Il mistero di Dungeons & Dragons in “E.T.” (1982)

La settimana scorsa l’intervento di Roberto Chiavini ha messo in crisi una mia convinzione storica, cioè che nella sequenza iniziale del film E.T. (1982) i giovani protagonisti stessero giocando a “Dungeons & Dragons”. Non è così… o forse sì… o forse no.
Non potevo resistere ad indagare sulla questione, scoprendo molto più di quanto immaginassi.

Dungeons & Dragons – 5ª Edizione – Manuale del giocatore

Da che esiste il mondo, i giovani si appassionano a cose che i rispettivi genitori aborrono, e questa tensione sfocia nelle stupidaggini scritte dai giornali: mica solo oggi esistono le fake news. Appena qualsiasi cosa diventa di moda, state tranquilli che uscirà un giornale che metterà in guardia dai pericoli mortali in essa insiti.

Di solito sono notizie scandalistiche che aiutano a vendere, come giovani travagliate che si sono tolte la vita dopo aver visto Il Corvo (1994) o fratelli che sgozzano le sorelle con armi ninja guarda caso proprio con l’arrivo delle Tartarughe in TV. Qualsiasi fenomeno di costume ha la sua notizia scandalistica, la puntuale balla degna del “cugino di Elio”, e di solito sono il segno che il fenomeno in questione ha fatto davvero breccia.


Il mistero del giocatore scomparso

Gli anni Ottanta si aprono con una enorme, cocente e deflagrante passione dei giovani per i giochi alla “Dungeons & Dragons” (1974), «Nel 1981 milioni di ragazzini in tutto il mondo ci giocavano, dalle otto alle ventiquattro ore a settimana, spendendo centinaia di dollari per il gioco e i suoi prodotti associati», racconta John Baxter nel suo The Making of Dungeons & Dragons (2000). Non è che tutte queste ore a giocare facciano male? Zac, puntuale arriva la balla tipica dei giornali: all’Università del Michigan uno studente è scomparso, e indovinate un po’? Era noto per essere un grande appassionato di “Dungeons & Dragons”. Cosa c’entra con la sua scomparsa? Niente, ma gli adulti vanno nel panico per quella strana mania dei giovani.
James Dallas Egbert III è davvero scomparso, o almeno così ripetono per anni le trasmissioni di cronaca nera che si occupano del caso, e che puntano il dito sul gioco in questione, colpevole di far perdere aderenza alla realtà a chi vi giochi, portandolo alla pazzia o all’omicidio. Proprio come la balla di Amityville ha bisogno di un romanziere come cantore, anche stavolta ci vorrebbe un romanzo scritto da un adulto che parli agli adulti e spieghi loro quanto sia pericoloso per i figli giocare a “Dungeons & Dragons”. Zac, il libro arriva puntuale.

La scrittrice statunitense cinquantenne Rona Jaffe, specializzata in romanzi rosa, letta la notizia corre alla sua macchina da scrivere e sforna il romanzo Mazes and Monsters (1981), che la Sperling & Kupfer porterà in Italia nel 1985 con il titolo Era solo un gioco, tradotto dalla mitica Roberta Rambelli. La storia è la versione romanzata della notizia dei giornali, con un gruppo di studenti universitari che perdono tanto tempo a giocare al loro “gioco tentatore” – che in pratica è “Dungeons & Dragons” sotto un altro nome, con tanto di Controllore del Labirinto (Maze Controller) al posto del Dungeon Master – finché uno di loro va fuori di testa e confonde la realtà con la fantasia della narrazione.
«All’epoca [1979] la rivista “Parade” chiamava D&D “la mania più scottante dei college universitari”», ci racconta Cathi Dunn MacRae nel suo Presenting Young Adult Fantasy Fiction (1998). Non stupisce quindi che il romanzo sia un successo, anche perché si rifà palesemente alle notizie di cronaca. Gli investigatori avanzarono l’ipotesi che il ragazzo scomparso e i suoi amici fossero andati in alcuni tunnel a giocare ad una sorta di “versione dal vivo” di D&D, non si sa né perché né per come, e che i gas tossici dell’impianto di riscaldamento dell’università avrebbe ucciso il giovane. Onestamente sembra una stupidata, e quindi… finisce para para nel romanzo, avvelenamento a parte.

«Nella primavera del 1980 uno studente dotato dell’Università di Grant, a Pequod (Pennsylvania), è scomparso misteriosamente. Non è un fenomeno inusuale, soprattutto durante periodi stressanti che precedono gli esami, ma divenne ben presto chiaro che questo caso era diverso. Quando venne finalmente chiamata la polizia, uscì fuori che lo studente scomparso faceva parte di un gruppo che nel college era coinvolto in un gioco di ruolo chiamato “Labirinti e Mostri”.»

(incipit del romanzo, tradotto da me non avendo trovato la copia italiana del libro.)

La scrittrice Rona Jaffe vestita fantasy per pubblicizzare il film dal suo romanzo
foto apparsa su “TV Guide” (25 dicembre 1982) nel pezzo scritto dalla Jaffe stessa

Può la televisione, sempre attenta alle disgrazie che piacciono agli spettatori adulti, non occuparsi della cosa? A tempo di record nel dicembre 1982 esce il film tratto dal libro – prodotto da Rona Jaffe stessa! – che appare in Italia solamente nel 1995, trasmesso da piccoli canali locali con il titolo Labirinti e mostri. (Nel 2008 la Eagle Pictures lo recupera in DVD ed è disponibile in Prime Video.)

«La mia presenta sul set di Mazes and Monsters è iniziata con la scoperta della popolarità dei giochi di fantasia tra i giovani, e la serietà con cui li affrontano», racconta la romanziera diventata produttrice in un articolo da lei stessa scritto per il numero del 25 dicembre 1982 della “TV Guide”, per promuovere l’imminente trasmissione del film il 28 successivo. «Ho scoperto che alcuni prendono questi giochi molto sul serio e vi giocano in ambienti reali – tunnel, caverne, foreste – per renderli più reali. Cosa succede quando la fantasia si spinge troppo oltre?»

Un giovane Tom Hanks, all’epoca noto solo per la serie TV “Henry e Kip” (che vedevo da ragazzino!), interpreta il giovane che, traumatizzato dalla scomparsa del fratello, comincia a rendersi conto che le ripetute sessioni di gioco stanno “sfaldando” la realtà, e scompare, per tener fede all’articolo di giornale. Però in realtà semplicemente va a New York – in fondo, se cercate le Due Torri di Tolkien, la scelta è ovvia! – in una ridicola favoletta moderna condita di romanticherie posticce studiata appositamente per spaventare i genitori e spingerli a togliere i cartelloni dalle mani dei loro figli giocatori.

Oscure e pericolose sedute a “Maze and Mosters”

«Mazes and Monsters è una descrizione ridicola, isterica e sballata di “Dungeons and Dragons”, ma in molti americani che non conoscevano il gioco si fissò l’idea che i giochi di ruolo a tema fantasy fossero la strada per la perdizione. Nell’estate del 1982 in Oklahoma vennero proibiti questi giochi nelle strutture scolastiche, citando la loro “natura satanica”.»

Così David M. Ewalt, nel suo saggio Of Dice and Men. The Story of Dungeons and Dragons (2013), riassume un film che segue i giornali nel cavalcare l’onda di biasimo degli adulti, cementando così lo scontro con i relativi adolescenti. Nel 1984, ci racconta Ewalt, a San Diego l’agente di polizia Kirk Johnson è stato ucciso dal suo stesso figlio con un colpo di pistola, e l’avvocato del giovane ha cercato di usare la sua ossessione per D&D come sintomo di infermità mentale. In pratica, è il ripetersi del fenomeno Amityville, con l’avvocato che cercava attenuati all’omicidio adducendo come scusa il “sentire le voci” in una casa infestata.
«Sembra solo un gioco, ma è il gioco della vita e della morte», tuona il reverendo John Hollidge di Buckinghamshire, sempre secondo Ewalt.

Dobbiamo dunque credere che un film che esca nel 1982, nel pieno della più grande febbre da gioco a memoria d’uomo, presenti dei ragazzi a tavola intenti a giocare… ad un gioco che NON sia “Dungeons & Dragons”? Qui inizia il mistero.


Il mistero di D&D in E.T.

Gli anni Ottanta esplodono all’insegna della tecnologia e del gioco, in un’epoca che fa da “punto improprio” dove queste due rette parallele si incontrano. In occasione dello Speciale 25 anni di Doom ho raccontato la nascita della transmedialità nei primi anni Ottanta, in cui romanzieri famosi e sviluppatori informatici lavoravano a braccetto per creare mondi sempre migliori dal punto di vista narrativo. L’apice è il 1984 in cui per la prima volta nasce l’impensabile: un romanzo tratto da un videogioco, in cui cioè l’autore usa un medium millenario per raccontare un’esperienza nata in quegli anni. (Non sarà un successo, ma come tutte le rivoluzioni servirà tempo.)

Mentre gli informatici costruiscono velocemente il loro universo digitale, intanto sui tavoli di tutti i giovani campeggia “Dungeons & Dragons”, vera e propria mania dell’epoca, che nel 1983 è diventato anche una serie animata. (Siamo in pochi a ricordare la versione italiana, giunta su Italia1 nel 1990: siamo almeno io e Vasquez!)
Quando negli anni Duemila andrà di moda fingere di ispirarsi agli anni Ottanta, il gioco di ruolo sarà imprescindibile per quelle serie che grufolano con quel decennio. Recentemente sono uscite saghe a fumetti di Stranger Things and Dungeons & Dragons (Dark Horse Comics 2020) e Rick and Morty vs Dungeons & Dragons (IDW 2018), giusto per citare esempi più famosi.

Sui giochi di ruolo o da tavolo io sono di un’ignoranza enciclopedica (come diceva Francesco Salvi), quindi per una veloce definizione mi rivolto a John Butterfield, Philip Parker e David Honigmann con il loro saggio What is Dungeons and Dragons?, che mi spiegano:

«Dungeons and Dragons (D&D) è un gioco di ruolo [role-playing game]: i giocatori scelgono uno di loro per essere il Dungeon Master, o D.M., una sorta di arbitro [referee], e gli altri creano un personaggio, un essere immaginario o creatura definita da attributi fisici e mentali (come forza, intelligenza, carisma) generati a sorte.»

Guarda caso, la Penguin Books ha stampato questo libro nel 1982, e la Warner Books lo ha ristampato nel 1984. Nel primo caso quando l’apice era così alto che si temeva per la salute dei giovani giocatori, nel secondo caso quando qualsiasi prodotto parlasse di giochi vendeva a scatola chiusa. E di giochi Steven Spielberg se ne intendeva, soprattutto quando si trattava di pubblicizzarli.
Il suo pesante intervento nella lavorazione di Poltergeist (giugno 1982) ha fatto sì che la stanza del giovane protagonista sciabordasse di fumetti, giocattoli di Star Wars, il gioco da tavolo “Cluedo” bene in vista e la novità calda del momento, il cubo di Rubik. Nessuno può insegnare a Spielberg il product placement (da noi “marchetta”).

L’arte del fare marchette discrete e quasi invisibili…

Mentre usciva Poltergeist, in contemporanea a Los Angeles quel giugno 1982 veniva presentato E.T., destinato ad enorme successo.
Può uno come Spielberg, attentissimo alla cultura pop da mettere “in vetrina” nei propri film, ignorare il più grande fenomeno culturale dei giovani di quegli anni? La risposta è no… ma anche sì.

Dopo la sequenza d’apertura con il visitatore spaziale che rimane sulla Terra, vediamo una casa buia dove alcuni giovani sono radunati intorno ad un tavolo illuminato, intenti ad ogni tipo di attività tranne quella di giocare al gioco fantasy che hanno apparecchiato sul tavolo. (Cliccate sulle foto per ingrandire.)

In realtà nessuno sta giocando!

Guarda a volte il caso, ci sono varie lattine di bibite gassate in evidenza, tutte studiate per mostrare la marca e neanche un “doppione”.

Quante marche di bevande riuscite a leggere?

Ah, e c’è pure una bomboletta di Raid, inquadrata bene in un altro momento, che quando mangi intorno ad un gioco fantasy non può mancare: forse che lo spray faccia fuori i goblin?

«Mary sospirò. Goblin, mercenari, orchi, dite un nome e lei ce l’aveva, tutti nella sua cucina, notte dopo notte, mentre le macerie di una città fatta da bottiglie di Crush, sacchetti di patatine, libri, carte, calcolatrici ed orribili imprecazioni appuntate sulla sua bacheca. Se qualcuno sapesse in anticipo cosa voglia dire crescere dei ragazzini, non lo farebbe mai.»

Così William Kotzwinkle ricostruisce la scena che apre il film nel suo romanzo-novelization, pubblicato da Berkley nel giugno 1982 (in Italia lo stesso anno per Sperling & Kupfer, con la traduzione del celebre Tullio Dobner: non ho trovato l’edizione italiana quindi ho tradotto io il brano). Malgrado nella scena su schermo non c’è il minimo elemento che possa far pensare a D&D, Kotzwinkle usa il l’espressione “Dungeon Master” per indicare chi conduce il gioco.
La scelta è strana, perché nel film l’espressione usata è un generico «Game Master» (cancellato nel doppiaggio italiano, che preferisce «è lui che comanda il gioco»), perché mai il romanziere dovrebbe prendersi questa licenza che fa sospettare si tratti di D&D quando nulla nel film lo fa supporre?
Visto che gli autori di novelization lavorano con i copioni ed è raro che abbiano modo di vedere il film finito prima dell’uscita al cinema, la mia ipotesi è che Kotzwinkle abbia usato una delle prime stesure della sceneggiatura di Melissa Mathison (moglie di Harrison Ford, che sul set del primo Indiana Jones parlava spesso del “mostriciattolo stellare”, racconta lo stuntman Vic Armstrong), una prima bozza in cui era previsto che i ragazzi giocassero a D&D, idea poi cancellata.

Elliott che cerca di giocare a qualcosa che non è D&D

Il 16 marzo 2002, sempre a Los Angeles, Spielberg festeggia il ventennale del proprio successo presentandone l’edizione pesantemente rimaneggiata, uscita poi subito dopo in home video. In occasione di questo smanacciamento la Simon & Schuster riporta il romanzo in libreria, ma stavolta non è più la novelization classica di Kotzwinkle bensì un nuovo testo, scritto stavolta da Terry Collins, che Mondadori porta subito in Italia con il titolo E.T. La storia. Stavolta «Dungeon Master» giustamente scompare e lascia il posto al più corretto «Game Master», per rispettare il film, ma… l’autore si prende una libertà. Un’enorme libertà.

«Ciò che sembrava un tavolo da cucina, qualche ora prima, ora era formato da un cumulo di bottiglie di soda, sacchetti di patatine al pomodoro, manuali, fogli di carta, calcolatrici tascabili, matite e piccole figure di metallo. Era in corso una partita di “Dungeons & Dragons”.»
(traduzione mia.)

Come mai ora, nel 2002, il gioco da tavolo dei ragazzi ad inizio film è D&D? «D&D divenne così popolare da apparire anche nella scena iniziale del film E.T. nel 1982»: come mai ora il gioco è citato senza problemi, come in queste parole di David M. Ewalt nel suo saggio Of Dice and Men. The Story of Dungeons and Dragons (2013)?
Forse perché c’è stata una minuscola “apertura” nella leggenda che avvolge il film ed è sbucata fuori una fonte inaspettata.

Sempre nel 2002 dell’uscita del film “ritoccato”, la newyorkese Newmarket Press presenta un volumone fotografico, E.T. From Concept to Classic, con brani di sceneggiatura, dietro le quinte, curiosità e via dicendo, a cura di Linda Sunshine.
A pagina 53 c’è una script note, una curiosità legata alla sceneggiatura:

«Nel copione originale i ragazzi giocano a “Dungeons and Dragons”, all’inizio del film. Si è dovuto cambiare quando la casa di produzione non ha ricevuto il permesso di utilizzare il nome.»

La pagina di E.T. From Concept to Classic che finalmente fornisce la versione ufficiale

Poche righe che almeno forniscono la versione ufficiale sulla questione. Dico “ufficiale” perché rimane forte il sospetto – almeno secondo me – che non sia stato quello il motivo (o almeno, non solo) dell’esclusione di qualsiasi elemento indicasse chiaramente D&D nel film.

Come visto, nel 1982 la questione era troppo scottante. Telegiornali, romanzi e film urlavano a pieni polmoni che D&D era il diavolo e fuorviava i giovani: quei giovani a cui Spielberg voleva vendere prodotti, pagati coi soldi dei genitori. E questi ultimi, fomentati contro i giochi di ruolo, non avrebbero di certo apprezzato il riferimento al gioco di Satana in persona. Il mio sospetto è che Spielberg all’ultimo secondo non se la sia sentita di legare il proprio film per ragazzi ad un “gioco satanico”, anche perché non aveva bisogno di  infognarsi nella faccenda: bastava mostrare dei ragazzi seduti intorno ad un tabellone perché tutti – me compreso! – pensassero a “Dungeons and Dragons”: non c’era bisogno di specificarne il nome.

L.

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45 risposte a Il mistero di Dungeons & Dragons in “E.T.” (1982)

  1. Zio Portillo ha detto:

    Contento di aver ispirato questo post! 🙂

    La curiosità mi è sempre rimasta perché da ex giocatore di D&D sapevo che quello non era D&D! E mi mandava ai matti non sapere cosa fosse. Era (secondo me) qualcosa di bellissimo con quel tavolo zeppo di corridoi (?) e miniature. Sicuramente è qualcosa che avrei voluto fortemente acquistare per poi riporre in qualche armadio a prendere polvere visto che nessuno aveva tempo e voglia di giocarci.

    Certo che cambiano gli anni, cambiano le mode, cambiano gli accrocchi dei giovani,… Ma alla fine della fiera appena qualcosa diventa popolare tra i ragazzini, improvvisamente degli adulti spaventati lo dipingono come il male assoluto. Che sia un gioco, un cellulare, un cantante o un modo di vestire. Alla fine tutto è sempre legato a Satana e al maligno. Ah sti giovani! Perché non si drogano e basta come si faceva ai vecchi tempi? Sempre a usare nuove diavolerie!

    Scherzi a parte, ora come ora i “vecchi” che hanno dipinto D&D come “gioco satanico” ora metterebbero la firma perché i figli e i nipoti passassero ore con la testa china sul tavolo tra dadi e matite piuttosto che fare i balletti scemi su TikTok…

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Se, come diceva Dostoevskij, il problema degli atei è che parlano sempre di Dio, possiamo dire che il problema dei credenti è che pensano sempre a Satana. A Dio ci pensano poco, ma il Maligno lo vedono dappertutto e ce l’hanno sempre in testa, così che i giornalisti svogliati ci mettono un attimo a far diventare virale una notizia falsa: basta prendere la moda del momento e paventare legami satanici 😀

      Giocare a D&D o a qualsiasi altro titolo significa interagire con due, tre, forse quattro persone. Fare balletti scemi su TikTok significa interagire con milioni di persone, e malgrado tutti gli adulti che pensano a Satana sono convinti che le nuove generazioni siano “solitarie”, in realtà non è mai esistita nella storia umana una socialità sviluppata come quella moderna: forse se i sociologi la smettessero di pensare al Diavolo e cominciassero a studiare come è cambiata e ampliata la socialità umana, avremmo più strumenti per sfruttarla, invece di lasciarci trascinare dalle onde
      Prima di TikTok c’era lo stesso identico servizio, chiamato Vine, con decine di milioni di visualizzazioni e con gli autori più geniali che sono diventati star mondiali a 19 anni, e oggi hanno contratti come testimonial di varie aziende. Con D&D non si vince nulla, lo dice pure un ragazzino del film: “non si vince mai, è come nella vita”. 😛

      Io non conosco D&D, ma ho sempre sentito citare quella scena di E.T. come dei ragazzini che giocano a D&D, poi d’un tratto non era più vero. Serviva proprio una “indagine” ^_^

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      • wwayne ha detto:

        Hai detto bene: TikTok non è altro che un’ammucchiata di balletti scemi tutti uguali. Non comprendo assolutamente il successo di quest’app: capirei se proponesse dei video fatti benissimo da ballerini professionisti, ma farsi ipnotizzare da video caserecci di gente che si muove goffamente sulle note di una canzone pop è assurdo, ed è anche un colossale spreco di tempo.

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Non è quello che ho detto. E se accendo la TV su RAI e Mediaset trovo balletti scemi tutti uguali, ma li paghiamo noi, nel caso della RAI. TikTok è come YouTube: ci trovi i video scemi e i video geniali, dipende da cosa cerchi e da cosa ti piace.

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      • wwayne ha detto:

        Sono consapevole che c’è anche chi utilizza TikTok in maniera più sofisticata, ma la maggior parte dei video corrisponde all’identikit che ho tracciato prima. E’ per questo che non capisco il successo di quest’app: è come se un negozio che vende al 95% ciarpame e al 5% roba di qualità incassasse come uno che vende esclusivamente merce bellissima. Sono contento per i proprietari di TikTok, ma mi incuriosisce l’assurdità del fenomeno.

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        La TV trasmette al 95% ciarpame e tutti la adorano. Evidentemente piace. E, ripeto, TikTok è una realtà sterminata: sarebbe come dire che su YouTube ci sono solo video scemi.

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      • wwayne ha detto:

        In verità la tv è migliorata molto negli ultimi tempi. Rete 4 trasmette ogni giorno ottimi film e ottimi approfondimenti politici, su Nove ci sono degli ottimi programmi di real crime e su La5 trasmettono delle ottime fiction. Per non parlare di tutti i vecchi film che erano scomparsi da decenni, e che canali come IRIS e Cine34 stanno meritoriamente tirando fuori dal dimenticatoio. Ma purtroppo tutto questo non fa notizia, perché a finire sulla bocca di tutti sono soltanto i reality e i programmi trash. E quindi si crea l’impressione che la tv sia soltanto quello, quando invece per chi sa cercarli è piena di tesori nascosti. Grazie per la risposta! 🙂

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Come vedi i gusti sono diversi, considero i programmi su Nove e La5 esattamente come molti considerano i programmi su TikTok: per questo si fa di tutto, per accontentare più gusti.
        Quei pochi film trasmessi da due o tre canali dedicati sono un po’ poco rispetto a cento canali che trasmettono spazzatura reality e televendite: TikTok è un capolavoro rispetto all’abisso di centinaia di canali che vendono spazzatura. Vedi come cambia il punto di vista?
        Comunque, ripeto, io parlavo di tutt’altri argomenti – cioè della socialità e dell’interazione, impossibili con la TV – per non parlare del fatto che questi NON sono gli argomenti del post di oggi…

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      • wwayne ha detto:

        Ne sono consapevole, e infatti mi capita spesso di commentare focalizzandomi su un dettaglio collaterale rispetto all’argomento centrale del post. Lo faccio sia nel mio blog che in quelli degli altri. L’argomento su cui mi focalizzo (per quanto marginale) è sempre presente all’interno del post o dei commenti, quindi i miei interventi non sono mai totalmente off topic. Nonostante questo c’è chi non apprezza il mio stile, e anche questo non me lo spiego: se mi soffermo su degli aspetti collaterali allargo gli argomenti di conversazione, questo rende il dibattito più stimolante e variegato e quindi dovrebbe fare soltanto piacere ai bloggers con cui interagisco. Se il mio stile non ti è gradito, mi scuso per averti involontariamente irritato.

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  2. Evit ha detto:

    Speravo di avere il romanzo di ET da qualche parte per controllarti la traduzione ma purtroppo non ti sono di grande aiuto in questa enciclopedica ricerca.

    Da ex “Master” ho apprezzato molto questa ricerca delle fonti e che bello ritrovarci LU DIAVOLO! Come sai non sono un grande appassionato di ET e non lo avevo rivisto ai tempi in cui giocavo a D&D, comunque rivedendo la scena adesso posso dire che pur non nominandolo (qualunque sia il motivo) si tratta di una dignitosa approssimazione, di certo più vicina al vero gioco di quella fatta per il film di Tom Hanks, scritto da chi palesemente il gioco non lo conosce né si è preoccupato di capire come funziona, il diavolo si sa, è nei dettagli. (Oh non sapevo esistesse in DVD in Italia!).
    Si conferma Spielberg grande appassionato di giochi insomma.

    Bella ricerca, Lucius

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Ti ringrazio, e ti lascio immaginare quanto mi secca non aver conservato la mia copia del romanzo di E.T., letto da ragazzino.
      Il film con Tom Hanks è devastante, è palesemente scritto da chi è interessato a tutt’altri argomenti (nello specifico l’ammmòre) che d’un tratto si mette a demonizzare qualcosa che conosce solo per sentito dire. E possibile che in un campus universitario ci siano delle grotte inesplorate??? 😀

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      • Evit ha detto:

        Non so, a Firenze abbiamo il polo scientifico che è un complesso in mezzo alle campagne del Bisenzio dove puoi incontrare mandrie di pecore e un burbero allevatore. Forse altrove ci saranno anche grotte inesplorate, tutto è possibile quando hai 50 anni e scrivi di cose per sentito dire 😄

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Il bello è che le notizie dei giornali e delle trasmissioni scandalistiche parlavano di tunnel nelle cantine dell’università, dove c’era l’impianto di riscaldamento: perché l’autrice ha capito “caverne”? 😀
        Forse con le caverne si sentiva più vicina a Satana 😛

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      • Evit ha detto:

        Avrebbe avuto più senso… quindi l’ha cambiato. Lasciamo i sotterranei della sala caldaie agli assassini che tornano a tormentare i sogni dei figli dei loro boia

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  3. Sam Simon ha detto:

    Ci sta che abbiano tolto il riferimento esplicito a D&D per non “irritare” persone sensibili all’argomento, in quanto completamente ignoranti di cosa fosse. Spielberg da sempre cerca il massimo consenso (e successo di pubblico) possibile e quando lo fa troppo peggiora i prodotti a cui lavora.

    Un esempio è Amazing Stories, che aveva un potenziale enorme ma non ha voluto osare quel pochettino in più ed è così un prodotto dimenticato (non da me, che su eBay mi sono preso la prima stagione ora per Natale e so già che prima o poi ne scriverò).

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Steven sin dall’inizio era attento a certe cose, ai prodotti da mettere “in vetrina” nei suoi film e a cose simili, quindi magari ufficialmente ha tolto ogni riferimento a D&D perché non ne aveva i diritti, ma rimango convinto che sia stato anche per non infognarsi in certe questioni.

      Malgrado i grandissimi nomi coinvolti e la perizia tecnica, “Amazing stories” l’ho sempre trovato troppo zuccheroso per una serie antologica horror, preferendogli l’umorismo macabro di “Tales From the Crypt”.
      Immagino che quando parli di “prima stagione” intendi in lingua originale…

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      • Sam Simon ha detto:

        Guardo tutto esclusivamente in lingua originale! Però la mia dolce metà abbisogna di sottotitoli in spagnolo, quindi devo sempre trovare edizioni che li abbiano, e Amazing Stories versione mercato spagnolo (ovvero Cuentos asombrosos) è fuori produzione. Sono riuscito solo ad accattarmi la prima stagione grazie ad un tizio su eBay!

        Per la stessa ragione non ho ancora preso The Storyteller di cui ho trovato versioni tedesche e australiane ma prive dei sottotitoli che servono per poter condividere la visione in casa…

        Abbiamo visto il primo episodio ieri, Ghost Train, e aveva il potenziale per essere cattivissimo invece, come hai giustamente scritto, è molto zuccherato. Rimane affascinante, per me, ma Tales from the Crypt è sicuramente superiore come prodotto horror!

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Pensa che in Italia “Amazing Stories” uscì pure al cinema, con episodi attaccati insieme a formare un’ora e mezza, e quando poi è passata a buona risoluzione sul canale digitale Fantasy (mi pare), qualche Pirata dei Caraibi l’ha salvata in lingua italiana, che se aspettiamo i distributori nostrani stiamo freschi.

        A volte quando acquisto un film risulta difficile essere sicuro delle lingue e dei sottotitoli presenti, e se non mi fa vedere il retro della copertina (dove sono scritti chiaramente) mi fido poco delle scritte del venditore, troppo spesso imprecise o sommarie. Quindi mi sa che acquistare con sicurezza i prodotti che cerchi (in lingua originale ma con sottotitoli spagnoli) dev’essere una gran bella rogna 😛

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      • Sam Simon ha detto:

        Purtroppo è così, c’è pochissima attenzione nella presentazione dei prodotti. Fortunatamente in questo caso avevano messo una foto del retro della custodia dei 6 DVD!

        Assurda l’Italia, chissà perché fecero la scelta di spacciarlo per un film…

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        All’epoca si usava, c’era un’affluenza così alta in sala che lasciare un prodotto di punta in TV era davvero uno spreco. La serie “UFO”, “Attenti a quei due”, “Colombo”, “The Green Hornet”, credo anche “Ironside”, tutte serie che sono sbarcate al cinema con episodi messi insieme a formare la lunghezza d’un film, e vista l’epoca avranno avuto molti più spettatori in sala che davanti alla TV.
        Ah, per non parlare dei robottoni giapponesi! Credo però che in quei casi fossero veri film giapponesi, mai apparsi in TV e poi tornati da noi quando nei Novanta è esplosa la giappo-mania e sono arrivate le VHS Yamato.
        Da ragazzino negli Ottanta spesso mi portavano a vedere cartoni animati al cinema, che non erano i film Disney ma semplici raccolte di vari cartoni Disney: vedere Topolino e Paperino su schermi grandi come palazzi era una bella esperienza 😉

        Ultimamente ho comprato da Amazon.jp due cofanetti con l’intera serie di film alieni in lingua giapponese: i quel caso sono dovuto andare sulla fiducia perché il retro della confezione è tutta scritta in giapponese 😀

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      • Sam Simon ha detto:

        In quel caso la foto del retro non aiuta! X–D

        Interessante questa cosa della strategia distributiva in sala…

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Prima dell’eplosione seria dell’home video, nella seconda metà degli anni Ottanta, il luogo d’elezione dell’intrattenimento era la sala cinematografica. Ogni tanto la RAI aveva mandato qualcosa che oggi chiameremmo miniserie, e il Berlusca nei primi Ottanta aveva lanciato le sue reti private acquistando quei telefilm che sarebbero stati replicati ogni giorno per sempre, ma in attesa che cambiassero le abitudini, e che sempre più persone cominciassero a considerare la TV di casa una “scatola delle meraviglie”, qualsiasi cosa ti piacesse vedere, si vedeva al cinema.
        Serie televisive o cartoni animati, lì ce li trovavi. I miei mi “rinfacciano” ancora (ovviamente scherzando) tutte le volte che li ho costretti a portarmi in sala a vedere “Pippo olimpionico”, raccolta di vari cartoni con un filo conduttore. Da Hanna e Barbera ai Looney Tunes, da Goldrake ai Flinstones, in sala c’erano tutti e in TV non c’era niente: non esisteva scelta!
        Se sei curioso, ecco una mia veloce panoramica su Gatto Silvestro nei cinema italiani 😉

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      • Giuseppe ha detto:

        Assolutamente d’accordo su “Amazing stories”: anche oggi, ad averla rivista su di una rete locale, continua a appassionarmi poco (e di certo molto meno rispetto a “Tales From the Crypt”)…
        Riguardo al mancato riferimento diretto (ci fosse pure stato, però, all’epoca non credo che me ne sarei accorto comunque) a D&D in quella sequenza di E.T., mi sembra plausibile la motivazione mista “mancanza di diritti relativi al brand/attenzione alla pericolosa lobby dei genitori bigotto-clericali”: se acquisire i diritti poteva non essere un grosso problema per Steven, ben altra rogna sarebbe stata dover subire un quasi sicuro boicottaggio in massa del film (merchandising compreso, ovviamente) da parte di adulti sempliciotti e plagiati dalla propaganda “anti-satanica”…

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Per un televenditore come Steven, ritrovarsi tra le mani un prodotto “scottante” e causa di possibile boicottaggio è la peggiore delle disgrazie!

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  4. Cassidy ha detto:

    Quindi vale Dungeons and Dragon reale oppure quello percepito? 😉 Bazzicando film anni ’80 e cultura nerd D&D lo ritrovo sempre, senza conoscerlo affatto visto che non ci ho mai giocato, quindi questo post mi ha chiarito più di un dubbio, credo che Spielberg abbia fatto proprio così, in fondo con il tempo ha dimostrato di avere a cuore i dettagli di questo film, anche quando dopo aver passato troppo tempo con l’amico Lucas, lo ha modificato in digitale prima di rinsavire (per fortuna). Insomma credo che abbia studiato quelle inquadrature per dare un’impressione di D&D, la magia del cinema e la novelization hanno fatto il resto 😉 Cheers

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      L’edizione digitale del 2002, che poi è quella che gira oggi, è “leggerissimamente” manomessa: Spielberg è posseduto dal demone di Scott e ha toccato tutto!!! 😀
      E dove non son arrivati i rimaneggiamenti di Steven, è arrivato il doppiaggio italiano che ha “aggiustato” cose che non avevano bisogno d’essere aggiustate: in pratica è un altro film 😛

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  5. Willy l'Orbo ha detto:

    Quando fai questi post hai il potere di trascinarmi dentro una storia, una storia che nasce da un dettaglio e che si arricchisce via via di particolari, aneddoti, sorprese, rimandi. Un storia che si conclude con un sospetto che condivido in pieno.
    Detto ciò, credo che la capacità di calamitare narrativamente il lettore non appartenga a molti, Ma a te, senz’altro. Grande pezzo, Luicus! 🙂 🙂 🙂

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Ti ringrazio, sei troppo gentile: il merito va a questo ottimo materiale trovato grazie a libri e approfondimenti: per fortuna non sono tutti “bocche-cucite” come Spielberg e scrivono saggi su argomenti che altrimenti resterebbero misteriosi e in balìa delle leggende popolari 😛

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  6. Vasquez ha detto:

    Bel lavoro d’investigazione. Personalmente non sono mai stata curiosa di sapere a cosa giocassero in “E.T.”. La mia esperienza con questo film probabilmente non corrisponde a quella della maggioranza, e da quando è impazzito pure Spielberg con i ritocchi digitali, lo evito ancora di più.
    Detto questo, il fatto di mettere nel suo film un gioco molto simile a D&D è proprio da Spielberg, sempre attento ai gusti popolari. Ma non chiamarlo col suo nome lo vedo di più col voler evitare una caccia alle streghe, che pagare la marchetta. Che poi il più delle volte la suddetta caccia, essendo solo un pretesto, fa più danni delle stesse streghe.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Anch’io sono un non-fan del film. L’ho visto al cinema all’epoca – credo di non aver avuto neanche 10 anni – e credo di averlo rivisto una volta in VHS: neanche avevo mai visto, prima d’oggi, le demenziali modifiche di Spielberg.
      Come dimostra “Poltergeist”, Spielberg all’epoca era un Mastrota del cinema: l’inquadratura gli serviva per vendere prodotti, non altro 😀
      Qualsiasi marca di prodotti per l’infanzia era ben accetta: fumetti, giochi da tavolo, bibite, videogiochi, non importa, datemi un prodotto e ve lo metto bene inquadrato così da venderlo ai ragazzini in sala, coi soldi dei genitori. Ecco perché citare apertamente un gioco che in quel momento i genitori vogliono strappare dalle mani dei figli, perché c’è Satana dentro, non sarebbe stata una buona mossa e rischiava polemiche inutili e dannose.
      Le tre bibite gassate mostrate bene a fuoco in una sola scena, invece, non hanno generato polemiche e la marchetta è andata a buon fine ^_^

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  7. Madame Verdurin ha detto:

    Bel post Lucius, mi ha divertito molto! Non sono una grande amante di ET e non mi ero mai posta la domanda “a che gioco stanno giocando?” ma l’ho trovato bello lo stesso. Ti racconto solo una scena, successa molti anni fa durante un gioco di ruolo dal vivo: qualcuno ci aveva visti e aveva chiamato i carabinieri, che sono arrivati nel parco pubblico dove stavamo giocando (con tutti i dovuti permessi) per vedere cosa stavamo facendo. I miei amici hanno spunto avanti me, perché, vestita come ero da zingara con vistoso trucco, parrucca e tante medagliette tintinnanti, ero la più normale del gruppo (gli arcanisti che erano vestiti e truccati di nero si sono nascosti in fondo), per spiegare ai gentili rappresentati della legge cosa stessimo facendo… Posso quindi capire come mai Steven, che vive in un paese in cui si coprono le gambe del tavolo perché sono oscene, si sia parasederato e non abbia voluto mostrare apertamente le schede di D&D…

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      ahaha dài, che forza! Ora uno non si può vestire da zingara o da arcanista senza essere fermato dalla forza pubblica??? 😀
      Sì, in un Paese dove il Diavolo è il tuo vicino di casa, questi giochi saranno sembrati un chiaro segno della fine del mondo.

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    • Roberto Chiavini ha detto:

      Non riguarda D&D, ma GURPS (un gioco di ruolo “generico”, con supplementi dedicati a tutto quanto possiate immaginare), ma è molto noto, nell’ambito del gioco, la vicenda che vide coinvolta la casa editrice Steve Jackson Games e l’irruzione dell’FBI in cerca di pericolosi sovversivi, quando vennero intercettate delle telefonate degli autori del modulo Cyberpunk per il suddetto sistema di gioco. E’ una vicenda che risale alla fine degli anni Ottanta, se ricordo bene, e fece un notevole scalpore (e servì anche a lanciare il gioco, ovviamente). Il gioco di ruolo dal vivo, poi, ha sempre suscitato, come minimo l’ilarità dei non giocatori, molto più spesso reazioni alquanto scomposte e irritanti, anche per i semplici giocatori da tavolo, come il sottoscritto, da parte di un’opinione pubblica mai molto ben disposta verso D&D e dintorni (credo proprio per il sentore di zolfo che gli è sempre rimasto appiccicato fin dalle origini, per ragioni che mi restano ancora piuttosto poco comprensibili, visto che sì, nel gioco puoi incontrare anche dei demoni, ma decisamente anche no, e il titolo riguarda soltanto draghi e sotterranei). Non mi risulta che siano state fatte crociate analoghe nei confronti della letteratura fantasy, che aveva iniziato a spopolare negli States (e di riflesso, con una decina d’anni di ritardo, anche qui da noi) sull’onda del successo della versione mass market di Conan e del Signore degli Anelli, a partire dalla seconda metà degli anni Sessanta. Da noi, al massimo, le discussioni – anche molto molto accese – hanno riguardato le etichette politiche che si sono volute appiccicare a un Tolkien piuttosto che non a un Lovecraft, ma qui andrei troppo lontano dal tema

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  8. Kukuviza ha detto:

    Molto bella questa ricerca! Beh la scrittrice vestita fantasy fa veramente sbaccanare. Chissà se poi il romanzo vuole sfruttare il temw scottante per essere venduto e invece poi si scopre che è il solito romantichello. Per quanto riguarda il film hai detto “romanticherie posticce’ dunque abbiamo già capito.
    Sto aspettando che facciano il film ‘demoniaco’ sulla ricerca dei pokemon. Anche se verrebbe un film decerebroniaco, più che altro

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Non ho avuto voglia di leggermi il romanzo, ma il film è romantichello andante: giovani liceali che passano il tempo ad analizzarsi, a raccontarsi le proprie paure, i propri desideri, le speranze per il futuro e i crucci del passato. Boh, ero rimasto ai giovani decerebrati di “Animal House” 😀
      La caccia ai Pokemon è durata troppo poco, nessuno ha fatto in tempo a scriverci qualcosa. Non so se oggi esista ancora, ma non fa più scalpore. E’ stata tipo la mania dei fidget spinner (o come si chiamano quelle rotelle che girano tra le dita): un mese a spingere forte, tutti ne parlano, poi è completamente dimenticato. Tipo Ruzzle, che doveva cambiare per sempre i social e dopo un mese nessuno sa più che è esistito.
      Invece D&D per anni è stata una mania potente di cui tutti parlavano.
      Strano invece non sia nato il cellulare indemoniato, che ti fa comprare app che non vuoi. ma in fondo gli adulti li usano come i giovani, quindi non hanno voglia di Satana 😛

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  9. Roberto Chiavini ha detto:

    Quel caso ebbe rilevanza nazionale notevole e in un’intervista venne coinvolta anche la mia futura collega di Stratagemma (io avrei cominciato a lavorare in negozio circa un anno dopo), dato che già all’epoca Stratagemma era uno dei negozi di giochi più famosi d’Italia, e ricordo bene la totale inconsistenza delle accuse mediatiche rivolte al gioco e in particolare a D&D (che è sempre stato la vera icona, il simbolo di tutto il gioco di ruolo, nonostante ormai, negli anni Novanta, vi fossero decine e decine di giochi disponibili, e ormai ne fossero usciti parecchi anche da noi). E’ una demonizzazione ciclica, che di tanto in tanto ritorna

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  10. Pingback: Il Dungeons & Dragons di “Stranger Things” (guest post) | Il Zinefilo

  11. Celia ha detto:

    Da ex giocatrice di ruolo il rischio di “perdere il contatto con la realtà” – se non proprio un’opera di Satana, che comunque approfitta di quello che gli viene messo a disposizione – ce lo vedo eccome. O se rende meglio, l’ho visto e toccato.
    Ma visto che la questione qui è collaterale, per fortuna, mi limito a questo accenno e ti dico che leggere le tue / vostre ricostruzioni storico-filmico-letterarie è sempre un momento di gioia in questo mondo grigio ed infetto 😘

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  12. Pingback: [Videogiochi] Vai avanti tu… (1982) guest post | Il Zinefilo

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