, tipo Maupassant e Meyrink, si dedicava a “donne, scacchi e canottaggio” e gli scacchi, un tempo, erano visti un po’ come i videogiochi oggi, roba da giovani debosciati.
        Ma dubito che possa essere questo il motivo XD

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Le mode cambiano e sicuramente ci sarà stato qualcuno che vedendo un giovane alla scacchiera avrà detto “Ah, questi giovani d’oggi, sempre chini sul tavolo! Ai miei tempi si correva per i prati” Però il nobil giuoco sta lì da parecchi secoli e di mode ne ha cambiate tante, ma in tempi a noi vicini mi sembra chiaro che non ci sia tutto questo interesse da parte delle donne. I pregiudizi vanno sempre biasimati, ma al di là di questo semplicemente ci sono poche donne negli scacchi perché non sembra una disciplina che a loro interessi. È come per i calciatori americani: sono pochi non perché non siano capaci, ma semplicemente perché loro preferiscono il football.

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      • Conte Gracula ha detto:

        Bisogna vedere se magari non si ritrovino infastidite dalle condizioni in cui si avvicinano agli scacchi (se davvero è un ambiente maschilista, può essere che alcune si sentano respinte. Se sei lì per divertirti, non hai voglia di romperti le scatole coi pregiudizi altrui).

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  8. Zio Portillo ha detto:

    Ottimo post che rimanda a discussioni molto ampie e interessanti. Bellissima la dedica iniziale!

    La serie Netflix con la Taylor-Joy mi ispirava ma a sto punto credo che orienterò il mio poco tempo libero al film con la… Henger. Forse mi darà maggiore, ehm,… Soddisfazione?

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      In quanto a regina degli scacchi, la Eva non la batte nessuno 😀
      Scherzi a parte, è comunque una serie di alto profilo, però certo rispetto alle altre regine degli scacchi come spunti è un po’ bassina. Se hai poco tempo Netflix ha cose decisamente migliori, o magari su Amazon vediti “Truth Seekers” che è puro genio 😛

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  9. Kukuviza ha detto:

    Soprattutto nell’ultimo film, immagino che i giocatori facciano tutto tranne che giocare a scacchi.
    A parte questo, che gran carrellatona, Lucius! Effettivamente non ci avevo mica coscientemente pensato che si vedono poche scacchiste. Anzi, forse le uniche che vedo sono nel tuo citascacchi, anche se poche rispetto ai maschi.
    In effetti, il gioco degli scacchi come simbolo per un’emancipazione di altre cose, ci sta. Comunque a volte mi chiedo come nascano questi stereotipi di genere. Tipo nello sport. Solo di ‘recente’ il calcio è anche femminile, ma perché nella pallavolo, ad esempio, o nel tennis, non c’è lo stesso tipo di “divario” tra generi. A volte si innescano certi meccanismi che non ne vieni fuori.
    Mitico il re degli scacchi come “ragazzo immagine”! 😀

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Quando uno sport diventa un “bacino d’utenza”, cioè fa girare soldi, le cose si complicano, e spesso si finisce per considerare discriminazione un semplice calcolo affaristico: il calcio femminile non fa girare miliardi in diritti televisivi, quindi se ne parla meno. Ma non perché sono donne, bensì perché non vendono, al pubblico non interessa: non trovi milioni di persone che spendono fior di soldi per vedere il calcio femminile così come non li spendono per il ping pong o le arti marziali. O come per tutti gli sport in cui gli italiani sono medaglia d’oro a tutte le olimpiadi: per quattro anni non gliene frega niente a nessuno della scherma o del lancio del peso, che siano donne, uomini o ermafroditi, nessuno spenderebbe un centesimo per vederli, poi arrivano le medaglie d’oro, hanno cinque minuti di TG e fine. Non è questione di sesso, è questione di soldi.
      Ad un certo punto gli scacchi sono diventati così, uno gioco i cui campionati sono diventati una roba grossa, internazionale, si finiva sui giornali e si finiva venerati, essere Gran Maestro era una roba che avevi migliaia di persone ai tuoi piedi, quindi si sono innescati meccanismi perversi di cui la discriminazione sessuale temo sia solo il minore.
      La Russia sovietica non ha mai avuto problema con le donne: erano cecchine, erano pilote d’aerei, erano scacchiste, e non è che il maschio sovietico sia più aperto di vedute degli altri, ma la cosa aveva una valenza ben diversa dagli scacchi occidentali, da sempre visti invece come una “roba scientifica” e per tanto tempo c’è stato l’infondato pregiudizio che le donne non c’entrassero nulla con la scienza. Però una cosa è avere stupidi pregiudizi, un’altra è impedire alle donne di giocare: temo non sia mai avvenuto che una scacchiera sia stata preclusa ad una donna per colpa del suo sesso. Magari qualcuno l’avrà guardata strana, ma tutto lì.

      Pare che un campione russo abbia detto che le donne non possono giocare a scacchi perché dovrebbero stare zitte troppo a lungo: se fosse un motto di spirito sarebbe divertente, purtroppo pare lo dicesse sul serio!
      Reuben Fine, noto saggista degli scacchi, dice che le donne in media si disinteressano degli scacchi proprio come gli uomini si disinteressano del bridge, così ai campionati di scacchi ci saranno sempre più uomini come a quelli di bridge ci saranno sempre più donne. Non è che i rispettivi campionati mettano dei cartelli con divieti ai vari sessi, semplicemente sono gusti diversi.
      Il giorno in cui le mamme insisteranno perché le figlie invece di andare a danza passino il tempo libero a giocare a scacchi, avremo una nuova ondata di donne scacchiste e il pregiudizio passerà da sé 😉

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  10. chiccoconti ha detto:

    Penso tu conosca il canale YouTube di Daviddol del Circolo Scacchistico Pistoiese… Ha pubblicato una serie di videoanalisi su posizioni prese da film piu o meno famosi dal Settimo Sigillo in giù!

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