Jackie Chan Story 10. Tempi bui

Continua il viaggio agli albori della carriera di Jackie Chan, mediante la sua corposa autobiografia I am Jackie Chan. My Life in Action (1998), eventualmente integrata con l’altra autobiografia Never Grow Up (2015). Sono entrambe inedite in Italia, quindi ogni estratto del testo riportato va intendersi tradotto da me.

Girare un pessimo film con Robert Clouse è solo l’inizio della discesa agli inferi americani di Jackie, divo asiatico sperduto in un mondo piccolo e campanilista.


La rissa americana

Dopo la libertà creativa e il tempo illimitato con cui ha girato The Young Master, Jackie patisce duramente i ritmi di lavoro americani: girare un film in meno di un mese è qualcosa di inconcepibile per chi di solito ci impiega un anno. Aggiungiamo poi che Robert Clouse è stato il regista più sbagliato da scegliere, incapace di capire chi aveva per le mani, ed è chiaro come il nostro eroe scalpiti per tornare ad Hong Kong: ormai la questione con le Triadi è risolta, si può tornare a lavorare con gusto. Invece no, perché la Golden Harvest sa come funzionano le cose in America e per far conoscere la nuova star bisogna mandarla in giro a fare promozione. Cioè a fare il pupazzo cinese che sorride e annuisce.

La sezione americana della casa di Hong Kong sta producendo un piccolo film che sciaborda di grandissimi attori, così al volo ci infilano le loro due stelle cinesi più scintillanti, cioè Jackie e Michael Hui. Stando all’autobiografia, le riprese de La corsa più pazza d’America (The Cannonball Run, 1981) sono state molto più divertenti della terribile esperienza di Chi tocca il giallo muore, anche se il risultato è lo stesso: zero. Il nostro eroe pensava che alla Golden Harvest scherzassero quando gli dicevano che il peggio doveva ancora arrivare e di prepararsi ad affrontare il più grande pericolo di tutti, i giornalisti americani: scoprirà con orrore che semmai erano stati troppo ottimisti.

Michael Hui e Jackie Chan, divi di Hong Kong in un mondo che li ignora

«Come si pronuncia il suo nome?» «Conosce davvero il karate?» «È il nuovo Bruce Lee?» La prima conferenza stampa di Jackie è un battesimo del fuoco che il nostro non si aspettava. Stenta ancora nel parlare inglese ma la sua prima dichiarazione è un bel programma:

«Il mio nome è Jackie Chan. Faccio kung fu, non karate. E non sono Bruce Lee.»

Di questa frase composita, i giornalisti capiranno solo la prima parte, quella del nome, perché le altre due questioni torneranno per decenni. Ancora oggi, quarant’anni dopo quel “battesimo”, i giornalisti occidentali gli parlano di karate e lo paragonano al nuovo Bruce Lee, così come gli fanno rompere tavolette, essendo una inspiegabile usanza americana radicata esclusivamente in quel Paese. Infatti in quella prima conferenza stampa una giornalista gli chiede: «Saprebbe rompere una tavoletta con le mani?» Jackie è allibito. «Perché dovrei volerlo fare?» La giornalista è lapidaria: «Dunque non ne è capace?» È solo l’inizio di un rapporto che si fa subito tormentato. E la TV non va meglio: l’inglese di Jackie è troppo stentato da mandare in onda, così la prima trasmissione che lo invita – un importante programma mattutino di New York – cancella il suo inserto. Il che significa che Jackie ha viaggiato per più di dieci ore per stare seduto ad essere preso in giro da una giornalista, che gli chiedeva di fare delle capriole, e poi tutto è stato cancellato.

Locandina di Hong Kong del film, con solo Jackie in vista!

Depresso ma soprattutto infastidito perché viene trattato come una scimmietta ammaestrata, una volta trovatosi davanti ad un giornalista della carta stampata Jackie decide di abbandonare le risposte che l’ufficio stampa della Golden Harvest gli ha preparato. Sia per aiutarlo con l’inglese che per suggerirgli risposte pronte a domande stupide, gli sono state preparate alcune frasi generiche che in quell’occasione Jackie ha deciso di non seguire. Merita di essere riportato l’inizio dell’intervista:

— È strano per lei non essere riconosciuto come una star, qui negli Stati Uniti?
— È normale che voi non mi riconosciate, ma in Asia tutti mi riconoscono.
— Signor Chan, sembra che lei dovrà lavorare sodo per entrare nel mercato americano.
— Non sono interessato al mercato americano, ciò che mi interessa è quello asiatico: lì ci sono miliardi di persone, quanti milioni ce ne sono negli Stati Uniti? L’America è un mercato davvero piccolo.

L’intervista è un disastro, e tutti i lettori si sentono infastiditi per questo straniero tracotante che va a casa loro a dire che contano meno degli asiatici. La gente infastidita comincia a scrivere e telefonare: giornali e stazioni radiofoniche sono subissati di lettere di gente che vuole sapere chi diavolo sia questo Jackie Chan, che nessuno conosce. In poco tempo, grazie all’aver detto una verità che però sembra sgarbata, Jackie ha attirato l’attenzione di milioni di americani, che vogliono sapere tutto di lui e di cosa mai lo renda così speciale.

Quel programma mattutino di New York lo richiama, stavolta vuole mandare davvero in onda un suo inserto con una sua intervista vera, ma Jackie si vendica. La volta precedente ha dovuto andare da Los Angeles a New York e ritorno solo per perdere tempo: se vogliono l’intervista, ora sono i conduttori che devono volare da New York a Los Angeles. E lo fanno: il cinese tracotante è diventata la “notizia calda” del giorno.


Ritorno a casa

Quello che finalmente torna ad Hong Kong, a casa, non è più l’entusiasta autore di The Young Master, non è più il “giovane maestro”: l’esperienza americana ha provato Jackie quasi a livello fisico, e nella sua autobiografia ci va giù duro.

«Tornai a casa che ero un giovane arrabbiato. Avevo qualcosa da provare e potevo farlo solo ad Hong Kong. Hollywood mi aveva rigettato e mi aveva trasformato in qualcosa di stupido e pieno di vergogna. Dovevo mostrare al mondo che Jackie Chan era ancora la star più grande di tutte: almeno in Asia, se non in Occidente.»

Appena sbarcato dall’aereo e salutato freddamente il suo agente Willie Chan – che forse incolpa per averlo gettato da solo in quella assurda fossa di leoni americani – Jackie si fionda immediatamente alla Golden Harvest, e nell’ufficio di Leonard Ho fa capire che vuole immediatamente rimettersi a lavoro, che si è perso fin troppo tempo. Il suo prossimo film sarà grandioso, epico, mitologico, si girerà ad Hong Kong ma anche in Corea e a Taiwan, ci saranno scene d’azione che faranno morire di vergogna gli americani e l’intero genere marziale sarà di nuovo scosso sin dalle fondamenta. Il produttore e l’agente annuiscono ma cercano di calmare il giovane irruente, proponendogli di prendersi un po’ di riposo dopo la sua recente avventura, andare a trovare qualche amico e rilassarsi, che è ancora giovane (ha circa 26 anni) e deve godersi la vita. Questo non fa che peggiorare le cose.

«Ne ho abbastanza di vacanze: sono un cineasta, voglio fare cinema. Sono stufo di fare la scimmia ammaestrata nei circhi degli altri.»

Leonard Ho accetta la “furia” di Jackie e gli autorizza il ritorno al suo lavoro, mettendolo però in guardia: nella vita ci sono cose più importanti del lavoro. Quando Jackie scrive queste cose, nella sua autobiografia del 1998, Leonard Ho è morto da un anno e l’attore non nasconde il profondo rimpianto di non aver mai ascoltato quel saggio consiglio da lui ricevuto quasi vent’anni prima. L’intera vita di Jackie si è sempre svolta a lavoro, lasciando in disparte tutto il resto. Nel 1998 si chiede se non sia il caso di rallentare e godersi di più i rapporti umani: visti i film che continua a sfornare ancora oggi, probabilmente non l’ha ancora fatto.

Tornando a quel 1980, Jackie non perde un attimo e radunato un esercito di cascatori parte per la Corea senza neanche un copione, al massimo ha un’idea: potrebbe essere una storia legata al suo precedente film, e chiamarsi Young Master in Love.
Scopre che la fretta è cattiva consigliera, e dopo aver passato tre mesi in Corea a spendere un milione di dollari di Hong Kong di soldi della Golden Harvest, senza avere in mano niente, torna ad Hong Kong ma non demorde: via, si va tutti a Taiwan a ricominciare. A fare cosa? Niente. Leonard Ho non dice una parola, anche perché i distributori di tutta l’Asia hanno già versato fiumi d’oro nelle casse della Golden Harvest per i diritti del prossimo capolavoro di Jackie Chan, quindi tecnicamente nessuno ci sta rimettendo soldi, ma è chiaro a tutti che il giovane talento è del tutto fuori controllo.

In questo momento vive un’importante ma sfortunata storia d’amore, a cui nell’autobiografia è dedicato ovviamente più spazio ma che qui cito brevemente, solo perché è rappresentativa del momento che Jackie sta passando. Conosciuta per puro caso a Los Angeles, mentre gira a Taiwan il nostro ritrova Teresa Teng Li-jun, sua coetanea ma già dal 1968 amatissima cantante di sterminato successo in tutta l’Asia, ed originaria proprio di Taiwan.

I due si frequentano per la gioia dei rotocalchi scandalistici dell’epoca, ma la loro non diventerà mai una storia d’amore, a causa – spiega Jackie stesso – della profonda differenza di stile che li separa. Lei è una donna di gran classe, che da tempo ha imparato a gestire il grande successo che l’ha investita, lui invece è un ragazzetto rozzo, stordito dal successo, che finge d’essere un “tipo tosto” girando per Hong Kong sempre seguito da un codazzo di cascatori che gli fanno da cortigiani, che gli reggono la giacca e che gli spostano la sedia quando si siede in un ristorante, tutti con gli occhiali scuri e la faccia da bulli. E Jackie che primeggia sfoggiando tanto oro quanto collo e polsi riescono a sopportare. «Ero giovane, ricco e viziato dal successo», confessa amareggiato nell’autobiografia, scritta a tre anni dalla scomparsa di Teresa, stroncata appena quarantenne nel 1995 da quell’asma che l’ha oppressa per tutta la vita.

«L’amavo, ma amavo di più me stesso. E nessun cuore può essere servitore di due padroni.»

Nessun amore può eguagliare la rabbia che brucia nel cuore di Jackie per l’umiliazione americana, lui che in Asia è una star di prima grandezza, così come nessun sentimento può superare la sua voglia di rivalsa. Solamente girando un suo nuovo film può calmare il fuoco che lo divora. La storia con Teresa finisce male, prima ancora di iniziare, e forse è per questo che Jackie cambia il titolo del film a cui sta lavorando: da Young Master in Love (“il giovane maestro innamorato”) in Dragon Lord.


Dragon Lord

«Hai finito il film?» In questo periodo Willie Chan non chiede altro a Jackie, perché i rapporti fra i due si sono fatti molto freddi. L’agente non apprezza la persona che Jackie è diventata né il suo modo di lavorare, visto che con “lavorare” si intende passare il tempo con i suoi cortigiani a bere e buttare via un sacco di soldi. A Taiwan le riprese del nuovo film non hanno nulla da invidiare ai grandi disastri di Hollywood, ad esclusione di non avere alcuna eco nelle notizie occidentali. Visto che Chan è il primo divo di Hong Kong a dare importanza agli stuntman, figura professionale considerata di infima categoria da sempre, orde di cascatori vanno ogni giorno a bussare alla sua porta per avere una parte, anche piccola, nel suo nuovo film. Il risultato è che la sceneggiatura di Dragon Lord cambia ogni giorno per giustificare la presenza in scena di eserciti di cascatori.

Ogni stuntman di Hong Kong si è infilato nel film

Genio e sregolatezza, il modo di dire è confermato. Perché se in quanto a sregolatezza ormai Jackie non lo tiene più nessuno, il genio non è di certo secondo. Con costi spropositati, dovuti solo alla benevolenza di Leonard Ho, Jackie entra – o afferma di essere entrato – nel Guinness dei Primati per il maggior numero di ciak per una sola scena: 2.900. E tutti per girare la sequenza che apre il film, quella con la gara in cui un nugolo di giovani si ammassa per afferrare una bandierina, cioè una delle più iconiche del film. Tanto che il thailandese Panna Rittikrai ce l’aveva bene in mente quando la ricrea praticamente uguale all’inzio di Ong-bak (2003). Mentre gira quella scena, Jackie ha perso una storia d’amore che ritiene importante e ha perso la stima di tutte le persone che riteneva importanti nella sua vita: quella scena doveva venire fuori maledettamente bene.

Tempo e costi spropositati per una scena diventata mitologica

Quando il film esce, con mesi e mesi di lavorazione e centinaia di migliaia di dollari fuori dal budget previsto, ad Hong Kong è un totale disastro al botteghino. Jackie è annientato. Il giovane maestro è diventato l’ultimo dei somari.


La distribuzione

Uscito ad Hong Kong il 21 gennaio 1982 (fonte HKMDb), pare che Dragon Lord arrivi negli Stati Uniti solamente nel 2004 (fonte IMDb). Malgrado non conosca alcuna distribuzione nelle sale italiane, nel nostro Paese arriva comunque prima, visto che rientra in quel pacchetto di film comprati da TMC, che lo trasmette nella prima serata di sabato 29 ottobre 1988 con il titolo I due cugini.

Conosce una vispa distribuzione in VHS (Futurama, Domovideo, Number One Video) che però è impossibile datare. Nel 2000 Legocart porta in edicola il DVD che in pratica è il semplice riversamento della VHS (da copia del film pensata per il mercato estero), mentre nel 2004 la “Jackie Chan Collection” della Elleu presenta l’ottima rimasterizzazione Fortune Star del 1993. La Dall’Angelo Pictures in data ignota presenta un DVD di nuovo con l’edizione Fortune Star 1993 ma stavolta nella versione “non estesa”: questo disco arriva in edicola nel 2010 all’interno del ciclo della Gazzetta dello Sport dedicato al cinema marziale.

Come sempre, l’edizione Elleu è la migliore, con i suoi cinque minuti in più di durata.

Edizione Legocart 2000

Edizione Elleu 2004 (estesa)

Edizione Dall’Angelo Pictures 2010 (circa)


Due cugini perdigiorno

Jackie è stato onesto quando ha parlato di “seguito”, infatti I due cugini è una semplice riproposizione dei temi de Il ventaglio bianco ma senza la freschezza dell’inventiva e della novità. Jackie torna a vestire i panni del signorotto perdigiorno che già aveva indossato in Drunken Master (1978) e in pratica passa metà film a fare scherzi in giro in toni da commedia forzata, con il suo compare-cugino Chowboy (o Cowboy nell’edizione anglofona), interpretato dal bravo stuntman Mars.

I due “eroici” cugini

Torna il celebre sudcoreano Whang In-Shik e come nel precedente film interpreta di nuovo il cattivo imbattibile, protagonista del lunghissimo combattimento finale. In pratica  I due cugini è la fotocopia de Il ventaglio bianco ma con in più due scene lunghissime piene di cascatori: quella iniziale e la lunga partita di calcio al volano che ammorba il centro del film. La prima volta che ho visto quest’opera, nel 1999, mi sono molto divertito per la totale follia che la permea, ma già dalla seconda l’ho annoverato tra i titoli minori di Jackie.

Non uno dei film memorabili di Jackie

Solamente in tre o quattro brevi scene durante il lungo combattimento finale assistiamo a quelle “cadute spettacolari” che poi diventeranno la firma del nostro eroe, però qui parliamo di pochi secondi annacquati in un film minuscolo e con una trama inconsistente, anche perché Jackie stesso dice di averla improvvisata durante le riprese: però è un prodotto che è stato girato in un tempo spropositato e con un dispendio enorme di soldi, il che lo rende un bel problema quando le sale di Hong Kong rimangono vuote. Per Jackie Chan è la fine.

Questa è davvero la fine per Jackie?


Dopo la caduta, la rinascita

Tanta era la furia di Jackie di dimostrare il proprio valore al ritorno dall’umiliante esperienza americana che il buco nell’acqua di Dragon Lord lo annienta: ha messo tutta la sua forza e il suo fuoco nel film, quindi è la prova che non ha più nulla da dare.

«Passai quasi un’intera settimana a casa, a dormire, a guardare le pareti, uscendo solo per mangiare. Non rispondevo alle telefonate, non accettavo gli inviti dei miei amici ad uscire.»

Solo con molta fatica Willie Chan riesce a raggiungerlo, trovandolo impegnato ad ascoltare a ripetizione uno degli album di successo di Teresa Teng. «Ho perso lei e ho rovinato la mia carriera. È finita: è tutto finito», gli dice Jackie. Willie lo consola dicendogli che ha già fatto film disastrosi in passato, questo non gli rovinerà la carriera: il suo comportamento invece è quello che lo sta rovinando. Willie lo incita a non mettere in dubbio il suo talento e la sua genialità visiva, perché quelle non sono state intaccate. Invece deve capire che non può tagliare fuori tutti dalla sua vita e combattere sempre da solo.

Al che finalmente Jackie capisce il grave errore che l’ha portato al cocente insuccesso, sia personale che professionale: si è circondato di cortigiani invece che di amici, ha scelto adepti invece di consiglieri, ha preferito la compagnia di estranei adoranti a quella di colleghi alla pari.

Al che finalmente Jackie capisce… che è il momento di chiamare i suoi fratelli.

(continua)


L.

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19 risposte a Jackie Chan Story 10. Tempi bui

  1. Cassidy ha detto:

    Ho sempre collegato “Shaolin soccer” all’infinita partita di questo film, magari però l’omaggio esiste solo nella mia testa. Questo resta uno dei film di Jackie Chan che ho visto meno volte, ottimo per il ripasso di questa sera, anche perché ci sono momenti nella vita in cui solo gli amici ti possono dare una mano, per fortuna Jackie ne aveva di clamorosi, non vedo l’ora di leggere il resto 😉 Cheers!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Se la partita di Jackie fosse stata parodistica magari avrei creduto anch’io ad un omaccio di Chow, ma qui il nostro si prende troppo sul serio: è in pratica un’altra di tante scene nel film costruite per esaltare la sua bravura, quindi invecchiate maluccio.
      La prima visione del film mi divertì, ma già alla seconda visione la pochezza esce tutta fuori.

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  2. Zio Portillo ha detto:

    Il mio storico ex-cognato (sempre lui!) aveva la VHS de I DUE CUGINI ma anche per noi era un titolo minore. Ricordo solo la scena iniziale con la piramide umana e poi… Nulla!

    In settimana sono riuscito a recuperare (dopo secoli che non lo vedevo!) DRUNKEN MASTER. Me lo ricordavo funambolico, ma non mi ricordavo fosse così tanto funambolico! E’ un continuo di “balletti” e stunt. Pensa vederlo al cinema, la prima volta, negli anni ’70…

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      E’ stato un film che ha cambiato per sempre tutti i canoni, proprio perché mostrava qualcosa che semplicemente non esisteva, almeno al cinema. Gli spettacoli dell’Opera di Pechino avevano molto di quello stile, ma ormai era una forma d’arte decaduta, che non seguiva più nessuno, quindi le nuove generazioni al cinema scoprirono qualcosa di totalmente inedito, e ciò spiega l’enorme successo riscosso.
      “I due cugini” dimostra che ripetere le stesse cose non sempre funziona 😛

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  3. Il Moro ha detto:

    Un altro splendido articolo per una storia sempre interessante. Meno male che a Jackie torna a capitare qualche guaio, ultimamente sembrava che le stesse imbroccando tutte!

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  4. Willy l'Orbo ha detto:

    Tempi bui??? Sento aria di Z per il buon Jackie, quindi…sento aria di casa per il buon Willy! 🙂

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  5. Giuseppe ha detto:

    Un produttore illuminato (Leonard Ho) che ricorda quanto nella vita ci siano cose più importanti del lavoro, in coppia con un agente (Willie Chan) che è anche un vero amico: due figure di riferimento che il giovane Jackie certo non avrebbe trovato in quegli USA ai quali, in fondo, non aveva fatto altro che sbattere in faccia i loro stessi pregiudizi (quando la verità fa male, forse è meglio provare a scambiarla per tracotanza per non doverne sentirne il peso). Certo che se, dopo il fallimentare ritorno in patria, non ci fosse stato nei paraggi quell’agente nonché vero amico di cui sopra, per lui avrebbe seriamente potuto non esserci più alcun futuro e non solo dal punto di vista professionale…

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Questa storia illustra perfettamente come non basti il talento e la determinazione, ma servano persone altrettanto talentuose che sappiano frenare e incanalare l’estro creativo.. E riuscire e tenere sgonfio un giovane di successo che tende a diventare pallone gonfiato 😀

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  10. Kukuviza ha detto:

    Madonna, una parabola di vita pazzesca! Ad ogni modo, esisteva una figura di “sceneggiatore” (o almeno qualcuno di lontanamente simile) tra tutti questi cascatori? Mettersi lì a fare un film senza un’idea non so quanto bene possa fare, A volte può andarti di culo, ma in genere…
    Ammazza le domande dei giornalisti americani! Ma manco gli avvocati quando devono distruggere un imputato!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      La cosa assurda è che oggi, quarant’anni dopo, fanno ancora le stesse stupide domande a Jackie, e sì che dubito fortemente che un qualsiasi “giovane” abbia idea di chi sia stato Bruce Lee, e chiamare qualcuno “il nuovo Bruce Lee”, a a quasi cinquant’anni dalla morte di quest’ultimo, fa capire la profondità del giornalismo 😀

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